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28 gennaio 2021

Anne Frank House, 2018

Con la video installazione "Anne Frank House", datata 2018, che ho potuto vedere con mia figlia durante una visita al museo Hamburger Bahnof di Berlino nel novembre del 2019, l'artista Simon Fujiwara propone Anna Frank come una figura iperreale, basata sulla mescolanza della sua immagine così come viene comunemente proposta. L'artista ricrea un'iconografia congelata nel tempo della scrittura del famoso diario, investigandola invadentemente con il braccio della telecamera, a sua volta ritratto. 
Fujiwara è stato ispirato dal modo in cui i visitatori del Madame Tussaud – il museo delle cere di Berlino – interagiscono con la figura di Anna Frank, e la sua è un'opera che provoca inquietudine, e anche a distanza di tempo, rivedendone le foto, ci interroga. 
Vi leggo una critica alla "memoria" come contemplazione spettacolarizzata del passato, e meno, invece, come esercizio costante, utile perché le atrocità che furono non si ripetano e perché il presente di oppressione dei diseredati di oggi non sfugga alla nostra coscienza. Ormai è assodato, infatti, che l'assenza di memoria coduce all'indifferenza e all'apatia, impedendo di cogliere il dolore dell'altro da sé. Dobbiamo ricordare per sapere che sta succedendo ancora.

18 settembre 2016

Wo hin?

Tra le diverse opere di Paul Klee che amo, ce n'è una, forse considerata minore, che scoprii un po' di tempo fa in un'esposizione dedicata a Jean Arp e la galassia dadaista. Mi sono fermata a lungo a guardarla, sino a quando ho creduto di capire il perché un'opera così apparentemente innocente, un piccolo olio incollato su cartone, abbia potuto dare fastidio a Goebbles, che nel 1937 la volle esporre alla mostra "Arte degenerata".
La semplicità della rappresentazione astratta degli alberi riporta a un'essenzialità lontana dai miti del totalitarismo. Tutto è semplice, come il quadro è piccolo, ma oltre i recinti degli alberi è morte e guerra.
Erano un concentrato di libertà, questi artisti, pericolosissimi in un stato dove il culto dell'efficienza si otteneva con il massimo possibile del controllo. Qui il genio ribelle di Klee lo racconta senza un urlo, disegnando spazi chiusi, senza sbocchi, che dipinge di colori tenui; un piccolo spazio su cui elevano alberi rigidi come soldati. A lato, fuori, una domanda: "Dove stiamo andando?".
Sì, forse è proprio la domanda la cosa che più ha infastidito Goebbles. Il punto interrogativo rappresenta una falla nel muro di certezza nazista.

17 settembre 2016

Lorenzo, tra satira e cinesica


Immaginate di essere nel clou del "bombardamento" estivo di una delle campagne mediatiche per la prevenzione degli incendi boschivi dell'isola: se ne sono susseguite diverse, negli anni, come, ad esempio, quella denominata "Accendi la tua coscienza"; in generale tali campagne sono basate su sofisticati messaggi di condanna delle sottoculture, tuttora considerate a monte della piaga irrisolta. Ecco, immaginate che, in tutto questo, all'improvviso faccia capolino nei giornali e nelle televisioni la vignetta di un leccio semi carbonizzato e piegato dal maestrale, dolente ma furioso, che maledice in sardo il piromane in fuga: "Sos luminos in c..." (I fiammiferi in c...). Bene, il geniale disegno politically incorrect passò veramente durante una di quelle temperie: l'estate del 1994 L'Unione Sarda pubblicò l'originale disegno satirico, destando un certo scalpore. L'autore era un architetto, Lorenzo Vacca, che allora aveva 38 anni, oggi ne ha quasi 60. Nato a Ovodda, lasciò il paese per motivi di studio, liceo artistico a Cagliari e università a Roma, dove conseguì la laurea; poi mise su casa e studio a Grotte di Castro, nell'Alto Lazio, dove tutt'ora vive, con un intervallo di lavoro quadriennale in Bolivia e un altro, più breve, in Maghreb, ai confini tra Algeria e Tunisia. 
Nel frattempo, il tema privilegiato di Lorenzo continuò a essere la Sardegna, e il leit motiv dei suoi disegni la donnina (Sa tzia) e l'omino (Su massaiu) di Ovodda. La figura femminile è principalmente presentata nell'essenziale scambio verbale all'incrocio con qualcuno nelle stradine del paese, nel reciproco modo di salutarsi, ripetitivo come in un rituale che voglia dirsi tale. Nei disegni le donne si susseguono frettolose, indaffarate, rappresentate con il mucadore (fazzoletto dell'abito tradizionale femminile le cui bende sono legate sotto il mento), la cui punta Lorenzo arriccia in un guizzo, a dare movimento all'attività di cura o ai frenetici lavori domestici legati a un'economia di sussistenza. Il mucadore di volta in volta è abbandonato, morbido, oppure vivacissimo, espressivo: parlante. 

Esilaranti le vignette con la sequela cantilenata di domande che non attendono risposta, da cui si evince l'attimo appena di attenzione per l'altra, o meglio, per l'attività dell'altra  "Assoliande...? (Sotto il sole?); Arresonande...? (Ragionando...?); A cresia...? ([Andando] in chiesa?); Mundande...? (Spazzando?), ecc. , volendo ironizzare, Lorenzo, sull'aspetto quasi compulsivo del saluto, calcando la mano su una cinesica minimale, ma vibrante. C'è persino un disegno con un surreale "Morinde...?” (Morendo...?). Tuttavia le rappresentazioni appaiono come derivate dalla profonda e limpida tenerezza dell'autore verso quel mondo, che poi è quello della gente semplice che abitava sino a poco tempo fa negli antichi paesi dell'interno.
Pinuccio Sciola, Ottavio Olita, Nanni Pes, Enrico Piras, Franco Putzolu, tutti componenti della Giuria alla prima edizione del Premio olzaese della grafica e fotografia satirica “Carmelo Floris” assegnarono a Lorenzo Vacca, già nel 1982, il primo premio (secondo ex equo a Gef Sanna e Giuseppe Fadda, all'epoca entrambi vignettisti ufficiali della Nuova Sardegna) perché l'artista«mostra con l'opera complessiva un contributo assolutamente originale, proponendo considerazioni antiche sulla realtà sarda, della quale dimostra una conoscenza profonda, e proprio in merito di questa conoscenza è stato in grado di proporre interpretazioni critiche e autocritiche del modo di essere dei sardi […], capacità di guardarsi intorno, di criticarsi e proporsi ironicamente». Dopodiché, dell'estroso e colto disegnatore si sono ufficialmente perse le tracce, pur non avendo smesso la frequentazione di Ovodda e della Sardegna anche dalla sua professione di architetto, che mai, comunque, ha smesso di disegnare e dipingere.
Lo abbiamo ritrovato quest'ultima estate a Lodine, con una mostra antologica di disegni voluta dal Comune e dalla locale Consulta Giovanile, allestita nella panoramica piazza San Giorgio. Osservando i suoi lavori abbiamo visto quanto anche l'esperienza umana vi sia stata trasferita, a livello grafico come anche pittorico. Qualche settimana dopo abbiamo incontrato Lorenzo nel suo paese natale, dove nella splendida corte di un'antica dimora parentale inaugurava la seconda esposizione estiva. Alto, elegante, la lunga barba quasi bianca e ben curata sul viso sorridente, aperto; occhi neri e vivaci, i modi pacati e la voce calma; l'aurea inconfondibile del ragazzo saggio, insomma, e solo appena invecchiato. Così, tra un bicchiere di moscatello di Atzara e due risate meditabonde davanti ai disegni esposti nella grande corte, è nata questa intervista, voluta da chi scrive con l'idea di mettere in luce un artista tanto interessante quanto estremamente riservato, e forse è proprio questa sua qualità umana che, sin qui, ha consentito la conoscenza della sua opera solo a una ristretta cerchia di estimatori.
Lorenzo, quando e perché hai lasciato la Sardegna, poi l'Italia, e perché hai scelto un paese dell'America latina?
Nel 1977, per studiare. Dopo la laurea in architettura sono partito con mia moglie Laura in America Latina, entrambi impiegati come volontari in un progetto di cooperazione. Destinazione: Bolivia, dove Laura lavorò con le donne Aymara (etnia prevalente della zona andina), e io lavorai in una ONG su progetti integrati in zone rurali, e nel tempo libero appuntavo il mio viaggio, soprattutto con il disegno.
In cosa consisteva esattamente la tua attività lavorativa in Bolivia?
Le mie funzioni erano quelle di logistica e seguivo il recupero di abitazioni in terra cruda, materiale di costruzione che ho scoperto prima lì che in Campidano. [E sorride.]
Questa esperienza ha condizionato il tuo modo di disegnare?
Mi ha influenzato molto sul colore. All'epoca il personaggio femminile, icona dei miei racconti illustrati, la tziedda ovoddese, vestiva i costumi e i colori della Bolivia. La parte grafica è rimasta quasi uguale, ma sul colore la mia ricerca si è approfondita, anche con lo studio degli aguayos, i tappeti tessuti dalla donne boliviane. 
Cosa raccontavi all'epoca? In particolare ho realizzato per una casa editrice, la Hisbol (Historia de Bolivia), delle cartoline illustrate un po' satiriche proprio sulla realtà della cooperazione. Lavorando sul campo coglievamo tante contraddizioni. Paradossalmente i progetti che funzionavano meglio erano quelli realizzati con pochi soldi, ma che vedevano tanta partecipazione delle comunità. Noi eravamo a La Paz, dove aveva sede la nostra ONG, ma io viaggiavo presso diverse comunità rurali, sia dell'Altipiano sia nelle valli tropicali.

Il ritorno alla Sardegna nell'arte?
Mai andato via, in quel senso, anche se la gran parte delle opere più importanti le ho fatte fuori di qui, indubbiamente legate alla nostalgia. Un discorso che con il distacco riesci a elaborare anche in forma più profonda, cedendo meno al folklore.
Quando hai iniziato con la satira?
L'ho scoperta tra la fine del liceo e l'inizio dell'università, nel periodo d'oro delle riviste satiriche italiane [Il Male, Cuore, Ranxeros, Mucchio Selvaggio, Linus, ecc. N.d.B.M.]. Non sono mai stato un appassionato di fumetti, ma in quel periodo chi come me amava il disegno non poteva non essere attratto dal Male o da Cuore, per stare a due esempi della satira dell'epoca. Ma la mia curiosità più grande è e resta legata alla satira di costume: alla cinesica, all'animazione degli oggetti della cultura pastorale, tipo i gioghi dei buoi (juvales), che sono diventati icona dei personaggi maschili nei miei ultimi lavori.
Tuttavia, la grande parte dei tuoi disegni, anche ma non solo per quanto concerne la satira di costume, sono al femminile: esiste un motivo?
Il mondo femminile forse è la Sardegna. Questa ricerca (donne del pane, donne che giocano con i bambini, ecc.) è derivata soprattutto da avvenimenti autobiografici, legati alla mia infanzia a Ovodda. Sin da bambino ho percepito molta più comunicazione diretta nel mondo femminile. I sottintesi, i silenzi, i modismi erano propri del mondo maschile.
Come continua la tua ricerca?
Attualmente sono concentrato nello studio dell'architettura vuota, come hai visto, determinato dal fenomeno che ormai tutti chiamiamo “spopolamento”. Ci sono architetture che resistono e intorno alle quali non vediamo più delle attività, nel senso reale delle abitazioni, ma anche in senso estetico. Nel vuoto individuo l'architettura, anche questa in via d'estinzione. In Sardegna si fanno i murales perché non c'è più architettura. Ecco, i miei ultimi lavori sono frutto di una ricerca del vuoto applicata all'architettura. A me piace il lavoro "a fil di ferro", pertanto mi concentro molto sul bianco, e poi sul nero, sul pieno e sul vuoto, per essere molto incisivo nel mettere in luce la forma.
Nelle due mostre estive, a Lodine e a Ovodda, hai riscontrato curiosità? Sì, ho sentito molto interesse per le mie opere e anche attrazione per il disegno leggero, ironico, e anche i più giovani mi hanno fatto domande attente, puntuali. Ad esempio sono rimasti incuriositi dal rametto che hanno in bocca sos juvales, le figure maschili, e restavano stupiti quando gli raccontavo che era la cosa più naturale del mondo, un tempo, andare in campagna e mettere tra i denti un filo di fieno, un ago di pino, e dunque io ho voluto vederci anche qualche foglia di ghianda, per esagerare un po'. [E ride]. B.M.