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28 gennaio 2021

Anne Frank House, 2018

Con la video installazione "Anne Frank House", datata 2018, che ho potuto vedere con mia figlia durante una visita al museo Hamburger Bahnof di Berlino nel novembre del 2019, l'artista Simon Fujiwara propone Anna Frank come una figura iperreale, basata sulla mescolanza della sua immagine così come viene comunemente proposta. L'artista ricrea un'iconografia congelata nel tempo della scrittura del famoso diario, investigandola invadentemente con il braccio della telecamera, a sua volta ritratto. 
Fujiwara è stato ispirato dal modo in cui i visitatori del Madame Tussaud – il museo delle cere di Berlino – interagiscono con la figura di Anna Frank, e la sua è un'opera che provoca inquietudine, e anche a distanza di tempo, rivedendone le foto, ci interroga. 
Vi leggo una critica alla "memoria" come contemplazione spettacolarizzata del passato, e meno, invece, come esercizio costante, utile perché le atrocità che furono non si ripetano e perché il presente di oppressione dei diseredati di oggi non sfugga alla nostra coscienza. Ormai è assodato, infatti, che l'assenza di memoria coduce all'indifferenza e all'apatia, impedendo di cogliere il dolore dell'altro da sé. Dobbiamo ricordare per sapere che sta succedendo ancora.

27 gennaio 2021

Nelle maglie della storia

Berlino si è trovata a lungo impigliata nelle maglie della storia: culla di una rivoluzione, centro nevralgico del nazismo, distrutta dalle bombe, divisa in due e poi riunita. E tutto ciò solo nel XX secolo. Una città che non nasconde nulla e che di tutto conserva i segni nelle sue strade e monumenti, sicché se anche vorresti non vedere, vedi. Nulla omette e niente dimentica. Ti conduce nei punti piú atroci della sua storia e della storia mondiale anche quando stai lasciando mondi di bellezza e non vorresti più pensarci. Accade quando esci dal Gropius Bau, ad esempio: per andare dall'altra parte della strada ti costringe ad attraversare l'area esterna della Topografia del Terrore. E accade in diversi punti lasciando il meraviglioso parco Tiengarten, e chissà dove altro ancora. Io ci sono andata per scelta in cerca di queste tracce, con Giulia, consapevolmente, come si dice: al Memoriale per le vittime della Shoah, al Museo ebraico. Non ho scattato fotografie, ancora per scelta, eccetto queste tre che pubblico. Ho scattato in particolari istanti, per reagire al disagio fisico volutamente provocato dalle architetture.

"Affrontare l’Inimmaginabile della Shoah vuol dire rapportarsi a immagini frammentate, precarie, clandestine, eppure resistenti, che ci giungono come testimonianza di un evento che lascia attoniti. Quelle immagini rivelano un grande potere evocativo proprio in virtù della loro incompletezza. Ci dicono di più, però, se ne accettiamo il limite, su cui converge anche il limite dello sguardo. Si tratta di cogliere in esse ciò che non è dato vedere. Là dove non è più sufficiente un’analisi formale delle immagini, si impone la capacità del nostro sguardo di connettersi a un controcampo immaginario, invisibile e irrappresentabile. Su questo vuoto si fonda una più attuale esperienza della visione".
Da "L'Inimmaginabile della Shoah" di Iaia Perrelli, Doppiozero, 27 gennaio 2021.

23 aprile 2017

Il sonno

Sino a non molto tempo prima lastricava di appunti le sue strade, perché sin là nessuna sembrava uguale all’altra. E lei ci s’immergeva, come a ubriacarsene. Come il Funes del racconto amato, in qualsiasi alito di vento, nella memoria delle foglie alle sei del pomeriggio di un qualunque giorno d’estate. Come un personaggio di Bianciardi, ma più felice, anzi: felice. E le piaceva raccontarle le strade, e tutte le stanze della sua grande casa. I vicoli di Nascar e, nella testa, l’oro di Cordova.

  "E qualcuno ha detto: 

Sorella della nostra memoria feroce,
del valore è meglio non parlare.
Chi ha saputo vincere la paura
è diventato coraggioso per sempre.
Balliamo, poi, mentre passa la notte
come una gigantesca scatola di scarpe
sopra la scogliera e la terrazza,
in una piega della realtà, del possibile,
dove la gentilezza non è un'eccezione.
Balliamo nel riflesso incerto
dei detective latinoamericani,
una pozzanghera d'acqua piovana che riflette le nostre facce
ogni dieci anni.


Poi arrivò il sonno."

23 maggio 2016

Io c'ero, posso raccontare...

Di che materia è fatta la memoria? La mia, se torno a quel 23 maggio del 1992, è fatta di odori, di scirocco, di pioggia, di lacrime. Arrivai a Palermo quasi direttamente dai palazzi del potere romano dove seguivo per Il manifesto le votazioni per il nuovo capo dello stato che si avvitavano su se stesse senza via d'uscita, dopo la trombatura di Giulio Andreotti tra le cui gambe era stato gettato, nel marzo di quello stesso anno, il cadavere del suo plenipotenziario in Sicilia, Salvo Lima, garante del patto tra la politica e Cosa Nostra. 
Questo adesso è un fatto acclarato, ma per averlo detto allora, insieme a Sandra Bonsanti, collega di Repubblica, nel corso di una rovente puntata di Samarcanda, la trasmissione di Santoro e Ruotolo, rischiai fisicamente il linciaggio da parte degli amici di Salvo Lima (che non erano esattamente tipi raccomandabili).
Mentre dall'aeroporto corro verso il luogo della strage incrocio in senso opposto il corteo presidenziale che sta riportando a Roma il vicecapo dello Stato, Giovanni Spadolini, che si lascia alle spalle la Beirut italiana e torna nei Palazzi in disfacimento. Simbolo di un sistema politico che sta cadendo sotto i colpi di Tangentopoli, nel quale la mafia sta perdendo i suoi vecchi punti di riferimento e ne cerca di nuovi. L'odore, lì a Capaci, è quello ferrigno della morte, della polvere rossa che il vento di scirocco trascina con sé nell'aria che sa di esplosivo, di catrame ancora caldo. Per terra, pezzi di tela militare sbattuti dal vento, due mazzi di fiori di campo poggiati su un cumulo di terra. Per duecento metri l'autostrada non esiste più, è stata cancellata, spazzata via. Ecco il grande cratere di terra rossa: qui sotto c'erano mille chili di tritolo, una potenza micidiale che ha sollevato l'asfalto che ora se ne sta ingobbito, dilaniato da quella forza devastante sprigionata dal suo stesso ventre.
La macchina sulla quale viaggiavano Giovanni Falcone e sua moglie Francesca Morvillo, è ferma sul ciglio del cratere, con il muso stritolato dalla furia del primo impatto, tutti i suoi congegni elettronici sono lì sventrati, oscenamente esposti. Poco più dietro, un'altra macchina della scorta messa di traverso e più in là un'altra ancora che sembra come schiacciata da una mano potente che scende dall'alto. Ecco, così sono morti Giovanni Falcone, Francesca Morvillo, Antonino Montinaro, Vito Schifani, Rocco Di Cillo.
Un cronista di Radiomontecarlo mi dice: «It's a war». Già, ma in questa guerra lo stato si ferma dopo ogni piccola battaglia vinta, mentre la mafia, giunta all'apice della sua potenza economico-militare, dispiega la propria onnipotenza e dice: io posso tutto, io posso assassinare come un cane, in mezzo alla strada, l'uomo politico che non ha mantenuto le promesse; io posso togliere di mezzo il giudice più protetto d'Italia, il mio nemico numero uno, quello che vi ha costretto a guardare di che cosa sono fatta davvero. E per farlo vi dimostro che posso, letteralmente, sollevare la terra sulla quale camminate.
Sapremo dopo che era così cominciata una trattativa che voleva revisione dei processi e abolizione del carcere duro. E che per averla intuita e disapprovata morì Paolo Borsellino. Falcone doveva morire perché aveva guardato il mostro negli occhi, ne aveva compreso il salto di qualità. Non più un insieme di cosche, ma un vertice che governa con il pugno di ferro, che ha intrecciato legami con pezzi della politica e dello stato. L'aveva detto, Falcone, dopo l'attentato fallito alla sua villa dell'Addaura, quando parlò di «menti raffinatissime» che l'avevano ordito. L'aveva detto nella sentenza del processo Maxi-ter a Cosa Nostra quando, parlando dei grandi delitti politico-mafiosi, Piersanti Mattarella, Carlo Alberto Dalla Chiesa, Michele Reina e Pio La Torre, li definiva «omicidi in cui si è realizzata una singolare convergenza di interessi mafiosi e di oscuri interessi attinenti alla gestione della cosa pubblica, fatti che non possono non presupporre tutto un retroterra di segreti e inquietanti collegamenti, che vanno ben al di là della mera contiguità e che debbono essere individuati e colpiti se si vuole davvero voltare pagina». La condanna a morte di Giovanni Falcone sta tutta scritta lì. I finti amici di Falcone, i beatificatori postumi, quelli che prima lo chiamavano spregiativamente «il giudice sceriffo», «il giudice comunista», e che oggi lo additano ad esempio contro i suoi colleghi che ancora cercano la verità sulla stagione delle stragi, questi mentitori affermano che lui non credeva nei legami tra mafia e politica.
Era tutto il contrario: avendo compreso in quale trama di potere giocasse Cosa Nostra, Falcone cercava gli strumenti per poterli mettere a nudo. Ci provò dapprima con il suo lavoro di magistrato, finché non gli legarono le mani; poi cercando di cambiare dall'interno la politica giudiziaria, delineando la Procura nazionale antimafia. In questo cammino commise anche errori, forse sottovalutò la capacità di irretirlo del potere e sopravvalutò la volontà di taluni di combattere veramente la mafia.
Le critiche che gli vennero da chi era stato amico lo ferirono profondamente, ma erano fatte in buona fede e nascevano anche dalla preoccupazione che certe mediazioni, non solo non gli avrebbero consentito di raggiungere i suoi obiettivi, ma lo avrebbero esposto come ostacolo al patto di convivenza tra stato e mafia.
Mentre torno a Palermo, vent'anni dopo, rileggo quel che scrivevo allora, cercando di spiegare perché, dopo aver ucciso l'uomo del legame tra politica e mafia, Salvo Lima, Cosa Nostra avesse alzato il tiro sul suo nemico giurato: «Un atto di terrorismo mafioso... l'hanno fatto mentre il Palazzo viveva un passaggio delicatissimo: un'elezione presidenziale nel corso della quale si ridisegna l'equilibro del potere. Non c'è bisogno di pensare a complotti a trame oscure. Purtroppo è tutto tragicamente chiaro: un pezzo d'Italia che è Colombia e Libano. Con i piedi ben piantati qui, il potere mafioso alza la testa e guarda in alto, alla ricerca del suo posto tra i poteri, oligarchia armata che vive del deficit di democrazia e a sua volta lo alimenta».
Allora non sapevo, mentre tornavo a Palermo, tra l'odore delle stigghiole arrostite per strada e le ceste di pane, leggendo su qualche rudimentale cartello la scritta «Falcone sei vivo», non immaginavo che sarei dovuto tornare due mesi dopo, per la strage di Via D'Amelio. E che l'anno dopo la strategia stragista del potere mafioso avrebbe toccato il suo apice. Non ero consapevole che era cominciato il nostro 11 settembre, come mi disse dieci anni dopo la strage Andrea Camilleri, che intervistai per La7 : «Falcone e Borsellino sono i nostri eroi. È come se fossero cadute le nostre Torri Gemelle».
Ma non fu solo un giorno, una data: fu un biennio nel quale agì un intreccio tra pezzi della politica e delle istituzioni e poteri criminali che impresse una torsione nettamente antidemocratica alla transizione italiana e del quale ancora non siamo venuti a capo.
È questa l'anomalia italiana che non è mai stata superata e che, dopo l'attentato di Brindisi, ha fatto pensare Qualunque sia l'esito delle indagini su Brindisi, per questo è sacrosanta la ribellione alla violenza da parte dei giovani e del mondo della scuola. Anche se la mafia ha scelto di abbandonare la strategia dell'attacco militare, non per questo è meno pericolosasubito a un riproporsi di quegli scenari.

Anzi, nella complicità o nell'indifferenza della politica, ha conquistato le roccaforti dell'economia del Nord, si è insinuata nel tessuto del paese come un veleno sottile, col quale in troppi hanno imparato a convivere. È parte di un sistema di malaffare e di corruzione che corrode la politica e la democrazia. Anche questa è una strage: di libertà, di diritti, di cittadinanza.
È giusto dirlo oggi, insieme alla folla di ragazzi e ragazze con i quali sto navigando verso Palermo, per ricordare quel che accadde quando loro non erano ancora nati. Io c'ero, posso raccontare loro il dolore attonito di una città che poi si farà rabbia all'apparire dei vertici istituzionali, le lacrime che si confondevano con la pioggia. Paolo Borsellino, un maschera da tragedia greca avvolta in una perenne nuvola di fumo, Giuseppe Ayala ripiegato su se stesso, una pertica che pare sul punto di spezzarsi, Giuseppe Di Lello, il nostro carissimo amico Peppino, piccolo e solo, senza scorta, talmente indifeso che ci stringiamo attorno a lui, quasi a fargli da scudo. E poi quelle parole di Rosaria Schifani, quella specie di lamento funebre contro i mafiosi: «Io vi perdono, ma inginocchiatevi... ma no voi non lo fate... non lo fate», che risuonò nella chiesa di San Domenico come una biblica maledizione.
Carmine Fotia, Falcone raccontato a chi non era ancora nato, Il Manifesto del 23 maggio 2012. 

29 marzo 2011

La voce

Donne, uomini, vecchi, bambini, ricchi, poveri: quello che gli assassini vedono davanti a sé è un mucchio indistinto da eliminare più in fretta possibile. Ma la massa è anche la corazza all’interno della quale trovano riparo gli autori dei genocidi. Nessuna persona ha ucciso da sola un’altra persona. Siamo colpevoli tutti. E nessuno sarà colpevole. Di fronte a una materia tanto tragica c'è chi procede al contrario, e dalla massa informe degli assassini e dei cadaveri estrae volti, storie, individui, ridonando a ciascuno un nome. Come i saggi chiamati a placare la collera dei morti, si pongono davanti alle vittime e ai carnefici, vulnerabili, miserabili di umanità, attingendo al patrimonio più prezioso di cui dispongano le scritture: la tradizione orale, la voce.



27 gennaio 2011

A marzo, pecore e agnelli troppo lenti…



Qui puoi vedere integralmente la diretta dello spettacolo andata in onda ieri sera sulla 7. Poi, se ti va, dai anche un’occhiata a quel che scrive Strel.

Ricordatevi di Hurbinek

"Lossa è finito in manicomio perché non c'erano insegnanti di sostegno", dice Marco Paolini raccontando di un bambino con "disturbi mentali" internato in un ospedale nazista e cavia delle sperimentazioni psichiatriche. Una frase potente che, in perfetto stile del teatro paoliniano, impone la ricostruzione del processo da cui quella figura di insegnante è scaturita. Processo di cui "come italiani, una volta tanto dobbiamo essere molto orgogliosi" – dice Paolini, alla fine di  Ausmerzen – e che tuttavia, oggi, è fortemente minato dagli ultimi provvedimenti che limitano il sostegno ai disabili e alle famiglie, minacciando il ritorno all'istituzione totale, leggi: al manicomio. L'insegnante di sostegno è uno dei tanti e più importanti punti d'arrivo dell'"avanguardia" della psichiatria italiana, una figura (ignorata in altri paesi europei) che ha determinato la fine di quelle che, con espressione ipocrita, venivano chiamate "classi differenziali". Questo processo porta il nome di Franco Basaglia, e di tanti che hanno creduto e che ancora credono in una società libera, antitetica a qualsiasi forma di segregazione e di razzismo. La memoria è anche l'invito a continuare a perseguire quel possibilissimo sogno.

26 gennaio 2011

Vita e destino

In quella babele di lingue non ci si capiva, ma si era comunque uniti da un medesimo destino. Esperti di fisica molecolare e di antichi manoscritti dividevano il pancaccio con pastori croati e contadini italiani che non sapevano scrivere nemmeno il proprio nome. Chi, a suo tempo, era solito ordinare la colazione al cuoco o angustiava la governante con la propria inappetenza, ora andava a lavorare fianco a fianco con chi mangiava solo baccalà, l'uno e l'altro in ciabatte di suole di legno, sbirciando angosciati l'arrivo del  Kostträger, il "kostrìga", come lo chiamavano gli inquilini russi delle baracche, il portasbobba.
Nelle sorti della gente del lager la somiglianza nasceva dalla differenza. Un giardino lungo una polverosa strada italiana, il cupo fragore del Mare del Nord, un coprilampada di pergamena arancione in casa di un dirigente alla periferia di Bobrujsk: il loro passato poteva avere poco in comune, ma non c'era detenuto per cui non fosse meraviglioso.
E più era stata dura la vita prima del lager, più ci si ostinava a mentire. Una menzogna priva di finalità pratiche che era piuttosto un inno alla libertà, perché fuori dal lager non si poteva essere stati infelici.
Vasilij Grossman, Vita e destino, traduzione di Claudia Zanghetti, Adelphi, Milano 2010, p. 15. 
 

25 ottobre 2009

Sa gherra es tonta


Nella nostra società ipertecnologica organizziamo incessantemente enormi depositi di memoria, impauriti, forse, dal rischio di perdersi in un presente divenuto infinito, globalizzato, eterno e che sempre di più sembra minare la capacità e la volontà di ricordare il passato. Tuttavia ci sono società per le quali la memoria resta soprattutto una ferita cruenta della mente e per le quali la rimozione potrebbe sembrare l'unico rimedio efficace al dolore. Ma non è così. Bene lo sa, ad esempio, lo scrittore e poeta palestinese Ibrahim Nassrallah, che nel suo romanzo intitolato Dentro la notte (Ilisso, 2004), scrive: «Dimentichiamo per sopravvivere. Ma per non morire non dimentichiamo mai del tutto».
In Italia lo slogan “per non dimenticare” caratterizzò una miriade di iniziative che nel corso di lunghi decenni riproponevano la memoria di quel 12 dicembre in cui il terrore indiscriminato entrò nella storia del Paese: per non dimenticare la violenza, per non dimenticare l’ingiustizia di non poter far valere la verità. Così è stato sia per le vittime della guerra invisibile chiamata strategia della tensione, così per le tante vittime di mafia e per i loro parenti, condannati a essere per sempre testimoni della vita e della violenza che l’ha spezzata.
«Volevo che i giovani sapessero, capissero, aprissero gli occhi. Guai se i giovani di oggi dovessero crescere nell’ignoranza, come eravamo cresciuti noi della generazione del Littorio. Oggi la libertà li aiuta, li protegge. La libertà è un bene immenso, senza libertà non si vive, si vegeta», dichiarò Nuto Revelli nel 1999, nel suo discorso per in conferimento della laurea honoris causa.
Così anche Luigi Pintor nel suo libro del 1991 intitolato significativamente
Servabo, parola latina che condensa il senso profondo della memoria nel suo valore civico: conserverò, terrò in serbo, terrò fede, ma anche servirò, sarò utile. A dispetto dei depistaggi del tempo e dell’anima, solo la memoria può impedire l’insediarsi di allarmanti processi storiografici: dal revisionismo storico grande – sul passato remoto del fascismo, il nazismo, la Shoah – a quello piccolo sul passato prossimo della vicenda italiana, l’eversione, le stragi.
“Per non dimenticare” sono anche le parole con cui Giacomo Mameli chiude il suo ultimo libro
La ghianda è una ciliegia (Cuec, 2006), ed è appunto nel solco di questo lungo grido della storia contemporanea che nasce un'opera che straordinariamente ci costringe ancora a riflettere sul passato per comprendere ancor di più l'assurdità di quelle attuali. Mameli infatti – senza mai minimizzare o reificare il dolore del singolo uomo ma, anzi, trasmettendolo al lettore con grande pietas – trascende la realtà individuale per raccontare la tragica esperienza collettiva della seconda guerra mondiale con le rievocazioni dei soldati di Perdasdefogu (oggi più che novantenni) e delle loro peripezie in Russia, in Albania, in Grecia, nei campi di concentramento tedeschi e degli anni passati in India e in Sudafrica.
L’opera – pur rielaborata nella finzione del romanzo – si fonda sulle testimonianze reali degli anziani che, oltre sessant’anni fa, furono improvvisamente strappati dall’operoso e agreste microcosmo per essere catapultati in un mondo dilaniato dalla sofferenza.
La guerra non è mai giusta e ancor meno intelligente. La guerra è «tonta», come dice Peppino Carta fu Giovanni e di fu Puddu Doloretta (p.54) e «stupida» come dice quel Vittorio Tegas (p.307) che sa delle tre Italie perchè ha letto Chabod… Stupida la guerra, e le ragioni per farla, quelle di ieri in nome del fascismo, quelle di oggi in nome di una presunta democrazia. Ragioni irragionevoli, soprattutto se la si guarda, la guerra – com’è giusto che sia – dalla parte di tutte le genti che l’hanno subita anche quando erano convinte di combattere una causa giusta. Il libro di Mameli è vicino anche a Emilio Lussu, che in
Un anno sull’altipiano (1938) propone una realtà feroce e cruda dimenticando per sempre il mito romantico della morte eroica; qui la guerra «stupida e tonta» dei soldati di Perdasdefogu è quella «degli ordini sbagliati, delle scarpe di cartone, dei sacrifici umani a scopo dimostrativo».
In
La ghianda è una ciliegia Pietrino-Strìa (chiamato come il fratello maggiore morto sul Carso) racconta a pagina 122:
«A me – come a quasi tutti i miei amici di Foghesu – il fascismo piaceva davvero, lo sentivo dentro il cuore e dentro l’anima e mi entusiasmava… Mi sembrava che dovevo ringraziare il fascismo se avevo lavorato a Carbonia, se avevo visto il Duce, se avevo conosciuto il continente. Senza fascismo io sarei rimasto o contadino o pastore. Soldato è meglio. Sì, ragionavo così». Pietrino Civetta viene catturato dagli inglesi, deportato da Alessandria al Cairo, fino al Sudafrica in un campo di concentramento dove, non essendoci niente da fare, si mette a contare le spine del reticolato: «Contavo quelle spine rivolte in su. Il rettangolo lo avevo chiamato “Su campu” e gli avevo dato per confini i nomi dei paesi. Il lato lungo di nord era Ulassai, il lato lungo di sud Escalaplano. Il lato corto di nordovest Esterzili e il lato corto di nordest Tertenia. La gara l’aveva vinta Ulassai con 11.245 spine mentre Escalaplano si era fermato a 10.387. I vincitori erano quindi Ulassai ed Esterzili. Vincitori di che cosa?» (p.134). Domanda retorica che vale per Ulassai ed Esterzili, per quella guerra e per tutte le guerre del mondo.
Ci sono dunque anche qui i volontari, i fascisti convinti, gli ammiratori del duce, che partiranno entusiasti per ritornare atrocemente delusi dal dramma della sconfitta e dalla lancinante consapevolezza dei falsi miti del regime – come anche Orazio Mameli (padre dell’autore e alla cui memoria il libro è dedicato) che «dalla fede cieca del fascismo era passato a quella ragionata del sardismo».
Ma la maggior parte di coloro che partirono non lo fecero per eroismo, non per fascismo, come un dice un altro personaggio-testimone, Mario Casu, parlando di sé come di un disgraziato mandato a fare la guerra da un paese dove «la guerra si chiamava fame».
Una miriade di trame legano le narrazioni dei poveri soldatini di Foghesu ai personaggi dell’indimenticabile
Centomila gavette di ghiaccio di Giulio Bedeschi: sono le vicissitudini che brutalmente tolgono ogni senso all’essere catapultati in una guerra inappartenente, in condizioni disumane. Nel primo bellissimo racconto intitolato La penna di asfodelo così ricorda Vittorio Palmas il lungo viaggio per fare la guerra: «Parto di notte a piedi, da solo, a far la guerra, io che non conoscevo una cartuccia se non quella che aveva ucciso la martora. Tutto quello che possedevo l’avevo addosso, né sacco né scatola di cartone, neanche un soldo in tasca … avevo una camicia, mamma l’aveva chiesta al figlio di suo cugino Fracànzu, un paio di pantaloni e una giacchetta che sembrava rubata a un bambino di dieci anni. Calze non ne indossavo». E il racconto prosegue raccontando le ore di camminate a piedi sino ad arrivare a Serra Longa, poi a Seui che per contrasto con il villaggio ricco solo di pietre sembra una grande città, e da lì il treno per Cagliari e poi la nave per Civitavecchia: Roma, Torino, e sempre il freddo, la fame, la stanchezza, gli incontri con altri diseredati, ma anche la solidarietà (bella in questo senso quella prima figura: una donna emigrata a Torino incontrata sulla nave, che al giovane di Foghesu compra pane e acciughe). Via via che i racconti si succedono cambiano i nomi delle persone e dei paesi di provenienza dei soldati, e cambiano le guerre, ma le storie si assomigliano tutte perché tutte si assomigliano le guerre: «Arriviamo in Russia – racconta Monni Pierino, classe 1920. – Arriviamo in Russia e neanche un albero, neanche una casa e una strada che non fosse bianca. E comprendo che quella di Foghesu non era neve ma schiuma di latte, perché la neve vera uccide per il freddo e per il gelo che ti crepa i piedi e le mani. Nei primi giorni di Russia a me e ai miei compagni di sventura il gelo aveva crepato anche la suola degli scarponi» (p.275).
Il libro raccoglie anche le diverse interessanti testimonianze delle anziane che ricordano la loro guerra quotidiana contro la fame, i durissimi lavori, l’attesa del ritorno casa dei fratelli. Per tutte ricordo la cernitrice dello struggente racconto
Italia è morta, che lavora alla miniera di carbone in fondo alla valle del fiume, e di quel lavoro morirà. E ricordo le donne del rosmarino, nel racconto omonimo, dove la protagonista, Luigina, racconta cose terribili in modo esilarante. Nonostante la loro drammaticità infatti i racconti degli anziani sono spesso carichi di humor e di ironia, ovvero della leggerezza di cui sono capaci solo coloro che hanno attraversato un oceano di dolore.
Bastiana Madau