Visualizzazione post con etichetta sulla terra leggeri. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta sulla terra leggeri. Mostra tutti i post

17 settembre 2016

Lorenzo, tra satira e cinesica


Immaginate di essere nel clou del "bombardamento" estivo di una delle campagne mediatiche per la prevenzione degli incendi boschivi dell'isola: se ne sono susseguite diverse, negli anni, come, ad esempio, quella denominata "Accendi la tua coscienza"; in generale tali campagne sono basate su sofisticati messaggi di condanna delle sottoculture, tuttora considerate a monte della piaga irrisolta. Ecco, immaginate che, in tutto questo, all'improvviso faccia capolino nei giornali e nelle televisioni la vignetta di un leccio semi carbonizzato e piegato dal maestrale, dolente ma furioso, che maledice in sardo il piromane in fuga: "Sos luminos in c..." (I fiammiferi in c...). Bene, il geniale disegno politically incorrect passò veramente durante una di quelle temperie: l'estate del 1994 L'Unione Sarda pubblicò l'originale disegno satirico, destando un certo scalpore. L'autore era un architetto, Lorenzo Vacca, che allora aveva 38 anni, oggi ne ha quasi 60. Nato a Ovodda, lasciò il paese per motivi di studio, liceo artistico a Cagliari e università a Roma, dove conseguì la laurea; poi mise su casa e studio a Grotte di Castro, nell'Alto Lazio, dove tutt'ora vive, con un intervallo di lavoro quadriennale in Bolivia e un altro, più breve, in Maghreb, ai confini tra Algeria e Tunisia. 
Nel frattempo, il tema privilegiato di Lorenzo continuò a essere la Sardegna, e il leit motiv dei suoi disegni la donnina (Sa tzia) e l'omino (Su massaiu) di Ovodda. La figura femminile è principalmente presentata nell'essenziale scambio verbale all'incrocio con qualcuno nelle stradine del paese, nel reciproco modo di salutarsi, ripetitivo come in un rituale che voglia dirsi tale. Nei disegni le donne si susseguono frettolose, indaffarate, rappresentate con il mucadore (fazzoletto dell'abito tradizionale femminile le cui bende sono legate sotto il mento), la cui punta Lorenzo arriccia in un guizzo, a dare movimento all'attività di cura o ai frenetici lavori domestici legati a un'economia di sussistenza. Il mucadore di volta in volta è abbandonato, morbido, oppure vivacissimo, espressivo: parlante. 

Esilaranti le vignette con la sequela cantilenata di domande che non attendono risposta, da cui si evince l'attimo appena di attenzione per l'altra, o meglio, per l'attività dell'altra  "Assoliande...? (Sotto il sole?); Arresonande...? (Ragionando...?); A cresia...? ([Andando] in chiesa?); Mundande...? (Spazzando?), ecc. , volendo ironizzare, Lorenzo, sull'aspetto quasi compulsivo del saluto, calcando la mano su una cinesica minimale, ma vibrante. C'è persino un disegno con un surreale "Morinde...?” (Morendo...?). Tuttavia le rappresentazioni appaiono come derivate dalla profonda e limpida tenerezza dell'autore verso quel mondo, che poi è quello della gente semplice che abitava sino a poco tempo fa negli antichi paesi dell'interno.
Pinuccio Sciola, Ottavio Olita, Nanni Pes, Enrico Piras, Franco Putzolu, tutti componenti della Giuria alla prima edizione del Premio olzaese della grafica e fotografia satirica “Carmelo Floris” assegnarono a Lorenzo Vacca, già nel 1982, il primo premio (secondo ex equo a Gef Sanna e Giuseppe Fadda, all'epoca entrambi vignettisti ufficiali della Nuova Sardegna) perché l'artista«mostra con l'opera complessiva un contributo assolutamente originale, proponendo considerazioni antiche sulla realtà sarda, della quale dimostra una conoscenza profonda, e proprio in merito di questa conoscenza è stato in grado di proporre interpretazioni critiche e autocritiche del modo di essere dei sardi […], capacità di guardarsi intorno, di criticarsi e proporsi ironicamente». Dopodiché, dell'estroso e colto disegnatore si sono ufficialmente perse le tracce, pur non avendo smesso la frequentazione di Ovodda e della Sardegna anche dalla sua professione di architetto, che mai, comunque, ha smesso di disegnare e dipingere.
Lo abbiamo ritrovato quest'ultima estate a Lodine, con una mostra antologica di disegni voluta dal Comune e dalla locale Consulta Giovanile, allestita nella panoramica piazza San Giorgio. Osservando i suoi lavori abbiamo visto quanto anche l'esperienza umana vi sia stata trasferita, a livello grafico come anche pittorico. Qualche settimana dopo abbiamo incontrato Lorenzo nel suo paese natale, dove nella splendida corte di un'antica dimora parentale inaugurava la seconda esposizione estiva. Alto, elegante, la lunga barba quasi bianca e ben curata sul viso sorridente, aperto; occhi neri e vivaci, i modi pacati e la voce calma; l'aurea inconfondibile del ragazzo saggio, insomma, e solo appena invecchiato. Così, tra un bicchiere di moscatello di Atzara e due risate meditabonde davanti ai disegni esposti nella grande corte, è nata questa intervista, voluta da chi scrive con l'idea di mettere in luce un artista tanto interessante quanto estremamente riservato, e forse è proprio questa sua qualità umana che, sin qui, ha consentito la conoscenza della sua opera solo a una ristretta cerchia di estimatori.
Lorenzo, quando e perché hai lasciato la Sardegna, poi l'Italia, e perché hai scelto un paese dell'America latina?
Nel 1977, per studiare. Dopo la laurea in architettura sono partito con mia moglie Laura in America Latina, entrambi impiegati come volontari in un progetto di cooperazione. Destinazione: Bolivia, dove Laura lavorò con le donne Aymara (etnia prevalente della zona andina), e io lavorai in una ONG su progetti integrati in zone rurali, e nel tempo libero appuntavo il mio viaggio, soprattutto con il disegno.
In cosa consisteva esattamente la tua attività lavorativa in Bolivia?
Le mie funzioni erano quelle di logistica e seguivo il recupero di abitazioni in terra cruda, materiale di costruzione che ho scoperto prima lì che in Campidano. [E sorride.]
Questa esperienza ha condizionato il tuo modo di disegnare?
Mi ha influenzato molto sul colore. All'epoca il personaggio femminile, icona dei miei racconti illustrati, la tziedda ovoddese, vestiva i costumi e i colori della Bolivia. La parte grafica è rimasta quasi uguale, ma sul colore la mia ricerca si è approfondita, anche con lo studio degli aguayos, i tappeti tessuti dalla donne boliviane. 
Cosa raccontavi all'epoca? In particolare ho realizzato per una casa editrice, la Hisbol (Historia de Bolivia), delle cartoline illustrate un po' satiriche proprio sulla realtà della cooperazione. Lavorando sul campo coglievamo tante contraddizioni. Paradossalmente i progetti che funzionavano meglio erano quelli realizzati con pochi soldi, ma che vedevano tanta partecipazione delle comunità. Noi eravamo a La Paz, dove aveva sede la nostra ONG, ma io viaggiavo presso diverse comunità rurali, sia dell'Altipiano sia nelle valli tropicali.

Il ritorno alla Sardegna nell'arte?
Mai andato via, in quel senso, anche se la gran parte delle opere più importanti le ho fatte fuori di qui, indubbiamente legate alla nostalgia. Un discorso che con il distacco riesci a elaborare anche in forma più profonda, cedendo meno al folklore.
Quando hai iniziato con la satira?
L'ho scoperta tra la fine del liceo e l'inizio dell'università, nel periodo d'oro delle riviste satiriche italiane [Il Male, Cuore, Ranxeros, Mucchio Selvaggio, Linus, ecc. N.d.B.M.]. Non sono mai stato un appassionato di fumetti, ma in quel periodo chi come me amava il disegno non poteva non essere attratto dal Male o da Cuore, per stare a due esempi della satira dell'epoca. Ma la mia curiosità più grande è e resta legata alla satira di costume: alla cinesica, all'animazione degli oggetti della cultura pastorale, tipo i gioghi dei buoi (juvales), che sono diventati icona dei personaggi maschili nei miei ultimi lavori.
Tuttavia, la grande parte dei tuoi disegni, anche ma non solo per quanto concerne la satira di costume, sono al femminile: esiste un motivo?
Il mondo femminile forse è la Sardegna. Questa ricerca (donne del pane, donne che giocano con i bambini, ecc.) è derivata soprattutto da avvenimenti autobiografici, legati alla mia infanzia a Ovodda. Sin da bambino ho percepito molta più comunicazione diretta nel mondo femminile. I sottintesi, i silenzi, i modismi erano propri del mondo maschile.
Come continua la tua ricerca?
Attualmente sono concentrato nello studio dell'architettura vuota, come hai visto, determinato dal fenomeno che ormai tutti chiamiamo “spopolamento”. Ci sono architetture che resistono e intorno alle quali non vediamo più delle attività, nel senso reale delle abitazioni, ma anche in senso estetico. Nel vuoto individuo l'architettura, anche questa in via d'estinzione. In Sardegna si fanno i murales perché non c'è più architettura. Ecco, i miei ultimi lavori sono frutto di una ricerca del vuoto applicata all'architettura. A me piace il lavoro "a fil di ferro", pertanto mi concentro molto sul bianco, e poi sul nero, sul pieno e sul vuoto, per essere molto incisivo nel mettere in luce la forma.
Nelle due mostre estive, a Lodine e a Ovodda, hai riscontrato curiosità? Sì, ho sentito molto interesse per le mie opere e anche attrazione per il disegno leggero, ironico, e anche i più giovani mi hanno fatto domande attente, puntuali. Ad esempio sono rimasti incuriositi dal rametto che hanno in bocca sos juvales, le figure maschili, e restavano stupiti quando gli raccontavo che era la cosa più naturale del mondo, un tempo, andare in campagna e mettere tra i denti un filo di fieno, un ago di pino, e dunque io ho voluto vederci anche qualche foglia di ghianda, per esagerare un po'. [E ride]. B.M.

21 novembre 2011

Nel paese delle arance

Voi che sarete emersi dai gorghi
dove fummo travolti
pensate
quando parlate delle nostre debolezze
anche ai tempi bui
cui voi siete scampati.
Bertolt Brecht

Per me ieri, a Milis, nel convegno organizzato da Sardegna Democratica, è stato di conforto ascoltare una pluralità di voci serie, competenti, che – con dati alla mano – hanno analizzato diversi ambiti della nostra amata e martoriata isola, e in tempi in cui persino la comunicazione è spesso inficiata da incomprensibile (ai più) astio, la serietà dà sollievo. Ciò detto, nel merito della polemica Murgia-Soddu sollevata nel tavolo di Renato Soru, in epilogo alla due-giorni, ne ritengo inutile la semplice esistenza. Nessuno ci obbliga a stare da una parte o dall'altra tout-court, essendovi in mezzo, per così dire, non delle nuance ma una visione del mondo e anche modalità di comunicazione differenti dalla personalità sia dell'una (Michela Murgia) sia dell'altro (Pietrino Soddu) – senza per altro deleggittimare nessuno, ma appunto per questo non tollero il contrario –. Detto anche questo, spendo due parole (proprio due, perché il discorso è lungo e complesso, come si suol dire, e certo non è la prima volta che se ne parla, ma bisogna superare la noia, accettare le "provocazioni" e riattivare, tra le tradizioni perdute, una genealogia di saperi anche in questo senso) in merito alla "contesa" e dunque sull'industralizzazione, nelle sue varie forme. Voglio solo ricordare che, ad esempio, 40 anni fa, mentre in alcuni paesi del circondario ancora la gente moriva a grappoli per faida, i minatori di Orani, con le loro famiglie, lottavano insieme contro le gabbie salariali e per la "verticalizzazione" del talco (parola che metto tra virgolette per affetto: allora, ai più, risultava come un'idea tanto più affascinante quanto misteriosa e ad altri solo una parolaccia. Per me, allora bambina, era semplicemente impronunciabile). Il passaggio dal lavoro solitario del pastore a quello collettivo, la costruzione della solidarietà politica, sono state l'eredità più preziosa, in tutti i luoghi del lavoro industriale nelle sue varie forme, ed è proprio dalla cultura operaia che derivano il ripensamento (arrivato troppo tardi) delle attività della campagna, le aziende, le cooperative, le lotte unitarie dei pastori. Della grande industrializzazione restano le piane inquinate, le fabbriche dismesse, un modello di sviluppo (non l'abbiamo detto noi e non è accaduto solo qui) che portava in sé il germe del fallimento. Ieri lo ha ammesso, a modo suo, anche uno dei padri del piano di Rinascita, ma lo ha colto solo chi era lì per ascoltare, non per attivare guerre intergenerazionali di cui credo che nessuno senta il bisogno. Ma quel che soprattutto resta ed è un bagaglio pesante – è la nostra consapevolezza complessa, che dobbiamo far valere nella riprogettazione. Anche a Milis sono state tante le analisi e anche le proposte (alcune interessantissime, da approfondire) sui nuovi modelli di sviluppo locale, e ho visto, forse per la prima volta, una forma di coerenza interna agli interventi che mi piacerebbe vedere ripresa e approfondita in altre occasioni di produzione di senso. Sono convinta, ma non da oggi, che pensare ai paesi non sia affatto pensare in piccolo, ma esattamente il contrario.

8 aprile 2011

Antoni e Diagne



Antoni Cuccu, senza saperlo, era un editore. Trascriveva e stampava le gare poetiche della Sardegna e vendeva i libretti nelle feste paesane. Prima di morire ha lasciato in eredità il mestiere a Tediane Diagne, un migrante senegalese che conobbe, ormai anziano, il giorno che un tappettino di orecchini e braccialetti si aprì accanto alla sua valigia. Diagne, ricordando il suo vecchio amico, lo chiama ancora "babbu". Se siete fortunati, le sere d’estate e sino a novembre inoltrato, nelle feste che si rincorrono da Santa Maria Navarrese a Tonara, non è difficile incappare nel suo banco di libri: ne ha di bellissimi.


 Antoni Cuccu. Fotogramma tratto da "La valigia di Tidiane Cuccu", di Antonio Sanna e Umberto Siotto, ArKaosfilm, 2009.

16 marzo 2011

17 dicembre 2010

Una terra, bla, bla, bla












La Sardegna è storicamente una terra che produce mitologie e mitografie. Finiti i tempi delle osservazioni scientifiche alla Maurice Le Lannouin cui la geografia dell’isola si “leggeva” come un libro di storia – essendo, appunto, l’isola piuttosto defilata dai processi proprio per le sue caratteristiche fisiche – è curioso constatare come ancora oggi, invece, alcuni fenomeni conservino, per così dire, una certa “fissità”.

Per leggere integralmente l'articolo, vai all'ultimo numero del manifesto sardo.

16 settembre 2010

Performance visiva di un'idea coloniale

Nei documentari degli anni Cinquanta lo sviluppo si presentava come un processo equilibrato che partiva dalla modernizzazione del settore agro-pastorale. Le bonifiche e le dighe avrebbero creato le condizioni tecniche di un'agricoltura irrigua: la promessa riforma agraria avrebbe liberato le terre dai limiti intrinseci dell'eccessiva frammentazione; il pastore e il contadino di vecchio tipo si sarebbero trasformati in operai e tecnici agrari. I documentari mostravano fattorie razionali in cui vivevano i coloni con le loro famiglie supportati da vari servizi tecnici e sociosanitari. Si mostravano linee di comunicazione, stradale e ferroviaria, che avrebbero favorito l'avvio dei prodotti della terra ai mercati e alle industrie di trasformazione. Un ottimismo razionalistico pervadeva quei messaggi, dai quali non trapelava alcuno spunto critico.
Nel documentario istituzionale degli anni Sessanta di tipo socio-economico, i riferimenti all'agricoltura si fanno più sfumati e generici. Essa appare nei discorsi degli assessori nel quadro di un generico sistema di imprese integrato con le industrie di base e con quelle, mai create, di lavorazione. Emerge con chiarezza una filosofia dello sviluppo che identifica il progresso con l'industria e questa con la petrolchimica. I documentari di Romolo Marcellini Civiltà dei pastori e Sardegna, industria e civiltà, entrambi del 1969, ne sono la sintesi esemplare.

Le performances visive delle grandi industrie sul mare e nei deserti

L'enfasi acritica che i documentari degli anni Cinquanta avevano riservato allo sviluppo agricolo e rurale si trasferisce, quindi, per intero alla grande industria peltrochimica dalla quale si attende l'induzione di processi di lavorazione a valle. I termini "a valle", "integrato", "seconde e terze lavorazioni", "tessuto di piccole e medie industrie" si ripeteranno come dei refrain obbligatori nei filmati istituzionali e come un'aspettativa non realizzata in tutti gli altri.
Di piccole imprese si mostreranno rari esempi marginali e le enfasi argomentative saranno dedicate interamente ai mastosi stabilimenti petrolchimici. L'esaltazione ottimistica e acritica per il Piano di Rinascita espungeva ogni accenno a temi troppo imbarazzanti che avrebbero potuto suonare come critiche alla classe politica regionale. Nei documentari istituzionali non si troverà alcun accenno al banditismo, ai pescatori di Cabras, all'emigrazione, alle lotte che caratterizzavano il settore minerario in crisi.
Una rappresentazione veritiera, spesso impietosa, delle condizioni della Sardegna negli anni del Piano di Rinascita è offerta grazie alle inchieste realizzate per la Rai da Giuseppe Dessì (Itinerari nel tempo, 1968) (1), da Luca Pinna (Sardegna 1965, 1965), da Giuseppe Lisi (Dentro la Sardegna, 1968) (2) e dal più importante ducumentario di Fiorenzo Serra (L'ultimo pugno di terra, 1965) (3).
Salvatore Pinna, Guardarsi cambiare. I sardi e la modernità in 60 anni di cinema documentario, Cuec, Cagliari 2010, pp.46-48. 

[N.d.b.]:
1. Nel portale Sardegna Digital Library puoi trovare l'intero documentario, a partire dal link:
http://www.sardegnadigitallibrary.it/index.php?xsl=626&s=17&v=9&c=4460&id=1126.
2. Idem, a partire dal link: 
http://www.sardegnadigitallibrary.it/index.php?xsl=626&s=17&v=9&c=4460&id=86117. 
3. Il documentario fa parte degli 8 DVD contenuti nell'opera: Fiorenzo Serra, La mia terra è un'isola, Ilisso, Nuoro 2010.

14 maggio 2010

La fotografia, la gioia senza motivo

Ho conosciuto Sebastiana Papa a Orgosolo, nel 1998, in occasione della sua mostra intitolata Il femminile di Dio, che allora avevo proposto all'amministrazione comunale guidata da una sindaca giovane e in gamba (in quegli anni lavoravo lì come direttrice della biblioteca e responsabile dell'area dei servizi culturali). L'idea mi venne quando scoprii che anche il paese barbaricino era stato attraversato dalla ricercatrice-fotografa romana sin dal 1966, quando vi arrivò per la prima volta – giovane, curiosa, silenziosa – con la sua Leyca. Così alcune delle fotografie scattate all'epoca fecero il giro del mondo, con un libro e una mostra inaugurata da Sonia Gandhi nel 1995, e acquisite dal museo d'arte contemporanea di New Delhi. Forse chi ha visto l'esposizione da me curata (o conosce il catalogo) ricorderà l'immagine del funerale a Orgosolo accanto a quella delle donne ritratte a Praga nel 1969 al corteo funebre di Jan Palach. 
Ecco, fu proprio con quel lavoro che Sebastiana ritornò a Orgosolo, confermando e consolidando la simpatia e l'affetto per la gente. Non è facile, dato il legame personale nato allora e coltivato sino alla fine, non far entrare in questa breve testimonianza le emozioni, ma vado avanti nel racconto essenziale. Fu grazie anche alla nostra amicizia che nacque il libro Orgosolo (Farhenheit 451, Roma 2000), una ricerca fotografica condotta nel 1966 e nel 1998, che contiene la narrazione fotografica della quotidianità del presente e del recente passato, senza che mai mettere in primo piano, ma anche senza nascondere, il segno in essa di un paese violento e, insieme, dolce e vittima. Così gli abitanti sono ritratti nella loro veste più antieroica e a-turistica, quella che si svela solo agli sguardi periferici, non frontali. Nel libro ci sono tante madri, ragazze e bambini, le cui immagini sono disincantate ma non condizionate, a confortarci del fatto che l'arte può ancora distruggere le distorsioni della realtà. La relazione di Sebastiana con il suo prossimo, qui come altrove, è riuscita a sovvertire i cliché della fissità mitografica sui luoghi, cogliendo le costanti della vita in una quotidianità vissuta intensamente da uomini e donne che qui e non altrove, per misteriosa fortuna, sono chiamati a lasciare un segno di cittadinanza sulla Terra.

Sebastiana se n'è andata in silenzio il 19 aprile del 2002, colpita da una malattia inesorabile, così come nel silenzio e nella riflessione aveva dedicato la sua vita a fermare nelle immagini l’anima delle persone che ritraeva. "Tutti i giorni del calendario hanno una cicatrice e taluni ne hanno due", scrive David Grossman, amico della fotografa, nella prefazione all'ultimo dei suoi lavori dedicati (ancora) al Medioriente (Il Kotel. Il muro metafisico). Io ho avuto l'onore di redigere invece la postfazione di Orgosolo. Cercatelo, è un bel libro. 

Le sue ultime parole per me sono nel biglietto di auguri speditomi dall'India durante quello che sarebbe stato il suo ultimo Natale: "Cara amica, quanto più questo mondo è dolente, tanto più noi dobbiamo coltivare la gioia senza motivo". 
(Dovrei passare allo scanner qualche sua foto per metterla qui, ma preferisco invece invitarvi a cercare i suoi diversi e bellissimi libri.)

Il remoto e il quotidiano. India: danza e gesto (1978)
(Foto aggiunta al post il 31 agosto 2011.)

16 marzo 2010

Zuppa di pesci per chi se la mangia


Titolo parallelo: Egocentrisme
Sottotitolo del t.p.: Dedicato ad Alberoni e a chi non se lo mangia
Con S.F., D.D.M., A.N. (incinta di 8 mesi) e suo marito E., C.P., B.F. e un po' defilato il filmaker F.B. Con la partecipazione straordinaria di E.M., romana, provvisoriamente cagliaritana, ricercatrice di se stessa.
Casa di A. e S., festa del loro secondogenito, il geniale dodicenne N. Altresì i grandi festeggiamenti sono dedicati al rinnovato ingresso in società del miracolato trentanovenne M., sopravvissuto allo spaventoso incidente accadutogli nel porticciolo di Santa Maria Navarrese mentre riparava il pneumatico di un muletto (primi di marzo del 2003: il pneumatico gli è esploso sul viso e ci ha rimesso un occhio; "Poco male", dice ora vivo e contento a noi che lo abbiamo pianto come morto per tre settimane di coma stazionario: 1° intervento al cervello durata 7 ore, 2° intervento di massoplastica, sofferenze feroci). Si è salvato, il vecchio lupo di mare, e ora siamo tutti qui a baciarcelo un’ora sì e l’altra pure. M. è molto bello anche con gli occhiali, ma sta pensando a una benda nera come suo fratello Corto, dice; P., sua moglie, ha collaborato alla già straordinaria cucina di A. con la preparazione delle cose buonissime che stiamo mangiando in questo momento: una sontuosa insalata con crostacei e molluschi freschissimi, ad esempio, che mi gusto proprio ora, mentre cerco un angolo per prendere appunti… Ci sono tanti amici, e i bambini: le due G. (una è la mia!), B., il mio A., N. e M., la più piccola, figlia di M. e P., dolcezza, serietà e astuzia condensati in 3 anni di vita (a cent’anni piccola!). Su questo paesaggio d’affetto, S., il padrone di casa, abbozza al pianoforte un lieder di Schubert…
– E la ricetta?
– Eccola!
ZUPPA DI PESCI
(S. – fratello di A. e cognato si S., i padroni di casa – qui detta legge! E inizia appunto a dettare gli ingredienti: olio extravergine di oliva, cipolla (chape, in rumeno, dice Alina), aglio, peperoncino. Pesci diversi e freschissimi. Pescatevi alcuni pesci di specie diversa, ordunque, dai crostacei ai molluschi passando per un buon pesce San Pietro, uno scorfano, una gallinella (non una piccola gallina, attenzione) nonché dei pesci a trance (leggere com’è scritto!) che il vostro pescivendolo di fiducia – se non avete in casa un Marco e un Salvatore F.! – saprà sicuramente consigliarvi. Dopo aver fatto “squagliare” le teste dei pesci piccoli in un soffritto di cipolla (chape, insiste…), aglio e peperoncino, aggiungere il polpo, il calamaro e le seppie. Annaffiare con vino bianco e salare!
– Alina, com’è in rumeno ‘fidanzati’?
Prieteni, si dice, prieteni
– E ‘nascita’, ‘nascere’?
Nàstere, si dice, nastère
– E ‘noi due siamo fidanzati’?
Ce doi sunt
– …ma è latino!
– …prieteni! Che vuol dire anche ‘quei due sono fidanzati’…
– Grazie. Dolores, e tu?…
– Io cosa?
– Scusate, scusate, ma che ricetta è?
– È la ricetta di una ija de puta!
– No, dai, è la ricetta di una puta de verano…
– Avanti con la preparazione della zuppa!
– O.K.… Appena i pesci piccoli si fràzicano…
– ?… Come si dice frazicare in italiano?
– Boh!
– Andiamo avanti.
Appena i pesci piccoli si fràzicano, posare nel tegame i pesci dal più grande al più piccolo. Coprire di polpa di pomodoro e circa 20 minuti dopo aggiungere i molluschi e i crostacei. Ricordare di schiacciare la testa dei granchi con un piccolo martello al centro del carapace. Lasciate riposare per 4 o 5 ore e buon appetito!
– Aspetta!
Fondamentale: mescolare solo la base della zuppa, una volta posato il pesce non toccare più il tegame se non per servire nei piatti, se non volete mangiare solo le spine! Poi passate le teste al setaccio grosso, ché così facendo insaporisci tutta la zuppa, e ricordati che la testa insaporisce! E ricordati anche di aggiungere – per lo stesso motivo – il fegato di un pesce, uno qualunque, ma NON DI MERLUZZO che nella zuppa non ci sta a far niente, il merluzzo…
– Scusate, potete andate più piano, per favore?
– Sì, scusaci tu.
– Intanto perché qualcuno non prepara una caipiriña?… Annamaria, abbiamo ancora del ghiaccio?
– Sicuramente, ma vado a vedere…
– Grazie, bella.
– Sei la più bella davvero, mica per dire!
– Come la chiamerete la bambina?
– Io la vorrei chiamare Alina, ma Alina è già lei…
– Tu che scrivi eh? Vedi che tu devi dettare la ricetta, NON scriverla.
– Niente.
– Se non mi fai leggere la smetto con questo giochino. Dai qua, fammi vedere…
– E vabbe’, te lo leggo: “B. stasera ha indossato delle calze traforate che sono un’istigazione a delinquere.”
– E vabbe' lo dico io. E tu? Cos’è quel bigliettino?…
– “Le calze di B. sono traforate come le grate che separano i sussurri delle suore di clausura dai loro desideri.”
– Quanto siete scemi… Ehm, scusa, volevo dire ‘benvenuta’… benvenuta in quest’isola, stelli’.
– Grazie… ma tanto tra un po’ me ne vado, credo…
Elena, Roma, 8 ottobre 1964
Vivo qui per vivere, e capire dove voglio vivere. A Cagliari abito in corso Vittorio, 203. Mi alzo e bevo l’acqua. La prima cosa che vedo quando esco di casa è “Patrizia e Robero Alimentari”. Di Cagliari mi piacciono gli aironi che volano di notte in formazione a V… La cosa che meno mi piace di Cagliari sono i cagliaritani. La cosa che mi piace di meno di meno dei cagliaritani è il tono indolente e lagnoso della voce (che io ora sto assumendo…). Però questo gioco mi piace.
Ok, ripartiamo?… Una precisazione sul pesce a trance (da leggere, ecc.): la morte sua è la cernia a… (scusate, non arrivo a capimme cosa ho scritto a mano dal foglietto dove sto ricopiando) che assorbe tutti i sapori della zuppa, e quando ne mangi una fettina ti stai mangiando tutti i sapori compreso quello della cozza. Teste passate al setaccio + il fegato di un pesce, escluso il merluzzo, dicevamo…
– Scusa, cosa sono le capesante?
– Sono delle conchiglie bivalve giganti.
– Bivulve?!
– Scemo.
– Ostriche, comunque, no?
– Sì, ostriche giganti, buone gratinate con mollica di pane passato nell’uovo appena di prezzemolo (sempre crudo, cioè mai e poi mai cotto, nel pesce…) e basta.
– Hai finito di preparare la caipiriña?
– È cubana?
– Brazil.
– Mmhh è deliziosa… Come l’hai fatta?
– Scrivi: zucchero di canna, ghiaccio tritato con il pestello…
– Dai, ma io dopo la zuppa di pesci preferisco il mirto!
– Ah, si? E come lo fai Carme', come lo fai, che a me esce sempre un po’ blando?
– Asco’… io mi sono rotta i coglioni di…
– Ma come parli?!
– Asco', io mi sono stufata di far macerare il mirto nell’alcol, e di perdererne il 70%… Meglius abbundare, e il mio consuocero…
– Il tuo?!
– Il mio ex consuocero. Mi ha regalato le bacche…
– Dove le ha raccolte?
– … bacche del Mandrolisài. Le ho fatte bollire con acqua…
– Acqua cosa? Acqua di dove?
– …acqua di Monte Spada… bollire per 20 minuti; ho scolato con un colapasta…
– Si dice così?
– Sì… ho scolato con un colapasta, poi – se sei tu a fare – misuri la quantità di liquido e proporzioni… fai la proporzione liquido più zucchero più alcol, in queste quantità… Scrivi:
IL LIQUORE DI MIRTO
1) 1 lt di liquido (essenza di mirto + acqua); 2) 300 gr. di zucchero; 3) 750 gr. di alcol puro…
– Mi sembra una bomba questa roba…
– No, no, guarda: meglio esagerare che poi, semmai, ti vien meglio se provi a scalare: io ho iniziato con un litro di alcol, ma i miei non hanno gradito, “troppo alcol” hanno detto, al che ho diminuito, per cui ho rifatto le proporzioni e all’essenza ho aggiunto più acqua.
– Ho capito: tu consigli di darsi delle possibilità, insomma?
– Esatto.
– Grazie. Però… questa caipiriña è deliziosa… Subito la ricetta!
– Certamente, niña, scrivi!…
CAIPIRIÑA
Zucchero di canna, ghiaccio tritato con il pestello, spicchi di…
– No, cacchio, aspetta… Pestello cosa? E se non c’è? E se siamo… che ne so… in una grotta di Cala Luna, ad esempio, e fuori si schiatta di caldo che è l’ora della Mamma del Sole e il pestello nella borsa frigo non l’abbiamo messo?
– No problem. Va bene anche il fondo di una caffettiera Lagostina da quattro… o Bialetti… o Stella…
– Un sasso bianco della còdula, può andare?
– Geniale! Ricordati di lavarlo con acqua dolce, però, prima di pestarci il ghiaccio…
– Grazie. Andiamo avanti.
– Spicchi di lime (se non c’è accontentatevi del limone) tagliati a dadini. Ripesta ghiaccio con l’agrume; prendi e versa la cachaça…
– E se non non la troviamo?
– A tutto c'è rimedio, tranne al mondo!… Alina, qual è la miglior vodka secondo te?
– Moskòskaja!
– Grazie.
– Dov'ero rimasto... Ah sì, le propozioni: un quarto di vodka; un limone; una vaschetta da 8 cubetti… Insomma che la vaschetta contenga almeno mezzo litro d’acqua, ca tantu su ghiacciu lu depes pistàre.
Ma non si narat ‘ghiacciu’!
Ah! Tenes rejone… si narat àstragu’!
– Senti. A me la zuppa di pesce piace come la servono – e la mangiano – ad Arbatax e in tutta l’Ogliastra, oppure come la presentano a Bosa… Cosa manca? Indovinello!
– IL PANE!
– Il pane!
– Su coccòne!
– Sì, direi che sul piatto, prima di servirci la zuppa di pesce, ci stendiamo una bella e spessa sfoglia di pistòccu ogliastrino o bosano, indifferentemente: sono entrambi pani straordinari.
– E il vino?
– Rosso!
– No, dai, col pesce bisogna bere vino bianco…
– Bisogna?! Chi se ne frega della morale, scusa…
– Rosso!
– Evvai!
ROSSI CONSIGLIATI (scegline uno, massimo due)
Agliànico del Vulture, Venosa;
Ànghelu Ruju, Cantine Sella&Mosca, Alghero;
Kore, (ma anche Perdèra) Cantina Argiolas, Serdiàna;
Corvo di Salaparuta, Sicilia, provincia di Djragusa (ci sembra, e se no cu minchia ce ne fotte);
Brunello di Montalcino, Siena;
Lillovè, più che rosso, nero! Cantine Gabbas, Nuoro;
Àvra, vinu 'e feminas, idem, Nuoro.


F I N E