Visualizzazione post con etichetta angeli. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta angeli. Mostra tutti i post

9 maggio 2021

S'artareddu

Negli anni sessanta e sino ai primi settanta del secolo scorso, quando ero bambina io, la festa della mamma non esisteva, almeno non a casa nostra. Maggio era invece "il mese di Maria", ci dicevano le grandi, cioè la maestra, la catechista, le madrine, le zie materne. Sicché, con la mia amichetta d'infanzia e di vicinato Lina, che purtroppo non c'è più, a maggio andavamo a raccogliere fiori di campo per fare l'altare alla madonnina di maggio, in Piazza 'e Cumbentu. 
Era un gioco bellissimo. Rivestivamo di carta colorata un fustino vuoto di detersivo per lavatrice, conservato con cura all'uopo; chiedevamo alle nostre rispettive mamme, Maria Itria e Caterina, dei centrini fatti all'uncinetto per addobbarlo, collocandovi poi sopra dei barattoli di vetro pieni di fiorellini di campo raccolti nel sentiero ai piedi della collina di Santu Paulu. Chiamavamo il coloratissimo allestimento s'artareddhu (l'altarino).
Io lo faccio ancora, usando una seggiolina vecchissima che non ho il coraggio di buttare. Lo faccio per poesia.
 

20 aprile 2021

Sa Uddhita

Quando una carissima persona anziana di casa ci lascia, insieme al dolore per la perdita si rinnova lo struggente addio al piccolo mondo antico, pieno di luce, l'addio all'infanzia reale e all'età dell'oro. Vorresti fermare il tempo, o almeno farlo rallentare per portare dentro l'arca ogni cosa buona ci sia da salvare: oggetti, parole e persino le buone ombre del cortile. 
 
Domo 'e Mannai, sa corte  (particolare)

19 aprile 2021

Piccoli fuochi

Nelle difficoltà del vivere, per non farci travolgere dal buio della tristezza, accendiamo piccoli fuochi nella notte. Ce lo insegna da molto tempo, dalla sua fragilità, il sorriso della nostra adorabile zia Nannina, che il 16 aprile, alle otto di sera, nella sua casa natale, tra le braccia delle amate sorelle zia M. e zia P., ci ha improvvisamente lasciato. 

Grazie dell'amore che ci hai regalato, carissima Zia, riposa in pace.

3 luglio 2019

Le cose buone dell'estate

Nostalgia della cesta di verdure che tutte le sere mio padre portava dall'orto. E nostalgia di mamma che brontolava "ma che ne facciamo di tutti questi cetrioli, zucchine e melanzane?!", intanto che li disponeva nelle ceste più piccole da distribuire ai vicini tramite il piccolo esercito delle figlie. Era un orto bellissimo. 🍅🌻🌿
 

1 luglio 2019

Altair

Ieri notte, l'incontro fortuito di due appassionati astronomi, che hanno improvvisato un piccolo osservatorio in viale Ciusa, ha reso magica la fine di una giornata particolarmente lunga. Meravigliosi Giove e Saturno, ma chi mi ha fatto innamorare non è un pianeta, bensì una stella che non sentivo nominare da quand'era vivo mio padre, anche lui, per passione, osservatore della volta celeste nelle notti d'estate e nostra guida. Dico della brillante Altair, stella principale della costellazione dell'Aquila. (Ciao, ba') 🌟

28 marzo 2018

Da Santi per A.

Rabbrividiscono le stelle in coro dorato
e sembrano fate ubriache
le montagne;
da quando manchi come buon grano
alla terra arcaica del mio sguardo,
o tenero fratello di sapienti
orizzonti sconfinati.

Il mondo è più povero
d’amore, d'umanità e d'arte.

Un virtuoso idillio
di fiumi e d'aranci
ci lega per sempre
ad un'alba vera e lucente
di campane anarchiche.

Come torcia accesa
sul ventre del mare più stravagante
risorge inconsumata tra isole e città
la tua inedita anima colma
di remota grazia.
Hai brillato qui come arcano faro originale
sul vuoto amorale d’una civiltà sempre più meccanica.

Ti conservo nelle mani come armonica alata
soffiata da un vento rivoluzionario.


Santi Geraci


19 marzo 2018

Paesaggio

Il sole è tramontato, ma la pianura non si spegne. Ricopre la campagna un pulviscolo dorato, poi l’oro impallidisce, la notte si avvicina pian piano, accendendo le stelle. Più tardi sorgerà la luna, e i gufi si lanceranno i loro richiami. Il viaggiatore, davanti a quello che sta vedendo, ha voglia di piangere. Forse prova pena per se stesso, dispiacere di non essere capace di esprimere a parole che cosa sia questo paesaggio. E dice solo questo: è la notte in cui il mondo può cominciare.
José Saramago, da Viaggio in Portogallo


16 marzo 2018

Play it again

Aveva scritto i versi di Álvaro Mutis ("da Il Gabbiere", mi raccomando, era uno preciso) in una mia vecchia moleskine, che è bello ritrovare, dopo anni, perché è subito sera d'estate, un chiaccherare fitto di bella tristezza ridanciana, che sembra sempre sperare in qualcosa, ma piccola. Anche soltanto in una canzone. Le canzoni vanno benissimo, amiamo le canzoni e le cantiamo (tu suona...). Canteremo ancora?

12 marzo 2018

Oceano

Ed arrivò un bambino con le mani in tasca
Ed un oceano verde dietro le spalle
Disse Vorrei sapere, quanto è grande il verde
Come è bello il mare, quanto dura una stanza
È troppo tempo che guardo il sole, mi ha fatto male

11 marzo 2018

Una goccia di splendore


Io avevo un fratello immenso, che da qualche giorno non c'è più. Percorro le strade della sua quotidianità, qui a Roma, e sono tracce luminose, che attraversano il quartiere più popoloso della città, e mi portano ai luoghi degli "ultimi", quegli "ultimi" che erano la sua scelta di lavoro e di vita. La vita bellissima di mio fratello, segnata dallo splendore e dalla verità in ogni sua scelta. Io avevo un fratello immenso, e vorrei sentirmi degna del suo amore, che in questi giorni ritrovo sparso a piene mani, e che in tanti, a partire dai suoi splendidi figli Martina e Daniele, mi restituiscono intero. Lavoro, soccorso, ascolto, assistenza, conforto, solidarietà, gioia e felicità anche. Racconti di serate fatte di canzoni, di chitarre, di presenza, di un vivere autentico. E oggi che non c'è più non mi sento sicura di meritarmi il suo amore, la sua pazzesca e semplice generosità, che tutti ricordano tra le lacrime e i sorrisi, risa e tenerezza, profondo rimpianto. Testimonianze bellissime. Grazie anche di tutto questo, fratello caro, grazie per questi visi, per le lacrime e gli abbracci alla "sorella di A.", per queste strade, per questo quartiere. Grazie per essere stato con noi il tempo troppo breve di una vita, grazie di tutta la tua grande bellezza, avrei tanto voluto invecchiare insieme a te, A', che mi sei stato amico e fratello unico. Ti piango.

30 novembre 2017

26 settembre 2017

A Laura

... che ama Lorenzo, il loro figlio Simone, l'arte, la scuola, la letteratura, il teatro, il canto, la Sardegna, le feste, la casa, i colori, gli amici. All'elegantissima, dolce Laura, che aveva un'enorme voglia di vivere e un cuore grande, che sino all'ultimo ha lottato per mantenere vivo, per per restare tra noi. A Laura che non dimenticherò mai.

9 giugno 2017

Ricordando Egi

La mia ombra fugge da se stessa,
lungo la scala di pietra, al cancello, per incontrarvi.
Qui, rifuggendo dal deserto,
avete trovato acque pulite.
Avete trovato facce belle,
lavate con la rugiada della sera.
Tra i campi ubertosi, avete raccolto
la lavanda...

Egi Volterrani, "La tavola rotonda", in Frattaglie. Ricette dell'amor perduto, Blu, 2009.

Soltanto oggi ho saputo che qualche settimana fa è morto un uomo a cui volevo tanto bene: Egi Volterrani, architetto, traduttore, scenografo, profondo conoscitore del mondo arabo, oltre che delle culture africane, raffinato traduttore. Una persona davvero cara, disponibile, generosissima. Ed è incredibile questa cosa: da qualche giorno era spesso nei miei pensieri, e oggi a tavola, tra un pesce e una pesca, raccontavo proprio di lui, di quella volta che a Scicli, in una tavolata serale bellissima, tra amici scrittori arrivati al convegno siciliano da ogni sponda del Mediterraneo, mi disse “Non toccare le orate, seguimi...”, e io mangiavo solo le cose che lui metteva nel mio piatto. Una cena indimenticabile, anche per i sapori. E ricordo le cene nella sua casa torinese tappezzata di libri, con cui concludevamo le giornate passate al Salone (l'ultima, a base di pollo all'afgana e una salsa strana, molto aromatizzata ma buona, preparata dal suo giovane ospite originario della Mancia) o di come sapeva infondermi coraggio al telefono nel periodo in cui i progetti comuni presentavano delle difficoltà: “Stai su, Madau”, mi salutava con dolcezza. L'unica persona al mondo che mi abbia sempre chiamata per cognome, ma in un modo che mi faceva arrivare ancora di più il suo affetto. Tanti i ricordi nelle ultime fiere del libro insieme, a presentare opere e autori e autrici in cui credevamo entrambi. E l'ultima lettera agli amici, che vorrei abbracciare tutti, conosciuti e sconosciuti: la mappa dettagliata della sua casa, con anche il punto in cui teneva le sue medicine, e la posologia, nel caso fossimo entrati che lui dormiva già un sonno incosciente. Una lettera colma d'amore per la vita in tutte le sue sfumature, un omaggio all'amicizia in cui sapeva materialmente credere e che viveva, semplicemente viveva.
(Vorrei tanto poterti dire arrivederci, caro Egi...)

Giacomo Frullani, "Il vecchio marinaio"

12 gennaio 2017

Per restare

Mi aveva chiesto di scrivere una nota introduttiva per la riedizione della sua raccolta di racconti. Gli dissi di no, perché trovavo ancora importante e vera l'analisi che già Grazia Cherchi fece di Sardonica nel 1985, quanto presentò il libro all'Istituto Orientale di Napoli. "Come introduzione mettiamo il suo commento, Giulio, io non potrei fare di meglio, e poi è anche un modo per ricordare lei, che era una grande". "D'accordo", rispose, "sai anche come dire di no". Era il mio più grande sì, invece, lui lo capì, perché quelle parole volevo farle conoscere, volevo che restassero: uno dei motivi d’interesse più grandi verso l'opera narrativa di Angioni, secondo Cherchi, è il fatto di non occuparsi di «personalissimi, particolarissimi tormenti [...] o, per dirla con Vittorini, di "astratti furori", ma di "sondare il tempo"». E non è proprio questo che dovrebbe essere o tornare a essere il compito principe della narrativa?
Ritrovavo nelle parole dell'indimenticabile scrittrice e curatrice editoriale la mia esperienza di lettura: le opere di Angioni erano illuminate dalla riflessione morale e civile, mai prescrittive, ideologiche o "moralistiche"; vi riconoscevo la memoria che Angioni dava ai personaggi, sempre intrecciata al racconto collettivo di un'umanità dolente, eppure non perduta, perché segnata – ancora, nonostante tutto – da un desiderio di mitezza, di vicinanza, da un'inguaribile speranza.

UN GESTO D'AFFETTO

Una mattina arrivò per posta il suo ultimo romanzo, tramite la Feltrinelli. Era Sulla faccia della terra. Giulio mi aveva fatto altre volte dono dei suoi libri, ma quello, in particolare, mi commosse: lo accolsi come un gesto d'affetto. Sostavo in una situazione piuttosto difficile, lui lo sapeva e non mancava di mostrarmi solidarietà. Capiva tutto. Eravamo amici. Lo diventammo allora, il periodo che fui anche sua editor per dei testi di antropologia e cultura materiale belli e complessi, per il libro su Fiorenzo Serra e, infine, per il suo lungo testo dedicato ai reportages sardi della fotografa tedesca Marianne Sin Pfältzer, che lui per un curioso lapsus chiamava imperterrito "Susanne", chissà perché. E lavorammo bene, insieme, con intesa su tutto. Non mancava nemmeno di onorarmi della sua contentezza per i cesellamenti, perché poi era una di quelle rare persone che ti faceva sentire veramente la gratitudine, anche per le più piccole cose, o sembravano piccole a me. C'erano delle affinità. 
Dopo il disastro in casa editrice mi è sempre stato vicino (uno dei pochi), incoraggiandomi, confortandomi, dicendomi che credeva in me. Anni prima aveva apprezzato un mio piccolo romanzo, Nascar: me lo rivelò durante un divertente convegno sassarese (divertente per me, che non capivo che ci facevo invitata come autrice insieme a tutti quei nomi) sull'onomastica nella letteratura sarda. Così era contento le mattine che rispondendo ai suoi "come stai?" con "bene, grazie, sto scrivendo". "Scrivi, scrivi, vedi che sei più brava di ...", e menzionava un'autrice di successo, che a lui non piaceva. "Ma forse anche un pochino meglio di...", celiavo io, menzionando un autore di successo, che non piaceva a me. Ridevamo leggeri, senza mai, nemmeno per una volta, veramente sparlare; semmai complici di qualcosa non contemplata astrattamente, un'idea di letteratura condivisa nei nostri scambi e confronti su tanti aspetti della realtà, della quotidianità, degli affetti, delle questioni alimentari. Capitava non fosse vero che stessi scrivendo e che, anzi, non fossi abbastanza in asse per riuscire a ordinare i pensieri. Ma non volevo si preoccupasse. Mi incoraggiava costantemente, in quel periodo, e fu felice quando l'estate scorsa uscì Simone per la Cuec.

COSÌ, DOPO CHE CI HA APPENA LASCIATO, MA PER RESTARE

Io non so se sono stata altrettanto capace con lui, ultimamente: avrei voluto fare di più... Non si è mai lamentato, tutt'al più un "sono un po' incasinato", com'era nel suo stile, sempre lieve. Non c'erano grandi scambi, infine, gli scrivevo poco, adesso, consapevole che l'attenzione intorno a lui era enorme, e non volevo rubargli energie (non l'ho mai voluto, soprattutto). L'ultimo suo messaggio nella chat di un s.n., qualche giorno fa: "Belle le tue cose postate di questi tempi. Su Berger per esempio. Parlacene ancora magari, così dopo che ci ha appena lasciato, ma per restare".
Stavi parlando di te, Giulio, non avevo capito, forse non lo capisco ancora... Che dolore, amato professore, caro, caro amico...

PER IL PANE DELL'ULTIMA VOLTA

Sulla faccia della terra mi piacque moltissimo. 
"Scrivine"
Stavolta non c'era nessuno a cui appellarsi. Lo recensii per un quindicinale on line caro a entrambi: Il manifesto sardo. Appena uscì mi arrivò un pugno di parole (o, forse, una carezza di parole?): "La tua recensione è la cosa che trovo più azzeccata e avvertita di quelle che leggo su questo mio libro. Commosso ti ringrazio". 
Ne copio e incollo uno stralcio qui, "così, dopo che ci ha appena lasciato...".

Il romanzo, a ben vedere, si sarebbe potuto intitolare anche Sullo specchio dello stagno: è infatti la grande laguna a ovest di Cagliari, che circonda e riflette nelle sue acque le piccole isole, la grande protagonista in cui l'Autore raduna e fa vivere in comunione i dispersi della guerra che impazza in terra ferma, dove genovesi e pisani combattono con le loro truppe mercenarie per la supremazia, bruciando i borghi e le città. Corre l'anno 1258; in una notte di luglio, Mannai Murenu, diciasettenne garzone di vinaio, si ritrova sepolto tra i morti nella presa e distruzione da parte dei pisani di Santa Gia, fiorente capitale del giudicato di Cagliari, ed esordisce parlando dei momenti vissuti fingendosi morto. Settant’anni dopo racconta, appunto, di come scampò alla carneficina rifugiandosi con altri compagni e compagne di sventura in una delle isolette dello stagno, già lebbrosario disabitato, dacché i lebbrosi erano stati letteralmente catapultati a infettare la città assediata. Isola Nostra, così viene nominato il luogo della salvezza dai suoi nuovi abitanti. Chi sono?
Si tratta di personaggi semplici e complessi insieme, mai stereotipati, essendo ciascuno il frammento unico di una storia che attraversa il tempo e lo spazio, dalla propria provenienza al proprio destino o destinazione (in spagnolo entrambi i concetti sono detti con uguale parola): Mannai Murenu, che conosce i sentieri segreti tra i canneti dello stagno – differenti a seconda del tempo e delle maree –, che pratica la respirazione appresa suonando le launeddas – utile a sopravvivere sott'acqua in caso di pericolo, con l'aiuto di una canna come boccaglio – e che sa interpretare il comportamento dei fenicotteri; due sediari nuoresi; Paulinu da Fraus, servo allo scriptorium di un monastero; la nobile ed enigmatica Vera da Turi; la giovanissima schiava persiana Akì; il vecchio saggio ebreo Baruch, bachicoltore e poliglotta, interprete e maestro delle lingue; tre soldati tedeschi di ventura; il burbero pescatore Tidoreddu, proprietario del “libro ascellare”, che in primis gli salvò la vita; il cane Dolceacqua, così chiamato perché sa scovare le polle di acqua potabile; il fabbro bizantino Teraponto; decine e decine di altri. Insieme prendono a vivere nell'Isola Nostra «in disordine e confusione» (secondo l'accusa del tribunale dell'Inquisizione, in epilogo al racconto, che bene non finisce...): cristiani, ebrei e musulmani, sani e lebbrosi, liberi e servi, nell'eguaglianza e nella solidarietà dettate non da prescrizioni, bensì dalla necessità. Così, al centro della narrazione, vi è lo sviluppo della vita comunitaria, protetta dal terrore che all'esterno ancora suscita la presenza nella piccola isola della presunta lebbra. Uomini e donne di diverse età, di molteplici nazioni e variegati talenti e competenze, portano ciascuno e tutti un contributo prezioso alla costruzione della nuova comunità; in sintonia, reciproco ascolto, comprensione, tolleranza e ragionevolezza. Ciò consente loro di salvarsi, crescere insieme, realizzare una convivenza collettiva non gerarchica. («Siamo diventati in poco tempo sapienti in differenze, in provenienze, in riconoscimenti di altri modi di stare al mondo»).  
Tra usanze e saperi, storia locale e universale, realtà e utopia, abitato da persone distanti per un anno dalla costante violenza in terra ferma, da chi sta in basso e chi sta in alto, nel racconto si stagliano gli abitanti naturali dello stagno: i pesci, gli uccelli, le erbe di terra e di acqua. Ma ciò che maggiormente concorre a dare uno spaccato tangibile dell'operosa umanità dei rifugiati è la multiforme cultura materiale, in un esempio di sensata e affascinante vita comunitaria mediterranea, certo lontana anni luce dalla distopia costruita da William Golding con Il signore delle mosche. É il “materialismo”, infatti, la consolazione infinita e dignitosa dei rifugiati dell'Isola Nostra, ostinati a esistere: «E rinasce lo scopo. C'è da nutrirsi, vestire, abitare. E trovare un futuro con un senso. Un senso pratico. Un-così-dev'essere-e-può-farsi. Discutiamo il da fare. Lì ci si ritrova tutti quanti. Lo scampo eccolo lì, per gente come noi». 
Così ancora si esprime una delle donne protagoniste in un frammento del romanzo, che cito anche per portarne il ritmo, perché quest'ultimo, insieme ai ricchi contenuti, concorre a formare la cifra della scrittura di Giulio Angioni: «Quella notte […] ho subito riconosciuto in voi non dei pericoli, non dei nemici, non dei maschi qualunque predatori. Ma ho visto in voi ciò che eravamo noi: figli della sconfitta, fuggiaschi come noi, capaci di speranza come noi. Vera e io abbiamo preso un ago e un ditale e un rocchetto di refe francese. Per rammendare i vostri vestiti logori, strappati, bruciacchiati. Per rammendare la vita di noi tutti. E un pezzo di pasta che stava fermentando nell'orcio di terracotta. Per il pane della prossima volta».
Un romanzo colmo di aforismi, reso assolutamente contemporaneo dalle metafore, puntellato di citazioni criptate nei curiosi nomi e toponimi, e in cui, soprattutto, ancora resiste l'idea che la salvezza è nel ricordo che diventa parola. (Bastiana Madau, “Ancora sulla faccia della terra”, Il manifesto sardo, 16 giugno 2015)

CIAO, GIULIO

Grazie di essere stato presente per un attimo del tempo immensamente bello e ricco della tua vita anche nella mia
Tu resterai per sempre, e non solo per i tuoi cari, per i tuoi allievi, per i tuoi tantissimi amici. Infinitamente resterai a questa terra, con le tue opere di luce.

Luigi Ghirri, "Paesaggi d'aria", San Pietro in Vincoli, villa Jole, 1986

7 ottobre 2016

H

Non ero più entrata al San Francesco da quando è morta mamma, poco più di un anno fa, e dunque ancora non avevo visto l'esito dei lavori che al suo ingresso sono durati un tempo infinito e, spesso, disagiato. Così, oggi, come sono entrata nell'immenso androne realizzato, ho avuto la suggestione di accedere al Teatro La Fenice, ma disadorno. C'era solo un omino al centro di una specie di recinto, che mi fa: "signora, il numeretto deve prenderlo di là, oltre il proscenio". A lato una donna, piccolissima anche lei e circondata di piante, piantine, orchidee come alberi, più alte di lei. Ho preso il numeretto, prenotate le analisi e sono tornata nell'androne, attraversandolo in diagonale, che sono più di cento passi, sino ai fiori. Mi sentivo triste e io non la sopporto la tristezza, mi sembra una mancanza di rispetto di sé, e quando posso reagisco. Ho comprato un ciclamino, per il buon augurio, per la tiroide ballerina, che fa vedere teatri negli androni degli ospedali.

13 maggio 2016

Sciola

La pietra è un elemento a cui gli artisti sardi sono da sempre intimamente legati, perché di pietra è l'isola che li ha generati. Da essa derivano gli artifici più maestosi, dai nuraghi ai menhir, e la sua natura taciturna s'incarna nei personaggi che popolano la grande letteratura del Novecento, i cui volti, spesso, sembrano appunto essere stati scolpiti. Ma se per alcuni le pietre sono inscritte nel mito alimentato dalle tracce imponenti delle antiche civiltà, quelle di Sciola saranno sempre lì a raccontarci il miracolo della loro trasformazione in strumenti plastici e sonori; un artificio, il suo, nato dall'ascolto dei suoni del vento nelle rocce calcaree, dall'osservazione del filo in cui esso vibra, dalle mani forti e delicate del grande scultore che è stato.  
Oggi Pinuccio Sciola è morto a 74 anni e un'intera isola piange il grande artista di San Sperate, e anche l'uomo gentilissimo, la cui casa, con il grande agrumeto dove albergano innumerevoli monoliti lavorati, è sempre stata aperta. Lascia un'isola disseminata da lavori straordinari, che danno il meglio di sé dialogando con i paesaggi solitari e, come lui voleva, con l'universo: menhir, arpe pietrificate, grandi spighe di trachite, semi ricavati da piccoli e grandi sassi, mappe stellari di basalto,  pietre sonore... E non c'è artista più poetico di colui che su una terra in ogni senso durissima lascia pietre che cantano. Grazie Maestro.

31 marzo 2016

Ciao Antonia

Oggi accompagneremo Antonia per il suo ultimo viaggio, "e sembrerà di vederla viva là in mezzo, che chiede a tutti: cosa ci fate qui, a questo rito?", come ha scritto Umberto, stamattina, componendo un ritratto di lei totalmente empatico, colmo di stima e affetto, evocandone il grande senso della propria e altrui libertà di essere come si è, nel mondo. 
Antonia era così: curiosissima, accogliente. Ed era un modo molto suo quel fare domande di cui conosceva già le risposte, come se queste ultime, comunque, non bastassero ad afferrare il mondo, i problemi, i conflitti, la musica, i paesaggi e i paesi, la vita e la morte, le situazioni. E infatti non le bastavano: doveva catturarle anche con la luce, e non arrivavano comunque mai abbastanza nitide. E continuava a fotografare, infatti, a fotografare e a domandare, a domandare e a fotografare, in una ricerca costante, sempre più meravigliata, non finita, interrotta troppo presto.
Fotograferà da un punto del cielo, stavolta – e chissà quale, poi: non lo sappiamo, non so se lo sapesse – nel tentantivo di capire, noi, ciò che nessuno mai capirà. 
Buon viaggio, amica, che la terra ti sia lieve.
Antonia Dettori, dalla ricerca "Immigrazione a Nuoro", [s.a.]

16 aprile 2013

Ciao Maria

... E io ho conservato per tanti giorni ancora s'achisorgiu, la brocca di argilla colma di monetine, il piatto azzurro con i frutti del melograno, e ho chiesto a Ruth di lasciare il quadro sulla fucilazione dell'anarchico Michele Schirru. Mi piace guardarlo, nel centro della sala di lettura,  appeso a una catenella fissata al soffitto, distante dalla parete come un altare buddista.
Momenti di bellezza nel mare delle inquietudini che attraversano le isole...
Ritorna, Maria. 
Tornate tutti.
Tanta buona vita a te, agli amici del borgo di Alassaiad, e saluta il mare.
Nascar, p. 24.

Ulassai, 27 settembre 1919 – Cardedu, 16 aprile 2013

10 maggio 2012

Alla forma che ti chiude


Con un cenno della fronte respinge
lungi da sé ogni vincolo, ogni limite
perché per il suo cuore passa alto e immenso il ciclo
degli eventi che ricorrono eterni.
Nei fondi cieli scorge una folla di figure
che lo chiamano: riconosci, vieni.
Ciò che ti pesa, perché lo sostengano,
non affidarlo alle sue mani lievi.
Verrebbero nella notte a provarti nella lotta,
trascorrendo la casa come furie,
afferrandoti come per crearti
e strapparti alla forma che ti chiude.
Rainer Maria Rilke, "L'Angelo"