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9 maggio 2021

S'artareddu

Negli anni sessanta e sino ai primi settanta del secolo scorso, quando ero bambina io, la festa della mamma non esisteva, almeno non a casa nostra. Maggio era invece "il mese di Maria", ci dicevano le grandi, cioè la maestra, la catechista, le madrine, le zie materne. Sicché, con la mia amichetta d'infanzia e di vicinato Lina, che purtroppo non c'è più, a maggio andavamo a raccogliere fiori di campo per fare l'altare alla madonnina di maggio, in Piazza 'e Cumbentu. 
Era un gioco bellissimo. Rivestivamo di carta colorata un fustino vuoto di detersivo per lavatrice, conservato con cura all'uopo; chiedevamo alle nostre rispettive mamme, Maria Itria e Caterina, dei centrini fatti all'uncinetto per addobbarlo, collocandovi poi sopra dei barattoli di vetro pieni di fiorellini di campo raccolti nel sentiero ai piedi della collina di Santu Paulu. Chiamavamo il coloratissimo allestimento s'artareddhu (l'altarino).
Io lo faccio ancora, usando una seggiolina vecchissima che non ho il coraggio di buttare. Lo faccio per poesia.
 

20 aprile 2021

Sa Uddhita

Quando una carissima persona anziana di casa ci lascia, insieme al dolore per la perdita si rinnova lo struggente addio al piccolo mondo antico, pieno di luce, l'addio all'infanzia reale e all'età dell'oro. Vorresti fermare il tempo, o almeno farlo rallentare per portare dentro l'arca ogni cosa buona ci sia da salvare: oggetti, parole e persino le buone ombre del cortile. 
 
Domo 'e Mannai, sa corte  (particolare)

22 maggio 2016

A coro in manu

Questo componimento è di Forico Sechi di Nughedu San Nicolò paese di Francesco Masala e della dolcissima Franca C., maestra a Ozieri, amica mia trascritta nella variante del mio sardo e al femminile. Una poesia a cui sono affezionata anche perché mi riporta al periodo in cui scoprii tanti poeti minori dell'Otto e Novecento, mai sentiti nominare sin lì, e soprattutto mi porta il ricordo del primo laboratorio di lettura espressiva che, da operatrice culturale alle prime armi, giovanissima, condussi in biblioteca per un gruppo di vivaci bambine di Orani (ricordo Anna Nivola, Karin Viola e Ambra Coi, in particolare), che poi recitarono alcune poesie in sardo e in italiano alla cosiddetta "Festa per gli anziani". Era l'estate del 1984; l'amministrazione comunale inaugurava alcuni nuovi servizi, tra cui l'assistenza domiciliare per le persone anziane che vivevano ormai da sole. Un'ottima iniziativa, ma anche il segno di come tutto nella comunità andava cambiando, nel bene e nel male. Non aveva mai smesso di farlo, in realtà, però del cambiamento ci sono segnali più forti e chiari di altri, diciamo. Ora però sto divagando, e questo non è un post di sociologia.

– Fra', mi parli di Forico Sechi?
– Sì, certo... [e sorride] Mastru Foricu era falegname e intagliatore, era nato nel 1911, la data di morte non la ricordo, ma te lo faccio sapere... Scrivile le date, eh, perché è un poeta meraviglioso, passato nel dimenticatoio, anche in rete non si trova quasi nulla. Pensa che è considerato un innovatore della poesia in sardo a taulinu: ha coniugato la metrica rigida della poesia sarda "classica" con i mezzi linguistici della poesia moderna. A lui si sono ispirati molti altri poeti. Pensa che, negli anni '70, venivano qui alcuni professoroni dell'università di Sassari per discutere di poesia con lui, un vero cenacolo poetico con un falegname che aveva fatto solo qualche anno di scuola elementare. È una bella storia, no?
– Bella, sì, e penso, penso... Però, forse, "professoroni" è meglio evitarlo, a scanso di equivoci.
– No, no, io lo dico veramente! [E ride, e rido anch'io.]
Fammi avere la data di morte, per piacere, intanto io continuo a raccontare...

Alla prima Festa degli anziani di Orani, "A coro in manu" di Forico Sechi di San Nicolò la disse (disse, nota bene, non recitò) a memoria Ambra, una bambina di nove anni, bellissima (cosa lo dico a fare), alta come il padre Lorenzo, occhi neri e grandi come la sua mamma nuorese. La scelsi, la poesia, per la musicalità dei primi versi soprattutto, per la semplicità, perché nominava con affetto la genitorialità e perché trasmetteva fiducia in un sentimento totalmente desueto che credo si possa ancora chiamare bontà. Basta. Ora diche un poesie.

"A coro in manu", naraiat babbu
"A coro in manu", naraiat mama
"Depes esser chin tottu a coro in manu".
E in sa vida mia,
in dolu e in allegria
semper cussu cussizu ap'ammentau.
Peri si in fittianu
s'esser a coro in manu
m'at penas e iffados procurau.

Eppuru so cuntenta,
chin tottu sos iscaddos chi apo tentu,
chi fidele a su narrer sia istada.
Ca sa die chi ando pro no torrare,
tand' apo a narrer a tottus:
custu liberu serro de sa vida
chene rancores; sa die est finia,
ma deo so cuntenta. E si a lontanu
apo de andare, dio cherrer
andare che a semper a coro in manu. 


By Letizia Battaglia

25 aprile 2016

Genealogie resistenti

Vorrei raccontare di Marianna, ma non so come iniziare, e allora ecco anche per te Luna de marzu, una poesia che Montanaru sottotitolò con una semplice dedica: "A Marianna Bussalai"
Luna de marzu sentìa
mi pares troppu istasera
Nues de onzi manera
t’attraversan su caminu,
currellende a s’affainu
sutta s’isprone ‘e su entu.
E tue in su firmamentu
b’andas bella passizera.

T’oscuras de improvvisu
e pare’ morta sa terra.
Inchizzìda est ogni serra
nieddu donzi padente.
Ma tue sighis sa via
cun tundu visu serenu.

Intantu in donzi terrenu 
de custa muntagna sola
cuminzat calchi viola
a si mustrare timinde;
ca sun sa dies beninde
de sa bella primavera.

Tue che nunziadora
t’avanzas luna nontesta,
a preparare sa festa
de totta s’umanidade.
Sa tua serenidade
ti faghet cumparrer trista.
Ma tue già cun sa vista
bies sa novella ispera.
Luna de marzu, sentia
mi pares troppu istasera 

Questo è solo uno stralcio della lunga poesia che Montanaru dedicò alla sua amata amica, e mi sembra la cosa più giusta da fare – ecco la chiave – iniziare a scrivere così di una donna che visse poeticamente i suoi anni, e tanto più nobilmente perché riuscì a coltivare la speranza in un contesto storico in cui sembrava regnare una profonda disperazione. Era lei, in tal senso, un'organizzatrice.
Primogenita di Antonietta Angioy e Salvatore Bussalai, Marianna venne alla luce a Orani nel 1904. Qualche anno più tardi nacque Ignazia, la sorella che sempre fu legata a Marianna anche dall'inossidabile complicità ideale che segnò il loro operato di future antifasciste. "Signorina Ignazia", come tutti la chiamavano a Orani, era una donna di straordinaria simpatia e intelligenza, e – mi viene da pensare – agì secondo il poetico e politico dettato dell'ultimo Fortini: «Composita solvantur: proteggete le nostre verità». Con i suoi racconti (di cui anch’io, da bambina, sono stata fortunata fruitrice) e la cura dei documenti lasciati da Marianna, Ignazia coltivò e trasmise le idee della sorella maggiore: innanzittutto il sardismo autonomista e antifascista, passione che allora unì i giovani più emancipati della resistenza sarda al regime. Le due sorelle rimasero orfane di madre quando Marianna aveva soltanto cinque anni; il padre si trasferì a Nuoro e poi a Porto Torres per lavoro, convolando a terze nozze, e le bambine vennero affidate a Grazietta Angioy, loro zia materna; vissero nella casa settecentesca che fu degli Angioy, tra la piazza di Santa Gruche e S’Arzada ’e su Monte, a Orani: casa ricca di leggende per essere stata ancor prima l’abitazione estiva del Vescovo di Ottana e quindi ricchissima di quelle memorie che le due sorelle rivivevano nei loro racconti davanti al latte fumante e ai biscotti decorati con la glassa e serviti con le stoviglie d’argento consumate dall’uso. Una dimora ancora bellissima, con le architravi in trachite rossa e gli stipiti di foggia pisana, la corte all’ingresso e il cortile interno, dove ancora oggi cresce rigoglioso il melograno. Una casa attraversata dalla Storia, destinata a diventare il luogo delle riunioni clandestine antifasciste, una sorta di circolo culturale animato da un poetico gruppo di ragazze e di ragazzi, tra cui mio nonno A., che non ho mai conosciuto perché è morto giovane, ma che ho amato, anche lui, attraverso mille racconti. Così scrive Marianna in un prezioso documento autobiografico: «Il nostro piccolo gruppo viveva in un’atmosfera di poesia e di amicizia che ci impediva di rimpiangere le distrazioni della vita. I nostri autori prediletti, le intime confidenze, i fervidi scambi d’idee, sostituivano la bellezza esterna che mancava alla nostra vita. Libri preziosi, autori amati tenevano nella nostra gioventù, il posto di palazzi e di teatri, di balli e di feste, di viaggi e di amori, e ci offrivano l’universo in un compendio che a malapena ci lasciava sospettare le sue crudeli delusioni e le sue miserie infinite. Ore deliziose, generose amicizie, prime porte aperte sull’ideale…». Un piccolo testo dove si legge anche un inno d’amore alla lettura, che riusciva ad assolvere, tra le altre, alla funzione di aprire una finestra sui sogni.
Così visse Marianna Bussalai, inventando una vita intensa per sé e i suoi amici, anche nella malattia di cui pativa sin da bambina. Visse coltivando in pieno regime fascista le sue idee, leggendo e studiando la storia, la filosofia (in particolare incuriosendosi alla teosofia, corrente di pensiero che ricerca quel che accomuna Dio in tutte le religioni, ritenendo che tutte le religioni derivino da un’unica verità). Scriveva sin da bambina, iniziando presto a pubblicare in alcune riviste dell’epoca e in paricolare ne Il Solco, l’organo informativo e culturale del neonato Partito Sardo d’Azione, alla cui costituzione e formazione Marianna dedicò tutte le sue energie con passione, convinzione ed entusiasmo. E continuò a scrivere nonostante la censura e le angherie della polizia fascista, e nonostante questo – come Anna Achmatova, la grande poetessa russa che pure attraversò vicissitudini storiche e personali drammatiche –, continuando a operare nella ricerca della bontà degli uomini, nella fiducia di un riscatto possibile per la sua terra, nella fede in un ideale di giustizia e libertà.
Contemporaneamente continuava a tradurre i poeti sardi con l’idea di poterli divulgare e farne arrivare il canto oltre il mare. In questo senso Marianna aveva una concezione moderna della traduzione, riconoscendone la sua funzione di mediazione culturale e di conferma del valore dei componimenti scritti nella lingua madre. Un’idea all'avanguardia per quell’epoca, in Sardegna, anticipatrice e quindi poco condivisa, se teniamo presente che, sino a non molto tempo fa, il sardo non era riconosciuto come lingua ma identificato esclusivamente come rozzo e naturale mezzo di espressione per le necessità quotidiane. Tuttavia – scrive Marianna in una lettera a Montanaru – «il rapsodo non lo rinnega ancora, e sa trarre da esso nobili accenti e mirabili armonie! E le donne sarde, quiete e ignorate poetesse dell’ombra, quando liberano nei muttos o nelle meste cantilene l’ingenuo e appassionato cuore, sanno addolcirlo e ingentilirlo a meraviglia!». Ecco, nella bellezza e nella verità dell'espressione – quiete e ignorate poetesse dell’ombra– Marianna dice della consapevolezza del suo e del loro eccezionale destino.
La vita di allora era durissima, a Orani come in tutti villaggi sardi, e per una donna era un’impresa ardua e un progetto considerato folle l'idea di poter rompere l’emarginazione dalla vita sociale e culturale imposta dai rigidi ruoli di genere. Ricordiamoci che in questa stessa epoca, a pochi chilometri dal suo borgo, a Nuoro, un’altra donna osava scrivere: si chiamava Grazia ed era considerata una strega e definita – neanche tanto alla spalle – "una puttana". Come finì e continuò la storia di Grazia Deledda lo sappiamo tutti. Strano, invece, col senno di poi, come le cronache della vita di Marianna siano arrivate sin qui con toni diversi; almeno a me così è capitato di ascoltarle – da Ignazia, dalle mie nonne, da mia madre, dalla mia tataia Caterina. I loro racconti mi hanno trasmesso l’idea che Marianna fosse una creatura speciale: troppi particolari (qui un po' lunghi da raccontare) e l'espressione dolce e mite di queste fonti orali, mi fanno credere che sia stata una ragazzina e poi una donna molto amata e da tutti stimata: dalle amiche e dagli amici, dalla gente di Orani, fatto salvo quel pugno di delatori del regime.
Ignazia è stata come un griot per tutte le persone care che l’andavano a trovare sino a quando era molto anziana e malata, e anche di lei resterà sempre il ricordo di una donna straordinariamente intelligente, coraggiosa, colta, modesta e, per me, soprattutto molto simpatica. L’ascoltavo incantata e divertita: non si stancava mai di raccontare davanti al grande tavolo della cucina antica, stracolmo di libri, di lettere, delle testimonianze degli amici e intellettuali sardi che continuavano a farle visita nella sua casa piena di memorie, anche per ritrovare un po’ di sé e di quel vento che li vide protagonisti di un pezzo importante della storia sarda contemporanea, allorquando si credeva ancora fervidamente nella Rinascita. E sin da quando ero bambina a Ignazia chiedevo di raccontarmi di quella volta che Marianna nascose Emilio Lussu nella botola sotterranea della loro grande casa, e delle continue irruzioni della polizia e di come durante a ogni "visita" Marianna si mettesse seduta con il telaio del ricamo in mano, in paziente attesa che la perquisizione finisse: «Non bi l'avìana accattau, izza me'… Non lo trovarono, bambina mia, ma in quei giorni Marianna rischiò davvero la galera e il confino!». Un rischio – raccontava la sorella, con uno sguardo mai pacificato davanti a quei ricordi – che Marianna correva ogni volta in cui spediva le lettere o riceveva i messaggi postali degli amici tenuti d'occhio dai gerarchi del paese. 
Solo per un pugno di settimane Marianna non poté assistere a un evento storico che fu il leit motiv delle battaglie sardiste e che l’avrebbe riempita di gioia: nel giugno del 1947 la Costituente approvò l’articolo 116 della Costituzione della Repubblica, che includeva la Sardegna tra le regioni a Statuto Speciale.
Morì a marzo di quell'anno, a 43 anni. Luna de marzu sentìa 
Si racconta che la sua bara leggera fu trasportata dalla casa alla chiesa al camposanto antico, dagli amici, che a turno la sollevavano con tenerezza composta, percorrendo i vicoli di Orani. E si racconta che arrivarono da Sassari, da Cagliari, da Nuoro e da ogni paese della Barbagia, dell’Ogliastra e del Campidano, a dare l’ultimo saluto alla nobile ragazza, amica degli umili, libera e ribelle.

Bastiana Madau, "L'antifascismo da madre in madre", in: Racconti di donne. Relazioni fra le generazioni, Centro di Documentazione e studi delle donne, Aipsa, Cagliari 2014, pp. 100-106.

21 marzo 2016

¿Qué cantan los poetas andaluces de ahora? ♪ ♫ ♩

Sentii per la prima volta questa vecchia canzone quando ero bambina. La passavano a Cararai o a Per voi giovani, trasmissioni radiofoniche che ascoltavano le mie sorelle, poco più grandi di me. Non capivo tutte le parole ma tutte mi affascinavano, con quel loro suono così dolce e misteriosamente – allora, per me – simile a quello della lingua materna. Più tardi, forse già al primo anno del ginnasio, scoprii che la canzone degli Aguaviva – così si chiamava il gruppo spagnolo che la interpretava –, era tratta da una poesia di un autore andaluso di lontane origini italiane, Rafael Alberti, che scrisse la "Balada para los poetas andaluces de hoy" nel 1970, durante il suo esilio dalla Spagna franchista. A quel punto, un po' famelicamente, scoprii tutto quello che c'era da scoprire di quella feroce dittatura e dei poeti che uccise. Scoprii la “Generación del '27”, ma, più di tutti, Federico García Lorca, che volli conoscere a fondo e non smisi mai più di amare, intanto che la vecchia canzone, mai più ascoltata, con il tempo cadde nel dimenticatoio... Ricomparve una sera in un pezzo di carta, più di 20 anni dopo, ma lì per lì non la riconobbi. Soltanto qualche tempo dopo ancora, rileggendo i versi che – ronzandomi nella testa, proprio come nell'aria estiva ronzava in giardino qualche zanzara – avevo scritto, compresi di non avere mai dimenticato quella ballata, il suo ritmo e, forse, la bambina che ero stata. Una bambina che, pur non capendo le parole, sentiva la verità: i poeti andalusi non erano soli.

*  *  *
 
Estate, giardino, zanzare, foglio, Calagì, anni fa.

Ite naran sos pitzinnos cando pessan a sa vida?
Ite nan sas mamas cando lis dana a papare?
Ite contana sos babbos cando lis dana dinare?

In cale domo jocat?
In cale domo brigat?
In cale dom'ammorat?
In cale domo naschit
como
sa limba?

Ite pintan sos putzones cando sun supr'e su nie?
Ite cantan sas pitzinnas iscurtzas in su mare?
Ite pessat s'ammorau chi si viet chene unu vrancu?
E sos vetzos, in istìu, in custos caminos bodios?

In cale domo morit
como
sa limba?

Ite contat' a sa cria prima 'e nde la durmire?
It'isperat su denotte chin sa janna già tancada?
Ite pessat, su manzanu, si la ponet in caminu?

In cale domo naschit
como
sa limba?

Solu in domo nostra si podet ischidare
e ind unu tempus de torrare a pessare
e allughere
a l l u g h e r e
pro arrimare su ocu chene conca
chi l'est achendhe su coro
a una chisìna.

13 aprile 2015

Andarsene, passare, ritornare

È ripartito che ancora era buio. Appena calato il maestrale che li aveva tormentati per cinque lunghi giorni.
E lei si stupiva sempre per quel sapore d'acqua e sale sulla faccia, guardando gli aerei staccarsi dalla pista lucida di pioggia, la gente andarsene, passare, ritornare...
Le pareti dell'isola erano ancora altissime.

Tornava il silenzio sui suoi passi, e lasciava lì per terra quel senso di buco e d'ingiustizia.
Il vento era calato e ripercorrendo verso sud l'orientale che costeggia il mare, anche lei ritrovava la sua calma. 

È partito. Io sono qui.

La moltitudine di corvi sui fili elettrici, entrando nel territorio di Nascar, l'accolse stavolta come in un abbraccio.
Era una sera di giugno che pareva gennaio. Medioevo, un mondo alla rovescia e senz'ali.
Dentro le case la malinconia si depositava sui vetri sotto forma di vapore acqueo: pareti dietro pareti, all'infinito.
Troppe cose non avevano senso.
Come l'abitudine di morire e far morire che esisteva tra la gente.
Bastiana Madau, Nascar, Poliedro, Nuoro 2003, p. 39.

16 aprile 2013

Ciao Maria

... E io ho conservato per tanti giorni ancora s'achisorgiu, la brocca di argilla colma di monetine, il piatto azzurro con i frutti del melograno, e ho chiesto a Ruth di lasciare il quadro sulla fucilazione dell'anarchico Michele Schirru. Mi piace guardarlo, nel centro della sala di lettura,  appeso a una catenella fissata al soffitto, distante dalla parete come un altare buddista.
Momenti di bellezza nel mare delle inquietudini che attraversano le isole...
Ritorna, Maria. 
Tornate tutti.
Tanta buona vita a te, agli amici del borgo di Alassaiad, e saluta il mare.
Nascar, p. 24.

Ulassai, 27 settembre 1919 – Cardedu, 16 aprile 2013

27 febbraio 2010

Lina

Le infanzie non erano poi così lontane, fintanto che rimanevano nella memoria felice, con le immagini dei vicoli illuminati dalle fioche luci delle steariche, dentro alle zucche svuotate di novembre.
O nella memoria delle strade di giugno, lastricate dai petali di rose raccolte negli antichi cortili, durante la lunga infantile processione che tutti portava nella chiesa grande, per il culto del Corpus Domini.
O degli altari alzati dalle bambine su fustini vuoti del detersivo in onore delle madonnine di maggio, e adorni di semplici bicchieri pieni d'acqua, margherite, asparagina selvatica.
Delle bambole di pane sfornate a pasqua d'aprile.
Delle barrette di ferro punte sulla terra umida dei sentieri sterrati a marzo, per i nuovi quarteri. Per gioco. …

Da grandi ci siamo perse, perché la vita è così, 
ma l'esser state così intensamente bambine insieme,
quel fantastico giocare che era tutto il nostro mondo…
Giovane, buona, cara amica, che la terra ti sia lieve.

27 dicembre 2009

Nessuna direzione

Steen Doessing, 2009

Dalla sua, la voce, ha almeno un suono, talvolta un senso. Ma deve sempre avere una direzione. Le parole potevano non avercela, ma dovevano sempre avere un senso, non potendo trovare appigli che in se stesse, e così resistere. Dove mandarle se non da chi potevano ricevere un perdono?
Dalla sua, la voce, ha almeno un suono. Talvolta quella di Daniele arrivava assediata dalla tristezza, sparata nell'infinito vuoto dei cavi.
Nei lunghi periodi di silenzio, Nina cercava di rievocarne la materialità.
Un pomeriggio d'ottobre la svegliò da un sonno doloroso, e aveva un colore, quel giorno. Era rossa, brillava. E il colore diventava via via più intenso, dirigendosi nell'unico punto luminoso del risveglio.
[...]
Era stupefacente la sua totale sicurezza di direzione nella più assoluta assenza di insinuazione.
Lentamente si apriva, faceva il giro della stanza, squagliando gli orologi incastrati sul muro.
Le bastò rompere un acino d'uva tra le labbra, dopo.
[...]
Nina guardò fuori dai vetri, non pioveva più. A est, verso il nord, c'era un punto del cielo dove le nuvole avevano lasciato spazio ai cobalti dell'ultimo inverno.
Spostò il suo sguardo sul foglio caduto: c'era l'impronta del piede nudo di un bambino. Lo raccolse, e abbandonò la stanza con un sorriso.

14 novembre 2009

'Occu 'e limba


Maria Lai, Legarsi alla montagna, Ulassai 1981


Ite naran sos pitzinnos cando pessan a sa vida
Ite nan sas mamas cando lis dan a pappare
Ite contana sos babbos cando lis dana dinare

In cale domo jocat
In cale domo brigat
In cale domo ammorat
In cale domo naschit
como
sa limba?

Ite pintan sos putzones cando sun supr' 'e su nie
Ite cantan sas pitzinnas iscurzas in su mare
Ite pessat s'ammorau chi si viet chene unu vrancu
E son vetzos in istiu in cuddhos camis bodios

In cale domo morit
como
sa limba?

Ite contat a sa cria prima 'e nde la durmire
It'isperat su denotte chin sa janna già tancada
Ite pessat su manzanu si la ponet in caminu

In cale domo naschit
como
sa limba?

Solu in domo nostra si podet ischidare
e in d'unu tempus de torrare a pessare
e allughere
a l l u g h e r e
pro virmare su 'occu chene conca
chi l'est 'achende su coro
a una chisìna.

23 luglio 2009

Incendio


Ritorni, Juan?

Cando iscries de Nascar e de nois / mi piccat sa tristura in undas mannas, / amicu caru, / 'erìdu chene s'ora. / Accurzu a su occu es s'unicu cossòlu, / e paris chin àttere a nde lu tuttàre, / pro poder nessi nàrrer / a chie hat a bier pius carvone chi no àrvures, / chi vimus finzas nois sa die chi l'ana tentu.

Aria irrespirabile, odore di fuoco ovunque tu vada, estate di tensione altissima qui da noi. Il malessere è nei volti e la gente sembra morire a grappoli nelle strade arroventate in fuga verso il mare. Si fugge dalle isole, velate di fumo, circondate dal senso di morte che penetra nelle case e fa ammutolire i bambini. Angoli di desolazione all'uscita dalla città: la pineta di Abbasya polverosa e calva, Untàna Torta un deserto di carbone che emana vapori acidi, violentate persino le grandi ginestre e gli oleandri piantati nello spartitraffico all'altezza della Fina, e il filare di salici al bivio di Sos Eremos. Gli angoli che mi piaceva guardare la mattina andando a lavoro, e che scandivano il tempo del ritorno a casa... Meglio non guardare ora, via dal fumo e dalla desolazione, meglio attraversare di corsa le strade sotto il surreale rosso del cielo, immergersi nel lavoro con una pietra al collo e la rabbia che sale, altro che spot barillasannasoft!: "Sos luminos in c…!", urla al criminale che fugge dopo avergli appiccato il fuoco, il vecchio ginepro di Lorenzo - che così è davvero difficile trattenere l'impegno, la prepotenza della speranza… Eppure, esserci e fare, è ancora l'unica via, l'unica alternativa al dolore. Quel no, il giusto no, non è solo per la vita, è per tutta la vita.
A torras?

Quando scrivi di Nascar e di noi, / mi prende la tristezza nelle sue grandi onde, / amico caro, / ferito prima del tempo /
(Bastiana Madau, Nascar, Poliedro, Nuoro 2004, pp. 25-27)


20 luglio 2009

Luna, luna, luna, portami fortuna

Paolo Mòdolo – che all'epoca aveva una minuscola sartoria in piazza Convento, dove lavorava un pugno d'ore la sera per arrotondare il salario di minatore –, all'imbrunire del 20 luglio 1969 mise sulla soglia della bottega, rivolta verso la piazza, la scatola sputaimmagini - sì, quella che i nostri hermanos già chiamavano la caja tonta. Arrivò la gente a frotte, con i mesicheddos e i galli da combattimento. Che ve lo dico a fare? Lo sapete già. Ero piccola come voi, fu una notte magica, e il giorno che seguì aveva una luce più polverosa.


Luna, luna, luna
portami fortuna
portami dinai
po mi coiuai
cun d'unu sennereddu
bistiu a cappeddu
bistiu a sordau
arruttu a terra
e squatarau.
Filastrocca sarda tradizionalmente cantata alle bambine

12 maggio 2009

Genius loci

"Dal mio villaggio io vedo quanto dalla terra si può vedere dell’Universo. Per questo il mio villaggio è grande quanto qualsiasi altro luogo, perché io sono della dimensione di quello che vedo, e non della dimensione della mia altezza."
Fernando Pessoa, “Il guardiano di greggi” (1911 – 1912), Una sola moltitudine **; traduzione di Anna Desti, Adelphi, Milano 1990.





















31 ottobre 1963
Nella copertina del New Yorker – fra i settimanali di costume e cultura più raffinati al mondo – un disegno di Saul Steinberg ritrae due donne del jet-set newyorkese che conversano con fare salottiero delle rispettive vacanze: mentre la prima – nella nuvoletta di pertinenza – racconta di Parigi e della rive gauche, la seconda disegna la mappa del suo viaggio in un angolo totalmente sconosciuto del vecchio continente: Sardegna, Orani… È l'omaggio di Steinberg a Costantino Nivola, l’amico allegro e malinconico, il grande artista già famoso negli Stati Uniti, sconosciuto in Italia, snobbato in Sardegna e nel suo paese natio. Proprio in quegli anni, durante uno dei suoi ritorni al paese, riferendosi ai graffiti realizzati nella facciata della chiesa dedicata alla Madonna della Itria, le donne gli rimproverano col riso negli occhi: “Deus meu, nos as guastau sa cièsa!”. E anche Costantino rideva, colmo della tenerezza che segna tutta la sua arte.

17 gennaio 2009

Aunque sepa los caminos, yo nunca llegaré

Come un paesaggio di Angelopoulos ora è il cielo nebbioso di Locoe che evoca la malinconia ed è come un invito alla lentezza. Solo qui, pensava, questa voglia di scrivere, e non solo mezze frasi con troppi punti e a capo, come le succedeva, e poi rimanevano lì, le lettere agli amici, come vaghe promesse.
Sino a non molto tempo prima lastricava d'appunti le nostre strade, perché sin là nessuna sembrava uguale all'altra. E lei ci si immergeva, come a ubriacarsene. Come Funes nel racconto di Borges. In qualsiasi alito di vento. Nella memoria delle foglie alle sei del pomeriggio di un qualunque giorno d'estate. Come un personaggio di Bianciardi, ma più felice, anzi, felice. E le piaceva raccontarle le strade, e tutte le stanze della sua grande casa.
I vicoli di Nascar e nella testa l'oro di Córdoba.
Raccogliere lo stupore, la meraviglia, riorganizzare le speranze, e quasi resuscitarle.
Delirio di onnipotenza? Romanzo familiare?
No. Semmai era l'ebbrezza dell'attimo, ma inattuale. Anticipato e prolungato come un segreto di giovinezza. Come l'attimo che si vive appena dopo un "parto", ma anche senza virgolette, che è puro delirio, ma vero, a servizio di realtà. Pur se conviene pensare che sia un'esperienza delle sole donne del Sud, ma non proprio di tutte.
Di quelle come loro, figlie della terra, educate da generazioni e generazioni ad addomesticare situazioni estreme, a ignorare il Prozac…
Non so perché dico di questo, se è opportuno, ancora come si conviene, considerato tutto il resto, come da contrasto con queste emozioni che ritornano e poi vanno via troppo in fretta, ora, e lasciano male chi ancora non si abitua all'idea totalmente materiale dell'esistenza, come da impiegati della sopravvivenza, o a tutto ciò che intorno complotta e porta a questo, ora.
Ora che un altro inverno sta per arrivare. E le strade di Barbarìa aspettano sotto la medesima luce. E finirà la voglia di scrivere. E le mani basteranno appena a tenere i muri che abbiamo intorno.
Dov'è l'oro di Córdoba?
Più nessun indice mostra i cobalti, o più in là, come un paesaggio di metropoli, un'altra fine di Novecento.


Bastiana Madau, Nascar, Poliedro, Nuoro 2004, p. 62.

18 ottobre 2008

Benvenuti a Puntabuia (appunti di onomastica)

Organizzato dalla Facoltà di Lingue e Letterature Straniere dell’Università di Sassari, nei giorni 8-10 ottobre 2008 si è tenuto il XIII° Convegno Internazionale di Onomastica & Letteratura, dedicato principalmente all’onomastica letteraria negli scrittori sardi e nel romanzo poliziesco. La scelta dei nomi nei romanzi non è mai casuale e riflette spesso l’intento dell’autore di disvelare al lettore ulteriori significati, fornendo così un’utile chiave di lettura del testo. La prima giornata si chiusa con la tavola rotonda, coordinata da Simonetta Sanna, “Scegliere il nome del personaggio”, a cui ho partecipato con Giulio Angioni, Alberto Capitta, Salvatore Mannuzzu, Salvatore Pinna (assente invitata Milena Agus). Le giornate successive sono state riservate all’analisi di questioni onomastiche nella letteratura italiana e straniera del ’900 e nel romanzo poliziesco. Di seguito il mio intervento. (b.m.)


APPUNTI SUL TOPONIMO NASCAR E SUOI NOMI DEL ROMANZO

Nascar è uno di quei misteriosi toponimi preromani della Sardegna dall’etimo sconosciuto: lo si può trovare nel Condaghe di San Pietro di Silki, datato sino al 1200. È attribuita al territorio di Usini la chiesa di Santa Maria di Nascar o Mascar – citata più volte nel condaghe – che doveva trovarsi annessa al villaggio scomparso di Mascar; con ogni probabilità fu edificata nella zona oggi denominata Santa Maria, nei pressi della stazione ferroviaria di Tissi-Usini, sulla riva sinistra del riu Mascarí… Ma, a dire il vero, questo con il mio romanzo intitolato Nascar, c’entra poco, anzi: niente.
Ho scelto questo nome innanzitutto per il suono, e da subito immaginando il suo significato come “luogo in cui si nasce”, e avente la stessa forma anche al plurale. Io cercavo un plurale.
Nascar non è solo il luogo natale: è anche molti e diversi luoghi, è ogni luogo in cui nasciamo, considerando suggestivamente come nascita/ri-nascita ogni esperienza di vita dove siamo riavvolti dallo stupore, persi nella meraviglia, coinvolti nella scoperta e nel movimento costante della ricerca di identità.
Così ho scelto Nascar perché il toponimo ha una radice che ricorda nàschida (nascita), naschìre (nascere), ma contiene in sé anche il verbo nàrrere, naràre (raccontare, narrare), e contiene interamente nas, la seconda persona singolare del presente indicativo (tue nas), e contiene un progetto: raccontare i luoghi in cui si nasce, lo stupore che nel vivere ci accompagna, tenere una sorta di diario di bordo collettivo, testimoniare dei “viaggi” da un’isola all’altra dell’arcipelago di Barbarìa
Il libro – sospeso fra prosa e lirica – è infatti ambientato in un paese plurinsulare – una sorta di terra dei destini incrociati – e di volta in volta le isole sono nominate come Lorìga e Lassaiàd, Jacca e Bitudes, Oreus, Puntabuia, ecc. Altri toponimi: il Monte di Nostra Signora, Benedictus e la Contea di Serralucente, Locoe… E la Porta d’Argento, che, più che una montagna, è un’altissima parete di ghiaccio che riflette tutti i colore del mare, ma che dal mare separa le isole, esposte così a un orizzonte limitato e tuttavia fecondo, immaginifico. Ecco, i luoghi di Nascar  sono le isole che formano l’arcipelago di Barbarìa.
Con Barbarìa, più o meno consapevolmente, volevo far cadere l’antica solidità del nome di Barbagia, facendone appunto ‘vacillare’ scherzosamente l’impalcatura fonetica, reinventandola con la caduta della G, lo spostamento dell’accento sulla I, con la sostituzione della G alla R. Questo spiega la leggera punta di humor nelle sostituzioni, così come anche in altri casi (ad esempio: ziu Bonucoro, la direttrice della biblioteca Anghèla de Corfù, la Bibliotheca Magna, ecc.). Mi interessava creare denominazioni di entità che associassero la veridicità del referente, la realistica fedeltà del vissuto (il mio, il nostro) e la forma evocativa fiabesca (l’organo di Barberìa, ad esempio, in questo caso), l’erranza tra il realismo dell’aneddoto e la fantasia del romanzesco. Con la desinenza al plurale di isole, volevo anche togliere la rigida attribuzione che avrebbe l’automatica identificazione con il mio paese natale, che non andava bene, per almeno due motivi: 1) non parlavo soltanto di quello; 2) volevo allontanarmi dall’ego chiamando a raccolta una “comunità”, per quanto dispersa, accomunata da una vertigine di soffocamento e – paradossalmente – di spaesamento per eccesso di identità. Un’esperienza semi-patologica condivisa con tanti della mia generazione, ma forse soprattutto con quella precedente la mia («La ricerca dell’identità? Il terrore di averne una, invece …», p.71). Così ho provato a trasformare quel sintomo, la vertigine, nel paesaggio di Nascar, con frasi-immagine in cui manca, quasi, la presenza dell’autrice – la mia presenza –, che si ritira come soggetto, a favore delle cose, subito messe in primo piano. Oltretutto si tratta di “cose” modeste, povere, proprie di un valore conosciuto da altre civiltà, l’esistenza minima delle cose del mondo.
Franzisca, la protagonista, l’unica volta che appare come Io, sarà una voce che parla dall’alto:
Si avvisano i signori passeggeri che in questo momento stiamo sorvolando, da est verso l’interno, il meraviglioso arcipelago di Barbarìa.
Tra qualche minuto atterreremo all’aeroporto di Puntabuia. Il clima è splendido, lo è sempre qui. Concentratevi su un’altra meteorologia.
Avete fatto tutti i vostri esercizi di ragione?
Saranno necessari molta bontà, astuzia, tonnellate di ironia – forse anche un po’ di vino rosso – senso del dovere e del diritto verso la felicità. La felicità di tutti, non dimenticatelo.
Quando vi sentirete pronti slacciate pure le vostre cinture di sicurezza.
Sguardo non frontale per sopravvivere alle espressioni di bruttezza e crudeltà.
Solo l’obliquità c’impedirà di schiantarci sulle rocce del Corrasi…
Benvenuti a Puntabuia. (p. 28)
Strategia di sdoppiamento per scrivere senza ego, se vogliamo; non a caso lo stesso “appello” è dato a p. 30 in lingua inglese.
I lettori, non solo sardi, di Nascar, credo abbiano compreso che andare per le isole dell’arcipelago di Barbarìa è anche un continuo insorgere della memoria storica, un continuo affiorare di legami e di corrispondenze. Per le situazioni che vi si raccontano, certo, ma anche per i nomi dei paesi, delle strade, delle piazze, delle persone menzionate, insieme a poeti, a scrittori e agli artisti amati. Nel libro, infatti, c’è anche un pullulare di personaggi, anche solo accennati: Franziska, Juan, Marcos, Agostino, Mallèna, Ignazio, Giulia, Andrìa, Anghèla De Corfù, Esther e Ines Dessanay.
Ecco, anche attraverso i nomi si dà conto della vertigine identitaria (chiamiamola così) e della rappresentazione del sentimento della ricerca di sé come tratto vitale: le partenze, gli arrivi, le diaspore di cui è continuamente questione, pongono infatti anche l’emigrazione nella sua dimensione ontologica, appartenente in quanto tale alla condizione umana.
*Bastiana Madau, Nascar, Poliedro, Nuoro 2004