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15 gennaio 2016

I colori del muro

L'anno appena passato, al Caffé Tettamanzi, si divertivano a cambiare spesso il colore delle pareti. Nel pomeriggio di quel 15 gennaio, giorno del suo compleanno, le chiesi: "Dove facciamo il primo brindisi?". "Da Canneddu" rispose, "così vediamo il colore del muro".
Tra tutte le cose di lei che mi sono mancate, e tutte mi sono mancate, le nostre risate.


Al Caffé Tettamanzi, foto di G. Canneddu.

13 luglio 2012

Ruth

"Cerco le tracce di quei suoni in un cassetto di casa, dove ho riposto appunti di passato che non riesco a buttare via. Lì ritrovo questo elenco che ora trascrivo fedelmente, forzando un po' il mio senso del pudore e dunque in corpo minore:
Anticoncezionali per non abortire, aborto libero per non morire.
La giunta è rossa, ma è rossa di vergogna. I consultori li ha messi nella fogna.
Non siamo macchine per la riproduzione, ma donne libere per la rivoluzione.
La liberazione non è un'utopia: donna, gridalo, io sono mia.
Subiamo violenza quotidianamente, lo stupro è solo la forma più evidente.
Compagno nella lotta, padrone nella vita, con questa storia facciamola finita.

Vi fanno un po' ridere? Anche a me, un pochino. E mi fanno anche piangere, nel senso che mi commuovono. Tuttavia sono esattamente queste le parole che affiorano da quel passato lontano. Le parole sono queste, lo so per certo, ma non dicono quello che dicono.
Perché per tutte e tre, la bambina della fotografia, la donna del film e io, quelle parole non sono che una marcetta che fa accedere a un'altra musica. Perché se anche quelle parole non sono più capaci di parlare, se gli zoccoli e le gonne a fiori sono finiti in cantina, le case occupate diventate condomini /…/ una cosa ha superato la prova del tempo ed è rimasta intatta: il fatto di non essere mai stata sfiorata dal pensiero di appartenere a un sesso debole.
Forte di una certezza che non ho mai sentito il bisogno di rinegoziare, ho vissuto, e viaggiato, senza mai pensare che ci fossero delle cose che in quanto donna non potevo fare, o non avrei dovuto fare. E non ho mai sentito neanche il bisogno di dimostrarlo: è stato semplicemente, naturalmente così."
Maria Perosino, Io viaggio da sola, Einaudi, Torino 2012, p.141.

23 agosto 2011

Sorelle

 
  Potrei dare un nome a ognuno dei giorni di questa formidabile estate, ma non ne ho alcuna intenzione. Leggo la trilogia di J.M., impazzisco con i rallentamenti e le accelerazioni troppo veloci e fameliche che mi costringe a fare. Bellissimo. Sai i libri che ti fanno passare la voglia di scrivere e semmai ti invogliano a ricopiare interi paragrafi con carta e penna in un bel quaderno intonso, come si faceva da ragazzine? Dico ad Anna. No, infatti, non darò un nome ai miei giorni. Aspetto un tempo lungo, so che prima o poi arriverà, un tempo povero di fatti e ricco di tempo per rivederli, questi giorni, come in un film, e forse allora scriverne, finalmente, come a liberarsersene, fare spazio. Oggi, invece, mi sono alzata all'alba, con mia sorella, ci siamo arrampicate sulla scala  da lassù, tra i rami, il mare e abbiamo raccolto tre corbule di mele. Le abbiamo già mondate e fatte a pezzetti, e sbuccia sbuccia io raccontavo di questi ultimi libri e di un'estate piena della memoria degli inverni. Febbre e lancia. Ballo e sogno. Un unico nome, questo sì, lo voglio dare. Oggi è il giorno della marmellata di mele.

15 gennaio 2011

U samogo sinyego morya

Ad A.
Vola più veloce, gabbiano...
sul mare azzurro cala la notte...


Non ci siamo dimenticati. Come promesso, anche a noi stessi, abbiamo festeggiato questo giorno, iniziato con la nebbia e via via diventato bellissimo, con le secche di gennaio che illudono la natura, i mandorli e i perastri già fioriti, tra Dorgali e Baunei, e il mare salvo e salvifico di Santa Maria Navarrese. 
Ciao, bella.

30 dicembre 2010

Indimenticabile

Non dimenticheremo mai il 2010. L'anno che ci ha tolto Annamaria.

27 ottobre 2010

Cose che contano

Very good party, squaw. Da nord a cuore di isola viaggio ridanciano per tenere aperti occhi belli di grande capo in grande notte. A. con noi con amore sempre. Grazie.

Cohone 'e frores 
Su cohone 'e frores è un pane cerimoniale estremamente elaborato, preparato dalle donne a Fonni in occasione di un momento particolare del ciclo dell'anno (la festa di San Giovanni Battista), modellato fino a ottenere numerosi pani a forma di uccelletti e gallinelle innestati sulle asticelle lignee o di canna e disposti in diversi cerchi concentrici fissati a un supporto, anch'esso di pane. Gli elementi zoomorfi costitutivi del pane – benedetto durante la messa in onore del Santo – venivano distribuiti ai fedeli, che li conservavano come preziose reliquie. 
[Omaggio alla festeggiata, grande donna, originaria dell'antico borgo.] 

2 ottobre 2010

Le noise

C'è il sole (quel sole...), ma non riesco a trovare la canzone che vorrei... Vado al mare, forse lì mi arriva. Ciao, bella.

19 giugno 2010

Molto non è andato via

Parlare della morte di qualcuno cui si è voluto bene, molto bene, rischia di essere solo un esercizio retorico, una proclamazione di memoria e virtù del defunto. L'unico modo che si ha per mantenersi sinceri, è quello di tentare di descrivere lo spazio di vita in più che ti ha dato chi ha finito di respirare. Questo vale la pena fare. Vedere quanto ti è stato sommato alla tua vita, ciò che ti è rimasto dentro, che riuscirai a passare a chi incontrerai, e questo sì, ha il sapore della vita eterna. In fondo molto non è andato via, se molto sei riuscito a trattenere.

Roberto Saviano, Il mio maestro José, La Repubblica, 19 giugno 2010


16 marzo 2010

Zuppa di pesci per chi se la mangia


Titolo parallelo: Egocentrisme
Sottotitolo del t.p.: Dedicato ad Alberoni e a chi non se lo mangia
Con S.F., D.D.M., A.N. (incinta di 8 mesi) e suo marito E., C.P., B.F. e un po' defilato il filmaker F.B. Con la partecipazione straordinaria di E.M., romana, provvisoriamente cagliaritana, ricercatrice di se stessa.
Casa di A. e S., festa del loro secondogenito, il geniale dodicenne N. Altresì i grandi festeggiamenti sono dedicati al rinnovato ingresso in società del miracolato trentanovenne M., sopravvissuto allo spaventoso incidente accadutogli nel porticciolo di Santa Maria Navarrese mentre riparava il pneumatico di un muletto (primi di marzo del 2003: il pneumatico gli è esploso sul viso e ci ha rimesso un occhio; "Poco male", dice ora vivo e contento a noi che lo abbiamo pianto come morto per tre settimane di coma stazionario: 1° intervento al cervello durata 7 ore, 2° intervento di massoplastica, sofferenze feroci). Si è salvato, il vecchio lupo di mare, e ora siamo tutti qui a baciarcelo un’ora sì e l’altra pure. M. è molto bello anche con gli occhiali, ma sta pensando a una benda nera come suo fratello Corto, dice; P., sua moglie, ha collaborato alla già straordinaria cucina di A. con la preparazione delle cose buonissime che stiamo mangiando in questo momento: una sontuosa insalata con crostacei e molluschi freschissimi, ad esempio, che mi gusto proprio ora, mentre cerco un angolo per prendere appunti… Ci sono tanti amici, e i bambini: le due G. (una è la mia!), B., il mio A., N. e M., la più piccola, figlia di M. e P., dolcezza, serietà e astuzia condensati in 3 anni di vita (a cent’anni piccola!). Su questo paesaggio d’affetto, S., il padrone di casa, abbozza al pianoforte un lieder di Schubert…
– E la ricetta?
– Eccola!
ZUPPA DI PESCI
(S. – fratello di A. e cognato si S., i padroni di casa – qui detta legge! E inizia appunto a dettare gli ingredienti: olio extravergine di oliva, cipolla (chape, in rumeno, dice Alina), aglio, peperoncino. Pesci diversi e freschissimi. Pescatevi alcuni pesci di specie diversa, ordunque, dai crostacei ai molluschi passando per un buon pesce San Pietro, uno scorfano, una gallinella (non una piccola gallina, attenzione) nonché dei pesci a trance (leggere com’è scritto!) che il vostro pescivendolo di fiducia – se non avete in casa un Marco e un Salvatore F.! – saprà sicuramente consigliarvi. Dopo aver fatto “squagliare” le teste dei pesci piccoli in un soffritto di cipolla (chape, insiste…), aglio e peperoncino, aggiungere il polpo, il calamaro e le seppie. Annaffiare con vino bianco e salare!
– Alina, com’è in rumeno ‘fidanzati’?
Prieteni, si dice, prieteni
– E ‘nascita’, ‘nascere’?
Nàstere, si dice, nastère
– E ‘noi due siamo fidanzati’?
Ce doi sunt
– …ma è latino!
– …prieteni! Che vuol dire anche ‘quei due sono fidanzati’…
– Grazie. Dolores, e tu?…
– Io cosa?
– Scusate, scusate, ma che ricetta è?
– È la ricetta di una ija de puta!
– No, dai, è la ricetta di una puta de verano…
– Avanti con la preparazione della zuppa!
– O.K.… Appena i pesci piccoli si fràzicano…
– ?… Come si dice frazicare in italiano?
– Boh!
– Andiamo avanti.
Appena i pesci piccoli si fràzicano, posare nel tegame i pesci dal più grande al più piccolo. Coprire di polpa di pomodoro e circa 20 minuti dopo aggiungere i molluschi e i crostacei. Ricordare di schiacciare la testa dei granchi con un piccolo martello al centro del carapace. Lasciate riposare per 4 o 5 ore e buon appetito!
– Aspetta!
Fondamentale: mescolare solo la base della zuppa, una volta posato il pesce non toccare più il tegame se non per servire nei piatti, se non volete mangiare solo le spine! Poi passate le teste al setaccio grosso, ché così facendo insaporisci tutta la zuppa, e ricordati che la testa insaporisce! E ricordati anche di aggiungere – per lo stesso motivo – il fegato di un pesce, uno qualunque, ma NON DI MERLUZZO che nella zuppa non ci sta a far niente, il merluzzo…
– Scusate, potete andate più piano, per favore?
– Sì, scusaci tu.
– Intanto perché qualcuno non prepara una caipiriña?… Annamaria, abbiamo ancora del ghiaccio?
– Sicuramente, ma vado a vedere…
– Grazie, bella.
– Sei la più bella davvero, mica per dire!
– Come la chiamerete la bambina?
– Io la vorrei chiamare Alina, ma Alina è già lei…
– Tu che scrivi eh? Vedi che tu devi dettare la ricetta, NON scriverla.
– Niente.
– Se non mi fai leggere la smetto con questo giochino. Dai qua, fammi vedere…
– E vabbe’, te lo leggo: “B. stasera ha indossato delle calze traforate che sono un’istigazione a delinquere.”
– E vabbe' lo dico io. E tu? Cos’è quel bigliettino?…
– “Le calze di B. sono traforate come le grate che separano i sussurri delle suore di clausura dai loro desideri.”
– Quanto siete scemi… Ehm, scusa, volevo dire ‘benvenuta’… benvenuta in quest’isola, stelli’.
– Grazie… ma tanto tra un po’ me ne vado, credo…
Elena, Roma, 8 ottobre 1964
Vivo qui per vivere, e capire dove voglio vivere. A Cagliari abito in corso Vittorio, 203. Mi alzo e bevo l’acqua. La prima cosa che vedo quando esco di casa è “Patrizia e Robero Alimentari”. Di Cagliari mi piacciono gli aironi che volano di notte in formazione a V… La cosa che meno mi piace di Cagliari sono i cagliaritani. La cosa che mi piace di meno di meno dei cagliaritani è il tono indolente e lagnoso della voce (che io ora sto assumendo…). Però questo gioco mi piace.
Ok, ripartiamo?… Una precisazione sul pesce a trance (da leggere, ecc.): la morte sua è la cernia a… (scusate, non arrivo a capimme cosa ho scritto a mano dal foglietto dove sto ricopiando) che assorbe tutti i sapori della zuppa, e quando ne mangi una fettina ti stai mangiando tutti i sapori compreso quello della cozza. Teste passate al setaccio + il fegato di un pesce, escluso il merluzzo, dicevamo…
– Scusa, cosa sono le capesante?
– Sono delle conchiglie bivalve giganti.
– Bivulve?!
– Scemo.
– Ostriche, comunque, no?
– Sì, ostriche giganti, buone gratinate con mollica di pane passato nell’uovo appena di prezzemolo (sempre crudo, cioè mai e poi mai cotto, nel pesce…) e basta.
– Hai finito di preparare la caipiriña?
– È cubana?
– Brazil.
– Mmhh è deliziosa… Come l’hai fatta?
– Scrivi: zucchero di canna, ghiaccio tritato con il pestello…
– Dai, ma io dopo la zuppa di pesci preferisco il mirto!
– Ah, si? E come lo fai Carme', come lo fai, che a me esce sempre un po’ blando?
– Asco’… io mi sono rotta i coglioni di…
– Ma come parli?!
– Asco', io mi sono stufata di far macerare il mirto nell’alcol, e di perdererne il 70%… Meglius abbundare, e il mio consuocero…
– Il tuo?!
– Il mio ex consuocero. Mi ha regalato le bacche…
– Dove le ha raccolte?
– … bacche del Mandrolisài. Le ho fatte bollire con acqua…
– Acqua cosa? Acqua di dove?
– …acqua di Monte Spada… bollire per 20 minuti; ho scolato con un colapasta…
– Si dice così?
– Sì… ho scolato con un colapasta, poi – se sei tu a fare – misuri la quantità di liquido e proporzioni… fai la proporzione liquido più zucchero più alcol, in queste quantità… Scrivi:
IL LIQUORE DI MIRTO
1) 1 lt di liquido (essenza di mirto + acqua); 2) 300 gr. di zucchero; 3) 750 gr. di alcol puro…
– Mi sembra una bomba questa roba…
– No, no, guarda: meglio esagerare che poi, semmai, ti vien meglio se provi a scalare: io ho iniziato con un litro di alcol, ma i miei non hanno gradito, “troppo alcol” hanno detto, al che ho diminuito, per cui ho rifatto le proporzioni e all’essenza ho aggiunto più acqua.
– Ho capito: tu consigli di darsi delle possibilità, insomma?
– Esatto.
– Grazie. Però… questa caipiriña è deliziosa… Subito la ricetta!
– Certamente, niña, scrivi!…
CAIPIRIÑA
Zucchero di canna, ghiaccio tritato con il pestello, spicchi di…
– No, cacchio, aspetta… Pestello cosa? E se non c’è? E se siamo… che ne so… in una grotta di Cala Luna, ad esempio, e fuori si schiatta di caldo che è l’ora della Mamma del Sole e il pestello nella borsa frigo non l’abbiamo messo?
– No problem. Va bene anche il fondo di una caffettiera Lagostina da quattro… o Bialetti… o Stella…
– Un sasso bianco della còdula, può andare?
– Geniale! Ricordati di lavarlo con acqua dolce, però, prima di pestarci il ghiaccio…
– Grazie. Andiamo avanti.
– Spicchi di lime (se non c’è accontentatevi del limone) tagliati a dadini. Ripesta ghiaccio con l’agrume; prendi e versa la cachaça…
– E se non non la troviamo?
– A tutto c'è rimedio, tranne al mondo!… Alina, qual è la miglior vodka secondo te?
– Moskòskaja!
– Grazie.
– Dov'ero rimasto... Ah sì, le propozioni: un quarto di vodka; un limone; una vaschetta da 8 cubetti… Insomma che la vaschetta contenga almeno mezzo litro d’acqua, ca tantu su ghiacciu lu depes pistàre.
Ma non si narat ‘ghiacciu’!
Ah! Tenes rejone… si narat àstragu’!
– Senti. A me la zuppa di pesce piace come la servono – e la mangiano – ad Arbatax e in tutta l’Ogliastra, oppure come la presentano a Bosa… Cosa manca? Indovinello!
– IL PANE!
– Il pane!
– Su coccòne!
– Sì, direi che sul piatto, prima di servirci la zuppa di pesce, ci stendiamo una bella e spessa sfoglia di pistòccu ogliastrino o bosano, indifferentemente: sono entrambi pani straordinari.
– E il vino?
– Rosso!
– No, dai, col pesce bisogna bere vino bianco…
– Bisogna?! Chi se ne frega della morale, scusa…
– Rosso!
– Evvai!
ROSSI CONSIGLIATI (scegline uno, massimo due)
Agliànico del Vulture, Venosa;
Ànghelu Ruju, Cantine Sella&Mosca, Alghero;
Kore, (ma anche Perdèra) Cantina Argiolas, Serdiàna;
Corvo di Salaparuta, Sicilia, provincia di Djragusa (ci sembra, e se no cu minchia ce ne fotte);
Brunello di Montalcino, Siena;
Lillovè, più che rosso, nero! Cantine Gabbas, Nuoro;
Àvra, vinu 'e feminas, idem, Nuoro.


F I N E

8 marzo 2010

Le eredi del corbulaio

Rassegnati a un panorama letterario dove per lo più la sarda umanità è segnata dal "mito della cattiva stella", dal complesso dei malfatati o da altri poco dissimili luoghi comuni, madri anaffettive incluse , ecco Giuliana Lai che ci stupisce e consola: guardate signori, sembra volerci dire, che la storia di cui sono testimone non viene da quella immane tristezza. Io vi racconto di chi, appartenente a quella stessa storia, porta con sé l'eredità del corbulaio, un artigiano che dalla Barbagia arrivava a Ulassai gridando a canzone per fare uscire dalle loro abitazioni le donne desiderose di comprare o anche solo di poter ammirare gli oggetti di uso quotidiano: corbulas, turuddas, avajones, tazzeris... la poetica produzione dell'artigiano. Già: poesia non viene infatti da poiein e quindi dal fare in un rapporto conoscenza e vicinanza alle cose utilizzate per produrre altre cose?
Le memorie di Giuliana, scritte quasi nascostamente nella sua casa di Cardedu, sono diventate un libro, L'erede del corbulaio, edito da Art Duchamp. La pubblicazione è il regalo che Maria Lai ha fatto alla sorella prediletta per il suo ottantesimo compleanno. Un dono fatto a molti, e non solo perché si tratta di un diario leggibile anche come "ritratto dell'artista da giovane", ma perché queste memorie restituiscono lo spessore del divenire alla storia del popolo sommerso dei corbulai, ossia a coloro che dentro quella sofferente di un popolo (ma non solo dei sardi) semplicemente fa, opera, stando vicino alle cose. Così vi si narra dell'operosa famiglia da cui discende "Maria Lai" (scrive il nome con cognome virgolettando, la sorella dalla lunga e candida treccia) che fa la sua comparsa alla fine del millesettecento, nell'epoca in cui da Ulassai scomparve il corbulaio. Racconta Giuliana delle vicissitudini di tre generazioni di uomini e di donne, attraverso la microstoria dell'antico paese e dei villaggi dirimpettai e, a lato, del mutamento delle abitudini di vita, dei costumi e della costante relazione affettiva della vasta famiglia dell'autrice con quel mondo originario. Ma gli elementi visibili non sono solo quelli della semplicità primordiale: insieme all'incanto per i silenzi e gli spazi naturali c'è il rispetto della fatica e bellezza del lavoro di tessitura femminile (il libro è corredato dalle fotografie dei bei lavori di cucito dell'autrice), della cura della terra, dell'affetto e dell'attenzione per i piccoli, della dedizione personale al prossimo, di quei sopravvissuti paesaggi trasformati da un lavoro umano nobile, di tradizioni distanti da qualsiasi mistica del dolore. E si racconta di come l'evoluzione culturale dei componenti familiari sia stata messa a servizio di realtà. Al riguardo, tra tutti, risalta la figura del penultimo dei figli dei nonni materni dell'autrice: Manfredi, medico di Ulassai e dei villaggi dirimpettai, uomo solitario, che morì povero, "mentre tutti noi diventammo ricchi di lui"...
Sono tante le cose e le dimore descritte nel libro, ricche di suggestioni: uomini, donne, bambini, paesaggi, stanze, oggetti, relazione, e centrale alla narrazione è la grande casa in collina che guarda il nuraghe. Giuliana Lai, con garbo e grande senso pittorico, racconta di passato remoto, passato prossimo, ma anche di presente, dando indicazioni per un futuro possibile, come solo una donna modernissima ma custode di antiche sementi può fare. L'intelligenza e la curiosità, unite alla capacità di mettersi in relazione affettiva col mondo, apre al confronto libero e serio e colmo di meraviglia con quel che è diverso dal mondo di provenienza. Nel libro c'è anche un disegno di Maria Lai che la ritrae, questa meraviglia. Interessante vedere come sia lo stesso spirito che ha guidato l'autrice alla scoperta dei musei d'arte a Parigi che poi governa anche esperienze più noiose e dolorose. Anche l'occasione data dalla malattia diventa un viaggio in un ambiente diverso (l'ospedale) con persone diverse (le compagne di corsia): "Avevo paura, ma non lo avvertivo ", scrive Giuliana. La cultura aiuta a vincere la paura, ha detto in sintesi Maria Lai intervenendo dal pubblico, la sera che presentammo il libro a Perdasdefogu:* un incoraggiamento bello e sentito l'invito a ritrovare quel ritmo.
"Quel che dura lo fondano i poeti", indicherebbe ancora oggi l'inattuale Salvatore Cambosu, autore di Miele amaro e maestro primario dell'artista. E Giuliana
la testimone confermerebbe: i corbulai lasciano la traccia del loro passaggio sulla terra, i corbulai con le loro ceste fatte dal faticoso e solitario intreccio di giunchi, asfodeli e corda, e i Manfredi che trasformano in civiltà possibile la vicinanza e la conoscenza degli elementi, guardando il mondo con un filtro fatto di rigore e amore.
B.M.

* A Perdasdefogu (Foghesu) presentai L'erede del corbulaio di Giuliana Rosa Lai (Arte Duchamp, Cagliari 2001) con Giuseppe Marci a un pubblico folto e attentissimo. Ogni tanto guardavo verso Annamaria che sorrideva e mi faceva l'occhiolino. Non vedeva l'ora di andare a cena, mi sembrava di capire, e invece no, mi disse dopo: l'occhiolino stava a significare che era tutto ok. Le chiedevo spesso di venire con me, in circostanze simili, perché sapevo che le piaceva moltissimo, e piaceva tanto a me la sua compagnia, e mi dava anche più sicurezza nell'"esposizione pubblica". Ci divertivamo: le presentazioni dei libri, da un paese all'altro dell'isola, si trasformavano sempre in piccole gite e in occasioni per conoscere e incontrare belle persone. Quella notte, per tornare a casa da Perdasdefogu, dopo aver cenato nella bella casa di Giacomo Mameli nella campagna di Iscrannicosa, attraversammo tutta l'Ogliastra: il cielo era terso e fittamente stellato, una luce straordinaria, e l'aria gelida sembrava il preludio di una nevicata. Al passo di Corr'e Boi facemmo una lunga sosta, uscendo dall'automobile per respirare il profumo del timo e dell'elicrisio, e per fumare una sigaretta, in quell'incredibile silenzio, felici.


4 marzo 2010

A Baunei, di fronte al mare


Solo lei rimase in silenzio
fissando la nave fino a che scomparve nella foschia.
E quando tutto il popolo si disperse lei restò sola sul molo
mentre nel suo cuore riaffioravano le parole:

"Sarà tra breve,
un attimo di calma nel vento e un'altra donna mi partorirà."


3 marzo, 2010
Nella tua piccola terra, di fronte al mare che ami tanto,
con noi per sempre, bella.



22 febbraio 2010

In cima (ai miei pensieri)


Potrei rifare il gioco di convincermi che il tutto sia tutto qui. Guardare dritto negli occhi i giorni, il centro, responsabilmente. Ho altri viaggiatori sull'aereo. Eppure la giusta direzione, il senso, li scorgo soltanto se abbasso gli occhi e guardo obliquamente, verso le periferie.
Tutto è chiaro, allora, semplice e netto come uno squarcio nella nebbia.
C'è una donna prigioniera in quei monti.
So easy, canta ora David Byrne dallo stereo dell'automobile che corre lungo il rettilineo di Locoe. A lato la Porta d'Argento, superba, magnifica. La terra ha un cielo che riflette tutti i colori del mare, e non vedo l'ora di vedere la cima del monte di Nostra Signora. Ma a questo pensiero la vista s'annebbia: di fronte a me solo quell'unico dannato centro con la crudeltà dei suoi dati. Fermo la macchina, non voglio piangere, impreco, mi pento subito, no, impreco ancora, perché io non so pregare.