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18 settembre 2016

Wo hin?

Tra le diverse opere di Paul Klee che amo, ce n'è una, forse considerata minore, che scoprii un po' di tempo fa in un'esposizione dedicata a Jean Arp e la galassia dadaista. Mi sono fermata a lungo a guardarla, sino a quando ho creduto di capire il perché un'opera così apparentemente innocente, un piccolo olio incollato su cartone, abbia potuto dare fastidio a Goebbles, che nel 1937 la volle esporre alla mostra "Arte degenerata".
La semplicità della rappresentazione astratta degli alberi riporta a un'essenzialità lontana dai miti del totalitarismo. Tutto è semplice, come il quadro è piccolo, ma oltre i recinti degli alberi è morte e guerra.
Erano un concentrato di libertà, questi artisti, pericolosissimi in un stato dove il culto dell'efficienza si otteneva con il massimo possibile del controllo. Qui il genio ribelle di Klee lo racconta senza un urlo, disegnando spazi chiusi, senza sbocchi, che dipinge di colori tenui; un piccolo spazio su cui elevano alberi rigidi come soldati. A lato, fuori, una domanda: "Dove stiamo andando?".
Sì, forse è proprio la domanda la cosa che più ha infastidito Goebbles. Il punto interrogativo rappresenta una falla nel muro di certezza nazista.

23 maggio 2016

Io c'ero, posso raccontare...

Di che materia è fatta la memoria? La mia, se torno a quel 23 maggio del 1992, è fatta di odori, di scirocco, di pioggia, di lacrime. Arrivai a Palermo quasi direttamente dai palazzi del potere romano dove seguivo per Il manifesto le votazioni per il nuovo capo dello stato che si avvitavano su se stesse senza via d'uscita, dopo la trombatura di Giulio Andreotti tra le cui gambe era stato gettato, nel marzo di quello stesso anno, il cadavere del suo plenipotenziario in Sicilia, Salvo Lima, garante del patto tra la politica e Cosa Nostra. 
Questo adesso è un fatto acclarato, ma per averlo detto allora, insieme a Sandra Bonsanti, collega di Repubblica, nel corso di una rovente puntata di Samarcanda, la trasmissione di Santoro e Ruotolo, rischiai fisicamente il linciaggio da parte degli amici di Salvo Lima (che non erano esattamente tipi raccomandabili).
Mentre dall'aeroporto corro verso il luogo della strage incrocio in senso opposto il corteo presidenziale che sta riportando a Roma il vicecapo dello Stato, Giovanni Spadolini, che si lascia alle spalle la Beirut italiana e torna nei Palazzi in disfacimento. Simbolo di un sistema politico che sta cadendo sotto i colpi di Tangentopoli, nel quale la mafia sta perdendo i suoi vecchi punti di riferimento e ne cerca di nuovi. L'odore, lì a Capaci, è quello ferrigno della morte, della polvere rossa che il vento di scirocco trascina con sé nell'aria che sa di esplosivo, di catrame ancora caldo. Per terra, pezzi di tela militare sbattuti dal vento, due mazzi di fiori di campo poggiati su un cumulo di terra. Per duecento metri l'autostrada non esiste più, è stata cancellata, spazzata via. Ecco il grande cratere di terra rossa: qui sotto c'erano mille chili di tritolo, una potenza micidiale che ha sollevato l'asfalto che ora se ne sta ingobbito, dilaniato da quella forza devastante sprigionata dal suo stesso ventre.
La macchina sulla quale viaggiavano Giovanni Falcone e sua moglie Francesca Morvillo, è ferma sul ciglio del cratere, con il muso stritolato dalla furia del primo impatto, tutti i suoi congegni elettronici sono lì sventrati, oscenamente esposti. Poco più dietro, un'altra macchina della scorta messa di traverso e più in là un'altra ancora che sembra come schiacciata da una mano potente che scende dall'alto. Ecco, così sono morti Giovanni Falcone, Francesca Morvillo, Antonino Montinaro, Vito Schifani, Rocco Di Cillo.
Un cronista di Radiomontecarlo mi dice: «It's a war». Già, ma in questa guerra lo stato si ferma dopo ogni piccola battaglia vinta, mentre la mafia, giunta all'apice della sua potenza economico-militare, dispiega la propria onnipotenza e dice: io posso tutto, io posso assassinare come un cane, in mezzo alla strada, l'uomo politico che non ha mantenuto le promesse; io posso togliere di mezzo il giudice più protetto d'Italia, il mio nemico numero uno, quello che vi ha costretto a guardare di che cosa sono fatta davvero. E per farlo vi dimostro che posso, letteralmente, sollevare la terra sulla quale camminate.
Sapremo dopo che era così cominciata una trattativa che voleva revisione dei processi e abolizione del carcere duro. E che per averla intuita e disapprovata morì Paolo Borsellino. Falcone doveva morire perché aveva guardato il mostro negli occhi, ne aveva compreso il salto di qualità. Non più un insieme di cosche, ma un vertice che governa con il pugno di ferro, che ha intrecciato legami con pezzi della politica e dello stato. L'aveva detto, Falcone, dopo l'attentato fallito alla sua villa dell'Addaura, quando parlò di «menti raffinatissime» che l'avevano ordito. L'aveva detto nella sentenza del processo Maxi-ter a Cosa Nostra quando, parlando dei grandi delitti politico-mafiosi, Piersanti Mattarella, Carlo Alberto Dalla Chiesa, Michele Reina e Pio La Torre, li definiva «omicidi in cui si è realizzata una singolare convergenza di interessi mafiosi e di oscuri interessi attinenti alla gestione della cosa pubblica, fatti che non possono non presupporre tutto un retroterra di segreti e inquietanti collegamenti, che vanno ben al di là della mera contiguità e che debbono essere individuati e colpiti se si vuole davvero voltare pagina». La condanna a morte di Giovanni Falcone sta tutta scritta lì. I finti amici di Falcone, i beatificatori postumi, quelli che prima lo chiamavano spregiativamente «il giudice sceriffo», «il giudice comunista», e che oggi lo additano ad esempio contro i suoi colleghi che ancora cercano la verità sulla stagione delle stragi, questi mentitori affermano che lui non credeva nei legami tra mafia e politica.
Era tutto il contrario: avendo compreso in quale trama di potere giocasse Cosa Nostra, Falcone cercava gli strumenti per poterli mettere a nudo. Ci provò dapprima con il suo lavoro di magistrato, finché non gli legarono le mani; poi cercando di cambiare dall'interno la politica giudiziaria, delineando la Procura nazionale antimafia. In questo cammino commise anche errori, forse sottovalutò la capacità di irretirlo del potere e sopravvalutò la volontà di taluni di combattere veramente la mafia.
Le critiche che gli vennero da chi era stato amico lo ferirono profondamente, ma erano fatte in buona fede e nascevano anche dalla preoccupazione che certe mediazioni, non solo non gli avrebbero consentito di raggiungere i suoi obiettivi, ma lo avrebbero esposto come ostacolo al patto di convivenza tra stato e mafia.
Mentre torno a Palermo, vent'anni dopo, rileggo quel che scrivevo allora, cercando di spiegare perché, dopo aver ucciso l'uomo del legame tra politica e mafia, Salvo Lima, Cosa Nostra avesse alzato il tiro sul suo nemico giurato: «Un atto di terrorismo mafioso... l'hanno fatto mentre il Palazzo viveva un passaggio delicatissimo: un'elezione presidenziale nel corso della quale si ridisegna l'equilibro del potere. Non c'è bisogno di pensare a complotti a trame oscure. Purtroppo è tutto tragicamente chiaro: un pezzo d'Italia che è Colombia e Libano. Con i piedi ben piantati qui, il potere mafioso alza la testa e guarda in alto, alla ricerca del suo posto tra i poteri, oligarchia armata che vive del deficit di democrazia e a sua volta lo alimenta».
Allora non sapevo, mentre tornavo a Palermo, tra l'odore delle stigghiole arrostite per strada e le ceste di pane, leggendo su qualche rudimentale cartello la scritta «Falcone sei vivo», non immaginavo che sarei dovuto tornare due mesi dopo, per la strage di Via D'Amelio. E che l'anno dopo la strategia stragista del potere mafioso avrebbe toccato il suo apice. Non ero consapevole che era cominciato il nostro 11 settembre, come mi disse dieci anni dopo la strage Andrea Camilleri, che intervistai per La7 : «Falcone e Borsellino sono i nostri eroi. È come se fossero cadute le nostre Torri Gemelle».
Ma non fu solo un giorno, una data: fu un biennio nel quale agì un intreccio tra pezzi della politica e delle istituzioni e poteri criminali che impresse una torsione nettamente antidemocratica alla transizione italiana e del quale ancora non siamo venuti a capo.
È questa l'anomalia italiana che non è mai stata superata e che, dopo l'attentato di Brindisi, ha fatto pensare Qualunque sia l'esito delle indagini su Brindisi, per questo è sacrosanta la ribellione alla violenza da parte dei giovani e del mondo della scuola. Anche se la mafia ha scelto di abbandonare la strategia dell'attacco militare, non per questo è meno pericolosasubito a un riproporsi di quegli scenari.

Anzi, nella complicità o nell'indifferenza della politica, ha conquistato le roccaforti dell'economia del Nord, si è insinuata nel tessuto del paese come un veleno sottile, col quale in troppi hanno imparato a convivere. È parte di un sistema di malaffare e di corruzione che corrode la politica e la democrazia. Anche questa è una strage: di libertà, di diritti, di cittadinanza.
È giusto dirlo oggi, insieme alla folla di ragazzi e ragazze con i quali sto navigando verso Palermo, per ricordare quel che accadde quando loro non erano ancora nati. Io c'ero, posso raccontare loro il dolore attonito di una città che poi si farà rabbia all'apparire dei vertici istituzionali, le lacrime che si confondevano con la pioggia. Paolo Borsellino, un maschera da tragedia greca avvolta in una perenne nuvola di fumo, Giuseppe Ayala ripiegato su se stesso, una pertica che pare sul punto di spezzarsi, Giuseppe Di Lello, il nostro carissimo amico Peppino, piccolo e solo, senza scorta, talmente indifeso che ci stringiamo attorno a lui, quasi a fargli da scudo. E poi quelle parole di Rosaria Schifani, quella specie di lamento funebre contro i mafiosi: «Io vi perdono, ma inginocchiatevi... ma no voi non lo fate... non lo fate», che risuonò nella chiesa di San Domenico come una biblica maledizione.
Carmine Fotia, Falcone raccontato a chi non era ancora nato, Il Manifesto del 23 maggio 2012. 

25 dicembre 2011

Regali di Natale

La notte di Natale del 1996 nel canale di Sicilia è avvenuto il più grande naufragio della storia del Mediterraneo dalla fine della seconda guerra mondiale. Nel tentativo di sbarcare nel nostro paese, circa trecento clandestini di origine pakistana, indiana e tamil, muoiono per l’affondamento di una "carretta del mare" del tutto inadeguata a sopportare un tale carico. Il fatto passa quasi completamente sotto silenzio. Nulla avviene durante quei giorni di festa e quando all’inizio di gennaio arrivano dalla Grecia le prime denunce dell’accaduto, la reazione delle autorità italiane è il rifiuto di credervi: come poteva veramente essere successa una tragedia di simili proporzioni senza che il mare e le coste siciliane ne portassero la traccia? Infatti anche a distanza di settimane non era ancora venuto a galla alcun resto del naufragio. Ma allora che cosa era accaduto?
Nei mesi seguenti i pescatori di Portopalo di Capo Passero, che battevano quel tratto di mare, trovarono ogni giorno nelle proprie reti, insieme al pescato, corpi umani. L'avvio di qualsiasi indagine avrebbe significato la chiusura dello spazio di pesca per un tempo indeterminato. Che fare allora di quei cadaveri? Tutti presero la stessa decisione.
Giovanni Maria Bellu in un libro-inchiesta del 2004 intitolato "I fantasmi di Portopalo", ricostruisce l'incredibile vicenda, raccontandola in prima persona, dimostrando che quel naufragio è davvero avvenuto e che un intero paese ha custodito per anni un atroce segreto. Ma il libro è anche il racconto di un viaggio, quello di Anpalagan, un giovane tamil che, insieme a un gruppo di amici, aveva vinto, nella sua cittadina dello Sri Lanka, una "borsa di studio" messa a disposizione dalla comunità: 6500 dollari per pagare i trafficanti che lo avrebbero dovuto portare in Europa. Un viaggio in condizioni estreme, che durò mesi e che finì tragicamente a poche miglia dall’arrivo.
Avete mai letto questo libro? Lo avete mai regalato? Fatelo.

23 luglio 2011

14 maggio 2011

10 vittime, 10 milioni di vittime




"Dieci vittime. Dieci milioni di vittime. La nostra comprensione del conflitto è spesso nient'altro che una manciata di cifre: più è precisa, meno ci appare significativa. Il tono di chi le annuncia, nei diversi media, rimane lo stesso quando si parla di grandi guerre o scoppi isolati di violenza. L’orrore rimane nascosto sotto la rigidità dei numeri. Le cifre ci danno la conoscenza, non il significato. Abbiamo voluto mettere una foto su queste cifre. Una foto scioccante e cruenta, come la realtà della guerra. Abbiamo voluto dare un contesto, una scala sulla quale possiamo visualizzare ogni conflitto accanto agli altri. … Non siamo storici e le nostre scelte sono state, in parte, affidate solo al nostro giudizio. È ovviamente impossibile riuscire a visualizzare tutti i conflitti o concordare sul quando o dove un conflitto inizia e finisce. Concentrarsi sul numero dei morti non dovrebbe farci dimenticare i sopravvissuti attraverso la mutilazione, l’esilio o lo stupro. Questo progetto rimane in ambito artistico e non mira ad alcuna scientificità. Vuole gettare un altro tipo di luce e, forse, restituire un po’ di significato." 
Clara Kayser-Bril, Nicolas Kayser-Bril, Marion Kotlarski


3 maggio 2011

"Giustizia è fatta"

Dal discorso della cerimonia funebre officiata da Tex: "Ovunque tu sia Mefisto, che sia dannato in eterno! Che le tue ossa possano essere trastullo per i cuccioli di coyote e che la tua anima possa bruciare nel profondo degli inferi. Da oggi il mondo sarà un posto migliore."

27 gennaio 2011

A marzo, pecore e agnelli troppo lenti…



Qui puoi vedere integralmente la diretta dello spettacolo andata in onda ieri sera sulla 7. Poi, se ti va, dai anche un’occhiata a quel che scrive Strel.

Ricordatevi di Hurbinek

"Lossa è finito in manicomio perché non c'erano insegnanti di sostegno", dice Marco Paolini raccontando di un bambino con "disturbi mentali" internato in un ospedale nazista e cavia delle sperimentazioni psichiatriche. Una frase potente che, in perfetto stile del teatro paoliniano, impone la ricostruzione del processo da cui quella figura di insegnante è scaturita. Processo di cui "come italiani, una volta tanto dobbiamo essere molto orgogliosi" – dice Paolini, alla fine di  Ausmerzen – e che tuttavia, oggi, è fortemente minato dagli ultimi provvedimenti che limitano il sostegno ai disabili e alle famiglie, minacciando il ritorno all'istituzione totale, leggi: al manicomio. L'insegnante di sostegno è uno dei tanti e più importanti punti d'arrivo dell'"avanguardia" della psichiatria italiana, una figura (ignorata in altri paesi europei) che ha determinato la fine di quelle che, con espressione ipocrita, venivano chiamate "classi differenziali". Questo processo porta il nome di Franco Basaglia, e di tanti che hanno creduto e che ancora credono in una società libera, antitetica a qualsiasi forma di segregazione e di razzismo. La memoria è anche l'invito a continuare a perseguire quel possibilissimo sogno.