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25 maggio 2022
La spiga
"Ciò che dura lo fondano i poeti" diceva Salvatore Cambosu, ma non lo ha scritto da nessuna parte.
30 maggio 2017
Cardinali, enciclopedie, cartoline
Come punti di riferimento ho solo i cardinali. Un po' pochi, me ne rendo conto, ma sono sempre aperta a volermene creare degli altri. Non che abbia grandi speranze, però a quelle piccole ancoro i giorni, a uno a uno.
Queste sono saltate fuori adesso dal primo volume della Storia d'Italia di Einaudi, "I caratteri originali". È proprio vero che le cose le ritrovi quando non le cerchi più.
24 gennaio 2017
Luminosa audace e ardente
Alessandra Pigliaru,"Clara, Mirina e altre storie", in Gli occhi di Blimunda, 22 gennaio 1917.
Luminosa audace e ardente, così Christa Wolf descrive l’amazzone Mirina, una delle protagoniste del suo romanzo Cassandra. Aveva però negli occhi anche una certa nostalgia. Di quelle acute, osserva Wolf. Così la strana creatura dalla fisionomia chiaroscurale che non credeva nelle predizioni, fedele compagna di Pentesilea, metteva a repentaglio il proprio corpo tutto nella lotta per la verità. Clara Gallini, scomparsa ieri all’età di 85 anni, aveva scelto proprio il nome Mirina per la gatta che da anni le faceva compagnia nella casa romana in via Sant’Antonio all’Esquilino. Una piccola viuzza, riparata dal frastuono del quartiere e tuttavia popolata da una moltitudine di storie. «Il romanzo di Christa Wolf mi era talmente piaciuto, il nome Mirina però l’ho scelto non per ricordarmi del suo carattere indomito ma per la dolcezza del suono». Schiva e pur sempre diretta, Clara Gallini non amava i convenevoli né le noiose formalità, sia dell’ambiente accademico che mondano. E in quel pomeriggio tiepido, si distingueva bene che di Mirina anche lei possedeva qualcosa di profondo. Nella sinuosità della figura, infine nel coraggio irriverente della sopravvivenza a una malattia che l’aveva ultimamente provata nel corpo, lasciandole tuttavia la cosa più importante, una mente dotata di un acume eccezionale. Ne dà prova nel suo ultimo libro, Incidenti di percorso, pubblicato con lungimiranza da Nottetempo quando, nell’incontro con l’allora direttrice Ginevra Bompiani, pensò di scrivere cosa le era accaduto. Ne viene fuori un resoconto che è diario di intensa auscultazione interna e osservazione partecipata di cui però, a differenza degli ambiti di cui si era fin lì occupata, il soggetto era lei stessa. Si era fatta campo di indagine e maestra di invenzione, ancora una volta. Era riuscita a intravvedere nella malattia e nella cura esperienze ineludibili, nel doppio passo della fragilità e della gaurigione.
Clara Gallini è stata per l’antropologia culturale italiana colei che ha dissestato di meraviglie il terreno arato lasciato da Ernesto De Martino. Conosciuto alla fine degli anni Cinquanta è grazie a lui che arriva in Sardegna la prima volta. A Cagliari comincia a insegnare al liceo Siotto Pintor e contemporaneamente fa da assistente volontaria alla cattedra di Etnologia e Storia delle religioni. Sono anni difficili per una giovane donna lontana da casa, lo sguardo però e il sorriso sono rimasti gli stessi di sempre. Lo testimonia una piccola e bellissima scultura, tenuta accanto a una scatoletta acquistata da un pastore di Dorgali negli anni Sessanta. Capelli corti e quel cenno nella bocca che racconta una ironia malinconica e saggia, l’amico architetto milanese che per diletto l’aveva scolpita aveva individuato di lei i tratti essenziali. Riconoscibili anche nelle introduzioni magnifiche che Gallini fa in video nel 1977 per due documentari Rai di Luigi di Gianni sui rituali nella possessione: «La festa – dice – è il momento grande e corale in cui le masse subalterne esprimono i loro bisogni, denunciano la loro miseria ma anche elaborano delle forme di riscatto culturale che danno loro dignità». Sono certo modi per ricordare la lezione di De Martino ma anche per proseguire nella vicinanza appassionata con la cultura popolare e la civiltà contadina da cui Gallini ha mostrato sempre di essere ispirata, marxista e gramsciana convinta come è stata.
È in Sardegna che comincia a fare le prime esperienze – rimaste poi cruciali anche dopo la sua partenza dall’isola alla fine degli anni Settanta alla volta prima di Napoli (all’Orientale) e poi a Roma (alla Sapienza). Compone le prime sue opere sulla scia demartiniana anche se, salda la misura dell’autore di Sud e magia, si discosta in modo originale, aprendo a nuovi sentieri interpretativi. È del 1966 I rituali dell’argia, poi Il consumo del sacro (1971) e Dono e malocchio (1973). Scomparso De Martino nel 1965, Clara Gallini ne assume la cattedra. Sono anni fulgenti, in cui alla produzione scientifica, al metodo rigoroso che non ha mai abbandonato, si aggiungono gli incontri sia universitari – basti pensare alla gloriosa scuola antropologica di Cagliari che si andava configurando – e le sue conoscenze nella Sardegna dell’interno, introdotta in parte da Raffaele Marchi e Giovanni Canu. Nel quadro di quest’ultimo che ritrae il rito del fuoco di Sant’Antonio a Mamoiada nel 1962 – e che anche oggi si trova nella casa romana dell’antropologa, al centro della sala dove amava sedersi per chiacchierare – c’è l’elemento che ha contraddistinto le sue ricerche in Sardegna: il mutamento e il passaggio alla modernità, una comunità, quella sarda in questo caso, che subisce la trasformazione del ricordo, immersa nel rosso è l’intensità tra elemento religioso e pagano.
È del 1981 la prima edizione di Intervista a Maria (poi la seconda nel 2002 per Ilisso con una bella introduzione di Bastiana Madau), un testo decisivo, spiazzante che restituisce un altro pezzo di quell’isola amata che l’ha accolta. Il colloquio, commissionatole inizialmente dalla terza rete Rai per la trasmissione radiofonica Noi, voi, loro, donna (che prevedeva 15 puntate) era avvenuto tra il 2 e il
6 ottobre del 1979 a Tonara. «Maria aveva 70 anni e mi era stata presentata da amici comuni. Volevo capire a fondo la trasformazione della famiglia – racconta Gallini – e quindi provai a restare nel paese per un paio di settimane ma nessuna, oltre lei, mi concesse udienza. Ero forse percepita come l’estranea. Eppure con lei è stato uno scambio intenso e di reciproco affidamento, anche simbolico, tanto da desiderare il doppio nome come autrici del libro, il mio e il suo, che però l’editore non approvò. Nonostante Maria avesse concesso la sua voce per un programma nazionale, quando uscì il libro si rifiutò di parlarne in una sala di Tonara. Questo apre il problema di come l’appartenenza alla propria comunità ti renda più o meno vivibile il quotidiano».
I volumi che ha scritto sono numerosi, La sonnambula meravigliosa (1983), Il miracolo e la sua prova (1998) ma anche Cyberspiders (2004), Croce e delizia (2007) e tanti altri. Immaginario razzista, apocalissi culturali, forme di comunicazione fino al web e ai suoi strumenti. Al fondo di tutto c’era però una disposizione alla costante discussione critica, riconoscibile in una generazione che ha vissuto il Novecento e che ne è stata protagonista e osservatrice. Una disposizione, potremmo chiamarla anche attitudine, che non ha lasciato sola Clara Gallini fino agli ultimi giorni della sua lunga vita. Un essere nell’impegno del presente, immersi nella sua complessità, intravvedendo l’impossibilità di essere indifferenti. Questo punto per Gallini era ancora più palpabile perché si è sempre innervato in una quotidianità che ha scelto di vivere con riserbo, senza sbandierarla come spesso si impone nel consumo veloce e rimasticato contemporaneo. Ecco, è proprio qui, all’altezza di una intransigenza tutta del pensiero in movimento, nella danza ironica tra soggetto e oggetto che Clara Gallini ci consegna la sua lezione più importante. Tutta gramsciana nella movenza, e infine luminosa audace e ardente come il giuramento di un’amazzone.
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| Maria Lai, Donna al lavoro, 1958. |
14 giugno 2014
Inventare nuovi spazi
"Non
avevo altri esempi di arte figurativa nel paese dove sono nata e
cresciuta. C'erano i tappeti che le donne tessevano copiando gli stessi
motivi da generazione in generazione e i pizzi e i loro pani delle
feste, ma ero incuriosita dai contorni delle rocce, dai fili d'erba e
soprattutto dai grandi vuoti, dal senso infinito di quei paesaggi
vastissimi. Questi mi condizionavano in modo che può sembrare
contraddittorio: infatti, da quello spazio immenso mi sentivo
imprigionata. Avevo la necessità vitale di inventare nuovi spazi."
Da un'intervista di Giuseppe Dessì a Maria Lai, [s.a.]
| Maria Lai, Pastorello con capretta, Ulassai (2005) |
16 aprile 2013
Ciao Maria
... E io ho conservato per tanti giorni ancora s'achisorgiu, la brocca di argilla colma di monetine, il piatto azzurro con i frutti del melograno, e ho chiesto a Ruth di lasciare il quadro sulla fucilazione dell'anarchico Michele Schirru. Mi piace guardarlo, nel centro della sala di lettura, appeso a una catenella fissata al soffitto, distante dalla parete come un altare buddista.
Momenti di bellezza nel mare delle inquietudini che attraversano le isole...
Ritorna, Maria.
Tornate tutti.
Tornate tutti.
Tanta buona vita a te, agli amici del borgo di Alassaiad, e saluta il mare.
27 febbraio 2013
Io non so con quale dolcezza
Eo no isco chin cale
dulzura
mi ritirat sa terra ue
so nadu.
Matteo Madao
L’immobilità, che è dura a morire quasi quanto la
solitudine e la nostalgia, cede dunque al progresso. Alla lentezza biblica
s’incrocia la velocità: e chi vuole indugiarsi a camminare lungo i greti del
rimpianto, come accadeva a Giacomo Quesada, trovi almeno una sua rassegnazione all’urgere
del nuovo considerando le cose che hanno secoli e secoli, nate col segno dell’eterno.
I sassi e le rocce votive di Ulassai; le orme delle
capre sull’argilla e il loro festoso subbuglio alla vigilia d’ogni partenza
d’ottobre verso il Sud per il ritorno in maggio; l’eco di Morosini, che ripete
il fischio del trenino moribondo; le aquile, gli sparvieri, i colombi; le
foreste di Santa Barbara, santuario arboreo; la dignità dei fanciulli che non
rifiutano al forestiero un servizio o una cortesia, ma respingono come un
affronto un qualsiasi compenso.
Le case megalitiche e le rovine delle città vetuste.
I monastici cortili fioriti, e un ciuffo di palme, in
Campidano, per l’entrata di Cristo in Gerusalemme.
I tetti di sangue dei villaggi alpestri col fico,
l’olmo, il ciliegio per sentinelle.
I villaggi d’alta montagna coi balconcini pensili e la
quercia il mirto e la rosa.
La poltrona di trachite delle case dei villaggi
occidentali, alla quale fumare la pipa e conversare col vicino in pose
orientali.
Le pietre favolose degli animali che l’isola mai
conobbe: l’Elefante di Castelsardo, l’Orso di Palau, il Toro, la Vacca e il
Vitello di Sant’Antioco.
Il verde argenteo degli oliveti della contrada
turritana, punteggiato di cipressi; le valli incantevoli del Tirso e del Temo;
le feraci campagne d’Alghero.
Il campanile accanto alla chiesa e i campanilini sui
tetti dai quali sale il fumo azzurro.
Lo stazzo e il tormento granitico della Gallura.
Il mare congelato nelle colline dell’Anglona.
La catena del Marghine e il masso centrale su cui
domina il Gennargentu, diaframma alla Sardegna, come il Gran Sasso all’Italia,
che fu e non sarà più d’impedimento nei secoli all’unità dei Sardi.
I monti anacoreti e le confraternite di scogli.
Il selvatico Ortobene che è un gran concerto d’acque e
di foglie.
Le pianure di Giave, le prue dei toneri ogliastrini,
l’acropoli di Serrenti, i vulcani spenti.
I campi elisi degli asfodeli.
Gli stagni e le peschiere.
Le piramidi di sale e le catacombe minerarie.
I ponti e i manieri; le torri di Pisa e quelle
antisaracine.
I noci, i noccioli, i castagni, i corbezzoli, i
carrubi.
I giardini d’aranci.
Le chiese nelle contrade dai bellissimi nomi.
La conquista del vello del cinghiale.
Le danze, i canti, le ardie dei cavalli.
Le feste che domani saranno spensierate.
Terra antica e giovane, isola della resistenza; della
quale persino Giacomo Quesada, che pendeva alla malinconia e vi conobbe più
dolori che gioie, ebbe a dire negli ultimi suoi giorni che non sapeva andarsene
senza esprimere un ultimo desiderio che riconosceva, con suo rammarico,
impossibile; quello di nascervi un’altra volta, anche a costo di molto
soffrire.
Salvatore Cambosu, Miele amaro, Ilisso,
Nuoro 2004, pp. 368-369.
18 novembre 2011
9 novembre 2011
Scrittore nazionale e destino comune
Io credo che sia soprattutto per paura che García Márquez si vede come il più grande scrittore colombiano di tutti i tempi, o Vargas Llosa come il miglior scrittore peruviano. Tutti gli scrittori latinoamericani, e penso anche gli spagnoli, in fondo hanno molta paura e cercano di assicurarsi il pantheon post-mortem. Io non ho mai avuto paura della morte e inoltre non credo nel pantheon. Guarda, quando finisce è finita e non resta niente, perciò io sto con Borges quando disse: “Dopo la morte, verrà l'oblio”, e molte teste di cazzo gli dicevano: “Ma no, Maestro, dopo la sua morte resteranno i suoi libri”. Lui li ascoltava e doveva pensare: guarda che branco di imbecilli! Perché lui alludeva all'oblio nel senso più ampio del termine, vale a dire: la Terra finirà, il Sole finirà, tutto finirà, l'oblio è un destino comune di tutto quanto, non solo degli esseri umani, e in questo senso gli scrittori latinoamericani che si pongono sempre questo obiettivo che sta fra il clericalismo e la vigliaccheria, be', cercano di assicurarsi il pantheon post-mortem, e il modo migliore per farlo è diventare lo scrittore nazionale di un paese. Io invece credo nella povertà intrinseca dell'essere umano. Un animale come noi, provvisto di viscere e muscoli, pochi, ossa debolissime, privo di esoscheletro... avere lo scheletro dentro invece che fuori mi sembra una cazzata assoluta... Guarda, si muore ed è finita, fanculo, non credo nel pantheon degli uomini illustri, e non voglio essere lo scrittore nazionale di nessun posto, e in questo senso non mi hanno mai preoccupato la nazionalità o cose del genere. L'unica cosa di cui mi preoccupo quando scrivo è di salvaguardare una certa verosimiglianza negli idiomi che impiego. Voglio dire: quando parla un peruviano dev'essere un peruviano che sta parlando, e quando parla un messicano o un centroamericano dev'essere un messicano o un centroamericano.
Per la lettura integrale dell’intervista invio all’Archivio Bolaño. 10 ottobre 2010
Su "Donne Sarde"
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Maria Lai, Legarsi alla montagna, Ulassai, 1981
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Confesso subito che parlerò della mia lettura del volume in modo incondizionato ma anche condizionato, perché le mie parole vogliono anche essere l'omaggio a un osservatore guidato da fine e colta sensibilità verso l’universo femminile sardo in costante trasformazione, e in questo senso posso dire che gli vogliamo un gran bene, e lui lo sa… e infatti puntualmente se ne approfitta e ci chiama all’appello a presentare diversi libri, non solo i suoi (Giacomo Mameli è da sempre anche un formidabile promotore della lettura). I suoi, almeno per me, non sono facili da analizzare, non possedendo io gli strumenti per dibatterne negli aspetti socio-economici su cui principalmente si basano. E dunque li leggo come fossero testi di narrativa a forte vocazione realistica, o come inchieste a forte vocazione narrativa, conscia di quanto anche i veri romanzi, spesso aiutino a comprendere la realtà a volte più di tanti saggi.
Naturalmente questo è possibile grazie al fatto che la scrittura di Mameli è piacevole, piana e chiara. Si percepisce in essa l’impegno dello scavo, il gusto della ricerca sociale e il valore della testimonianza, l’intelligenza dei problemi messi in campo, l’amore per la terra e la sua gente. L’obiettività nel raccontare la realtà della nostra isola credo invece che si esplichi nel far venire a galla molte domande, più che risposte.
Il libro Donne Sarde, come anche i primi di Mameli (mi riferisco in particolare a La squadra e a Sedici ore al giorno) è soprattutto uno sguardo sul mondo del lavoro, vero dramma dell'isola e non solo.
Per raccontarcelo nei suoi diversi aspetti il giornalista raccoglie storie locali. Il suo metodo mi ricorda l’indicazione di Barbara Czarniawska, docente di Economia e Diritto all’Universita’ di Göteborg, che nel saggio intitolato Narrare l’organizzazione riferisce il suo provocatorio approccio agli studi sull’organizzazione basato su teorie narrative più vicine agli studi antropologici e culturali e prossimo ai modelli positivistici delle scienze sociali: la stusiosa – sulle orme di Wittgenstein – sostiene infatti che non possono bastare procedure informatiche, descrizioni e organigrammi per comprendere i processi sociali, economici e culturali, che non sono dunque sufficienti strumenti ‘freddi’, bref; ci sono atteggiamenti, comportamenti, valori, sofferenze, recriminazioni che vengono alla luce solo attraverso narrazioni, o meglio ancora attraverso reti di storie. Storie intrecciate, dai confini sfumati, fitte di rimandi. Storie non sempre facili da scoprire e da comprendere. Perciò – dato che si tratta di leggere e interpretare narrazioni – anche un giornalista che deve dar conto nelle sue cronache della realtà, deve avere competenze vicine e quelle del critico letterario o del semiologo proprio per individuare come "rappresentative" quelle che meritano di essere raccolte e decodificate.
In questo caso, appunto perché "sintomatiche" di dove va lo sviluppo in Sardegna, vi sono esempi – chiamiamoli così – interessanti anche per lasciare aperte questioni su come potenziarli, aiutarli, governarli.
Così salta subito agli occhi di chi legge che in Donne Sarde non si racconta nella fretta dell'articolo di cronaca, ma nella lentezza e nella riflessione dell'inchiesta.
L’aver insistito più volte – e in un arco di tempo abbastanza lungo – sui luoghi, sulle vicissitudini dei paesi, consente a Mameli di ascoltare i singoli individui e le comunità che animano il territorio cogliendo i fermenti che vi ribollono, mostrandoci una sezione della realtà tagliata attraverso il tempo, nell’istante presente. In generale di quel che avverrà riusciamo realisticamente a percepire qualche annuncio: ci sono i segni di un mutamento che non smette di compiersi.
Da questo libro, contemporaneamente alla sua lettura, si esce fuori per guardarsi intorno, riflettere anche sulla società che non è contemplata, solo intravedendola tra le righe, perché comunque necessariamente vi si affaccia, pur avendo fatto l’autore una precisa scelta di campo: documentare soprattutto là dove ci sono segnali di cambiamento positivo, di sviluppo sociale, culturale, economico. (Virgoletto 'sviluppo' perché la ritengo sempre una parola un po' ambigua, ma non qui.)
Un vecchio blues racconta di come, in alcuni stati del Sud, i neri d'America avevano l'obbligo di camminare nel lato assolato della strada, dov’era più infuocata la calura, ma dove era possibile 'dialogare col sole'. I bianchi si riservavano il lato ombroso, senza sapere quante mancate emozioni costasse loro la comodità della frescura. Ecco, Mameli osserva i risvolti più inquietanti del mondo del lavoro con lo sguardo di chi comunque ha deciso di camminare dalla parte assolata della strada. Allora forse il problema è anche l’assenza di questo approccio?… Oggi si va dai messaggi più disperanti a quelli più superficiali sulla felicità, incentrata sul consumismo materiale e immateriale, su atmosfere edonistiche, oppure felicità come ottimismo sulla pelle degli altri, e in questo senso questi anni per la Sardegna e l’Italia tutta sono durissimi. Forse è bene essere maggiormente consapevoli che gli atteggiamenti (e dunque l’educazione, la formazione culturale) incide concretamente sulla risoluzione o meno dei problemi?… Gianfranco Bottazzi nell'introduzione al primo libro di Giacomo Mameli edito dalla CUEC nel 1999, La squadra, scrive: «Se a un giovane disoccupato tutti indistintamente ripetono quanto sia difficile trovare un'occupazione, è molto probabile che il suo comportamento divenga rassegnato o rinunciatario (se di lavoro non ce n'è è inutile cercarlo) ... in questo modo facilitando la realizzazione della previsione che vuole che non ci sia, per il giovane, una occupazione». Allora spetta a noi educatori, genitori, insegnanti, fare uno sforzo in tal senso?… Il poeta Antonio Mura scriveva che tottu, inoke, nos pode' galu nòkere, e tottu galu podet esser fattu, si kreska kada cosa assa misura 'ess' òmine (tutto qui può ancora nuocerci, e tutto ancora può essere fatto, se ogni cosa ancora deve crescere a misura d’uomo).
Un’altra caratteristica 'mameliana' è la compassione, intesa come viva partecipazione alle vicende di cui si narra, negli aspetti problematici, quando non drammatici (sono molto intense le cronache sui disastri ambientali passati e recenti che hanno toccato diversi centri dell’Ogliastra), ma anche nei risvolti più divertenti e costruttivi. Atteggiamento umanissimo che, lungi dall’essere un limite, è in tempi di spregiudicato cinismo, un merito.
Mino Monicelli nel suo noto saggio-inchiesta che tratta degli aspetti etici della professione (Il giornalista, Vallecchi, 1964), scrive:
«Il buon giornalista dev’essere anzitutto un buon cittadino del mondo di cui è parte ... Il fine della professione non è diverso dal fine che l’uomo stabilisce per se stesso, nell’àmbito della propria e altrui vita».
In questo senso credo che Donne sarde sia da collegarsi alla tradizione più nobile del giornalismo italiano d’inchiesta, ancora oggi riconosciuta dallo stesso Mameli come scuola di riferimento, di cui, peraltro, lui è anche maestro. Questo è dimostrato anche in alcuni articoli qui raccolti e dedicati a Giuseppe Fiori, uno dei grandi intellettuali del novecento sardo – di cui Mameli qui scrive in occasione dell’inaugurazione di una piazza a lui dedicata a Perdasdefogu – o in un altro dedicato a Giuseppe Lisi, giornalista RAI sbarcato in Sardegna nell’estate del 1968, che in una intervista fattagli da Mameli e riportata nell’articolo “Un cronista di Ollolai”, racconta:
… Non si andava all’avventura ma occorreva conoscere la realtà della quale ci saremmo dovuti occupare. Dell’Isola io non sapevo quasi nulla e mi metto a studiare, leggo Gramsci, Bellieni e Lussu, i romanzi della Deledda, Giovanni Lilliu, ma soprattutto incontro per alcuni mesi un gruppo di sardi autorevoli: lunghe discussioni con Giuseppe Fiori, leggo Sardegna fra due lingue di Michelangelo Pira ... Faccio un primo sopralluogo, resto nell’isola quindici giorni in incognito, guardavo e basta, osservavo i comportamenti. Rientro a Roma, racconto e propongo e il direttore Fagiani mi dice: parti…
Con lo stesso spirito lavorarono cogliendo tutta intera l’anima più profonda dell’isola altri giornalisti citati nel suo libro. In particolare voglio ricordare – perché a me il libro Donne Sarde, come tutti i buoni libri mi ha fatto venire anche la voglia di andare a rileggerle... – le testimonianze lasciateci da Franco Cagnetta (vedi Banditi a Orgosolo), da Franco Nasi, inviato de Il Giorno negli anni ’50 (i suoi reportages sardi sono raccolti nel bellissimo libro di Iniziative Culturali intitolato L’isola senza mare), da Gigi Ghirotti, i cui articoli apparsi sul quotidiano La Stampa tra il 1952 e il 1967 sono raccolti in un altro bel libro intitolato Ricognizione della solitudine: si tratta di documenti preziosi per comprendere i cambiamenti che l’isola ha dovuto attraversare nell’arco di pochi decenni, per cogliere il suo non indolore passaggio alla modernità e comprendere davvero cosa di buono c’era che non siamo stati capaci di portare dentro l’arca e che ancora, forse, possiamo recuperare.
Ma nei reportage di Mameli, rispetto al lavoro dei colleghi che hanno visto lo sconcerto dell’isola che muoveva i primi passi verso l’industrializzazione, c’è, secondo me, un valore che è dato dal suo personale senso di appartenenza al cambiamento culturale di un popolo che non ha mai abbandonato di seguire passo per passo.
Così se da un lato tra le righe delle sue cronache leggiamo una forte critica a quei processi di trasformazione rivelatisi, nella loro scarsa lungimiranza, come non 'vincenti', dall’altro vi è comunque la presa d’atto di quanto abbiano alleviato la sofferenza sociale. Mi riferisco in particolare proprio all’industrializzazione, e dunque a ciò che di essa si può leggere tra le righe delle cronache raccolte nella parte intitolata Industria, natura e dintorni.
Rimarca Mameli, quanto di negativo in termini di danni ambientali e di produzioni sradicate dai contesti socio-economici-culturali dobbiamo all’industria sorta anche nel centro-Sardegna, ma – e in particolare proprio riferendosi a Ottana – mi sembra che fra le righe esalti l’importanza di un passaggio che fu estremamente innovativo perché l'industrializzazione, dall’individualismo tipico delle società pastorali, portò alla dimensione collettiva del lavoro anche nelle terre del'interno, innescando processi di confronto, di solidarietà e di crescita delle coscienze. Elementi fondamentali per lo sviluppo.
Esemplare, secondo me, una recente cronaca di Mameli a proposito del mancato accordo tra pastori e industriali sul prezzo del latte, dove scrive: ... Messe in archivio le maratone fra sindacati produttori e Regione, il latte ha ritrovato la sua ancora di salvataggio lungo l’antica strada de “Su connottu” . Dicono i pastori: io ti porto il latte e tu quanto mi dai? 50, 55, 60? Trattiamo ed eccoti il latte. E se paghi subito affare fatto ... Ma nelle campagne sale il livello di scontento e di rabbia ... perché i pastori – senza i quali non ci sarebbero né pecore, né latte, né formaggi, né agnelli, né capretti – si sentono impotenti. E alla fine i più deboli restano loro che sono una delle ossature certe dell’economia sarda. Sono loro che evitano lo spopolamento delle campagne, che le vigilano. Ma sono isolati, un ovile qua, un altro là, e pagano il prezzo del loro individualismo nuragico …
In questo caso, ci fa capire il giornalista, intervistando tutte le parti in causa, il problema è l’organizzazione dell’offerta (i pastori non possono esser più soli e divisi fra loro), la promozione della qualità del latte, la dimensione delle imprese che non possono essere al di sotto di certi standard: è urgente realizzare che la concertazione fra produttori fa abbassare i costi, tenere standard medio-alti, presentarsi con maggior forza sul mercato, ecc.
Ecco, a me sembra si evinca anche dalle storie raccolte in Donne Sarde, che l’organizzazione di forme collettive del lavoro offre in sé una griglia per l'interpretazione del cambiamento, e la sua assenza, al contrario, un segnale di sterile immobilismo. In questo senso Mameli sembra dare una valutazione positiva all’esperienza dell’industrializzazione nel Centro Sardegna.
Osservatore storico del territorio, descrive con dovizia di particolari anche i paesaggi, non tralasciando alcun nome di pianta o sfumatura di colore del cielo, ma soprattutto descrive paesi ricchi di storia e di vita. Come esempio leggo un brevissimo passo descrittivo di una piccola struttura culturale di un paese, perché attraverso di essa Mameli ci fa cogliere le sue trasformazioni, dandoci un ritratto di comunità.
Siamo a Santulussurgiu. L’occasione è data dalla presentazione del libro fotografico sul Montiferru a cavallo tra gli anni cinquanta e settanta di un sacerdote salesiano, Don Giuseppe Gotthard:
... Il “dopolavoro” è a metà del costone sotto Sa Rocca, fra i rioni di Santu Anne e Funtanedda. E’ un edificio rettangolare di recente restauro, tre gradinate a semicerchio per accedervi, archi con pietre a vista, soffitto di tavole e travi noce scuro, un ballattoio con ringhiera in ferro dove un tempo c’era la cabina per proiettare i film. Costruito alla fine dei seicento, usato prima come carcere per i cowboy ladri di cavalli del Montiferru, un secolo dopo sede del Monte Granatico, sotto il fascismo utilizzato come luogo di propaganda per il regime.
Ieri pomeriggio c’era una bella squadra di anziani, distribuiti in tre tavoli, tutti intenti a giocare a tressette ... Un summit di tutta l’anagrafe doc di Santulssurgiu, con ultrasettantenni che di nome fanno Micheli Mura, Nenaldu Ruju, Michelino Ardu, Mario Selis ... D’incanto il “dopolavoro” dei tressettisti diventa auditorium per conferenza. Succede come per le piazze dei paesi che all’improvviso, nei giorni delle gare poetiche dialettali, diventano anfiteatro sotto le stelle. Idem ieri, sabato culturale di un villaggio rurale. In un battibaleno via i mazzi di carte ed ecco i microfoni, i tavoli dei cartieri vengono allineati e diventano palchetto da presidenza, La sale si riempie, voci e sorrisi di fanciulli, l’aria è di festa...
Mameli è un giornalista che segue da sempre il lavoro culturale territoriale e ogni novità e questione legata al mondo della scuola (in questo libro ve ne sono diverse, in particolare riguardanti alcune scuole nuoresi), convinto di quanto lo sviluppo culturale incida direttamente su quello economico, perché creando aperture e confronto incide sugli atteggiamenti. E’ convinto che questi ultimi, gli atteggiamenti, influiscano in modo determinante sulla costruzione dei destini individuali e della collettività, perché agendo sul presente orientano il futuro. Per questo motivo credo abbia concentrato nella terza e ultima parte del libro una serie di piccoli reportage intitolandoli "Le protagoniste", da cui emerge un’idea di tradizione rappresentata dall’elaborazione che non tradisce la qualità delle sue essenze, recuperata e rielaborata, nei vari ambiti culturali e produttivi, in chiave moderna e spendibile nel mondo. E' la parte del libro più bella: quella dedicata al lavoro delle donne.
Non è un caso che la maestra che Mameli indica come esempio luminoso è Maria Lai, l’artista sarda famosa nel mondo, che unisce le case di Ulassai con un nastro azzurro e le lega alla montagna, che costruisce libri di stoffa e parole di filo, che trasforma le sue parole in cose e che puntualmente ci incanta costruendo situazioni di buona comunicazione e di circolazione di idee ovunque è chiamata a intervenire. O che ci racconti della cagliaritana Michela Grimaldi, che anche lei 'legherebbe' con un nastro gli ovili, stavolta, per farne percorsi culturali e naturalistici per turisti intelligenti (non tutti lo sono!).
Forse per questo motivo l’autore ha voluto chiudere il suo libro raccontandoci dello straordinario atteggiamento della ventunenne Pina Paola Monni di fronte agli assassini del suo ragazzo, esaltando giustamente la portata della sua scelta di giustizia e di libertà vere, che sembrava impensabile in un paese come Orune. Mi piace la memoria per la storia locale (nella nobile accezione insegnataci dagli Annales), e in tal senso mi ha commosso il suo ricordo di Pina Càmpana, animatrice della compagnia teatrale “Antonio Pigliaru”, che negli anni Settanta portò in scena il no corale alla vendetta e alla faida con lo spettacolo In nome del padre, e che "amava il suo paese più di se stessa"…
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| Maria Lai, Legarsi alla montagna, Ulassai, 1981 |
Forse per questo motivo l’autore ha voluto chiudere il suo libro raccontandoci dello straordinario atteggiamento della ventunenne Pina Paola Monni di fronte agli assassini del suo ragazzo, esaltando giustamente la portata della sua scelta di giustizia e di libertà vere, che sembrava impensabile in un paese come Orune. Mi piace la memoria per la storia locale (nella nobile accezione insegnataci dagli Annales), e in tal senso mi ha commosso il suo ricordo di Pina Càmpana, animatrice della compagnia teatrale “Antonio Pigliaru”, che negli anni Settanta portò in scena il no corale alla vendetta e alla faida con lo spettacolo In nome del padre, e che "amava il suo paese più di se stessa"…
C’è molto rispetto e grande empatia sociale in questo libro, e un forte invito a resistere nell’impegno.
8 marzo 2010
Le eredi del corbulaio
Rassegnati a un panorama letterario – dove per lo più la sarda umanità è segnata dal "mito della cattiva stella", dal complesso dei malfatati o da altri poco dissimili luoghi comuni, madri anaffettive incluse –, ecco Giuliana Lai che ci stupisce e consola: guardate signori, sembra volerci dire, che la storia di cui sono testimone non viene da quella immane tristezza. Io vi racconto di chi, appartenente a quella stessa storia, porta con sé l'eredità del corbulaio, un artigiano che dalla Barbagia arrivava a Ulassai gridando a canzone per fare uscire dalle loro abitazioni le donne desiderose di comprare o anche solo di poter ammirare gli oggetti di uso quotidiano: corbulas, turuddas, avajones, tazzeris... la poetica produzione dell'artigiano. Già: poesia non viene infatti da poiein e quindi dal fare in un rapporto conoscenza e vicinanza alle cose utilizzate per produrre altre cose?
Le memorie di Giuliana, scritte quasi nascostamente nella sua casa di Cardedu, sono diventate un libro, L'erede del corbulaio, edito da Art Duchamp. La pubblicazione è il regalo che Maria Lai ha fatto alla sorella prediletta per il suo ottantesimo compleanno. Un dono fatto a molti, e non solo perché si tratta di un diario leggibile anche come "ritratto dell'artista da giovane", ma perché queste memorie restituiscono lo spessore del divenire alla storia del popolo sommerso dei corbulai, ossia a coloro che dentro quella sofferente di un popolo (ma non solo dei sardi) semplicemente fa, opera, stando vicino alle cose. Così vi si narra dell'operosa famiglia da cui discende "Maria Lai" (scrive il nome con cognome virgolettando, la sorella dalla lunga e candida treccia) che fa la sua comparsa alla fine del millesettecento, nell'epoca in cui da Ulassai scomparve il corbulaio. Racconta Giuliana delle vicissitudini di tre generazioni di uomini e di donne, attraverso la microstoria dell'antico paese e dei villaggi dirimpettai e, a lato, del mutamento delle abitudini di vita, dei costumi e della costante relazione affettiva della vasta famiglia dell'autrice con quel mondo originario. Ma gli elementi visibili non sono solo quelli della semplicità primordiale: insieme all'incanto per i silenzi e gli spazi naturali c'è il rispetto della fatica e bellezza del lavoro di tessitura femminile (il libro è corredato dalle fotografie dei bei lavori di cucito dell'autrice), della cura della terra, dell'affetto e dell'attenzione per i piccoli, della dedizione personale al prossimo, di quei sopravvissuti paesaggi trasformati da un lavoro umano nobile, di tradizioni distanti da qualsiasi mistica del dolore. E si racconta di come l'evoluzione culturale dei componenti familiari sia stata messa a servizio di realtà. Al riguardo, tra tutti, risalta la figura del penultimo dei figli dei nonni materni dell'autrice: Manfredi, medico di Ulassai e dei villaggi dirimpettai, uomo solitario, che morì povero, "mentre tutti noi diventammo ricchi di lui"...
Sono tante le cose e le dimore descritte nel libro, ricche di suggestioni: uomini, donne, bambini, paesaggi, stanze, oggetti, relazione, e centrale alla narrazione è la grande casa in collina che guarda il nuraghe. Giuliana Lai, con garbo e grande senso pittorico, racconta di passato remoto, passato prossimo, ma anche di presente, dando indicazioni per un futuro possibile, come solo una donna modernissima ma custode di antiche sementi può fare. L'intelligenza e la curiosità, unite alla capacità di mettersi in relazione affettiva col mondo, apre al confronto libero e serio e colmo di meraviglia con quel che è diverso dal mondo di provenienza. Nel libro c'è anche un disegno di Maria Lai che la ritrae, questa meraviglia. Interessante vedere come sia lo stesso spirito che ha guidato l'autrice alla scoperta dei musei d'arte a Parigi che poi governa anche esperienze più noiose e dolorose. Anche l'occasione data dalla malattia diventa un viaggio in un ambiente diverso (l'ospedale) con persone diverse (le compagne di corsia): "Avevo paura, ma non lo avvertivo ", scrive Giuliana. La cultura aiuta a vincere la paura, ha detto in sintesi Maria Lai intervenendo dal pubblico, la sera che presentammo il libro a Perdasdefogu:* un incoraggiamento bello e sentito l'invito a ritrovare quel ritmo.
"Quel che dura lo fondano i poeti", indicherebbe ancora oggi l'inattuale Salvatore Cambosu, autore di Miele amaro e maestro primario dell'artista. E Giuliana la testimone confermerebbe: i corbulai lasciano la traccia del loro passaggio sulla terra, i corbulai con le loro ceste fatte dal faticoso e solitario intreccio di giunchi, asfodeli e corda, e i Manfredi che trasformano in civiltà possibile la vicinanza e la conoscenza degli elementi, guardando il mondo con un filtro fatto di rigore e amore.
Le memorie di Giuliana, scritte quasi nascostamente nella sua casa di Cardedu, sono diventate un libro, L'erede del corbulaio, edito da Art Duchamp. La pubblicazione è il regalo che Maria Lai ha fatto alla sorella prediletta per il suo ottantesimo compleanno. Un dono fatto a molti, e non solo perché si tratta di un diario leggibile anche come "ritratto dell'artista da giovane", ma perché queste memorie restituiscono lo spessore del divenire alla storia del popolo sommerso dei corbulai, ossia a coloro che dentro quella sofferente di un popolo (ma non solo dei sardi) semplicemente fa, opera, stando vicino alle cose. Così vi si narra dell'operosa famiglia da cui discende "Maria Lai" (scrive il nome con cognome virgolettando, la sorella dalla lunga e candida treccia) che fa la sua comparsa alla fine del millesettecento, nell'epoca in cui da Ulassai scomparve il corbulaio. Racconta Giuliana delle vicissitudini di tre generazioni di uomini e di donne, attraverso la microstoria dell'antico paese e dei villaggi dirimpettai e, a lato, del mutamento delle abitudini di vita, dei costumi e della costante relazione affettiva della vasta famiglia dell'autrice con quel mondo originario. Ma gli elementi visibili non sono solo quelli della semplicità primordiale: insieme all'incanto per i silenzi e gli spazi naturali c'è il rispetto della fatica e bellezza del lavoro di tessitura femminile (il libro è corredato dalle fotografie dei bei lavori di cucito dell'autrice), della cura della terra, dell'affetto e dell'attenzione per i piccoli, della dedizione personale al prossimo, di quei sopravvissuti paesaggi trasformati da un lavoro umano nobile, di tradizioni distanti da qualsiasi mistica del dolore. E si racconta di come l'evoluzione culturale dei componenti familiari sia stata messa a servizio di realtà. Al riguardo, tra tutti, risalta la figura del penultimo dei figli dei nonni materni dell'autrice: Manfredi, medico di Ulassai e dei villaggi dirimpettai, uomo solitario, che morì povero, "mentre tutti noi diventammo ricchi di lui"...
Sono tante le cose e le dimore descritte nel libro, ricche di suggestioni: uomini, donne, bambini, paesaggi, stanze, oggetti, relazione, e centrale alla narrazione è la grande casa in collina che guarda il nuraghe. Giuliana Lai, con garbo e grande senso pittorico, racconta di passato remoto, passato prossimo, ma anche di presente, dando indicazioni per un futuro possibile, come solo una donna modernissima ma custode di antiche sementi può fare. L'intelligenza e la curiosità, unite alla capacità di mettersi in relazione affettiva col mondo, apre al confronto libero e serio e colmo di meraviglia con quel che è diverso dal mondo di provenienza. Nel libro c'è anche un disegno di Maria Lai che la ritrae, questa meraviglia. Interessante vedere come sia lo stesso spirito che ha guidato l'autrice alla scoperta dei musei d'arte a Parigi che poi governa anche esperienze più noiose e dolorose. Anche l'occasione data dalla malattia diventa un viaggio in un ambiente diverso (l'ospedale) con persone diverse (le compagne di corsia): "Avevo paura, ma non lo avvertivo ", scrive Giuliana. La cultura aiuta a vincere la paura, ha detto in sintesi Maria Lai intervenendo dal pubblico, la sera che presentammo il libro a Perdasdefogu:* un incoraggiamento bello e sentito l'invito a ritrovare quel ritmo.
"Quel che dura lo fondano i poeti", indicherebbe ancora oggi l'inattuale Salvatore Cambosu, autore di Miele amaro e maestro primario dell'artista. E Giuliana la testimone confermerebbe: i corbulai lasciano la traccia del loro passaggio sulla terra, i corbulai con le loro ceste fatte dal faticoso e solitario intreccio di giunchi, asfodeli e corda, e i Manfredi che trasformano in civiltà possibile la vicinanza e la conoscenza degli elementi, guardando il mondo con un filtro fatto di rigore e amore.
B.M.
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