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3 marzo 2017

Naro sa rima

Aperjo sa vuca e naro sa rima
Ridet mudore chi vit dae prima
Totu sas cosas sunu inoe
Pro isetare sa ine 'e sa die
Eo las saludo, a una a una
Iscio paragulas pro sole e pro luna
Iscio sas rimas chi tenen impàre
Viore chin rivu, sole chin seme
Rivu de izos, ifustos de amore
Chi solu su numen es von'a nuscare
Chin bette voche 'e putzones cuntentos
Ballana in tundhu a sas radichinas

In tundhu ballan' peri sas cosas
Sa cathonedda chin su mundhu in intragnas
Sole tramonta, però torra cras
Tue rima, abarra.


Sono io che traduco Rima rimani di Bruno Tognolini, dall'omonima raccolta pubblicata da Salani/Rai-Eri nel 2002. L'originale è questo:

Apro la bocca e dico la rima
Ride il silenzio che c'era prima
Tutte le cose mi siedono intorno
Per aspettare la fine del giorno
Io le saluto, una per una
So le parole per sole e per luna
So quelle rime che tengono insieme
Fiore con fiume, sole con seme
Fiume di figli, inzuppati d'amore
Che solo il nome fa già buon odore
Che con il grido d'uccelli felici
Danzano intorno a queste radici
Anche le cose ora danzano in tondo
La filastrocca che ha dentro il mondo
Sole tramonta, torna domani
Rima, rimani
 

 Illustrazioni dal libro di Claire A. Nivola Orani: My Father's VillageFarrar, Straus and Giroux, New York 2011.

13 febbraio 2017

Il poemetto di Tziu Predu Costanza

Ho conosciuto il poemetto quando ero bambina, trascritto da mio padre, che probabilmente lo sapeva a memoria, in uno dei tanti e allora per me misteriosi quaderni con la copertina nera, che lui riempiva con una calligrafia particolare, lievemente rovesciata. Il poemetto trasmesso oralmente, appunto è di Tziu Predu Costanza, al secolo Pietro Zichi, di Francesco e Costanza Goddi, muratore, nato e vissuto a Orani tra 1832 e il 1914. Dai versi traspare un poeta tanto visionario e ironico quanto arguto, perciò non c'è da stupirsi che non poche persone li ricordino ancora, tramandati di padre in figlio (non li ho mia sentiti da una donna), di bar in bar e forse, ancora, di camino in camino, come unu contu de ochìle. Così li hanno ricordati, oggi, alcuni amici: Frank (diretto discendente, anche lui poeta), Angelino (che sa sempre tutto!), Francesco e Luigi. Assemblo sinteticamente le informazioni che mi hanno dato, compreso il ritratto fotografico di Tziu Predu Costanza (ne esiste anche uno dipinto da Mario Delitala) e vado con il mitico "Su dilluviu universale".


Sa die e seghi de Santu Gavini
Si viet su dilluviu avverare
Eo chin babbu vimus in Oddini
Abbadiande terras pro arare
E Noè chi rettore it in Lodini
Preghiande e sichinde a preghiare.
Si sichit a ingrussare sa tempesta
Babbu rughet a manca e deo a destra.

Essende in su dilluviu Noè
Vimus carrande vinu dae Durgale
Battor imus a caddu e tres a pe'
Cand’est suzzessu su casu vatale.
Sende colande in sa vadde de su re
Vidimus unu carru andare male
In tale vadde vatt’unu traghinu
E nde picat a nois chin su vinu.

Sa die vintres de Capidanne
Chircavamus sa luche a lantiones
E comente andavamus accatande
Andavamus ponendel' a muntones
Comente vachet s’omine messande
Chi messat e nde vormat sos covones
Custos muntones sun de luche vera
Chi est cudda chi vidimus in s’aera

Zustu sa die trinta de su mese
E arveschende a sa die trintuna
Riunidos non semus chimbe o sese
Pro nd’arzare su sole ei sa luna
Mi' chi sa die est mortu Antoni Pese
Chi s’est aveschiu chin d'un oss' e pruna
Su sole ei sa luna nd'est arzada
E nde l’amus in artu repiada

Tres dies prima de acher su mundu
Imus carrande paza dae Dore
Zustu in sa jacca de Vasili Brundu
Bi vit Lutero su preghiadore
Nigheddu chi pariat unu bundu
Che ne nde jucher atteru colore
Custu preghiadore maumetanu
Contrariu a su Pontefice Romanu

Geremia vit mastru de terraglia
De tianos de broccas e brocchittas
Vatti sa terra dae Sinigaglia
Ca vit cava de terra iscuisita,
Samuele l’at dau sa medaglia
Atteru chei cussu si merìta
Ca pro accher brocchittas e tianos
S’arte non lia leana dae manos

Tobia leat s’arte de pastore
Cumpanzos chin Giobele e chin Palmeri
Teniat custos tres a servidore
Los cumanda Franziscu Savieri
Custos paschende in sos buscos de Dore
Vendiana su recottu a Onieri.
So de mente lizzeri e libertinu
Chi medas vortas vivet aba pro vinu.

Como cantamus de astronomia
Chergio sos pianetas visitare
Chin duas dies de sa verrovia
Mi basta pro andare e pro torrare,
In domo de Saturnu in s’osteria
Chin Marte e Giove amus chenau impare
E poi chi vinidu amus sa chena
Colana sos trojanos chi Elena.

Si pilisat su re Assirianu
Contr' a sos fizos de Gerusalè
Gherrende chin su re Samaritanu
Rughet dentes a terra Giosuè
A cheret ponne sa posta: Manzanu
Chi peso pius chitho de vostè?
E si nono dimandet a fulanu
Chin paris chin su re in Campidanu.

 [Abbozzo una traduzione con diverse licenze: "Assiriano" in it. non esiste, ma è bello; come nemmenio "fulano", che è spagnolo (il tale) o Vostè; "Sinigaglia" credo non si dica più dai tempi del Principe di Macchiavelli, ecc. Ma, appunto, abbozzo, e chi vuole divertirsi a suggerire emendamenti, benvenga.]

IL DILUVIO UNIVERSALE

Il giorno sedici di ottobre
Vide il diluvio s'avverare
Io e babbo eravamo a Oddini
Guardano le terre da arare
E Noè che era rettore a Lodini
Predicando persisteva a predicare.
Continuando a ingrossare la tempesta
Babbo cadde a manca e io a destra.

Nel pieno del diluvio di Noè
Stavamo portando vino da Durgale
Quattro a cavallo e tre a pe'
Quand'è successo il caso fatale
Passando nella valle del re
Vedemmo un carro andare male
In tale vallata c'è un riano
Che ci trascina via insieme al vino

Il giorno ventitre di settembre
Cercavamo la luce a tentoni
E come l'andavamo trovando
Ne facevamo ammasso a cumuloni
Come fa l'uomo mietendo
Che miete formando dei covoni
A mucchi enormi di luce vera
Come quella che vediamo nell'aèra

Giusto la giornata trenta
albeggiando a quella trentuna
Riuniti eravamo in cinque o in sei
Per alzare il sole e la luna
Vedi, il giorno è morto Antoni Pes
Soffocato dall'osso di una prugna
Il sole, la luna abbiamo alzata
E nel cielo l'abbiamo appuntata

Tre giorni prima di fare il mondo
Stavamo portando paglia da Dore
E nella terra di Vasili Brundu
Ecco Lutero il Predicatore
Nero che sembrava un demonio
Non aveva nessun altro colore
Questo predicatore maomettano
Contrario al Pontefice Romano

Geremia era maestro di terraglia
Di giare, brocche e brocchette
Portava la terracotta da Sinigaglia
Dov'era squisita la materia
Samuele gli diede la medaglia
Per fare brocchette e vasellami
Non gliela levano l'arte dalle mani

Tobia prende l'arte di pastore
Compagno di Giobbe e di Palmeri
Aveva questi tre servitori
Al suo comando Franziscu Savieri
Pascolando nei boschi di Dore
Vendevano ricotta a Oniferi.
Sono di mente leggero e libertino
Spesso bevo acqua per vino

Parliamo adesso di astronomia
Voglio i pianeti visitare
Con due giorni di ferrovia
Riesco ad andare e ritornare.
A casa di Saturno, all'osteria
Con Marte e Giove c'è una cena
E passano i Troiani con Elèna

Si agita improvviso il re Assiriano
Contro i figli di Gerusalè
Cade denti a terra Giosuè:
Vuole scommettere che domani
mi sveglio prima di Vostè?
Se non ci crede chieda a fulano
Che stava insieme al re nel Campidano.

Tziu Predu Costanza

21 gennaio 2017

Bette zarra

Mi è sempre piaciuta la parola *zarra*, che significa *ghiaia*, ma assume un significato differente se usata in un contesto morale, diciamo, e quindi, ad es.: "est achende zarra" (sta facendo ghiaia), "agambandhela de acher zarra" (smettila di fare ghiaia), "bette zarra!" (che ghiaia!). Insomma, è usata anche nel senso di gazzarra (dall'arabo ghazāra ‘profusione’, sec. XIV), e quindi "chiasso", "confusione".
In questo senso *zarra* è un onomatopeico, no? Non è facile, infatti, camminare in un vialetto di ghiaia senza fare zarra.
Più o meno, con riserva di cantonate,
sempre per restare in tema edile... e anche perché codesto post è dedicato a una preda!

17 gennaio 2017

Lascia che fiocchi

Tziu Juva', es vrittu e vorzis viocat.
La legna ce l'ho, il capretto pure. Lascia che fiocchi.

Gasi navat su poveru Juvanne Mele.
Arribat su nive.
Apustis de un urdu nche lu vìene andandhe in campagna chi nd'una unichedda (sa cocca) a chircare carchi usticciu de ponnere in su ocu.
Mischìnu, no aviat abba in istèrgiu.*

Tziu Meleddhu, muratore, parlava in italiano; diceva "mi cocio un capretto". Il mio amico Italino dice: "Più che altro lo faceva per darsi un atteggiamento signorile, per vantare esperienza in campo edile. Non era sposato, abitava nel rione Gusei, era una persona mite, buona e ottimista, un bel personaggio: chi lo ricorda ne parla con affetto e simpatia."
A Orani, paese di artigiani, era famoso soprattutto per avere detto "maledetta precisione".

*- Zio Giovanni c'è freddo forse nevica.
 - La legna ce l'ho, il capretto ce l'ho. Lascia che fiocchi.
Così rispose il povero Juvanne Mele. Venne la neve. Dopo un po' lo videro andare per le   campagne con una funicella a cercare qualche sterpo da bruciare nel camino.
Poverino, non aveva acqua nella brocca.
Orani, 1958. Foto di Carlo Bavagnoli, inviato da Life in occasione di una mostra di sculture di Costantino Nivola allestita nelle vie del paese. Le persone ritratte c'entrano nulla con il personaggio dell'aneddoto; sono solo io che Tziu Juvanne Mele lo immagino come l'uomo che accarezza la scultura: "maledetta precisione" :-)

29 ottobre 2016

Rosa e crisantemu

Non ho mai creduto – se non, forse, quando ero molto piccola – che mio padre conoscesse tutti i fiori del mondo, pure se lui, indirettamente, diceva di sì quando parlava dei crisantemi: "Su crisantemu es su viore pius bellu 'e su mundhu!" diceva, difendendo dal sorriso divertito di mia madre la coltivazione che ne faceva nell'orto, dove in bella fila, alla fine dell'estate, inziavano a spuntare i fiori bianchi e gialli.
Più tardi, andata a vivere da sola, ogni tanto li portava anche a me in bel mazzetto, i crisantemi dell'orto, in special modo quelli bianchi anticos, come li chiamava, che sono più grandi e rotondi di quelli in vendita nei negozi di fiori. No, a mamma no, naturalmente: per lei portava a casa solo ciclamini, orchidee, rose selvatiche, rametti di corbezzolo e di mirto.
Così è andata che anch'io ho preso ad amarli, i crisantemi, anche se a casa mia non ne ho più avuti dal 1999, e solo li compro per portarglieli insieme alle rose per mia madre. Tra me e le mie sorelle, infatti, con novembre ritorna anche l'aneddoto, per cui "no, a mamma niente crisantemi". Però ricordo di quella volta che, battibeccando ancora sui fiori, per un momento babbo la spuntò sulla bontà della sua coltivazione tirando fuori la carta che dovette credere definitivamente vincente: "Mari', est inoche chi non cumprendimus sas cosas zustas! Badiadìlos sos giapponesos: in Giappone su cristantemu es su viore 'e sa vida!". Il bel viso di mia madre si illuminò di stupore e meraviglia, ma appunto, durò solo un momento, ché pronta rispose: "Ma nd'ana a iscìre meda sos giapponesos!". 
(Ciao mamma, ciao babbo.)
Tina Modotti, Rose, Messico 1924