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30 novembre 2017

23 aprile 2017

Il sonno

Sino a non molto tempo prima lastricava di appunti le sue strade, perché sin là nessuna sembrava uguale all’altra. E lei ci s’immergeva, come a ubriacarsene. Come il Funes del racconto amato, in qualsiasi alito di vento, nella memoria delle foglie alle sei del pomeriggio di un qualunque giorno d’estate. Come un personaggio di Bianciardi, ma più felice, anzi: felice. E le piaceva raccontarle le strade, e tutte le stanze della sua grande casa. I vicoli di Nascar e, nella testa, l’oro di Cordova.

  "E qualcuno ha detto: 

Sorella della nostra memoria feroce,
del valore è meglio non parlare.
Chi ha saputo vincere la paura
è diventato coraggioso per sempre.
Balliamo, poi, mentre passa la notte
come una gigantesca scatola di scarpe
sopra la scogliera e la terrazza,
in una piega della realtà, del possibile,
dove la gentilezza non è un'eccezione.
Balliamo nel riflesso incerto
dei detective latinoamericani,
una pozzanghera d'acqua piovana che riflette le nostre facce
ogni dieci anni.


Poi arrivò il sonno."

19 settembre 2015

La grande casa

Era tornata a Nascar spinta dai fantasmi che le erano rimasti sempre accanto, nonostante la lontananza dalla terra che li aveva generati; guardarli in faccia avrebbe fatto meno paura, pensava: li avrebbe addomesticati.
Così ora saliva con circospezione le scale della grande casa, ritrovando frammenti di sé, meravigliandosi del proprio stupore.
Sentiva la suggestione del tempo raccolto, dilatato dal silenzio, mentre i pensieri fluivano piano e calmi.
Respirava l'aria gelida delle stanze.

Nelle pareti i pochi quadri e le tante vecchie foto incorniciate evocavano ricordi, scavavano cunicoli, trovavano acque carsiche.
Squarci.
Quando sentì arrivare l'antica vertigine aprì con forza la grande finestra del terzo piano. Da lì poteva abbracciare con lo sguardo l'intero borgo, esclusa la parte a ovest, con la collina sventrata dalle cave di steatite.
E da lassù vedeva correre il labirinto dei vicoli, e i tetti e i campanili di tredici chiese.
Al limite del borgo si alzavano le pareti delle colline che avevano linee come grandi rilievi caucasici.
Ombre e sassi, erba e cielo.
Si faceva trasportare dal sogno cogliendo piccole meraviglie tra le cose conosciute, come se le vedesse per la prima volta. Ma c'era qualcosa che quasi metteva paura. I paesaggi solcati dai muretti di pietra, le macchie, i monti dai profili d'inferno, l'aria fredda, il profumo dei venti, i cobalti del cielo, le voci spagnole.
Scese per strada per riuscire a fermare la vertigine.

Passi.
Visi bellissimi.
Il suono dolce, talvolta un po’ brusco, del saluto.
– Qui sei?
– (Credo di sì…)
– Bentornata.

Bastiana Madau, Nascar, Poliedro, Nuoro 2003, pp. 65-66.
Luigi Ghirri, 1987 (Fototeca Biblioteca Panizzi di Reggio Emilia) 

9 aprile 2013

Le parole nuove

Era il giorno della festa di Santa Barbara, protettrice dei minatori, e per la prima volta mio nonno mi portò a una gara poetica, tediandomi ai limiti della vertigine. Le voci dal palco mi arrivavano come una nenia monotona e triste, e così, non appena nonno si distrasse incantato dal tenore e da Zizi e Pazzòla, gli lasciai la mano e corsi in piazza a vedere la bancarella dei giocattoli. 
Lì davanti un gruppo di minatori discuteva animatamente intercalando al sardo parole inaudite, che alle mie orecchie sembravano oscene, insomma “parolacce” (proibite a casa mia). Intanto nonno, che già mi cercava, mi raggiunse, trovandomi imbronciata. “Sono maleducati questi signori”, gli dissi indicando il capannello e snocciolandogli le parolacce ascoltate: "verticalizzazione", "pinerolo", "gabbie salaliali", "scippo" e "scioppo". Ricordo che mi abbracciò ridendo sonoramente, poi mi riprese per mano e ci incaminammo verso casa. Lungo la strada mi parlò di un villaggio di raccoglitori di banane, di una compagnia battente bandiera americana che di tanto in tanto arrivava a portarsi via il raccolto, dando una paga da fame ai contadini poveri. E raccontando mi spiegò le parole nuove.

15 novembre 2010

Rondini

Vassili era tornato a Nascar poco tempo prima di Franzisca. Aveva riaperto la vecchia casa ereditata da tzia Anghéla, una lontana parente morta di vecchiaia. La donna, durante la sua lunga vita, aveva preso la mania di conservare la carta stagnola che avvolgeva i cioccolatini, e con essa decorava altarini e nicchie che puntellavano le pareti della bicocca così che la visione d'insieme – col senno di poi – sembrava un altare messicano.
Entrato in possesso della casa, il ragazzo intonacò muri e soffitti con la calce viva, appese un po' ovunque i curiosi vestiti acquistati nei mercati di terre lontane, collocò nelle nicchie scatole di ambra e d’ottone ricolme di gioielli berberi, pakistani, persiani e prese a venderli ai ragazzi di Nascar scontenti delle fogge proposte dai mercanti del luogo.
Nella casetta si raccontava spesso di quegli altri mondi, la sera, quando il negozio chiudeva, Vassili accendeva gli incensi, peparava bevande speziate o tè verde, per i ragazzi, per Franzisca.
Aveva modi dolci e tutto intorno era calmo. In realtà, sotto la sua apparente aria pacifica, Vassili celava un animo duro come pietra di sale, rivelandosi solo allorquando si parlava di Barbarìa. Avrebbe imbiancato con la calce viva l’intero borgo di Nascar, fosse stato possibile, e buttato fuori i suoi abitanti.
La pietra di talco, che ancora si estraeva dalle miniere nascaresi, aveva tracciato nel cuore e nella mente un solco dolente che si riapriva ogni volta, a distanza di poche settimane dal ritorno dai suoi viaggi. L’unico modo di abitare il luogo era vivere circondato dalla chincaglieria portata dalle terre lontane dove andava a cercare se stesso.
Ritornò a Nascar per un'ultima volta nell’anno che Franzisca si scervellava pensando a un modo diverso di abitare le isole. 
L’anno che decise il suo destino o meglio: la sua destinazione
Vassili vendette quel che restava dei gioielli e le ultime stole del Madagascar; le disse: – Vieni con me. – Ma ripartì da solo e non tornò mai più.

Pena cantada a boche lena
ancas chi ballan e non treman
prenda rujada in sa peléa
prenda chi truncat tropéa.

Andarono via quasi tutti. I senza terra, i contaminati, gli altezzosi, i laureati, quelli senza fantasia, quelli con troppa fantasia. I migliori. E quasi più nessuno ritornava.
Franzisca declamava sottovoce: – Giorni d’inverno trucioli, il mio amico con gli occhi rossi, segue il funerale del ghiaccio, e io sono geloso del morto.
La madre la osservava ignara e tranquilla: – È la febbre che esalta e la fa languire.
Inverno. La stanza era piena di musica, di luce e del folle desiderio di non essere più da nessuna parte. Fuori, la piazza dell’antico convento e il paese tutto bianco. Contro la finestra batteva il solo vero re dell’isola, quel vento forte che ti cerca ovunque, stana e costringe a danzare sui pensieri.
Febbre. Parole gialle. Le nuvole girando scappavano.
– Portatemi via.
Il corpo non era più al sicuro. La casa traballava. Si è mai vista una casa natia diversa da un nido?
La madre sciolse un’aspirina in mezzo bicchere d’acqua.
A mezzogiorno, quando l’assenza di ombre gettò sulle cose una insopportabile luce, Franzisca prese il volo.

25 ottobre 2010

E se alzando gli occhi vedi ancora il mare

... salutalo, anche per me.


L'autostrada è viva stanotte
Ma nessuno sta ingannando nessuno su dove sta andando
Me ne sto seduto di fronte alla luce del fuoco
cercando il fantasma di Tom Joad.

13 luglio 2010

Racconti del mistero


Storie, racconti. Emozioni narrate ad alta voce, trasmesse da persona a persona, dagli adulti ai bambini, come nelle lontanissime infanzie. Condividere e non fuggire di fronte alla vastità del nostro sentire…


Spinta da questi pensieri, Franzisca chiamò a raccolta gli abitanti di Nascar, all'ora di
Créme Caramel, per ascoltare alcune letture ad alta voce dei Racconti del mistero di Edgar Allan Poe, per primi, perché ricordavano i bellissimi contos de mortu, quelli che da piccoli sentivano ancora raccontare dalle madri e dalle tutte le donne di buona volontà, durante le interminabili notti d'estate, stretti in un cerchio magico. Quando avere paura insieme era bellissimo.
Belle le parole, solo le parole. Ma era già tanto nell'inverno di Nascar.
Bastiana Madau, Nascar, Poliedro, Nuoro 2003.

Antine Nivola espone le sue sculture nei vicoli di Orani.
Foto di Carlo Bavagnoli (1958).

12 luglio 2010

Ammentos de pitzinnìa a mesanotte

Il mio Edgar Allan Poe di quand'ero piccola si chiamava Nannina: era una giovane donna di Fonni, che nel 1968 passò l'estate a O. per accudire una anziana parente, nostra vicina di casa. La ricordo bene in quelle lunghe notti di luglio, seduta nel grande cortile fra le ortensie, mentre inchiodava noi bambine e bambini, seduti per terra intorno al suo mesicheddu (sgabello di sughero), con magnifici contos de mortu...

Illustrazione di Lorenzo Mattotti

22 febbraio 2010

In cima (ai miei pensieri)


Potrei rifare il gioco di convincermi che il tutto sia tutto qui. Guardare dritto negli occhi i giorni, il centro, responsabilmente. Ho altri viaggiatori sull'aereo. Eppure la giusta direzione, il senso, li scorgo soltanto se abbasso gli occhi e guardo obliquamente, verso le periferie.
Tutto è chiaro, allora, semplice e netto come uno squarcio nella nebbia.
C'è una donna prigioniera in quei monti.
So easy, canta ora David Byrne dallo stereo dell'automobile che corre lungo il rettilineo di Locoe. A lato la Porta d'Argento, superba, magnifica. La terra ha un cielo che riflette tutti i colori del mare, e non vedo l'ora di vedere la cima del monte di Nostra Signora. Ma a questo pensiero la vista s'annebbia: di fronte a me solo quell'unico dannato centro con la crudeltà dei suoi dati. Fermo la macchina, non voglio piangere, impreco, mi pento subito, no, impreco ancora, perché io non so pregare.



4 dicembre 2009

Cult!

Oggi ho scoperto una citazione di Nascar anche qui, nel blog di un collettivo di Firenze appassionato e competente di cinema. Vorrei ringraziare, ma ho l'impressione che non ci sia più nessuno. 
C'è sempre qualcosa di magico quando un libro continua a camminare da solo: senza festival, senza spettacoli di alcun genere, senza avere avuto il front-line di alcuna libreria, e soprattutto senza essere una "novità". È divertente. Ricordo le risate quella volta che chiamò una radio australiana bilingue, che io m'immaginavo il coso tra i canguri, durante quell'intervista per me seminotturna, per ovvie questioni di orario: se buchi il globo dall'Atene Sarda, vedi che esci esattamente lì, a Sydney! (Ma come ha fatto il piccolo ad arrivare sin là? Come?!). E poi tutte quelle recensioni, l'invito – sorprendente! – al convegno sull'Onomastica nella letteratura con gli Scrittori Veri… Per una che scrive a piacere e che forse non pubblicherà più, continuando sulla strada delle circolari esistenziali per gli amici, be', dai, son soddisfazioni Uno, solo uno, un CULT! Ma anche, come direbbe l'indimenticabile Pier Francesco Loche: "antichità! antichità!"  
(Post dedicato al mio fraterno amico Graziano Salerno, pittore, autore dell'immagine di copertina di Nascar, intitolata Désir d'un enfant [Paris, 2000])

9 novembre 2009

Dialoghetto nascarese



– Di che parla il libro che stai leggendo?

È la storia di due amiche che si ritrovano improvvisamente imprigionate a Berlino est e non possono più frequentare il liceo, rimasto dall'altra parte della città…
– A che punto sei arrivata?
– Capitolo dodici, quando con un calcio lanciano dall'altra parte un pallone dove con un pennarello hanno scritto: "Un giorno tanti calci come quello che mi ha portato sin qua abbatteranno questo stupido muro".
– …
– A cosa pensi mà?

L'ascoltavo pensando al futuro, che almeno possa contare di più, per lei, avere più terra in tasca di quanta ne abbia sua madre, che nella sua ha solo un pezzo di cielo.

– La guerra è una cosa inutile e stupida. Tutte le guerre lo sono, tutte le separazioni, i muri, tutte le perdite, i veli, tutto il dolore…

Ho sussurrato, non ha sentito, già dorme. Buon segno.

Quando si diventa grandi "grandi" è solo nei sogni che i muri tornano a essere quelli conosciuti. Antichi muretti a secco, dove trovare lucertole che brillano al sole, more nerissime e dolci da mangiare, cicale felici che muoiono ebbre di luce.