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| Orani, "Su bundu", maschera policroma di sughero. |
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23 febbraio 2013
8 marzo 2012
Laura
"Un augurio alle sorelle della mia vita, teniamoci strette nella gioia e nella tristezza. Proteggiamo il nostro valore e non diamo per scontato nessun diritto, non ci regaleranno nulla. Vi voglio bene."
20 febbraio 2012
Orani, My Father's Village
Orani also inoculated me against snobbery. My father was almost entirely self-taught, having barely attended school, and most of my relatives have never pursued higher education. Yet the depth of his and their intelligence is evident to me. The family trade was masonry, what we here might call construction work. In America, when my father made sculptures for buildings in public spaces, I sometimes assisted him, and the ease with which the two of us moved among the electricians, carpenters, plumbers, and masons on the job made me proud.
Orani taught me to relate to people with directness and lack of pretence. In America, people often commented on my father’s charm and immediacy of presence. Only recently have I realized that not only most everyone in his extended family, but most everyone in the village of Orani shares this quality of genuineness.
18 luglio 2011
Luglio
Alle sei del pomeriggio di un giorno di metà luglio, la luce penetra dentro l’anima illuminando ogni piccolo residuo angolo buio dell’inverno. Perfino le pecore brillano al sole.
Ci fermiamo a guardarle durante il tragitto che da O. ci porta nel casolare di G. e A., a poche centinaia di metri dalla chiesa campestre di S’Ispiridu Santu.
E arriviamo per ultimi, io, R. e P., mentre gli altri sono già tutti lì: L., Lor., V., C., G., M., A., F… In un abbraccio una bella fetta d’infanzia, con amici e compagni di vita arrivati dopo e fusi nel nostro solito antico modo di stare insieme. Manca chi se ne è andato per non tornare. E tuttavia, oggi, non c’è alcuna malinconia, solo l'allegria del ritrovarsi ancora lì, insieme, nonostante i naufragi, la sopravvissuta briciola di follia, la capacità del piacere.
E arriviamo per ultimi, io, R. e P., mentre gli altri sono già tutti lì: L., Lor., V., C., G., M., A., F… In un abbraccio una bella fetta d’infanzia, con amici e compagni di vita arrivati dopo e fusi nel nostro solito antico modo di stare insieme. Manca chi se ne è andato per non tornare. E tuttavia, oggi, non c’è alcuna malinconia, solo l'allegria del ritrovarsi ancora lì, insieme, nonostante i naufragi, la sopravvissuta briciola di follia, la capacità del piacere.
G. è seminudo davanti al porcetto che arrostisce all’aperto, con tutti i crismi. Tolgo la carta stagnola dai miei sformati fatti con le verdure buone dell’estate, metto in frigo il tiramisù. A. ha fatto il gelato e i bigné, e tutti continuiamo a cucinare, bevendo un vino che è troppo buono per poterne uscire indenni, penso mentre guardo il grande tavolo nel patio dove sono state appoggiate quattro bottiglie già vuote. Ce n’est qu’un debut…
La campagna è magnifica, gli alberi sono al loro posto, solo più belli, più alti, mi sembra. E noi, in questo tempo che passa e non vuole passare. Nella bellezza del ritrovarsi chiudendo col mondo, di rado portando sul tavolo i guai, se non con discrezione, in pochi e brevi momenti ritagliati all’allegria collettiva. A dirsi della vita che è sempre stata bella e dura e che ora le difficoltà di ogni ordine e grado fanno diventare, talvolta, durissima. Ancora, ritrovarsi con questa felicità irriducibile, come se a poco ci riguardasse quel che puntualmente affrontiamo nella quotidianità. La fatica, anche. Che non ci tocca mai veramente ma solo ci sfiora, sembra, ora che siamo già un po' ubriachi. Perché sono vere, reali, la serietà e responsabilità. Nel mondo. Forse mai totalmente. Presenti a noi stessi, adesso.
La campagna è magnifica, gli alberi sono al loro posto, solo più belli, più alti, mi sembra. E noi, in questo tempo che passa e non vuole passare. Nella bellezza del ritrovarsi chiudendo col mondo, di rado portando sul tavolo i guai, se non con discrezione, in pochi e brevi momenti ritagliati all’allegria collettiva. A dirsi della vita che è sempre stata bella e dura e che ora le difficoltà di ogni ordine e grado fanno diventare, talvolta, durissima. Ancora, ritrovarsi con questa felicità irriducibile, come se a poco ci riguardasse quel che puntualmente affrontiamo nella quotidianità. La fatica, anche. Che non ci tocca mai veramente ma solo ci sfiora, sembra, ora che siamo già un po' ubriachi. Perché sono vere, reali, la serietà e responsabilità. Nel mondo. Forse mai totalmente. Presenti a noi stessi, adesso.
Intanto la luce della luna ha già lasciato lo spazio all'alba già infuocata, dentro il fiume di parole, le risate e i canti, nella magnifica campagna dello Spirito Santo, verso notte e poi mattina, con la vita che scorre di lato, bella.
La foto – in b/n colorizzato a mano – fa parte della ricerca "Sacrario ai caduti di tutte le feste" del mio amico Massimo Golfieri.
Questo post è dedicato anche a lui.
3 aprile 2011
3 ottobre 2010
Much ado about nothing
Con le noise a palla ieri notte alle tre, tornando da O. Vado indietro di un pugno d'ore, racconto. Catapultati a Dorgali nel primissimo pomeriggio a salutare Marco e Angela di rirorno dal Vietnam. Storie, risate, stupore, un caffè e un mirto e via, senza neppure vedere il mare, che rimpiangerò per tutta la settimana, lo so, lo so. Arriviamo a O. al tramonto. Ciao mamma. Mi regala quattro campanelle che hanno 100 anni, eredità di babbo. Poi via, per le strade e Cortes apertas. Incontriamo subito Rita & C. Una birretta veloce e poi giù per le cortes. Un bicchiere di vino all'esposizione dei vetri di A.N. nell'ex mulino dei Merlini. E ancora a volare per vicoli. Tengo il conto: un mirto, una zeroventi, una ridotta di cannoau. L'appuntamento con gli altri è alla cena organizzata dalla Polisportiva. Ci portano antipasti vari, ricotta secca, pane vrattau, pecora in umido, purpuzza, vino, a fiumi. Mangio poco, bevo, chiacchero. P. arriva con i due figli: la primogenita si chiama Mara, 17 anni, fantastica. Parliamo (lei, soprattutto, io ascolto) di cinema. Ipercritica, curiosa, mi fa stare bene, brucia ogni stereotipo sui "ragazzi d'oggi" (se ne dicono di cazzate, se ne dicono...). Si avvicina a salutarci un gruppetto legato alla fondazione Nivola. Ci raccontano entusiasti del vecchio Bavagnoli che il pomeriggio al museo ha inchiodato la gente raccontando della sua prima visita a Orani, per il reportage sulla mostra à plein air del 1958, tematizzando sul paese di allora, sulla N.Y. di allora: su allora, insomma... "Perché non c'eri?", mi domandano. Non so cosa rispondere. Non c'è niente da perdere, è tutto da perdere. S'avvicina gente della Pro Loco, ci invitano a tornare per il convegno sul biscotto pintau, la domenica mattina. Un convegno sul bisc…?! Ci ribaltiamo dalle panche per le risate. Il sindaco, (un sosia di George Clooney, pazzesco!) ride anche lui, non convintissimo. Lo lasciamo alle sue giuste perplessità e andiamo a sentire i locali AC/DC, gli Stramonium, che hanno appena iniziato a suonare nel grande cortile del del mattatoio, recuperato e diventato uno spazio espositivo di arti convergenti. Ma io ho Le noise che ancora mi ronza nelle orecchie. Via. Andiamo a casa di Rita. Le ciottole dei gatti sono sempre sotto il melograno e gli ultimi nati, Lisadagliocchiblu e Miele, circolano tra il tavolo e il camino e "la fucilazione dell'anarchico Schirru" è appeso sopra la madia, "mannai Mele è sempre nella teca del camino panciuto. Alle due meravigliose brocche di terraccotta ho deciso di dare un nome: Cocomero e Comesono. Alle due e mezza trovo la poesia di Zichittu in mezzo a un vecchio libro della mia amica. Ma che bella! La copio in un foglietto, e decido di metterla nel blog, ora. Siamo stanchi, contenti. Andiamo. Prego che Rita si rimetta in sesto, le voglio un bene enorme.
Ah, poi l'intervista a Carlo Bavagnoli l'ho trovata alla radio .
Ah, poi l'intervista a Carlo Bavagnoli l'ho trovata alla radio .
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