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18 maggio 2016

Vero

Guai a scuminssiar col vero,
se ti scuminssi nol te mola più.
Fulvio Bianconi
(Heaven help you if you start up with glass,
if you do, it will never let go of you.)


8 maggio 2016

Funes

"Giungo, ora, al punto più difficile del mio racconto; il quale (è bene che il lettore lo sappia fin d’ora) non ha altro tema che questo dialogo di mezzo secolo fa. Non tenterò di riprodurre le parole, ormai irrecuperabili. Preferisco riassumere con veracità le molte cose che Ireneo mi venne dicendo. La forma indiretta è remota e debole; so che sacrifico l’efficacia del mio racconto; lascio al lettore d’immaginare i frastagliati periodi che m’incantarono quella notte.
Ireneo cominciò con l’enumerare, in latino e in spagnolo, i casi di memoria prodigiosa registrati dalla Naturalis Historia: Ciro, re dei persiani, che sapeva chiamare per nome tutti i soldati del suo esercito: Mitridate Eupatore, che amministrava la giustizia nelle ventidue lingue del suo impero; Simonie, inventore della mnemotecnica; Metrodoro, che professava l’arte di ripetere fedelmente ciò che avesse ascoltato una sola volta. Con evidente buona fede, si meravigliò che simili casi potessero sorprendere. Mi disse che prima di quella sera piovigginosa in cui il cavallo lo travolse, era stato ciò che sono tutti i cristiani: un cieco, un sordo, uno stordito, uno smemorato. (Cercai di ricordargli la sua esatta percezione del tempo, la sua memoria dei nomi propri, ma non m’ascoltò). Per diciannove anni aveva vissuto come chi sogna: guardava senza vedere, ascoltava senza udire, dimenticava tutto, o quasi tutto. Cadendo, perdette i sensi; quando li riacquistò, il presente era quasi intollerabile tanto era ricco e nitido, e così pure i ricordi più antichi e più banali. Poco dopo s’accorse della paralisi; la cosa appena l’interessò; ragionò (sentì) che l’immobilità era un prezzo minimo; ora la sua percezione e la sua memoria erano infallibili.
Noi, in un’occhiata, percepiamo: tre bicchieri su una tavola. Funes: tutti i tralci, i grappoli e gli acini d’una pergola. Sapeva le forme delle nubi australi dell’alba del 30 aprile 1882, e poteva confrontarle, nel ricordo, con la copertina marmorizzata di un libro che aveva visto una sola volta, o con le spume che sollevò un remo, nel Rio Negro, la vigilia della battaglia di Quebracho. Questi ricordi non erano semplici: ogni immagine visiva era legata a sensazioni muscolari, termiche ecc. Poteva ricostruire i sogni dei suoi sonni, tutte le immagini dei suoi dormiveglia. Due o tre volte aveva ricostruito una giornata intera; non aveva mai esitato, ma ogni ricostruzione aveva chiesto un’intera giornata. Mi disse: – Ho più ricordi io da solo, di quanti ne avranno avuti tutti gli uomini messi insieme, da che mondo è mondo –. Anche disse: – I miei sogni, sono come la vostra veglia –. E anche: – La mia memoria, signore, è come un deposito di rifiuti –. Un cerchio su una lavagna, un triangolo rettangolo, un rombo, sono forme che noi possiamo intuire pienamente; allo stesso modo Ireneo vedeva i crini rabbuffati d’un puledro, una mandria innumerevole in una sierra, i tanti volti d’un morto durante una lunga veglia funebre. Non so quante stelle vedeva in cielo. ..."

9 aprile 2016

Mussa Dagh

"Ci si sarebbe potuti creder trasportati non già nella derelitta provincia di Antakje, ma ad Aleppo o a Damasco, tanto erano inesauribili le due correnti opposte del bazar, che fluivano parallele su e giù. Turchi in abito europeo, con bastone da passeggio e colletto rigido, il fez in testa, commercianti e impiegati. Armeni, greci, siriaci, anch’essi riconoscibili dall’abbigliamento occidentale, ma con un copricapo differente. E in mezzo, continuamente, curdi e circassi nei loro costumi. [...] Contadini arabi dei dintorni. Anche alcuni beduini del sud, nel lungo mantello drappeggiato color del deserto, con intorno al capo il magnifico tarbùsch, dal quale pendevano sulle spalle i fiocchi di seta. Donne svelate, emancipate, con le gonne alla caviglia e le calze di seta. Di tanto in tanto nella corrente degli uomini avanzava tentoni un asino stracarico, il disperato proletario del mondo animale, con la testa bassa. Gabriele aveva l’impressione che fosse sempre lo stesso asino, che compariva ad intervalli con la sua testa ciondolante, e sempre lo stesso conducente cencioso, che lo teneva alla cavezza.
Ma tutti, tutto questo mondo, uomini, donne, turchi, arabi, armeni, curdi, e nella ressa i soldati abbronzati dal campo, ed asini e capre, tutti erano fusi in una indescrivibile unità dall’andatura uguale: un passo lungo, lento e ondeggiante, che tendeva senza posa ad una meta invisibile. [...]
Che cosa era dunque avvenuto, che cosa aveva trasformato completamente il mondo? [...]
A Yoghonolùk, nella grande casa, sotto il suo tetto, non sapeva nulla di tutto questo. E prima a Parigi? Là, malgrado tutto il benessere, egli aveva vissuto nella fredda condizione di uno straniero immigrato, che ha le sue radici altrove. Erano qui le sue radici? Solo allora, in quel miserabile bazar della sua terra, egli poté misurare appieno quanto fosse straniero nel mondo. Armeno! Antichissimo sangue, antichissimo popolo era in lui. Ma perché i suoi pensieri parlavano più spesso francese che armeno, come proprio in quel momento, ad esempio? Sangue e popolo! Siamo franchi! Non erano anche questi dei concetti vani? In ogni età gli uomini si cospargono l’amaro cibo della vita con la droga di idee diverse, che lo rendono ancora più disgustoso.”
Da I quaranta giorni del Mussa Dagh (1933) di Franz Werfel, traduzione di Cristina Baseggio per Corbaccio. 
Manoscritti e manufatti - Monastero Meckitarista - San Lazzaro degli Armeni - Venezia

20 novembre 2013

S'abba tenet memoria*

La riflessione di Luigi Ghirri sul tema del paesaggio culmina sul finire degli anni Ottanta con la realizzazione dei volumi Paesaggio italiano e II profilo delle nuvole, entrambi del 1989. Le immagini della prima ricerca erano esposte quasi tutte nell'allestimento ospitato all'Arsenale denominato "Viceversa" (Palazzo Enciclopedico, Biennale di Venezia 2013). Tra le tante ammirate nella mostra, l'immagine che pubblico qui non mi aveva convinta (se così si può dire, dato che è bellissima) proprio a partire dalla considerazione che Ghirri lavora sulla massima astrazione dai contesti specifici e che la sua osservazione della natura non è mai troppo caratterizzata localmente. Ecco invece che, paradossalmente (ma l'avverbio è già a posteriori...), trovavo questa meno "sintetica", già troppo collocabile geograficamente e dunque non assimilabile in un concetto astratto come "paesaggio italiano". 
Stasera mi è tornata in mente, non a caso, e l'ho cercata. Rivedendola ho subito realizzato di avere cambiato idea...
Un amico dice che Ghirri "ha preso una bastonata in testa da Lucio Fontana". A parte l'espressione un po' così, io non so, salvo una suggestione, ora, circondati dall'acqua come siamo... Ciò che "Ghirri" non riesce a sublimare nel "suo" magnifico paesaggio sono le voragini spalancate all'improvviso su ponti come quello che da Hanging Rock porta a Calagì... Forse ha pure provato a farlo, ma poi ha cambiato idea "lui", quella volta, l'astrazione era troppo complicata.


*Antico detto sardo. L'acqua ha memoria, ossia non dimentica i suoi corsi naturali sulla superficie terrestre.

3 ottobre 2013

Chioggia

Se ne stanno lì, fermi come tanti soldatini, a presidio, più che di branzini e capesante, di quell'odore fortissimo che entra nelle nari e aleggia ovunque, sin dentro le chiese e nei caffé. Mai visti così tanti in vita mia...

1 ottobre 2013

Un geniale bricoleur

Durante cinque decenni di ricovero in un ospedale psichiatrico di Rio de Janeiro, Arthur Bispo do Rosário (n. 1910 ca a Japaratuba, Brasile; m. 1989 a Rio de Janeiro [n.d.B.]) ha prodotto ottocento arazzi, sculture e sontuose vesti cerimoniali per il Giudizio universale. Ex guardiamarina che viveva a Rio facendo lavoretti saltuari, Bispo nel 1938 ebbe una visione: Cristo e una schiera di angeli azzurri gli dissero che era stato scelto per presentare a Dio, alla fine dei tempi, il contenuto del mondo che riteneva degno di redenzione. Subito dopo aver raccontato questa apparizione, Bispo fu internato in manicomio, dove trascorse il resto della vita, continuando a inventariare meticolosamente ciò che credeva sarebbe stato chiamato a rappresentare Dio. Benvoluto dal personale ospedaliero, che gli risparmiò i trattamenti più brutali, fu lasciato libero di aggirarsi liberamente per la struttura e ottenne il permesso di raccogliere meteriale per il suo lavoro che, depositato nella soffitta in cui lavorava, con il passare degli anni inziò a invadere il resto dell'ospedale.
Molte delle opere sono ricamate, secondo un'arte usata nella sua città natale per creare stendardi religiosi. Con lenzuola, capi di abbigliamento scartati e scampoli di tessuto, e utilizzando spesso un filo azzurro ricavato dalle divise dell'ospedale, l'artista ha creato elaborati arazzi in cui sono catalogati nomi, navi e segnalazioni marittime, profezie, poesie, pittogrammi e testi che parlano dell'amore impossibile. Altre opere comprendono ordinati schieramenti di oggetti trovati o fatti a mano - attrezzi, suole di scarpe, cucchiai - che ricordano le sculture di artisti dell'avanguardia come Arman e Claes Oldenburg. Bispo creò anche intere flotte di navi in miniatura, eco del suo passato di marinaio e auspici del suo futuro ruolo: come Noè, Bispo raccoglieva il mondo nella sua arca da bricoleur.
Ho scoperto questo fantastico artista all'Arsenale di Venezia, Il palazzo Enciclopedico, 55. Esposizione Internazionale d'Arte. Riporto la nota contenuta a p. 51 nella guida alla Biennale 2013 edita da Marsilio. Le foto di seguito sono mie.


27 marzo 2012

Occhi

"Se basta una passeggiata di qualche ora a ridurti così, pensa che cosa dovrebbero dire i veneziani. I turisti sono fortunati: appena si trovano di fronte un'architettura splendida, neutralizzano la radioattività estetica inscatolandola in una macchina fotografica o in una videocamera. E gli abitanti? Troppo splendore nuoce gravemente alla salute. Continuamente esposti alle meraviglie dalla mattina alla sera, i poveri occhi veneziani assorbono la radioattività. Il radium pulchritudinis li fiacca, smorza ogni slancio vitale, li deprime. Non per niente i veneziani si sono sempre chiamati Serenissimi…".
Tiziano Scarpa, Venezia è un pesce. Una guida, Feltrinelli, Milano 2010, p.74. 


Le Signorine, una delle più importanti opere di Felice Casorati, è stato dipinto nel 1912 e presentato alla X Biennale di Venezia. Dopo l'esposizione è stato acquisito dal Comune di Venezia per la collezione della Galleria Internazionale d'Arte Moderna Ca' Pesaro.

26 marzo 2012

Un saluto da Venezia

Ci mancheranno moltissimo le tue parole sul nostro presente, Antonio Tabucchi. Grazie per la preziosa opera che lasci qui. 
Che ti siano lievi la terra, il mare, il fiume…