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23 giugno 2017

Raccontino senza fine

Il tedio si aggrumava come afa, non un alito di vento. Da qualche giorno era nell'aria già satura del nulla un'altra guerra piccina quanto chiassosa, ed era tornata la paurina. Per me, che avevo fifa da sempre e lo sapevo, l'estate non esisteva, e ogni stress finiva nel pozzo dove l'assenza di cobalti si era trasformata in cristallo. Elena, invece, che non aveva mai avuto paura, si ostinava a vivere l'estate come la stagione più bella e più attesa, ignorando il tedio, respirando nell'afa, intanto che tutti o quasi tutti erano accaldati nella fittizia battaglia.
L'avevo incontrata un'ultima volta nel grande vivaio sulla strada che da Hanging Rock porta a Calagì, notando subito la sua presenza nella zona degli alberelli, già animata dai visitatori del sabato mattina. Aveva parcheggiato la macchina a lato di un'enorme pila di vasi vuoti. Osservando intorno con circospezione, era entrata nel recinto degli agrumi e scorreva con sguardo lento le piante, passandole in rassegna a una a una. Poi tornava indietro e ricominciava a esaminarle, come a ripetere una danza.
Uscì dall'agrumeto, finalmente, ed entrò in un altro recinto.
La studiavo dalla mia automobile, parcheggiata a lato dell'area degli ortaggi. Il suo sguardo si arrestò per un attimo nella mia direzione, e vedendomi fece cenno con la mano destra come a dire "finisco e ti raggiungo". Riprese la sua danza. Guardò oltre il gabbiotto del guardiano e più in alto, sulla montagna, risalendo per il bosco ceduo sino al cielo e... non una nuvola, pensai, ma cosa guarda?
Ritornò dentro il recinto del vivaio e indicò al ragazzo nove alberelli: un arancio, un limone, un mandarino, una noce, due abeti, un cachi, un ulivo, un ginepro.
Tornata a casa, mi disse poi, li avrebbe sistemati tutti intorno al suo letto. Voleva dormire in una stanza piena di alberi, almeno per un notte.
Lei, non io.
Io voglio solo cambiare status.

4 ottobre 2016

Sorpreso da un'immagine di uomini in cammino

Solitamente non faccio caso a chi va e viene dal socialino, a meno che, ovvio, non si tratti di amici e amiche con cui interagisco abitualmente. Nessun problema, dato che per me vale la serena regola che da ogni posto è bene allontanarsi, di tanto in tanto, e impiegare il proprio tempo in altri modi, e poi magari ritornare, per poi riandarsene e, semmai, se se ne ha voglia, ritornare ancora.
Tutto questo popò introduttivo solo per dire che, invece, c'è anche chi è andato e non è mai più ritornato, come un tipo tipone con cui interagivo poco ma che che leggevo sempre, perché scriveva cose bellissime, che quasi mi veniva voglia di conservare. E qualche giorno dopo la morte di José Saramago l'ho fatto, menomale: ho conservato questo, che propongo con alcuni stralci, perché l'originale è lunghissimo, oltre che scritto da dio.
"Quando penso a Saramago e ai suoi romanzi, vengo sorpreso da un'immagine di uomini in cammino. Tantissimi, insieme, chi a piedi, chi su un carro. Non si conoscono, prima di incamminarsi, si conosceranno camminando insieme. Le moltitudini in viaggio sono presenti in tutti o quasi i suoi romanzi storici. [...] Nell'immagine mi si confondono gli operai che andranno a costruire il convento di Mafra, i pellegrini di Fatima tra i quali Ricardo Reis, Giuseppe e Maria incinta che vanno a Betlemme per il censimento. […] Viaggi a volte simili a deportazioni (e il pensiero va a I quaranta giorni del Mussa Dagh), ma sempre illuminati da un affiorare involontario e incontrollato di umanità.
Il viaggio è distanza (sia detto con perspicacia). Quando Hans Castorp sale sulla montagna magica dove il cugino Joachim è ricoverato, si stupisce di come lo spazio generi effetti di oblio che siamo soliti attribuire al tempo, e al tempo solo. I personaggi, anzi gli uomini, di Saramago, rappresentano quegli effetti modificandosi insieme alla storia, anche quando, come nel caso di Ricardo Reis, vogliono difendere il loro spazio, immergendosi in una trincea psicologica. Gli uomini di Saramago sono mobili e continuamente riplasmati dalla storia e dalla loro interazione con la storia. I loro viaggi sono la nostalgia che gli uomini della fine del ventesimo secolo provano, obbligatoriamente, per il viaggio. Infatti, degli uomini di Saramago nessuno viaggia per viaggiare, tutti viaggiano per necessità. Ma nei loro cammini avvertiamo ancora, forse per l'ultima volta, come le cause e gli effetti possano confondersi, e come la necessità che spinge a viaggiare possa essere solo, forse, e ancora, quella del viaggio."


(La foto dalla terrazza di Cala d'Ambra è di ieri sera.)
Cala d'Ambra, 3 ottobre 2016, © Mag

23 luglio 2016

Strage

Insomma, "strage" sta entrando nel lessico quasi quotidiano: è mostruoso, ce ne sentiamo profondamente turbati e ci affrettiamo a cercare un'analisi capace di farci comprendere cosa stia accadendo, darcene ragione e, nell'afferrarne ogni senso, consentirci di prenderne totalmente, razionalmente e radicalmente le distanze: succede là — vorremmo sentirci dire — per questi motivi, e io sto qua, invece, dove tutto è al suo giusto posto.
Ma non è così: non esiste un'analisi capace di pacificare la nostra angoscia per quel che accade nel vasto mondo, diventato ormai piccolissimo. Non esiste per almeno un motivo: ancora troppo poco sappiamo dell'eziologia di internet, quanto e in quali modi l'amato e odiato mostro tecnologico stia interagendo con cervelli troppo schizzati e quanti e in quali modi contribuisce quotidianamente a farne sclerare. Sta succedendo qualcosa di enorme e di incontrollabile. La comunicazione universale è sostanzialmente un'illusione, mentre spessore e concretezza (agisce sulla realtà) è la panna planetaria di ogni genere d'informazione che monta ogni nano secondo. E il fenomeno non ha nulla di innocente.

17 dicembre 2015

La parte che ama e basta o Un discorso sulla salvezza

"Ho scoperto che la disciplina più difficile nella scrittura è cercare di partecipare al gioco senza lasciarsi sopraffare dall’insicurezza, dalla vanità e dall’egocentrismo. Mostrare al lettore che si è brillanti, spiritosi, pieni di talento e così via, cercare di piacere, sono cose che, anche lasciando da parte la questione dell’onestà, non hanno abbastanza calorie motivazionali per sostenere uno scrittore molto a lungo. Devi disciplinarti e imparare a dar voce solo alla parte di te che ama le cose che scrivi, che ama il testo a cui stai lavorando. Che ama e basta, forse.
Il talento è solo uno strumento. È come avere una penna che scrive invece di una che non scrive. Non sto dicendo che riesco costantemente a rimanere fedele a questi principi quando scrivo, ma mi sembra che la grossa distinzione fra grande arte e arte mediocre si nasconda nello scopo da cui è mosso il cuore di quell’arte, nei fini che si è proposta la coscienza che sta dietro il testo. Ha qualcosa a che fare con l’amore. Con la disciplina che ti permette di far parlare la parte di te che ama, invece che quella che vuole soltanto essere amata."
Da un'intervista di Laura Miller a David Foster Wallace, 8 marzo 1996; traduzione di Martina Testa.

David Foster Wallace dice cose interessanti e, per quel che riguarda la mia esperienza come lettrice, giuste. Soltanto al termine di una narrazione che sento abbia ruotato intorno a un nucleo di verità umana, artistica, sociale, sperimentale, "ale", ecc. , frutto del disvelamento di una "dimensione speciale" (come la ha chiamata un amico con cui se n'è parlato, riferendosi a una dimensione artistica autentica), me ne sento arricchita. Più astrattamente, ho idea che i grandi scrittori non operino mai per abbagliare il lettore con esibizioni egocentrate, bensì, per riuscire a toccare anche il cuore e la mente altrui, scavino nella propria umanità, che è completamente un'altra cosa. E ci sono dei rischi personali, nel fare questo, ma sono anche rischi a cui un artista, con o senza apostrofo, oggi come sempre, probabilmente non può sottrarsi. E credo che noi possiamo essere in grado di leggere questa necessità, quando c'è, e, anzi, forse, di riuscire a coglierla e a empatizzarvi, quando c'è. Indirettamente, infatti, mi viene da pensare anche alla formazione (che non c'è) del lettore. Ed è lì che si alza la nebbia... Solo chi legge, ormai, può operare principi di individuazione dell'opera che ha qualche valore, nel mare magnum dell'attuale librificio, e arginare il rumore dei potenti uffici stampa che conducono a prodotti banalmente di consumo. Non accade, naturalmente, non accadrà. Ciò significa che l'attuale "doping della letteratura" (cito Filippo La Porta, Manuale di scrittura creatina. Per un antidoping della letteratura, Minimum Fax, 1999), cioè il fenomeno delle opere costruite a tavolino o "gonfiate" per il mercato, si presenta come un fenomeno inarrestabile. Pertanto non è più certo, come solitamente si dice, che a sopravvivere sino a essere tramandate ai posteri saranno le narrazioni non dopate, quelle universalmente necessarie. In tal senso, oggi meno che mai abbiamo certezze. Lo stesso discorso sulla "salvezza", se così si può chiamare, vale anche per le idee (che muovono i fatti), e, al limite, per le persone.

29 aprile 2015

Immagini

The Last Bianca's Selection*

*Una mia selezione di immagini; l'idea di conservarla in un video e la sua realizzazione è del mio amico Andrea.

10 aprile 2015

9 aprile 2013

Il nuovo nell'ignoto

«Dovessi individuare due parole per descrivere questi anni io direi: “separazione” e “rimozione”. La separazione avviene per mezzo della soddisfazione virtuale della socialità, i nervi sembrano appagati nell’auto-intrattenimento del social network e la cognizione del dolore è occultata. La rimozione è invece un processo di smaltimento di ciò che un determinato sistema, neuronale o politico, considera come una minaccia o un peso.
A essere rimossa, oggi, è un’intera generazione, “un accumulo / di prole in disavanzo” per cui il meccanismo storico non ha previsto alcun presente. Il mito di Crono che mangia i suoi figli, e cioè l’epoca in cui stiamo vivendo, rimuove a sua volta il proprio sistema culturale e filosofico di riferimento. Come spiega il filosofo Mario Perniola ciò avviene come una forma di protezione da sensi di colpa strutturali. L’organismo-società smarrisce la coscienza di sé esattamente come l’omicida rimuove il proprio raptus o rovina nella nevrosi di fronte a una contraddizione troppo grave.
Un poeta ha il “compito” di scoprire nuove verità, cioè di trovare una differenza “sentimentale e perciò filosofica” (Leopardi) in grado di stabilire un conflitto significativo con il dato di fatto presente, con “l’immobilità delle cose che ci circondano” e che, secondo Proust, “è imposta loro dalla nostra certezza che si tratta proprio di quelle cose e non di altre, dall’immobilità del nostro pensiero nei loro confronti”. Questa è la sua funzione, che è sempre una funzione di sabotaggio e di eresia.
Ma dove sono, oggi, i poeti? Come le falde acquifere scorrono e si incontrano nell’underground terrestre, sotto la crosta secca della comunicazione ufficiale. I nuovi poemi “avvengono” lì dove è necessario: in una fabbrica, in una scuola, in una stanza di qualche quartiere-dormitorio di provincia, in un paese di montagna o in qualche interstizio della metropoli. Ovunque ve ne sia necessità e dove tale esigenza trovi gli strumenti necessari a esprimersi nelle forme del pensiero estetico. Forse non ce ne siamo ancora accorti e il miracolo della sorgente poetica si è già verificato all’interno di uno dei nostri campi nomadi o in un centro di identificazione e espulsione. Forse non sarà più un nativo a comporre il poema della nuova Europa. La storia non è finita, la ricerca è aperta e il fermento continua, anche se non se ne parla. Ma perché non se ne parla
Davide Nota, Lettera a un giovane poeta in Italia, L’Unità, 8 aprile 2013.
Alighero Boetti, Tutto, 1994. 

26 luglio 2012

Filigrana

"Quando scrivo io cerco di esprimere il mio modo di essere nel mondo. Si tratta principalmente di un processo di eliminazione: una volta eliminate tutte le parole morte, i dogmi di seconda mano, le verità che non sono tue ma di altri, i motti, gli slogan, le sfacciate bugie del tuo paese, i miti della tua epoca storica; una volta tolto di mezzo tutto ciò che deforma l’esperienza e le fa assumere un aspetto che non riconosci e in cui non credi, ciò che ti resta è qualcosa che si approssima alla verità della tua concezione. È questo che cerco quando leggo un romanzo: la verità di una persona, nella misura in cui può essere restituita mediante il linguaggio. Quest’unico dovere, debitamente perseguito, produce risultati complicati e vari. Non è certo un appello all’autobiografismo, anche se ci saranno sempre autori che confondono il desiderio di verità personale del lettore con l’invito a scrivere un trattato, o un discorso, o un libro di memorie malamente mascherato in cui gli eroi sono loro stessi. La verità del romanzo è questione di prospettiva, non di autobiografia. È ciò che non puoi evitare di dire se scrivi bene. È la filigrana dell’io che appare in tutto ciò che fai. È la lingua come rivelazione della coscienza."
Zadie Smith, Perché scrivere, minimum fax, Roma 2011.  

19 luglio 2012

Sarrabulho

Allora per me si tratta di capire se il fegato del sarrabulho e il sangue con cui si lega con il resto degli ingredienti siano meno interiori della trippa. Per qualche motivo sarei propensa a dare ragione ad Altamante, che lo sia maggiormente quest’ultima, ma è una suggestione attualmente non confortata da basi scientifiche (mi riferisco alla mia ignoranza in materia di anatomia). La metterei sul fatto che fegato e sangue sono dati, mentre la trippa si forma nella meditazione, nel silenzio e nell'immobilità. La trippa è talmente interiore che nemmeno il sangue riesce a irrorarla.
Comunque sia Antonio Tabucchi, in Requiem, ne scrive come di un piatto da sballo. Io non l'ho mai assaggiato quindi non lo so; quasi quasi lo metto nel programma della prossima visita a Lisbona.

8 novembre 2011

Proprio

Proprio per celebrare la paganità della musica ho adottato per contrasto strumenti di sintesi che, intendiamoci sempre, non suonano da soli ma vanno adoperati, cioè suonati, da mani musicali.  

31 ottobre 2011

Si può fare

Perché lavorare duro e migliorarsi per tentare di giungere a una pubblicazione che potrebbe non arrivare comunque, quando si può pagare per ottenere in modo certo qualcosa di molto simile, se non uguale? Perché, eh?

1 ottobre 2011

I cerchi a Sa Curcurica

– Ma ite bomba est?!…
– Bette cumpassus!
– Ufos!
– Compassi celesti…
– Certo che questi alieni se le scelgono bene le spiagge.
– Mah! Ada a essere un atteru progettu 'e rotatroia.
– Rotatoria, si narat.
– Ohi, ohi, pratteddos volantes!
– Può essere Nivola che protesta per l'ultimo furto delle sue opere al museo…
– Messaggi in sand casting.

2 giugno 2011

Chissà che non sia

"La timidezza di Massimo Zedda a Ballarò, la sua mancanza di disinvoltura in tv, quel 'buongiorno' a De Magistris fra le risatine tronfie fuori campo ... . Chissà che non sia anche questa la bellezza che il nostro paese ha perduto e che forse sta cercando di ritrovare. Da troppo tempo siamo abituati alla sicumera, all’esposizione muscolare, all’ostentazione di sorrisi di plastica, alla declinazione machista del successo. Dove la timidezza e la malinconia sono diventati sentimenti da schernire di fronte al 'barzellettismo' e allo 'splendidismo' imperanti. O peggio ancora, dove la buona educazione appare per sempre messa all’angolo dalla rozzezza e dall’arroganza. Pensate per un secondo a quanto tempo ha imperversato nelle nostre visioni la boria insolente ... e a quanto poco telegenica sembra essere stata considerata la compostezza di un Enrico Berlinguer, con quello sguardo che molti di noi ancora ricordano..."
Bob Otti, da una nota odierna su Facebook.

14 maggio 2011

10 vittime, 10 milioni di vittime




"Dieci vittime. Dieci milioni di vittime. La nostra comprensione del conflitto è spesso nient'altro che una manciata di cifre: più è precisa, meno ci appare significativa. Il tono di chi le annuncia, nei diversi media, rimane lo stesso quando si parla di grandi guerre o scoppi isolati di violenza. L’orrore rimane nascosto sotto la rigidità dei numeri. Le cifre ci danno la conoscenza, non il significato. Abbiamo voluto mettere una foto su queste cifre. Una foto scioccante e cruenta, come la realtà della guerra. Abbiamo voluto dare un contesto, una scala sulla quale possiamo visualizzare ogni conflitto accanto agli altri. … Non siamo storici e le nostre scelte sono state, in parte, affidate solo al nostro giudizio. È ovviamente impossibile riuscire a visualizzare tutti i conflitti o concordare sul quando o dove un conflitto inizia e finisce. Concentrarsi sul numero dei morti non dovrebbe farci dimenticare i sopravvissuti attraverso la mutilazione, l’esilio o lo stupro. Questo progetto rimane in ambito artistico e non mira ad alcuna scientificità. Vuole gettare un altro tipo di luce e, forse, restituire un po’ di significato." 
Clara Kayser-Bril, Nicolas Kayser-Bril, Marion Kotlarski


4 maggio 2011

Vivo o morto. Vivi

"I giovani protagonisti delle sommosse arabe chiedono ben altro: non un nemico esistenziale (lo hanno avuto per decenni: erano l'America e Israele), ma costituzioni pluraliste, leggi uguali per tutti, separazione dei poteri. Non è detto che riescano: il dispotismo li minaccia, cominciando da quello integralista. Ma per difenderci dal demone di Frankenstein non possiamo sperare che in loro."
Barbara Spinelli, "Il Mostro di Al Qaeda", La Repubblica, 4 maggio 2011.

My name is Lukashenko

Cult!

14 aprile 2011

Father


And you, my father, there on the sad height, 
Curse, bless me now with your fierce tears, I pray. 
Do not go gentle into that good night. 
Rage, rage against the dying of the light.

31 marzo 2011

Leggendo Gutiérrez

La schiavitù non è stata abolita,
si è soltanto diffusa per includere
i nove decimi della popolazione.
Dapertutto. Santa Merda.
Charles Bukowski, "Niente canzoni d'amore", in: Pedro Juan Gutiérrez, Il nido sel serpente. Memorie del figlio del gelataio, e/o, 2007 (esergo). 

30 marzo 2011

Proprio

"Proprio nel momento in cui potrebbero diventare adulti, sgobbando per guadagnarsi un ruolo “produttivo”, critico, ecco che lo Scetticismo e il Cinismo – il pane quotidiano della rete – sembrano evaporare. No, non sempre: a volte diventano fuoco amico e vanno a colpire chi non si aggrega cameratescamente all’euforia collettiva."
Dal tumbrl di Hai voluto vedere Parigi.