"Giungo, ora, al punto più difficile del mio racconto; il quale (è bene
che il lettore lo sappia fin d’ora) non ha altro tema che questo dialogo
di mezzo secolo fa. Non tenterò di riprodurre le parole, ormai
irrecuperabili. Preferisco riassumere con veracità le molte cose che
Ireneo mi venne dicendo. La forma indiretta è remota e debole; so che
sacrifico l’efficacia del mio racconto; lascio al lettore d’immaginare i
frastagliati periodi che m’incantarono quella notte.
Ireneo
cominciò con l’enumerare, in latino e in spagnolo, i casi di memoria
prodigiosa registrati dalla Naturalis Historia: Ciro, re dei persiani,
che sapeva chiamare per nome tutti i soldati del suo esercito: Mitridate
Eupatore, che amministrava la giustizia nelle ventidue lingue del suo
impero; Simonie, inventore della mnemotecnica; Metrodoro, che professava
l’arte di ripetere fedelmente ciò che avesse ascoltato una sola volta.
Con evidente buona fede, si meravigliò che simili casi potessero
sorprendere. Mi disse che prima di quella sera piovigginosa in cui il
cavallo lo travolse, era stato ciò che sono tutti i cristiani: un cieco,
un sordo, uno stordito, uno smemorato. (Cercai di ricordargli la sua
esatta percezione del tempo, la sua memoria dei nomi propri, ma non
m’ascoltò). Per diciannove anni aveva vissuto come chi sogna: guardava
senza vedere, ascoltava senza udire, dimenticava tutto, o quasi tutto.
Cadendo, perdette i sensi; quando li riacquistò, il presente era quasi
intollerabile tanto era ricco e nitido, e così pure i ricordi più
antichi e più banali. Poco dopo s’accorse della paralisi; la cosa appena
l’interessò; ragionò (sentì) che l’immobilità era un prezzo minimo; ora
la sua percezione e la sua memoria erano infallibili.
Noi, in
un’occhiata, percepiamo: tre bicchieri su una tavola. Funes: tutti i
tralci, i grappoli e gli acini d’una pergola. Sapeva le forme delle nubi
australi dell’alba del 30 aprile 1882, e poteva confrontarle, nel
ricordo, con la copertina marmorizzata di un libro che aveva visto una
sola volta, o con le spume che sollevò un remo, nel Rio Negro, la
vigilia della battaglia di Quebracho. Questi ricordi non erano semplici:
ogni immagine visiva era legata a sensazioni muscolari, termiche ecc.
Poteva ricostruire i sogni dei suoi sonni, tutte le immagini dei suoi
dormiveglia. Due o tre volte aveva ricostruito una giornata intera; non
aveva mai esitato, ma ogni ricostruzione aveva chiesto un’intera
giornata. Mi disse: – Ho più ricordi io da solo, di quanti ne avranno
avuti tutti gli uomini messi insieme, da che mondo è mondo –. Anche
disse: – I miei sogni, sono come la vostra veglia –. E anche: – La mia
memoria, signore, è come un deposito di rifiuti –. Un cerchio su una
lavagna, un triangolo rettangolo, un rombo, sono forme che noi possiamo
intuire pienamente; allo stesso modo Ireneo vedeva i crini rabbuffati
d’un puledro, una mandria innumerevole in una sierra, i tanti volti d’un
morto durante una lunga veglia funebre. Non so quante stelle vedeva in
cielo. ..."
