Visualizzazione post con etichetta Giulio Angioni. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Giulio Angioni. Mostra tutti i post

30 aprile 2018

Angioni, il poeta

Giornata intensa alla XVII Mostra del libro in Sardegna. Nelle foto: il convegno dedicato a Giulio Angioni, a cui ho partecipato con la bravissima Susanna Paulis, l'illuminante professor Maurizio Virdis, e el memorioso Paolo Lusci. Nella mia relazione ho ripercorso diverse opere di Angioni – antropologo, narratore e soprattutto, sul tema del convegno odierno, poeta – seguendo la scia luminosa tracciata nelle sue opere in cui forte è la tematizzazione (e le metafore) della possibilità di vivere la diversità come nuova comunità. Ho parlato della nostra isola crocevia di venti e di culture, di "emigration rap" (in Anninora) e ho ascoltato, traendone arricchimento scientifico e umano.

Con Susanna Paulis, Maurizio Virdis, Paolo Lusci e Mogol (esatto: Mogol, è venuto a trovarci anche Mogol ;-) )

12 gennaio 2017

Per restare

Mi aveva chiesto di scrivere una nota introduttiva per la riedizione della sua raccolta di racconti. Gli dissi di no, perché trovavo ancora importante e vera l'analisi che già Grazia Cherchi fece di Sardonica nel 1985, quanto presentò il libro all'Istituto Orientale di Napoli. "Come introduzione mettiamo il suo commento, Giulio, io non potrei fare di meglio, e poi è anche un modo per ricordare lei, che era una grande". "D'accordo", rispose, "sai anche come dire di no". Era il mio più grande sì, invece, lui lo capì, perché quelle parole volevo farle conoscere, volevo che restassero: uno dei motivi d’interesse più grandi verso l'opera narrativa di Angioni, secondo Cherchi, è il fatto di non occuparsi di «personalissimi, particolarissimi tormenti [...] o, per dirla con Vittorini, di "astratti furori", ma di "sondare il tempo"». E non è proprio questo che dovrebbe essere o tornare a essere il compito principe della narrativa?
Ritrovavo nelle parole dell'indimenticabile scrittrice e curatrice editoriale la mia esperienza di lettura: le opere di Angioni erano illuminate dalla riflessione morale e civile, mai prescrittive, ideologiche o "moralistiche"; vi riconoscevo la memoria che Angioni dava ai personaggi, sempre intrecciata al racconto collettivo di un'umanità dolente, eppure non perduta, perché segnata – ancora, nonostante tutto – da un desiderio di mitezza, di vicinanza, da un'inguaribile speranza.

UN GESTO D'AFFETTO

Una mattina arrivò per posta il suo ultimo romanzo, tramite la Feltrinelli. Era Sulla faccia della terra. Giulio mi aveva fatto altre volte dono dei suoi libri, ma quello, in particolare, mi commosse: lo accolsi come un gesto d'affetto. Sostavo in una situazione piuttosto difficile, lui lo sapeva e non mancava di mostrarmi solidarietà. Capiva tutto. Eravamo amici. Lo diventammo allora, il periodo che fui anche sua editor per dei testi di antropologia e cultura materiale belli e complessi, per il libro su Fiorenzo Serra e, infine, per il suo lungo testo dedicato ai reportages sardi della fotografa tedesca Marianne Sin Pfältzer, che lui per un curioso lapsus chiamava imperterrito "Susanne", chissà perché. E lavorammo bene, insieme, con intesa su tutto. Non mancava nemmeno di onorarmi della sua contentezza per i cesellamenti, perché poi era una di quelle rare persone che ti faceva sentire veramente la gratitudine, anche per le più piccole cose, o sembravano piccole a me. C'erano delle affinità. 
Dopo il disastro in casa editrice mi è sempre stato vicino (uno dei pochi), incoraggiandomi, confortandomi, dicendomi che credeva in me. Anni prima aveva apprezzato un mio piccolo romanzo, Nascar: me lo rivelò durante un divertente convegno sassarese (divertente per me, che non capivo che ci facevo invitata come autrice insieme a tutti quei nomi) sull'onomastica nella letteratura sarda. Così era contento le mattine che rispondendo ai suoi "come stai?" con "bene, grazie, sto scrivendo". "Scrivi, scrivi, vedi che sei più brava di ...", e menzionava un'autrice di successo, che a lui non piaceva. "Ma forse anche un pochino meglio di...", celiavo io, menzionando un autore di successo, che non piaceva a me. Ridevamo leggeri, senza mai, nemmeno per una volta, veramente sparlare; semmai complici di qualcosa non contemplata astrattamente, un'idea di letteratura condivisa nei nostri scambi e confronti su tanti aspetti della realtà, della quotidianità, degli affetti, delle questioni alimentari. Capitava non fosse vero che stessi scrivendo e che, anzi, non fossi abbastanza in asse per riuscire a ordinare i pensieri. Ma non volevo si preoccupasse. Mi incoraggiava costantemente, in quel periodo, e fu felice quando l'estate scorsa uscì Simone per la Cuec.

COSÌ, DOPO CHE CI HA APPENA LASCIATO, MA PER RESTARE

Io non so se sono stata altrettanto capace con lui, ultimamente: avrei voluto fare di più... Non si è mai lamentato, tutt'al più un "sono un po' incasinato", com'era nel suo stile, sempre lieve. Non c'erano grandi scambi, infine, gli scrivevo poco, adesso, consapevole che l'attenzione intorno a lui era enorme, e non volevo rubargli energie (non l'ho mai voluto, soprattutto). L'ultimo suo messaggio nella chat di un s.n., qualche giorno fa: "Belle le tue cose postate di questi tempi. Su Berger per esempio. Parlacene ancora magari, così dopo che ci ha appena lasciato, ma per restare".
Stavi parlando di te, Giulio, non avevo capito, forse non lo capisco ancora... Che dolore, amato professore, caro, caro amico...

PER IL PANE DELL'ULTIMA VOLTA

Sulla faccia della terra mi piacque moltissimo. 
"Scrivine"
Stavolta non c'era nessuno a cui appellarsi. Lo recensii per un quindicinale on line caro a entrambi: Il manifesto sardo. Appena uscì mi arrivò un pugno di parole (o, forse, una carezza di parole?): "La tua recensione è la cosa che trovo più azzeccata e avvertita di quelle che leggo su questo mio libro. Commosso ti ringrazio". 
Ne copio e incollo uno stralcio qui, "così, dopo che ci ha appena lasciato...".

Il romanzo, a ben vedere, si sarebbe potuto intitolare anche Sullo specchio dello stagno: è infatti la grande laguna a ovest di Cagliari, che circonda e riflette nelle sue acque le piccole isole, la grande protagonista in cui l'Autore raduna e fa vivere in comunione i dispersi della guerra che impazza in terra ferma, dove genovesi e pisani combattono con le loro truppe mercenarie per la supremazia, bruciando i borghi e le città. Corre l'anno 1258; in una notte di luglio, Mannai Murenu, diciasettenne garzone di vinaio, si ritrova sepolto tra i morti nella presa e distruzione da parte dei pisani di Santa Gia, fiorente capitale del giudicato di Cagliari, ed esordisce parlando dei momenti vissuti fingendosi morto. Settant’anni dopo racconta, appunto, di come scampò alla carneficina rifugiandosi con altri compagni e compagne di sventura in una delle isolette dello stagno, già lebbrosario disabitato, dacché i lebbrosi erano stati letteralmente catapultati a infettare la città assediata. Isola Nostra, così viene nominato il luogo della salvezza dai suoi nuovi abitanti. Chi sono?
Si tratta di personaggi semplici e complessi insieme, mai stereotipati, essendo ciascuno il frammento unico di una storia che attraversa il tempo e lo spazio, dalla propria provenienza al proprio destino o destinazione (in spagnolo entrambi i concetti sono detti con uguale parola): Mannai Murenu, che conosce i sentieri segreti tra i canneti dello stagno – differenti a seconda del tempo e delle maree –, che pratica la respirazione appresa suonando le launeddas – utile a sopravvivere sott'acqua in caso di pericolo, con l'aiuto di una canna come boccaglio – e che sa interpretare il comportamento dei fenicotteri; due sediari nuoresi; Paulinu da Fraus, servo allo scriptorium di un monastero; la nobile ed enigmatica Vera da Turi; la giovanissima schiava persiana Akì; il vecchio saggio ebreo Baruch, bachicoltore e poliglotta, interprete e maestro delle lingue; tre soldati tedeschi di ventura; il burbero pescatore Tidoreddu, proprietario del “libro ascellare”, che in primis gli salvò la vita; il cane Dolceacqua, così chiamato perché sa scovare le polle di acqua potabile; il fabbro bizantino Teraponto; decine e decine di altri. Insieme prendono a vivere nell'Isola Nostra «in disordine e confusione» (secondo l'accusa del tribunale dell'Inquisizione, in epilogo al racconto, che bene non finisce...): cristiani, ebrei e musulmani, sani e lebbrosi, liberi e servi, nell'eguaglianza e nella solidarietà dettate non da prescrizioni, bensì dalla necessità. Così, al centro della narrazione, vi è lo sviluppo della vita comunitaria, protetta dal terrore che all'esterno ancora suscita la presenza nella piccola isola della presunta lebbra. Uomini e donne di diverse età, di molteplici nazioni e variegati talenti e competenze, portano ciascuno e tutti un contributo prezioso alla costruzione della nuova comunità; in sintonia, reciproco ascolto, comprensione, tolleranza e ragionevolezza. Ciò consente loro di salvarsi, crescere insieme, realizzare una convivenza collettiva non gerarchica. («Siamo diventati in poco tempo sapienti in differenze, in provenienze, in riconoscimenti di altri modi di stare al mondo»).  
Tra usanze e saperi, storia locale e universale, realtà e utopia, abitato da persone distanti per un anno dalla costante violenza in terra ferma, da chi sta in basso e chi sta in alto, nel racconto si stagliano gli abitanti naturali dello stagno: i pesci, gli uccelli, le erbe di terra e di acqua. Ma ciò che maggiormente concorre a dare uno spaccato tangibile dell'operosa umanità dei rifugiati è la multiforme cultura materiale, in un esempio di sensata e affascinante vita comunitaria mediterranea, certo lontana anni luce dalla distopia costruita da William Golding con Il signore delle mosche. É il “materialismo”, infatti, la consolazione infinita e dignitosa dei rifugiati dell'Isola Nostra, ostinati a esistere: «E rinasce lo scopo. C'è da nutrirsi, vestire, abitare. E trovare un futuro con un senso. Un senso pratico. Un-così-dev'essere-e-può-farsi. Discutiamo il da fare. Lì ci si ritrova tutti quanti. Lo scampo eccolo lì, per gente come noi». 
Così ancora si esprime una delle donne protagoniste in un frammento del romanzo, che cito anche per portarne il ritmo, perché quest'ultimo, insieme ai ricchi contenuti, concorre a formare la cifra della scrittura di Giulio Angioni: «Quella notte […] ho subito riconosciuto in voi non dei pericoli, non dei nemici, non dei maschi qualunque predatori. Ma ho visto in voi ciò che eravamo noi: figli della sconfitta, fuggiaschi come noi, capaci di speranza come noi. Vera e io abbiamo preso un ago e un ditale e un rocchetto di refe francese. Per rammendare i vostri vestiti logori, strappati, bruciacchiati. Per rammendare la vita di noi tutti. E un pezzo di pasta che stava fermentando nell'orcio di terracotta. Per il pane della prossima volta».
Un romanzo colmo di aforismi, reso assolutamente contemporaneo dalle metafore, puntellato di citazioni criptate nei curiosi nomi e toponimi, e in cui, soprattutto, ancora resiste l'idea che la salvezza è nel ricordo che diventa parola. (Bastiana Madau, “Ancora sulla faccia della terra”, Il manifesto sardo, 16 giugno 2015)

CIAO, GIULIO

Grazie di essere stato presente per un attimo del tempo immensamente bello e ricco della tua vita anche nella mia
Tu resterai per sempre, e non solo per i tuoi cari, per i tuoi allievi, per i tuoi tantissimi amici. Infinitamente resterai a questa terra, con le tue opere di luce.

Luigi Ghirri, "Paesaggi d'aria", San Pietro in Vincoli, villa Jole, 1986

17 giugno 2015

Per il pane della prossima volta

Nel 1985, durante la presentazione della raccolta di racconti di Giulio Angioni Sardonica all'Istituto Orientale di Napoli, Grazia Cherchi ebbe a dire che uno dei motivi d’interesse suscitati dalla lettura dell'opera dello scrittore e antropologo è il fatto che egli mai si occupa di «personalissimi, particolarissimi tormenti [...], dei suoi, per dirla con Vittorini, “astratti furori”, ma di “sondare il tempo”, e questo dovrebbe essere il compito della narrativa.
Sono d'accordo con l'indimenticabile scrittrice, giornalista e curatrice editoriale, che peraltro mette in luce una caratteristica che Angioni conserva sino al suo ultimo romanzo, Sulla faccia della terra, (Il Maestrale/Feltrinelli, 2015), in cui la storia si integra alla riflessione morale e civile, mai prescrittiva o “moralistica”, e in cui la memoria dei personaggi si intreccia al racconto di una umanità dolente, eppure non perduta, perché segnata dal desiderio della mitezza e da un'immane speranza. Il romanzo di Angioni recentemente dato alle stampe, a ben vedere, si sarebbe potuto intitolare anche “Sullo specchio dello Stagno”: è infatti la grande laguna a ovest di Cagliari, che circonda e riflette nelle sue acque le piccole isole, la grande protagonista in cui l'Autore raduna e fa vivere in comunione i dispersi della guerra che impazza in terra ferma, dove genovesi e pisani combattono con le loro truppe mercenarie per la supremazia, bruciando i borghi e le città. Corre l'anno 1258; in una notte di luglio, Mannai Murenu, diciasettenne garzone di vinaio, si ritrova sepolto tra i morti nella presa e distruzione da parte dei pisani di Santa Gia, fiorente capitale del giudicato di Cagliari, ed esordisce parlando dei momenti vissuti fingendosi morto. Settant’anni dopo racconta, appunto, di come scampò alla carneficina rifugiandosi con altri compagni e compagne di sventura in una delle isolette dello stagno, già lebbrosario disabitato, dacché i lebbrosi erano stati letteralmente catapultati a infettare la città assediata. Isola Nostra, così viene nominato il luogo della salvezza dai suoi nuovi abitanti. Chi sono? 
Si tratta di personaggi semplici e complessi insieme, mai stereotipati, essendo ciascuno il frammento unico di una storia che attraversa il tempo e lo spazio, dalla propria provenienza al proprio destino o destinazione (in spagnolo entrambi i concetti sono detti con uguale parola): Mannai Murenu, che conosce i sentieri segreti tra i canneti dello stagno – differenti a seconda del tempo e delle maree –, che pratica la respirazione appresa suonando le launeddas – utile a sopravvivere sott'acqua in caso di pericolo, con l'aiuto di una canna come boccaglio – e che sa interpretare il comportamento dei fenicotteri; due sediari nuoresi; Paulinu da Fraus, servo allo scriptorium di un monastero; la nobile ed enigmatica Vera da Turi; la giovanissima schiava persiana Akì; il vecchio saggio ebreo Baruch, bachicoltore e poliglotta, interprete e maestro delle lingue; tre soldati tedeschi di ventura; il burbero pescatore Tidoreddu, proprietario del “libro ascellare”, che in primis gli salvò la vita; il cane Dolceacqua, così chiamato perché sa scovare le polle di acqua potabile; il fabbro bizantino Teraponto; decine e decine di altri. Insieme prendono a vivere nell'Isola Nostra «in disordine e confusione» (secondo l'accusa del tribunale dell'Inquisizione, in epilogo al racconto, che bene non finisce...): cristiani, ebrei e musulmani, sani e lebbrosi, liberi e servi, nell'eguaglianza e nella solidarietà dettate non da prescrizioni, bensì dalla necessità. Così, al centro della narrazione, vi è lo sviluppo della vita comunitaria, protetta dal terrore che all'esterno ancora suscita la presenza nella piccola isola della presunta lebbra. Uomini e donne di diverse età, di molteplici nazioni e variegati talenti e competenze, portano ciascuno e tutti un contributo prezioso alla costruzione della nuova comunità; in sintonia, reciproco ascolto, comprensione, tolleranza e ragionevolezza. Ciò consente loro di salvarsi, crescere insieme, realizzare una convivenza collettiva non gerarchica («Siamo diventati in poco tempo sapienti in differenze, in provenienze, in riconoscimenti di altri modi di stare al mondo»). Tra usanze e saperi, storia locale e universale, realtà e utopia, abitato da persone distanti per un anno dalla costante violenza in terra ferma, da chi sta in basso e chi sta in alto, nel racconto si stagliano gli abitanti naturali dello stagno: i pesci, gli uccelli, le erbe di terra e di acqua. Ma ciò che maggiormente concorre a dare uno spaccato tangibile dell'operosa umanità dei rifugiati è la multiforme cultura materiale, in un esempio di sensata e affascinante vita comunitaria mediterranea, certo lontana anni luce dalla distopia costruita da William Golding con Il signore delle mosche. É il “materialismo”, infatti, la consolazione infinita e dignitosa dei rifugiati dell'Isola Nostra, ostinati a esistere: «E rinasce lo scopo. C'è da nutrirsi, vestire, abitare. E trovare un futuro con un senso. Un senso pratico. Un-così-dev'essere-e-può-farsi. Discutiamo il da fare. Lì ci si ritrova tutti quanti. Lo scampo eccolo lì, per gente come noi». Così ancora si esprime una delle donne protagoniste in un frammento del romanzo, che cito anche per portarne il ritmo, perché quest'ultimo, insieme ai ricchi contenuti, concorre a formare la cifra della scrittura di Giulio Angioni: «Quella notte […] ho subito riconosciuto in voi non dei pericoli, non dei nemici, non dei maschi qualunque predatori. Ma ho visto in voi ciò che eravamo noi: figli della sconfitta, fuggiaschi come noi, capaci di speranza come noi. Vera e io abbiamo preso un ago e un ditale un rocchetto di refe francese. Per rammendare i vostri vestiti logori, strappati, bruciacchiati. Per rammendare la vita di noi tutti. E un pezzo di pasta che stava fermentando nell'orcio di terracotta. Per il pane della prossima volta».
Un romanzo colmo di aforismi, reso assolutamente contemporaneo dalle metafore, puntellato di citazioni criptate nei curiosi nomi e toponimi, e in cui, soprattutto, ancora resiste l'idea che la salvezza è nel ricordo che diventa parola.  Bastiana Madau, Ancora Sulla faccia della terra, Il manifesto sardo, 16 giugno 2015.