Visualizzazione post con etichetta Antonio Gramsci. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Antonio Gramsci. Mostra tutti i post

12 gennaio 2020

Global Gramsci

Le foto dei poster sono state scattate al museo Casa Gramsci, a Ghilarza, dov'è allestita la bella mostra “Global Gramsci” con le illustrazioni di Agostino Iacurci, in cui l’immagine del grande filosofo si presenta quasi come un’icona pop in tutto il mondo. La Casa Gramsci, riaperta di recente, merita assolutamente una visita. 
America
Brasile
Francia
Inghilterra
India
Russia
Originale

1 febbraio 2016

Aforismi inconsolabili

"Non si porta consolazione agli afflitti con le afflizioni di chi vive nella comodità".
Incredibile, ve'? Lo ha detto la povera Lady D, mica Antonio Gramsci, il quale, invece, in una delle Lettere dal carcere scriveva:
"Spesso chi vuole consolare, essere affettuoso ecc. è in realtà il più feroce dei tormentatori. Anche nell'affetto bisogna essere soprattutto intelligenti".
Insomma, Diana Spencer (pace all'anima sua) non era stupida nemmeno un po'. È Antonio Gramsci che ve lo dice.

3 ottobre 2012

La fortuna delle parole

Inconsapevolmente ci è scivolata dalla penna, come una goccia di inchiostro, la parola panciafichista. Parola arcaica, ormai, fuori moda, sostituita da altre che meglio riescono a riempire la bocca: disfattista, caporettista e simili. L'altra è scaduta dall'uso, perché è svanita una mentalità, o meglio perché questa mentalità ha cambiato il centro del suo errore. Si immaginava l'atto della guerra da decidersi come in un'assemblea di tribú barbarica: per il battere delle lance al suolo, per l'ululato fiero dei guerrieri assetati di strage e di lotta. Chi si rifiutava di battere la lancia, di diventare corista nella sinfonia sgangherata degli ululi, non era che un vile affamato di fichi, per i quali voleva conservare la pancia.
La mentalità democratica e pseudorivoluzionaria astraeva completamente dall'idea di Stato, non vedeva nel paese che i singoli individui, frantumava l'unità economico-sociale borghese che è lo Stato in una infinità di volontà empiriche che avrebbero dovuto essere il popolo, il popolo generoso che batte la lancia ed emette ululati guerrieri. Lo Stato ha dimostrato di essere l'unico giudice della guerra, e di far la guerra seguendo solo la logica della sua natura: ha assorbito tutto e tutti e ha trovato gli antagonisti solo in quelli che negano l'attuale natura dello Stato e la logica che se ne sviluppa. Cosí è tramontata la parola panciafichista, di conio democratico, prodotto di una mentalità immatura, che non conosce neppure l'essenza vera degli istituti cui affida la risoluzione dei problemi ideologici dai quali si dice angosciata. Ci sono stati i panciafichisti, ma essi possono essere ritrovati tra quelli che delle forze statali si servono, e se ne sono serviti anche per la conservazione della pelle individua. Curiosa è anche la fortuna di un'altra parola di conio democratico: guerrafondaio. La parola in origine traduceva esattamente l'espressione attuale jusqauboutiste. Fu creata al tempo delle guerre abissine e serviva a indicare gli oltranzisti d'allora, ai quali si opponeva la democrazia lombarda del secolo, e i partiti di opposizione. Oggi questi partiti sono diventati d'ordine: la guerra non è piú fuori del loro programma, e come si compiva lentamente questa conversione cosí la parola guerrafondaio andò acquistando un significato particolare che ondeggia tra quello di «militarista» e di guerraiolo per programma. La mentalità democratica ha stabilito la casistica tra guerra e guerra, tra difesa e offesa, tra guerra democratica e guerra imperialistica: non è arrivata a comprendere la guerra come funzione di Stato, della organizzazione economico-politica del capitalismo. Cosí noi abbiamo trovato la parola già mutata, e abbiamo dovuto crearne delle nuove, o meglio abbiamo dovuto adattarle dal francese: oltranzista e sterminista, mentre sarebbe cosí semplice guerrafondaio per chi vuole la guerra fino in fondo. Cosí le parole si adagiano nella realtà ideologica dei tempi, si plasmano e si trasformano col mutarsi dei (cattivi) costumi degli uomini. La mentalità democratica, qualcosa che sta nell'organismo, come un gas putrido, non riesce neppure nelle parole a fissare qualcosa di solido e compiuto. Panciafichista al tempo delle guerre d'Africa, il democratico è diventato guerrafondaio, ma ha cercato di far dimenticare le parole, sperando far dimenticare le cose.
10 febbraio 1918
Antonio Gramsci, Odio gli indifferenti, Chiarelettere, Milano 2012, p.95.

27 novembre 2009

Gli amici mi dicevano

Mi naban sos amikos, benitinde a Nord.
In kussas terras predosas in etternu
tue ses pèrdiu komente i’ ssu desertu.
E ddeo iskìa ki podìa akkattare
i’ ssas terra’ lluzanar dessu Settentrione
tanta zente affainada a ddìe e a nnotte,
operaior d’iskina e zzente kene gabbale,
ma no iskìa e no’ ll’aìa mai krèttiu
ki tanta zente in angùstia kurrìa’
ttimende a nno akkudire
s’urtima posta ordìa assu balanzu.
Officinas tottube, vummu, prùghere,
unu bette sole vrittu anneulàu
iskurikande s’àghera ke in d’unu lokku ’e teyu
E zzente, zente, tottube zente,
ribu krèskiu de zzente andande
ribu krèskiu de zzente benende
timende sa mama ’essu reposu, timende
sa vùghida ’essu tempus, timende
sas okradar malinnar de kie t’istat i’ ss’oru
timende sa kurrenta ’essa màkkina tonta
ki a traittorìa ti pode’ ddigollare
iskronniàndeti su trattu bbellu ’essa karena.
Nois isseperamus kust’àtteru vronte.


Gli amici mi dicevano, vieni al Nord.
In quelle terre pietrose in eterno
ti perdi come nel deserto.
E io sapevo di poter trovare
nelle terre feraci del Settentrione
tanta gente notte e giorno alacre al lavoro
operai di schiena e gentuccia da niente,
ma non sapevo e non l’avrei creduto
che tanta gente in angoscia corresse
con l’ansia di mancare
l’ultimo agguato teso per guadagno.
Officine dovunque, fumo, polvere
un freddo enorme sole tra la nebbia
rabbuia l’aria come per cordoglio.
E gente, gente, ovunque gente
fiume in colma di gente che va
fiume in colma di gente che viene
temendo la fonte del riposo, temendo
la corsa rapida del tempo, temendo
le occhiate furbette di chi ti sta vicino
temendo la corsa della macchina scempia
che a tradimento può di te far strazio
sfigurandoti i nobili tratti del corpo.
Noi scegliamo questo nostro fronte. 


Antonio Mura, Su birde. Sas erbas. Poesie sommerse, poesie bilingui, Ilisso, Nuoro 1988.




Antonio Mura nacque a Nuoro il 24 luglio 1926 da Maria Antonia Bande Ticca e da Pietro, ramaio di origine isilese e poeta tra i più grandi del Novecento sardo. Il tempo della sua prima giovinezza coincise con gli anni del fascismo e fino al termine della seconda guerra mondiale. (Anche in Sardegna il regime aveva condotto la sua vana battaglia contro l’uso dei dialetti e delle lingue a diffusione regionale, nel tentativo di far corrispondere alla solida unità statuale e politica, un'unità culturale.) Finita la guerra, diplomatosi come ragioniere, collaborò al periodico Aristocrazia fondato e diretto da Raffaello Marchi, animatore culturale e poeta. Si iscrisse alla facoltà di Scienze economiche e marittime di Napoli e si impegnò come collaboratore della rivista anarchica VolontÁ. Compì un primo tentativo di ritorno a Nuoro, ma fu costretto a traferirsi in Germania a causa dell'imperante disoccupazione, finchè non venne assunto presso l'Associazione dei Commercianti. Nel 1968 vinse il Premio Ozieri nella sezione Poesia sarda. Si dedicò attivamente anche alla traduzione, vincendo in quella sezione il premio Ozieri nel 1970 con la versione in sardo di Poésie ininterrompue di Paul Eluard. Morì a Bologna l’11 dicembre del 1975.

Maria Lai, Monumento a Gramsci, Stazione dell'Arte di Ulassai.