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9 novembre 2010

Delle tante voci

Fin dai tempi antichi,
nulla permane.
Dormienti e morti
quanto sono simili.
Gilgamesch

Eric A. Hegg, Studio portrait of donkey, Dawson, Yukon Territory, 1899.
Quando vidi l’asino, non lo riconobbi subito, tanto era magro e deperito, era come se non mangiasse e non dormisse da tanto tempo. Se ne stava, in un angolo dell’orto, a strofinare il muso contro il muro di cinta con aria triste. Mi accostai a lui cercando di non fare rumore, non volevo che mi vedesse, ma come capitava sempre, lui avvertì qualcosa, sollevò la testa e fiutò l’aria, poi mosse le frogie, e si voltò: si era accorto della mia presenza. Cambiò all’istante, come se il sangue gli avesse ripreso a fluire nelle vene. Colpì il terreno con gli zoccoli e cominciò a ragliare, mettendo in mostra i denti bianchi scintillanti: era come se ridesse dalla gioia!
Fino ad allora avevo sentito dire che soltanto i cavalli si intristiscono e smettono di mangiare e bere se vengono separati dai loro padroni, e che possono anche morire per il dispiacere. Degli asini invece dicevano che erano una mala razza che non si affeziona al padrone e che pensa a soddisfare solo il suo benessere momentaneo.
Ma Sultàn non era così. Lui assomigliava più ai cavalli.
Appena mi vide, sentii una specie di gemito, qualcosa di simile a un pianto, squarciargli il petto, si mise a girare in tondo, pazzo dalla felicità, infine si gettò e si rotolò nella polvere, come una persona che si inginocchia e bacia la terra!
Lungo la strada del ritorno riparlammo dei tanti paesi che avevamo visitato, quando andavamo in giro a vendere, e ricordammo tante persone, ma non gli diedi l’occasione di parlare di donne, giacché non sta bene che un uomo sposato ricordi le donne conosciute prima del matrimonio.
Una volta giunti in prossimità di Tayyiba, dopo tre giorni di viaggio estenuante, sentii un odore particolare, che era tipico della mia infanzia: l’odore della pioggia. Mi sentii rianimare, e provai una specie di vertigine al ricordo di tutto ciò che era successo su quella terra!…
‘Abd al-Rahman Munif, Gli alberi e l’assassinio di Marzùq, traduzione dall’arabo di Maria Avino e Isabella Camera d’Afflitto, Ilisso, Nuoro 2004, pp. 71-72.

12 febbraio 2010

Gli alberi


da: Fotografías del Corazón Ultrarrealista. Muestra fotográfica virtual en SIELA film.
Avevo aiutato mio padre a piantare gli alberi. Li avevo visti crescere, giorno dopo giorno; mio padre era ancora vivo quando avevano cominciato a dare frutti: erano diventati gli alberi più belli del paese. Fu allora che nacque tra noi un legame inspiegabile.
Quando i nostri vicini tagliarono i loro alberi, io provai una pena indicibile. All’inizio, mi limitai a insultarli dentro di me, ma poi li affrontai, rivolgendo loro parole dure e guardandoli dritti in quegli occhi avidi e beffardi. Dissi loro che tagliando gli alberi buttavano via la fonte del loro benessere, che tagliando gli alberi era come se aggredissero la vita e certamente Dio si sarebbe vendicato di loro. Questo li rese furiosi, si misero a cospirare contro di me: loro erano orgogliosi di tutto quel denaro che maneggiavano.
Un giorno, un mese prima della semina del cotone, quando già gli alberi del mio frutteto erano fioriti e avevano cominciato a mettere le foglie, vennero da me degli uomini a dirmi: “Il cotone ci ha resi ricchi, Elyas, tu sei l’unico nel villaggio che possiede della terra che non frutta denaro. Sei ancora un poveraccio”. E dissero anche: “Gli alberi del tuo frutteto sono diventati per noi una provocazione”. Tacquero un istante, poi esclamarono: “Questa notte ce li giocheremo a carte. Noi punteremo i soldi e tu gli alberi”. Non volevo giocare. Gli alberi del mio frutteto erano in fiore a quel tempo, offrivano uno spettacolo straordinariamente tenero, sembrava volessero preannunciare una stagione di benessere: non esisteva per me niente di più bello al mondo, erano più affascinanti delle fanciulle e più dolci delle sorgenti!
Ebbi l’impressione che gli uomini si fossero coalizzati contro di me, così dissi loro che avrei scommesso su qualsiasi altra cosa, ma non sugli alberi. Li pregai di lasciar perdere gli alberi, dal momento che per loro non significavano più niente, ma che per quanto riguardava me, essi erano il mio solo legame con questa vita. Ma loro continuavano a insistere, e quella notte non giocammo.
Ah, se il mondo fosse finito quella notte, se avessimo litigato, se fossimo venuti alle mani, non sarebbe successo niente di quel che poi accadde! Gli alberi avrebbero continuato a vivere, e forse sarebbero ancora lì. Ma la notte successiva, mi scoppiò dentro un desiderio mortale, a un tratto mi sentii spinto da una forza misteriosa a fare qualcosa. Non avevo ancora deciso, ma qualcosa dentro di me aveva cominciato ad agitarsi, era una sensazione forte che mi scuoteva, mi sembrava che la vita non meritasse tanto ostinato attaccamento da parte degli uomini!
Quella notte, dopo che avevamo bevuto e cantato per festeggiare la circoncisione del figlio del mukhtàr del quartiere orientale, mi accorsi che gli uomini mi guardavano come se volessero mettermi alla prova. Sentivo le loro voci provocatorie che mi invogliavano a giocare. Fu così che accettai di puntare sugli alberi, ma solo sui mandorli, poi ci ripensai e di nuovo rifiutai. Dissi che avrei scommesso solo gli alberi che si trovavano nella zona occidentale dell’orto.
Si trattava di un rettangolo di terra di natura calcarea, dove gli alberi crescevano striminziti e non davano frutti abbondanti come quelli che stavano nel lato orientale. Provavo una sorda avversione per quella parte del frutteto dove avevo faticato più che altrove, eppure, nonostante ciò, gli alberi continuavano a soffrire di qualcosa che io non capivo.
All’inizio della nottata vinsi molto denaro. Mi immaginavo che con quei soldi avrei potuto comprare un altro frutteto, due o tre volte più grande del mio. Mi immaginai gli alberi crescere e stagliarsi sull’orizzonte, nascondendo alla vista tutti i campi di cotone, e pensai che il villaggio sarebbe tornato di nuovo verdeggiante, dopo quegli anni – erano ormai tre – di aridità e siccità.
Continuai a giocare. Man mano che la notte passava, io diventavo sempre più nervoso e irascibile, perché vedevo gli alberi cadere uno dopo l’altro e abbattersi al suolo. Dapprima, avevamo puntato su un albero alla volta, poi erano diventati due, e alla fine me ne giocai dieci alla volta!
Sì, persi quella notte. Del lato ovest del frutteto mi restavano ormai soltanto sette alberi e il grande noce – avevo dimenticato di dirti che un grande albero di noci dominava l’ingresso del frutteto, simile a un temibile guardiano di cui tutti avevano paura: era davvero enorme e nemmeno mio padre si ricordava quando fosse stato piantato. La stessa notte che mi giocai gli alberi me lo sognai, mi apparve sofferente e lo vidi anche piangere. Sognai anche mio padre, aveva il viso tutto pieno di cicatrici…
‘Abd al-Rahman Munif, Gli alberi e l’assassinio di Marzùq, traduzione dall’arabo di Maria Avino e Isabella Camera D'Afflitto, Ilisso 2004, p. 38-40.