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27 luglio 2017

NO FLASH PLEASE! Mostra fotografica permanente di Gino Crisponi al Cala Gonone Jazz Festival

Ricordo bene Gino, scomparso all'improvviso il 2 settembre del 2004, ancora troppo giovane. Era un uomo intelligentissimo e buono. Ricordo il suo parlare pacato, i modi garbati, eleganti, le sue manifestazioni di amicizia. Era sempre un piacere incontrarlo e chiaccherare con lui di tante cose. Aveva interessi molteplici, una grande sensibilità artistica, molto amore per la musica (tutta la musica, ma in particolare il jazz) e un'enorme passione per la fotografia, che aveva coltivato abilmente, sino a diventare un bravissimo fotografo.
Al CGJF gli amici dell'Intermezzo lo ricordano ogni anno con una mostra dei suoi scatti ai musicisti che hanno calcato le scene del festival (uno dei primi e più raffinati dell'isola), a partire dal mitico palco dell'Arena Ticca, che io ricordo con il fondale perennemente mosso dal vento che arrivava dal mare, ed è un gran bel ricordo... E più gli anni passano più per me le foto di Gino sono emozionanti, perchè insieme all'amore per la musica, alla bellezza di certi indimenticabili concerti, restituiscono la memoria di estati mitiche, come lo diventano quelle di "quando eravamo molto giovani", o di quelle altrettanto belle di quando ai concerti ci portavamo anche i piccoli -- che al primo dleeeen di citar si addormentavano di colpo o che si scatenavano con le percusioni di Billy Cobham o ai suoni del Sun Ra Arkestra si incantavano... -- e poi... e poi... Dice bene Giuseppe Giordano, presidente dell'associazione L'Intermezzo: "Gino ci ha fatto un dono inestimabile, i suoi scatti sono depositari di una memoria storica del festival e difficilmente, un lavoro così certosino, meticoloso, pieno di entusiasmo e amore per la musica si potrà mai replicare. La sua amicizia, così come la sua straordinaria visione degli artisti e dei luoghi che li hanno accolti, Cala Gonone in primis, sono insostituibili. Per questo motivo ogni anno onoriamo il suo lavoro e la sua passione per la fotografia con la mostra permanente “No flash, please!” così che la sua opera non debba solamente essere celebrata dalla nostra associazione, ma che possa diventare patrimonio del festival e dei suoi ospiti."
Particolari di alcune foto di Gino Crisponi. Trattasi di foto (mie) di foto. Le originali in mostra sono molto, molto, molto meglio.

15 ottobre 2016

I colori di oggi, all'alba

Sono "gli occhi del cuore" di Louis Stettner (7 novembre 1922 – 13 ottobre 2016) a lasciarci questa foto, che, tra le tante e splendide che ci ha regalato, forse è quella che amo di più. Siamo nella Parigi del '47, i due bambini con berretto ad Aubervilliers vengono verso di noi; sullo sfondo si staglia come un fiume interminabile il lastricato della strada; a lato le case modeste. Una donna elegante attraversa la strada; indossa un capotto scuro, ha la borsa, il passo svelto e leggero.
Louis Stettner – Paris Aubervilliers, 1947 [1949?]

22 maggio 2016

A coro in manu

Questo componimento è di Forico Sechi di Nughedu San Nicolò paese di Francesco Masala e della dolcissima Franca C., maestra a Ozieri, amica mia trascritta nella variante del mio sardo e al femminile. Una poesia a cui sono affezionata anche perché mi riporta al periodo in cui scoprii tanti poeti minori dell'Otto e Novecento, mai sentiti nominare sin lì, e soprattutto mi porta il ricordo del primo laboratorio di lettura espressiva che, da operatrice culturale alle prime armi, giovanissima, condussi in biblioteca per un gruppo di vivaci bambine di Orani (ricordo Anna Nivola, Karin Viola e Ambra Coi, in particolare), che poi recitarono alcune poesie in sardo e in italiano alla cosiddetta "Festa per gli anziani". Era l'estate del 1984; l'amministrazione comunale inaugurava alcuni nuovi servizi, tra cui l'assistenza domiciliare per le persone anziane che vivevano ormai da sole. Un'ottima iniziativa, ma anche il segno di come tutto nella comunità andava cambiando, nel bene e nel male. Non aveva mai smesso di farlo, in realtà, però del cambiamento ci sono segnali più forti e chiari di altri, diciamo. Ora però sto divagando, e questo non è un post di sociologia.

– Fra', mi parli di Forico Sechi?
– Sì, certo... [e sorride] Mastru Foricu era falegname e intagliatore, era nato nel 1911, la data di morte non la ricordo, ma te lo faccio sapere... Scrivile le date, eh, perché è un poeta meraviglioso, passato nel dimenticatoio, anche in rete non si trova quasi nulla. Pensa che è considerato un innovatore della poesia in sardo a taulinu: ha coniugato la metrica rigida della poesia sarda "classica" con i mezzi linguistici della poesia moderna. A lui si sono ispirati molti altri poeti. Pensa che, negli anni '70, venivano qui alcuni professoroni dell'università di Sassari per discutere di poesia con lui, un vero cenacolo poetico con un falegname che aveva fatto solo qualche anno di scuola elementare. È una bella storia, no?
– Bella, sì, e penso, penso... Però, forse, "professoroni" è meglio evitarlo, a scanso di equivoci.
– No, no, io lo dico veramente! [E ride, e rido anch'io.]
Fammi avere la data di morte, per piacere, intanto io continuo a raccontare...

Alla prima Festa degli anziani di Orani, "A coro in manu" di Forico Sechi di San Nicolò la disse (disse, nota bene, non recitò) a memoria Ambra, una bambina di nove anni, bellissima (cosa lo dico a fare), alta come il padre Lorenzo, occhi neri e grandi come la sua mamma nuorese. La scelsi, la poesia, per la musicalità dei primi versi soprattutto, per la semplicità, perché nominava con affetto la genitorialità e perché trasmetteva fiducia in un sentimento totalmente desueto che credo si possa ancora chiamare bontà. Basta. Ora diche un poesie.

"A coro in manu", naraiat babbu
"A coro in manu", naraiat mama
"Depes esser chin tottu a coro in manu".
E in sa vida mia,
in dolu e in allegria
semper cussu cussizu ap'ammentau.
Peri si in fittianu
s'esser a coro in manu
m'at penas e iffados procurau.

Eppuru so cuntenta,
chin tottu sos iscaddos chi apo tentu,
chi fidele a su narrer sia istada.
Ca sa die chi ando pro no torrare,
tand' apo a narrer a tottus:
custu liberu serro de sa vida
chene rancores; sa die est finia,
ma deo so cuntenta. E si a lontanu
apo de andare, dio cherrer
andare che a semper a coro in manu. 


By Letizia Battaglia

31 marzo 2016

Ciao Antonia

Oggi accompagneremo Antonia per il suo ultimo viaggio, "e sembrerà di vederla viva là in mezzo, che chiede a tutti: cosa ci fate qui, a questo rito?", come ha scritto Umberto, stamattina, componendo un ritratto di lei totalmente empatico, colmo di stima e affetto, evocandone il grande senso della propria e altrui libertà di essere come si è, nel mondo. 
Antonia era così: curiosissima, accogliente. Ed era un modo molto suo quel fare domande di cui conosceva già le risposte, come se queste ultime, comunque, non bastassero ad afferrare il mondo, i problemi, i conflitti, la musica, i paesaggi e i paesi, la vita e la morte, le situazioni. E infatti non le bastavano: doveva catturarle anche con la luce, e non arrivavano comunque mai abbastanza nitide. E continuava a fotografare, infatti, a fotografare e a domandare, a domandare e a fotografare, in una ricerca costante, sempre più meravigliata, non finita, interrotta troppo presto.
Fotograferà da un punto del cielo, stavolta – e chissà quale, poi: non lo sappiamo, non so se lo sapesse – nel tentantivo di capire, noi, ciò che nessuno mai capirà. 
Buon viaggio, amica, che la terra ti sia lieve.
Antonia Dettori, dalla ricerca "Immigrazione a Nuoro", [s.a.]

29 luglio 2015

Chiedi asilo

Su trenu, chi dae prus de un'ora andavat costa-costa a su rivu minore e craru, achiat una curva prena 'e arvules, sa curva 'e unu...
No, dàì, facciamo che copio la traduzione in italiano di Hilia Brinis, così potete leggere tutti, o tutti quei pochi che ancora, tra una navigazione e l'altra, attraccano talvolta anche qui la loro barchetta sballottata dalla tramontana. Dicevo?... Ah, sì.

"Il treno, che da più di un'ora costeggiava il corso di un piccolo fiume limpido, percorse una curva boscosa, fece udire un fischio e, sbuffando placidamente, proseguì verso una cittadina ai piedi di una montagna.
In uno scompartimento, un uomo che aveva esaminato ciascuna località lungo il percorso, accostò ansiosamente la faccia al finestrino. Mutò espressione e smise di mordicchiarsi nervosamente le unghie. Un lungo, elettrizzante brivido di piacere lo percorse da capo a a piedi, perché sentiva che quella cittadina, da lui mai vista prima, era proprio il luogo che cercava.
Sotto il cielo coperto il posto si presentava piuttosto monotono, eppure anche cordiale e accogliente, poiché sembrava che si fosse stabilito al limitare della ferrovia per comodità di chiunque avesse intenzione di scendervi. Vide una chiesa, un tribunale e un viale principale che, parallelo ai binari, presentava ogni genere di negozio di cui una persona potesse avere bisogno. Al di là di quell'aperta e ospitale facciata si allineavano graziose case a due piani, incastonate in un verde che a sua volta si fondeva con quello di montagne ancor più verdi o verde-azzurro, che sembravano estendersi a perdita d'occhio.
Posò sulla base del finestrino tutte e dieci le dita, pulite e un po' gonfie in punta, dove le unghie apparivano pressocché divorate, come a suonare l'accordo finale di una tormentata sinfonia. Stava quasi per gettarsi in ginocchio e mormorare 'Dio ti ringrazio!' quando udì un rauco 'In vettura!' proveniente dal marciapiede.
Con la valigia stretta sotto il braccio, si precipitò lungo il corridoio e, raggiunti gli scalini, urtò il capotreno.
'Io scendo!' disse, e balzò giù dal treno che già si muoveva. 
Il treno proseguì verso nord, portandosi via le impronte delle sue dieci dita sulla scabra base di un finestrino."
Patricia Higtsmith, incipit del racconto Mattinate radiose, in Uccelli sul punto di volare, traduzione di Hilia Brinis, Bompiani, Milano 2002, pp. 5-32.
Jean-Luc Mylayne

3 giugno 2015

Costanti

Orgosolo, da sempre, è un paese che riesce a trasmettere un senso di amicizia agli artisti che passano nelle sue contrade. 
È in questo pecorso che ritroviamo anche la presenza affettuosa e lucidissima di Sebastiana Papa.
Giovane, curiosa, silenziosa, arrivò per la prima volta nel 1966, e alcune delle fotografie che scattò all'epoca hanno fatto il giro del mondo con un libro e una mostra intitolata Il femminile di Dio, con cui è tornata a Orgosolo nel 1998. Nel suo secondo soggiorno orgolese Sebastiana ha confermato e consolidato il rapporto d'affetto che la lega a persone e luoghi. 
È l'amore per tutte le persone incontrate come "prossimo" nei suoi due soggiorni orgolesi (1966, 1998), un mettersi in relazione autenticamente, laicamente che dà la spinta anche all'ultima narrazione di Sebastiana, raccolta in questo libro. Relazione che sovverte i cliché della fissità mitografica su questi luoghi, cogliendo le costanti della vita in una quotidianità vissuta intensamente da uomini e donne che qui, e non altrove, per misteriosa fortuna, sono chiamati a lasciare un segno di cittadinanza sulla Terra.
Dalla postfazione di Bastiana Madau a: Sebastiana Papa, Orgosolo, Fahrenheit 451, Roma 2000.

 (Alcune immagini dal libro.) 

25 maggio 2012

Le voci

Anche per averlo citato e, dunque, per quel che mi riguarda, “immortalato” in Nascar, non ho mai scordato il primo titolo di Paolo Nori, Bassotuba non c'è. Ora lo ricorda Andrea Cortellessa in Narratori degli anni zero, antologia da lui curata per l’ultimo numero dell'Illuminista diretto da Walter Pedullà. Mi ha fatto piacere trovare Bassotuba inserito tra i migliori romanzi degli esordienti italiani del primo decennio. Di seguito riporto un'ampia citazione che ben delinea il carattere dell'indimenticabile protagonista. (Gli altri 24 esordienti entrati nell'antologia che per sua natura si lascia alle spalle una strage sono: Tommaso Pincio, Ugo Cornia, Antonio Pascale, Francesco Permunian, Nicola Lagioia, Christian Raimo, Leonardo Pica Ciamarra, Laura Pugno, Franco Arminio, Paolo Morelli, Emanuele Trevi, Giorgio Falco, Giuseppe A. Samonà, Eugenio Baroncelli, Ornela Vorpsi, Luca Ricci, Luca Rastello, Roberto Saviano, Babsi Jones, Andrea Bajani, Francesco Pecoraro, Giorgio Vasta, Gabriele Pedullà, Gilda Policastro.)

"Fin da quand'ero piccolo, ci sono delle voci che stanno sulla mia testa e vanno avanti e indietro, e volano su tutta la superficie della mia testa che va dalla fronte alla nuca e girano, girano, ogni tanto picchiano e provano a entrare, cercando un passaggio attraverso la scatola cranica. E dicono, fin da quand'ero piccolo. Sei una merda! Sei una grandissima merda che non vali niente!
Io ci rispondo, fin da quand'ero piccolo, ci dico Non è vero, siete voi delle merde. Andate via, Ci dico Basta. Non avete nient'altro da fare che stare qui a picchiare sulla scatola cranica, andate via, andate da un'altra parte a far confusione. Proprio qui, ci dico, dovete venire a portare scompiglio, che la gente si sta riposando? Non avete cognizione, ci dico, alle voci.
E loro Sei una merda! Sei una merda secca! Sei una merda che non è più buona neanche per concimare! mi dicono. Sei una merda letale! dicon le voci che stazionano nella mia testa.
Io ci dico Vi divertite? ci dico. Brave, andate avanti, continuate pure, ci dico. Tanto non me la prendo, ci dico.
Merda, merda, merda, continuano loro, si mettono anche a cantare, e picchiano sempre più forte, cercano di entrare nel mio cervellino.

[…]

Se venisse l'angelo della devastazione e mi dicesse Learco! io ci direi Ecco, ci siamo.
Lui mi direbbe, l'angelo dell'apocalisse, Learco! Perché ti sei ridotto così? Angelo, gli direi, non lo so.
Lui mi direbbe Learco! Cosa ne hai fatto dei talenti che ti abbiamo dato? Io gli direi Boh.
Learco! mi direbbe l'angelo della fine del mondo. Oh, gli direi. Learco, spiegami cosa ti è successo. Spiegami perché non hai sviluppato i talenti che ti abbiamo dato. Io gli direi Mah, ci dovrei pensare, gli direi.
Ecco, mi direbbe l'angelo, pensaci. … ".
Paolo Nori, Bassotuba non c'è, DeriveApprodi, Roma 1999, pp. 23-25.

Foto di Ed Templeton

5 aprile 2012

Sacrario ai caduti di tutte le feste

Le foto in bn colorizzate a mano sono di Massimo Golfieri. Vengono da una indimenticabile mostra fatta a Orgosolo una dozzina di anni fa e allestita insieme a dei pannelli a olio che ritraevano i sinnos, i tagli, tutti diversi e ciascuno con un suo nome, fatti dal pastore nell'orecchio di ogni agnello per poter riconoscere il suo gregge in caso di abigeato. All'inaugurazione della mostra il poeta Alberto Masala – in giacca e cravatta, alle sue spalle una vecchia lavagna chiesta in prestito alle scuole elementari del paese – lesse il "Testamento di un vecchio ladro di pecore", documento autentico pubblicato nel 1954 da Alberto Moravia nella sua rivista Nuovi Argomenti, in cui l'anziano pastore spiega come si rubano le pecore.

27 dicembre 2011

La fotografa e l'ulivo

Mamma, toglimi di dosso questo distintivo
non posso più usarlo
si sta facendo scuro, troppo scuro per vedere
è come se stessi bussando alle porte del cielo.
Bob Dylan

Fonte: qui.

30 agosto 2011

Non maggiore

"Esiste un'ossessione del comprendere ciò che è odioso, e in fondo esiste una malsana fascinazione per questo, e agli odiosi si fa con questo un immenso favore. Io non condivido questa curiosità infinita del nostro tempo per ciò che in nessun caso ha giustificazione, anche a voler trovare mille spiegazioni diverse, psicologiche, sociologiche, biografiche, religiose, storiche, culturali, patriottiche, politiche, peculiari, economiche, antropologiche, fa lo stesso. Io non posso perdere il mio tempo indagando attorno a ciò che è malvagio e a ciò che è pernicioso, il suo interesse è mediocre sempre nel migliore dei casi e sovente nullo, te l'assicuro, ho visto spesso. Il male di solito è semplice, per quanto a volte non tanto semplice, se sei in grado di appezzare la sfumatura. Però ci sono indagini che macchiano, e perfino alcune che contagiano senza dare niente di valido in cambio. Oggi esiste un gusto dell'esporsi a quanto di più basso e vile, di mostruoso e di aberrante, di affacciarsi a contemplare l'infraumano e per entrare in confidenza con questo come se potesse avere prestigio o grazia e maggior trascendenza che i centomila conflitti che ci assediano senza cadere in questo. C'è in tale atteggiamento un elemento di superbia, e anche uno di più: si affonda nell'anomalia, nel ripugnante e nel meschino come se nostra norma fosse quella del rispetto e della generosità e della rettitudine e si dovesse analizzre al microscopio quanto si deborda da quella: come se la malafede e il tradimento, la malevolenza e la volontà di danneggiare non facessero parte di quella norma e fossero cose eccezionali, e meritassero per questo tutto il nostro zelo e la nostra massima attenzione. E non è così. Tutto questo fa parte della norma e non c'è nessun mistero maggiore, non maggiore della buona fede."
Javier Marías, Il tuo volto domani. I. Febbre e lancia, traduzione di Glauco Felici, Einaudi, Torino 2003, pp. 169-170.

16 agosto 2011

Corde

Ci sono corde nel cuore umano 
che sarebbe meglio non far vibrare.
Charles Dickens




Le foto sono di Stanislas Guigui (Marsiglia, 1969) e la prima è una mia di una sua stampa, scattata all'Acquario di Cala Gonone due anni fa in occasione della mostra "El reino de los ladrones".
Guigui ha viaggiato in tutta l'America Latina e negli Stati Uniti, concentrando la propria ricerca sulle aree socialmente escluse e sulle persone che vivono in strada. Si è infiltrato nelle gang di Bogotà vivendo tra loro per oltre due anni, realizzando un reportage su Cartucho, quartiere collocato nelle vicinanze del palazzo presidenziale, teatro di ogni tipo di violenze ed eccessi, controllato dalle bande che vi hanno installato fumerie di crack. Il luogo si è così convertito in una specie di corte dei miracoli dove trovano rifugio più di 20.000 persone, la maggior parte delle quali mendicanti, ladri e assassini. Nel 2005 parte dell’area è stata rasa al suolo. Molti dei suoi abitanti sono morti assassinati dai gruppi paramilitari, il resto si è trasferito presso il vecchio Mattatoio di Bogotà. Ma non è solo la Colombia quella che ha voluto dipingere Guigui, bensì una realtà universale che parla del rischio che implica la politica dell'esclusione.

28 luglio 2011

Ciao Pablo


Il senso di tutto il nostro vagare sarà ritornare al punto
 in cui siamo partiti e scoprire il luogo per la prima volta.

Pablo Volta(Buenos Aires, 1926 – Cagliari, 28 luglio 2011)

14 aprile 2011

Father


And you, my father, there on the sad height, 
Curse, bless me now with your fierce tears, I pray. 
Do not go gentle into that good night. 
Rage, rage against the dying of the light.