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29 marzo 2018

Particolare

Grillo?, domandai, ma che mi sta dicendo? È così che si chiamano le figure senza tronco che Bosch dipingeva, disse il Copista, è un nome antico che è stato riscoperto dai critici moderni come Baltrušaitis, ma per la verità è un nome dell'antichità, fu Antifilo a inventarlo, perché lui dipingeva figure del genere, esseri senza tronco, solo la testa e le braccia. […] 
Così lei sa proprio lutto di questo quadro, dissi io. Conosco questo quadro come le mie tasche, disse lui, per esempio, vede quel che sto dipingendo adesso?, bene, fino ad ora i critici hanno detto che questo pesce è una cernia, ma questo pesce non è una cernia, permetta che glielo dica, questo pesce è una tinca. Una tinca?, chiesi, la tinca è un pesce d'acqua dolce, no? La tinca è un pesce d'acqua dolce, mi confermò, lui vive nei pantani e nei fossi, è un pesce che ama il fango, è il pesce più grasso che ho mai mangiato in vita mia. 
Da Requiem di Antonio Tabucchi, trad. Sergio Vecchio. Il frammento più lancinante dell'intero romanzo.

19 luglio 2012

Sarrabulho

Allora per me si tratta di capire se il fegato del sarrabulho e il sangue con cui si lega con il resto degli ingredienti siano meno interiori della trippa. Per qualche motivo sarei propensa a dare ragione ad Altamante, che lo sia maggiormente quest’ultima, ma è una suggestione attualmente non confortata da basi scientifiche (mi riferisco alla mia ignoranza in materia di anatomia). La metterei sul fatto che fegato e sangue sono dati, mentre la trippa si forma nella meditazione, nel silenzio e nell'immobilità. La trippa è talmente interiore che nemmeno il sangue riesce a irrorarla.
Comunque sia Antonio Tabucchi, in Requiem, ne scrive come di un piatto da sballo. Io non l'ho mai assaggiato quindi non lo so; quasi quasi lo metto nel programma della prossima visita a Lisbona.

26 marzo 2012

Un saluto da Venezia

Ci mancheranno moltissimo le tue parole sul nostro presente, Antonio Tabucchi. Grazie per la preziosa opera che lasci qui. 
Che ti siano lievi la terra, il mare, il fiume…

3 giugno 2010

Ispìritu 'e patata

L'Italia è il Paese in cui regna sovrana la battuta di spirito. Ma una battuta di spirito molto diversa dal "mot d'esprit" alla Voltaire o da quello, sovversivo, esercitato da Karl Kraus, o ancora dal Witz freudiano, rivelatore dell'inconscio. Niente di tutto questo.  È una battuta fondata sulla retorica, che consiste nella spiritosaggine o facezia, e che ha la funzione di svuotare il problema del suo contenuto per spostare l'attenzione sulla sua formulazione, a dimostrazione di un'intelligenza brillante che gira a vuoto. Si tratta di un funambulismo verbale che ricorda la "causerie" della corte di Luigi XIV, quella delle Preziose ridicole o delle Furberie di Scapin, per quanto attiene alla Francia, o che evoca, per l'Italia, la maschera di Arlecchino, così tipico della nostra cultura e della Commedia dell'Arte e che, non dimentichiamolo, è servitore di due padroni. Esistono naturalmente parecchi livelli stilistici di questa battuta di spirito, che vanno dalla volgarità travestita da snobismo raffinato all'esercizio freddo di un'intelligenza geometrica passando per la barzelletta goliardica. A ispirare tutto questo è comunque la stessa cosa, il cinismo /…/, una sorta di "fenomenologia dello spirito" di un popolo che, nel corso dei secoli, ha dovuto adattarsi ai padroni più diversi, dai Longobardi agli Angioini, dai Borboni agli Autro-Ungarici e a Napoleone, dai Savoia al fascismo e alla Dc. /…/
Per quanto riguarda l'ambito del salotto letterario, eventualmente progressista, /…/ tratta con il medesimo tono spumeggiante il problema dei "sans papiers" o degli albanesi, quanto quello dei pedofili o delle torture in Somalia, per poi evocare il trash, il punk, Gucci, gli stilisti italiani o ancora le corde vocali della Callas o dell'ultima cantatrice alla moda, foss'anche calva. Purtroppo per noi tale cronista è convinto di possedere un grande "esprit de finesse".
Antonio Tabucchi, La gastrite di Platone, Sellerio, Palermo 1998, pp. 45-47.