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5 aprile 2012

Sacrario ai caduti di tutte le feste

Le foto in bn colorizzate a mano sono di Massimo Golfieri. Vengono da una indimenticabile mostra fatta a Orgosolo una dozzina di anni fa e allestita insieme a dei pannelli a olio che ritraevano i sinnos, i tagli, tutti diversi e ciascuno con un suo nome, fatti dal pastore nell'orecchio di ogni agnello per poter riconoscere il suo gregge in caso di abigeato. All'inaugurazione della mostra il poeta Alberto Masala – in giacca e cravatta, alle sue spalle una vecchia lavagna chiesta in prestito alle scuole elementari del paese – lesse il "Testamento di un vecchio ladro di pecore", documento autentico pubblicato nel 1954 da Alberto Moravia nella sua rivista Nuovi Argomenti, in cui l'anziano pastore spiega come si rubano le pecore.

21 novembre 2011

Nel paese delle arance

Voi che sarete emersi dai gorghi
dove fummo travolti
pensate
quando parlate delle nostre debolezze
anche ai tempi bui
cui voi siete scampati.
Bertolt Brecht

Per me ieri, a Milis, nel convegno organizzato da Sardegna Democratica, è stato di conforto ascoltare una pluralità di voci serie, competenti, che – con dati alla mano – hanno analizzato diversi ambiti della nostra amata e martoriata isola, e in tempi in cui persino la comunicazione è spesso inficiata da incomprensibile (ai più) astio, la serietà dà sollievo. Ciò detto, nel merito della polemica Murgia-Soddu sollevata nel tavolo di Renato Soru, in epilogo alla due-giorni, ne ritengo inutile la semplice esistenza. Nessuno ci obbliga a stare da una parte o dall'altra tout-court, essendovi in mezzo, per così dire, non delle nuance ma una visione del mondo e anche modalità di comunicazione differenti dalla personalità sia dell'una (Michela Murgia) sia dell'altro (Pietrino Soddu) – senza per altro deleggittimare nessuno, ma appunto per questo non tollero il contrario –. Detto anche questo, spendo due parole (proprio due, perché il discorso è lungo e complesso, come si suol dire, e certo non è la prima volta che se ne parla, ma bisogna superare la noia, accettare le "provocazioni" e riattivare, tra le tradizioni perdute, una genealogia di saperi anche in questo senso) in merito alla "contesa" e dunque sull'industralizzazione, nelle sue varie forme. Voglio solo ricordare che, ad esempio, 40 anni fa, mentre in alcuni paesi del circondario ancora la gente moriva a grappoli per faida, i minatori di Orani, con le loro famiglie, lottavano insieme contro le gabbie salariali e per la "verticalizzazione" del talco (parola che metto tra virgolette per affetto: allora, ai più, risultava come un'idea tanto più affascinante quanto misteriosa e ad altri solo una parolaccia. Per me, allora bambina, era semplicemente impronunciabile). Il passaggio dal lavoro solitario del pastore a quello collettivo, la costruzione della solidarietà politica, sono state l'eredità più preziosa, in tutti i luoghi del lavoro industriale nelle sue varie forme, ed è proprio dalla cultura operaia che derivano il ripensamento (arrivato troppo tardi) delle attività della campagna, le aziende, le cooperative, le lotte unitarie dei pastori. Della grande industrializzazione restano le piane inquinate, le fabbriche dismesse, un modello di sviluppo (non l'abbiamo detto noi e non è accaduto solo qui) che portava in sé il germe del fallimento. Ieri lo ha ammesso, a modo suo, anche uno dei padri del piano di Rinascita, ma lo ha colto solo chi era lì per ascoltare, non per attivare guerre intergenerazionali di cui credo che nessuno senta il bisogno. Ma quel che soprattutto resta ed è un bagaglio pesante – è la nostra consapevolezza complessa, che dobbiamo far valere nella riprogettazione. Anche a Milis sono state tante le analisi e anche le proposte (alcune interessantissime, da approfondire) sui nuovi modelli di sviluppo locale, e ho visto, forse per la prima volta, una forma di coerenza interna agli interventi che mi piacerebbe vedere ripresa e approfondita in altre occasioni di produzione di senso. Sono convinta, ma non da oggi, che pensare ai paesi non sia affatto pensare in piccolo, ma esattamente il contrario.

5 maggio 2011

Un appunto

"Io, nella carta d'identità, voglio ci sia scritto Pastore
Io sono un valore economico. Io sono un valore sociale."



6 gennaio 2011

Presepe al porto

Adesso, a parte tutto, i pastori sardi sono ancora oggi stanziali, anche nel senso che non sono esattamente dei "viaggiatori" e dubito che siano in tanti quelli che si concedono vacanze turistiche extraterritoriali, per così dire. Ora, il vero viaggio per chi abita in un'isola è la traversata marina, da un proprio porto all'altra sponda. E nella fattispecie, il vero viaggio è dentro la pancia della nave, tratta Olbia-Civitavecchia. Al termine, essere accolti da una selva di manganellate nel tentativo (riuscito) di non farti mettere piede a terra, è davvero una pessima idea, per non dire un'autentica, inaudita azione liberticida.

19 ottobre 2010

Pastores semus tottus


Solidarietà con i pastori caricati dalla polizia mentre manifestavano davanti al Consiglio Regionale a Cagliari.

16 settembre 2010

Performance visiva di un'idea coloniale

Nei documentari degli anni Cinquanta lo sviluppo si presentava come un processo equilibrato che partiva dalla modernizzazione del settore agro-pastorale. Le bonifiche e le dighe avrebbero creato le condizioni tecniche di un'agricoltura irrigua: la promessa riforma agraria avrebbe liberato le terre dai limiti intrinseci dell'eccessiva frammentazione; il pastore e il contadino di vecchio tipo si sarebbero trasformati in operai e tecnici agrari. I documentari mostravano fattorie razionali in cui vivevano i coloni con le loro famiglie supportati da vari servizi tecnici e sociosanitari. Si mostravano linee di comunicazione, stradale e ferroviaria, che avrebbero favorito l'avvio dei prodotti della terra ai mercati e alle industrie di trasformazione. Un ottimismo razionalistico pervadeva quei messaggi, dai quali non trapelava alcuno spunto critico.
Nel documentario istituzionale degli anni Sessanta di tipo socio-economico, i riferimenti all'agricoltura si fanno più sfumati e generici. Essa appare nei discorsi degli assessori nel quadro di un generico sistema di imprese integrato con le industrie di base e con quelle, mai create, di lavorazione. Emerge con chiarezza una filosofia dello sviluppo che identifica il progresso con l'industria e questa con la petrolchimica. I documentari di Romolo Marcellini Civiltà dei pastori e Sardegna, industria e civiltà, entrambi del 1969, ne sono la sintesi esemplare.

Le performances visive delle grandi industrie sul mare e nei deserti

L'enfasi acritica che i documentari degli anni Cinquanta avevano riservato allo sviluppo agricolo e rurale si trasferisce, quindi, per intero alla grande industria peltrochimica dalla quale si attende l'induzione di processi di lavorazione a valle. I termini "a valle", "integrato", "seconde e terze lavorazioni", "tessuto di piccole e medie industrie" si ripeteranno come dei refrain obbligatori nei filmati istituzionali e come un'aspettativa non realizzata in tutti gli altri.
Di piccole imprese si mostreranno rari esempi marginali e le enfasi argomentative saranno dedicate interamente ai mastosi stabilimenti petrolchimici. L'esaltazione ottimistica e acritica per il Piano di Rinascita espungeva ogni accenno a temi troppo imbarazzanti che avrebbero potuto suonare come critiche alla classe politica regionale. Nei documentari istituzionali non si troverà alcun accenno al banditismo, ai pescatori di Cabras, all'emigrazione, alle lotte che caratterizzavano il settore minerario in crisi.
Una rappresentazione veritiera, spesso impietosa, delle condizioni della Sardegna negli anni del Piano di Rinascita è offerta grazie alle inchieste realizzate per la Rai da Giuseppe Dessì (Itinerari nel tempo, 1968) (1), da Luca Pinna (Sardegna 1965, 1965), da Giuseppe Lisi (Dentro la Sardegna, 1968) (2) e dal più importante ducumentario di Fiorenzo Serra (L'ultimo pugno di terra, 1965) (3).
Salvatore Pinna, Guardarsi cambiare. I sardi e la modernità in 60 anni di cinema documentario, Cuec, Cagliari 2010, pp.46-48. 

[N.d.b.]:
1. Nel portale Sardegna Digital Library puoi trovare l'intero documentario, a partire dal link:
http://www.sardegnadigitallibrary.it/index.php?xsl=626&s=17&v=9&c=4460&id=1126.
2. Idem, a partire dal link: 
http://www.sardegnadigitallibrary.it/index.php?xsl=626&s=17&v=9&c=4460&id=86117. 
3. Il documentario fa parte degli 8 DVD contenuti nell'opera: Fiorenzo Serra, La mia terra è un'isola, Ilisso, Nuoro 2010.

13 agosto 2010

Transumanze

Ho fatto uno sforzo sovrumano per attraccare la barchetta e tornare a terra stasera, ma ne è valsa la pena e, anzi, ho il cuore colmo di gratitudine: Gavino Murgia con Transumanze (concerto di "accompagnamento" alle proiezioni di Le stagioni dell’Armenia di Artavazd Pelechian e di Pastori, quasi una preistoria di Fiorenzo Serra) ha dato il meglio di sé, a Fonni, accompagnato dal duduk di Arayik Bakhtikyan, dai zarb-frame drums di Bijan Chemiirani e dalle chitarre di Kevin Seddiki. E il regista armeno per me è una scoperta strabiliante...




post in costruzione
Devo ritornare sull'argomento per cercare di capire se c'è qualcosa di più che una suggestione nel mettere in correlazione la transumanza dei pastori armeni e quella dei pastori di Fonni (quest'ultima documentata da Fiorenzo Serra, a cavallo tra gli anni cinquanta e sessanta, in "Un pugno di terra"). Al confronto con la drammaticità delle immagini di Pelechian, i pastori barbaricini sembrano prìncipi: eleganti e sobri nei loro abiti di velluto e nei mantelli di orbace, con quel mangiare lento – nelle pause della traversata dal cuore dell'isola verso sud – il pane carasau e i formaggi tolti dalle bisacce tessute da abili mani, o mentre arrivano a destinazione nei Campidani, coi grandi greggi di pecore che brillano al sole.