Sono meravigliose quelle rare persone che ancora sanno esprimere con la scrittura parole di senso sulla bellezza del vivere, nonostante la fatica, il dolore, e la paura, soprattutto. Non sai nemmeno chi ringraziare quando ti attraversano la strada: il loro sorriso è talmente discreto da sembrare che lo abbiano rivolto solo per caso, all'improvviso sollevando gli occhi proprio su di te, che fortuna.
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10 maggio 2018
27 ottobre 2016
14 ottobre 2016
Forza motrice. Appunti sul Nobel a Dylan
Ho molto apprezzato l'analisi di Tiziano Scarpa del Nobel a Dylan a proposito di poesia che "non richiede la forza motrice della lettura", richiamando l'importanza dell'ascolto delle parole dette o cantate. Come nelle gare poetiche che hanno tramandato una parte considerevole del patrimonio poetico sardo, insomma, ma vale per tutto il Mediterraneo. Al Cairo, ad esempio, ancora oggi, ogni giovedì, sparano dai megafoni disseminati nelle botteghe dei vicoli i versi che Rami affidò alla voce di Umm Kulthum (da sempre inseparabili). In questo senso ho trovato interessante anche il commento di Salman Rushdie, che definisce Dylan come il brillante erede di una lunga tradizione bardica. Ma il Nobel a Dylan apre ad altre molteplici suggestioni, ed è anche per questo motivo che lo ritengo proprio un gran bel Nobel. I pareri che ho letto, comunque, sono diversi e anche dissonanti. Io mi limito a riportare qui quelli più interessanti raccolti tra i miei amici, che, cosa lo dico a fare, pure se inquieti per l'attribuzione del Nobel al menestrello (scusate, è per evitare la ripetizione), comunque amano Dylan (ma non è questo il punto).
Uno di loro, ad esempio, a proposito dell'assenza della lettura individuale come "forza motrice" della parola (la caratteristica di questo Nobel, appunto, che poi è il motivo che ha irritato Baricco & C.: "Cosa c'entra Dylan con la letteratura?") domanda (ma la sua è una domanda più seria):
"Quanto dell'attuale mondo della comunicazione ricerca l'abolizione di quella forza motrice?".
C'è di che riflettere, in effetti, perché la diminuzione della lettura individuale è un problema vero, a cui, fino ad ora, non si è trovata risposta. Anche se, osserva giustamente un altro amico, non è questione che si possa risolvere premiando una voce che affida le sue parole solo alla scrittura, e dunque autori come Roth o DeDeLillo, ad esempio, piuttosto che Dylan.
E sin qui l'ala di mezzo, diciamo, abbastanza contenta ma con qualche perplessità. Ma non è finita.
Tra li amici mia c'avemo pure l'ala dura. Quest'ultima si è allertata perché nell'attribuzione del Nobel a Dylan ha visto agire un sorta di messaggio subliminale "che ha qualcosa di devastante", dice uno dei suoi più autorevoli rappresentanti: "Non bastano carta e penna per fare letteratura, le parole scritte, da sole, non possono più aspirare a viaggiare nello spazio e nel tempo, hanno bisogno di altri supporti, dell’immagine del loro autore, di una voce irripetibile trasmessa da un microfono, di una melodia, che s’impongono persino quando, ed è il caso di molti, quelle poetiche parole non si capiscono; e complementariamente, non serve più leggere, non ce n’è più bisogno... The times they are really a changin’, but in a bad way...". Ed è tutto un elevarsi da incubo di palchi, palcoscenici, reading, festival, e mo' basta, però, aifestivalletterarivaccitu. (Questo amico è un bravo e assai schivo scrittore, oltre che un grande lettore e una persona assai schiva, appunto, ma che schivo... [faccina + cuori].)
Insomma, una considerazione assai pessimistica, ma almeno in parte inconfutabile, considerato che certi fenomeni culturali, magari interessanti e belli in sé, non sono serviti di una virgola ad aumentare i dati sulla benedetta "forza motrice", almeno nel nostro Paese. Tra parentesi, anche se non dovrebbe essere rilevante, pure l'ala dura delli amici mia adora Dylan.
Concludo the pippon dando la parola a due rappresentanti della cerchia di amici più geograficamente vicini alla scrivente, che ancora oggi, a distanza di un giorno dal Nobel, mi sembrano discretamente contenti:
Amico 1 g.v.a.s.: "Per noi sardi [il Nobel a Dylan] è una conferma, io sostengo sempre che sono stato educato alla narrazione da romanzieri analfabeti. Persone che conoscevano la tecnica del dire, erano maestri della parola, facevano le pause giuste in modo da favorire la memorizzazione di chi ascolta e in loro il ricordo. Non è letterattura perché non è scritta? E chi se ne importa."
Uno di loro, ad esempio, a proposito dell'assenza della lettura individuale come "forza motrice" della parola (la caratteristica di questo Nobel, appunto, che poi è il motivo che ha irritato Baricco & C.: "Cosa c'entra Dylan con la letteratura?") domanda (ma la sua è una domanda più seria):
"Quanto dell'attuale mondo della comunicazione ricerca l'abolizione di quella forza motrice?".
C'è di che riflettere, in effetti, perché la diminuzione della lettura individuale è un problema vero, a cui, fino ad ora, non si è trovata risposta. Anche se, osserva giustamente un altro amico, non è questione che si possa risolvere premiando una voce che affida le sue parole solo alla scrittura, e dunque autori come Roth o DeDeLillo, ad esempio, piuttosto che Dylan.
E sin qui l'ala di mezzo, diciamo, abbastanza contenta ma con qualche perplessità. Ma non è finita.
Tra li amici mia c'avemo pure l'ala dura. Quest'ultima si è allertata perché nell'attribuzione del Nobel a Dylan ha visto agire un sorta di messaggio subliminale "che ha qualcosa di devastante", dice uno dei suoi più autorevoli rappresentanti: "Non bastano carta e penna per fare letteratura, le parole scritte, da sole, non possono più aspirare a viaggiare nello spazio e nel tempo, hanno bisogno di altri supporti, dell’immagine del loro autore, di una voce irripetibile trasmessa da un microfono, di una melodia, che s’impongono persino quando, ed è il caso di molti, quelle poetiche parole non si capiscono; e complementariamente, non serve più leggere, non ce n’è più bisogno... The times they are really a changin’, but in a bad way...". Ed è tutto un elevarsi da incubo di palchi, palcoscenici, reading, festival, e mo' basta, però, aifestivalletterarivaccitu. (Questo amico è un bravo e assai schivo scrittore, oltre che un grande lettore e una persona assai schiva, appunto, ma che schivo... [faccina + cuori].)
Insomma, una considerazione assai pessimistica, ma almeno in parte inconfutabile, considerato che certi fenomeni culturali, magari interessanti e belli in sé, non sono serviti di una virgola ad aumentare i dati sulla benedetta "forza motrice", almeno nel nostro Paese. Tra parentesi, anche se non dovrebbe essere rilevante, pure l'ala dura delli amici mia adora Dylan.
Concludo the pippon dando la parola a due rappresentanti della cerchia di amici più geograficamente vicini alla scrivente, che ancora oggi, a distanza di un giorno dal Nobel, mi sembrano discretamente contenti:
Amico 1 g.v.a.s.: "Per noi sardi [il Nobel a Dylan] è una conferma, io sostengo sempre che sono stato educato alla narrazione da romanzieri analfabeti. Persone che conoscevano la tecnica del dire, erano maestri della parola, facevano le pause giuste in modo da favorire la memorizzazione di chi ascolta e in loro il ricordo. Non è letterattura perché non è scritta? E chi se ne importa."
Amico 2 g.v.a.s.: "È un timore forse fondato", scrive, rispondendo all'ala dura delli amici mia, "ma non vedrei un sintomo del problema nel Nobel dato a Bob Dylan (che caso mai ha altri significati). La sua radice sta in altri processi storici in corso. Possiamo anche sostenere che per molti versi ci troviamo in un'epoca di decadenza. Non sarebbe la prima volta nella storia dell'umanità. Ricordiamo però che la lettura in solitaria, come esperienza individuale, è un fenomeno molto meno universale e di lunga durata di tutte le altre espressioni letterarie e narrative (in senso lato). È un fenomeno molto europeo e molto moderno (nel senso di Età moderna). In Italia è sostanzialmente un fenomeno tutto contemporaneo (nell'Ottocento, il secolo "del romanzo", in Italia non si leggeva quasi nulla, ma c'era l'opera!). Alcune riserve onestamente le trovo un po', come dire, elitarie, a volte proprio reazionarie (a volte). Non mi preoccuperei troppo, insomma. Le storie, la poesia e i narratori non scompariranno mai finché esisterà la nostra specie."
4 ottobre 2016
Sorpreso da un'immagine di uomini in cammino
Solitamente non faccio caso a chi va e viene dal socialino, a meno
che, ovvio, non si tratti di amici e amiche con cui interagisco
abitualmente. Nessun problema, dato che per me vale la serena regola che
da ogni posto è bene allontanarsi, di tanto in tanto, e impiegare il
proprio tempo in altri modi, e poi magari ritornare, per poi riandarsene
e, semmai, se se ne ha voglia, ritornare ancora.
Tutto questo popò introduttivo solo per dire che, invece, c'è anche chi è andato e non è mai più ritornato, come un tipo tipone con cui interagivo poco ma che che leggevo sempre, perché scriveva cose bellissime, che quasi mi veniva voglia di conservare. E qualche giorno dopo la morte di José Saramago l'ho fatto, menomale: ho conservato questo, che propongo con alcuni stralci, perché l'originale è lunghissimo, oltre che scritto da dio.
Tutto questo popò introduttivo solo per dire che, invece, c'è anche chi è andato e non è mai più ritornato, come un tipo tipone con cui interagivo poco ma che che leggevo sempre, perché scriveva cose bellissime, che quasi mi veniva voglia di conservare. E qualche giorno dopo la morte di José Saramago l'ho fatto, menomale: ho conservato questo, che propongo con alcuni stralci, perché l'originale è lunghissimo, oltre che scritto da dio.
"Quando penso a
Saramago e ai suoi romanzi, vengo sorpreso da un'immagine di uomini in
cammino. Tantissimi, insieme, chi a piedi, chi su un carro. Non si
conoscono, prima di incamminarsi, si conosceranno camminando insieme. Le
moltitudini in viaggio sono presenti in tutti o quasi i suoi romanzi
storici. [...] Nell'immagine mi si confondono gli operai che andranno a
costruire il convento di Mafra, i pellegrini di Fatima tra i quali
Ricardo Reis, Giuseppe e Maria incinta che vanno a Betlemme per il
censimento. […] Viaggi a volte simili a deportazioni (e il pensiero va a I quaranta giorni del Mussa Dagh), ma sempre illuminati da un
affiorare involontario e incontrollato di umanità.
Il viaggio è distanza (sia detto con perspicacia). Quando Hans Castorp sale sulla montagna magica dove il cugino Joachim è ricoverato, si stupisce di come lo spazio generi effetti di oblio che siamo soliti attribuire al tempo, e al tempo solo. I personaggi, anzi gli uomini, di Saramago, rappresentano quegli effetti modificandosi insieme alla storia, anche quando, come nel caso di Ricardo Reis, vogliono difendere il loro spazio, immergendosi in una trincea psicologica. Gli uomini di Saramago sono mobili e continuamente riplasmati dalla storia e dalla loro interazione con la storia. I loro viaggi sono la nostalgia che gli uomini della fine del ventesimo secolo provano, obbligatoriamente, per il viaggio. Infatti, degli uomini di Saramago nessuno viaggia per viaggiare, tutti viaggiano per necessità. Ma nei loro cammini avvertiamo ancora, forse per l'ultima volta, come le cause e gli effetti possano confondersi, e come la necessità che spinge a viaggiare possa essere solo, forse, e ancora, quella del viaggio."
(La foto dalla terrazza di Cala d'Ambra è di ieri sera.)
Il viaggio è distanza (sia detto con perspicacia). Quando Hans Castorp sale sulla montagna magica dove il cugino Joachim è ricoverato, si stupisce di come lo spazio generi effetti di oblio che siamo soliti attribuire al tempo, e al tempo solo. I personaggi, anzi gli uomini, di Saramago, rappresentano quegli effetti modificandosi insieme alla storia, anche quando, come nel caso di Ricardo Reis, vogliono difendere il loro spazio, immergendosi in una trincea psicologica. Gli uomini di Saramago sono mobili e continuamente riplasmati dalla storia e dalla loro interazione con la storia. I loro viaggi sono la nostalgia che gli uomini della fine del ventesimo secolo provano, obbligatoriamente, per il viaggio. Infatti, degli uomini di Saramago nessuno viaggia per viaggiare, tutti viaggiano per necessità. Ma nei loro cammini avvertiamo ancora, forse per l'ultima volta, come le cause e gli effetti possano confondersi, e come la necessità che spinge a viaggiare possa essere solo, forse, e ancora, quella del viaggio."
(La foto dalla terrazza di Cala d'Ambra è di ieri sera.)
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| Cala d'Ambra, 3 ottobre 2016, © Mag |
17 maggio 2016
Viaggio lungo
Viaggio lungo - e lontano. Quando si è Gggiovani (v.) se ne deve fare
almeno uno — meglio se molti: India (e Nepal), o America del Sud (che
dicesi ♫ Latina): poi quella del Nord, che in fondo è mezza latina
anch'essa: New York, Montréal (a raccogliere mele). Con gioia, pur se
più casarecce, sono ammesse anche Londra e Amsterdam (per via dei
Beatles e delle Vibrazioni v.); o, al limite, la Spagna e la Grecia (ma
solo se alla fine si accede a Marocco e Turchia, dove l'acqua fa schifo
anche agli orsi, e l'Occidente è alle porte); Parigi invece no, ché è
accanto, e non vibra (ma ci si può fare scalo per lavorare a Pizza
Manna, e pagarsi l'aereo transoceanico); né Budapest, Lisbona, Praga
(non esistono ancora), o Vienna (è borghese...) E almeno due mesi
bisogna restare fuori, possibilmente tre, o sette, fino a un anno —
pure, si torna sempre. Sempre, e fino. Fino a quando si è tornati per
sempre, e non si torna più: perché il lontano si è fatto vicino, e il
vicino si è dissolto. Ma questo, è molto dopo i Gggiovani (v., o ri-v.:
ma non avevi già v.?), e non ce ne siamo accorti. Gli anni, i luoghi,
sono passati, gli appunti del Viaggio lungo si sono persi in un
cassetto, il cassetto si è perso chissà dove — e chissà quando. V.
anche: Bidi; Buda; Eu tempu pasa; Jicca; Müller (2); Nostalgia; Pest;
Rosina; Ya...
Dal mio diz preferito, pp. 138-139
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| Gianni Leone, Ritorno al Mare, 1994 |
25 novembre 2015
La strada che non presi
Due strade divergevano in un bosco giallo
e mi dispiaceva non poterle percorrere entrambe
ed essendo un solo viaggiatore, rimasi a lungo
a guardarne una fino a che potei.
Poi presi l’altra, perché era altrettanto bella,
e aveva forse l’aspetto migliore,
perché era erbosa e meno consumata,
sebbene il passaggio le avesse rese quasi simili.
Ed entrambe quella mattina erano lì uguali,
con foglie che nessun passo aveva annerito.
Oh, misi da parte la prima per un altro giorno!
Pur sapendo come una strada porti ad un’altra,
dubitavo se mai sarei tornato indietro.
Lo racconterò con un sospiro
da qualche parte tra anni e anni:
due strade divergevano in un bosco, e io -
io presi la meno percorsa,
e quello ha fatto tutta la differenza.*
e mi dispiaceva non poterle percorrere entrambe
ed essendo un solo viaggiatore, rimasi a lungo
a guardarne una fino a che potei.
Poi presi l’altra, perché era altrettanto bella,
e aveva forse l’aspetto migliore,
perché era erbosa e meno consumata,
sebbene il passaggio le avesse rese quasi simili.
Ed entrambe quella mattina erano lì uguali,
con foglie che nessun passo aveva annerito.
Oh, misi da parte la prima per un altro giorno!
Pur sapendo come una strada porti ad un’altra,
dubitavo se mai sarei tornato indietro.
Lo racconterò con un sospiro
da qualche parte tra anni e anni:
due strade divergevano in un bosco, e io -
io presi la meno percorsa,
e quello ha fatto tutta la differenza.*
Robert Frost
25 gennaio 2014
24 luglio 2013
C'eravamo
Lo stanno dando in tv, ma non desidero rivederlo. Ricordo che otto (nove?) anni fa, a Parigi, mi buttai a pesce in un cinema dove davano l'intera retrospettiva di Ettore Scola, contenta dell'occasione, dato che non avevo mai visto "C'eravamo tanto amati"...
Uscii dal cinema piangendo come una gallina.
No, non voglio rivederlo, ho paura di scoprire che magari non mi commuove più.
16 maggio 2013
Alla ricerca di una nuova immagine del mondo
La cosa migliore dei vernissage è addocchiare un* complice, riempirsi le tasche di tramezzini e scappare. (Prima di finire mangiucchiata anche tu).
30 novembre 2012
Lexicon 80
Erano i tempi dell’università, avevo 21 anni e durante l'inverno avevo come sempre cercato e trovato un lavoro che mi potesse consentire di viaggiare l'estate senza dover ancora pesare sui miei. Così in quella stagione, per tre pomeriggi alla settimana, mi recavo da Piazza Sempione al quartiere Prati, a casa di un anziano oculista di origini polacche – ebreo di Varsavia, di idee comuniste – per ascoltare e trascrivere, con la vecchia ma perfettamente funzionante Olivetti che mi aveva messo a disposizione, il lungo racconto della sua infanzia, del matrimonio fallito, dell'incasinatissima famiglia d'origine e del suo sterminio… Non so che fine abbia fatto il dottor D., che a giugno dello stesso anno partì in Svizzera dov’era solito passare l'estate. Io non volli seguirlo, soprattutto perché avevo capito che più del suo racconto era il bisogno di essere ascoltato che non avrebbe avuto mai fine.
Lo ricordo con affetto e anche con gratitudine, per avermi aperto al suo presente fatto di piccole cose. Abbiamo fatto più volte “colazione” insieme (lui chiamava così, con vezzo antico, quel che per me era un normale pranzo). Certe sere mi chiedeva timidamente di fermarmi a cena, e una volta accettai. Fu grazie a lui che scoprii la bontà del pane azimo, dello yogurt greco, di certi biscotti che gli preparavano le amiche, suore del Vaticano. Era il medico degli occhi del Papa di allora.
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16 luglio 2012
Armidda
"Una
teoria immunologica* tenta di spiegare come
e perché il nostro sistema immunitario riconosce un ospite estraneo e non
gradito e dunque lo attacca producendo anticorpi. Nei primi mesi di vita del
feto i rappresentanti dei nostri organi, per così dire, migrano verso la
ghiandola del timo: in questa sede avviene una sorta di presentazione e di
riconoscimento. Il nostro io impara di cosa è composto l’organismo. Da quel
momento ogni elemento estraneo, non presentato in quella sede, diventa nemico e
dunque è suscettibile di reazione immunitaria. La metafora letteraria che si
può trarre è: più ci conosciamo (con metodo e onestà di rappresentazione), più
ci difendiamo. A voler estendere questa teoria immunologica alla narrativa in
senso lato, si potrebbe sostenere che solo una buona e approfondita
presentazione delle parti in campo (degli elementi che compongono la nostra
identità) ci prepara e struttura la nostra resistenza al male, all’ignoto e
alla complicità che di solito abbiamo con queste dimensioni."
Antonio
Pascale, Questo è il paese che non amo. Trent’anni nell’Italia senza stile, minimum fax, Roma 2010, p. 85.
* Jean
Claude Amesein, Al cuore della vita. Il suicidio cellulare e la morte
creatrice,
Feltrinelli, Milano 2001.
Thymus spp.
Thymus serpyllum L.
Nome comune
Timo serpillo
Nome sardo
Armidda
Nome francese
Serpolet
Nome inglese
Wild thyme
Thimus vulgaris L.
Nome comune
Timo
Nome sardo
Timu, Tumu, Tumbu
Nome francese
Thyme commun
Nome inglese
Common Thyme
Famiglia
Lamiaceae
Parte utilizzata
sommità fiorite
Costituenti principali
olio essenziale (1% Thimus s.; 2,5% Thimus
v.)
tannino; sostanze amare: serpillina flavonoidi,
saponine e triterpeni ad attività antibiotica
Attività principali
antisettica, espettorante e mucolitica
antitossiva e spasmolitica
digestiva e coleretica
Impiego terapeutico
affezioni dell'apparato respiratorio
(trattamento sintomatico della tosse)
trattamento sintomatico delle turbe digestive
CURIOSITÁ
"Fra le tante dita cerchiate di anellini di metallo,
Olì recava striscie di scarlatto e nastri coi quali voleva segnare i fiori
di San Giovanni, cioè i cespugli di verbasco, di timo e d’asfodelo da
cogliere l’indomani all’alba per farne medicinali ed amuleti." (Grazia Deledda,
1904)
"L’erba che copre qualche macchia del suolo sulla cima
[del Gennargentu] è il profumato Thimus herba barona; in mezzo a
queste chiazze si vede spuntare in giugno il fiore che preannuncia l’inverno,
il rilucente Crocus minimus." (Alberto Della Marmora, 1868)
Enrica Campanini, Piante medicinali della Sardegna,
Ilisso, Nuoro, 2009, pp.496, 499.
28 dicembre 2011
Labirintini
Accanto, dissero qualcosa: attento
mi rivolsi alla soglia del caffè.
mi rivolsi alla soglia del caffè.
Costantino Kavafis, dalla poesia "Sulla soglia del caffé" appunto.
23 dicembre 2011
24 ottobre 2011
Petite nostalgie
5 ottobre 2011
21 giugno 2011
21 marzo 2011
Hanno 0

"Giovedì 17 febbraio, Pisa. È sera, ha piovuto tutto giorno. Nei paesi dell’Africa mediterranea si propaga l’incendio, pare che qualcosa si muova anche in Libia, ma invano ne ho cercato notizie più dettagliate nei telegiornali – nulla, o quasi, salvo alcune vaghe informazioni, e unicamente in chiave di paura: sbarcheranno a migliaia... Con un amico anche lui di passaggio, svizzero (ma di lingua madre e cultura italiane, e che vive da molti anni a Berlino), decidiamo di vedere Annozero, su Rai 2, con ripromesso zapping su Rai 1, dove c’è Sanremo, e annunciano Benigni…".
Giuseppe A. Samonà
Per leggere integralmente l’articolo vai qui.
11 febbraio 2011
LA MUMMIA SI È DIMESSA
Hanno vinto i ragazzi di Tahrir!
Hosni Mubarak si è dimesso, nel Venerdì dell’Addio, nel 18mo giorno della rivoluzione del 25 gennaio. Hanno vinto i ragazzi che erano nati, cresciuti, vissuti sotto l’era Mubarak e che gli hanno imposto di lasciare: la sedia, il potere, il Cairo. Hanno vinto i ragazzi egiziani perché hanno portato per mano fratelli maggiori, padri, madri, nonni, sino a piazza Tahrir. Con tenacia, intelligenza, pazienza, nonviolenza. Alla faccia di chi li ha descritti come naive.
I ragazzi, i blogger, la generazione Facebook, i disoccupati, i poveri, gli universitari hanno vinto, sfidando un regime e un sistema. Sfidando le strategie regionali, l’Occidente, la paura (vera? presunta? instillata?) dell’islam politico, la Realpolitik a tavolino, l’uso di categorie anziane… Hanno vinto, con tenacia e coraggio.
Poi, tra un’ora o due, penseremo e rifletteremo sul passaggio dei poteri alle forze armate (e dunque non a Omar Suleiman). Ma ora onore ai ragazzi, a una generazione che ha trascinato il popolo in piazza. Agli invisibili di cui finalmente ci siamo accorti. A me, a quasi cinquant’anni, questi ragazzi hanno dato una lezione di vita. E non posso non dire loro “grazie”, shukran ya shabab, dal più profondo del mio cuore.
Poi, tra un’ora o due, penseremo e rifletteremo sul passaggio dei poteri alle forze armate (e dunque non a Omar Suleiman). Ma ora onore ai ragazzi, a una generazione che ha trascinato il popolo in piazza. Agli invisibili di cui finalmente ci siamo accorti. A me, a quasi cinquant’anni, questi ragazzi hanno dato una lezione di vita. E non posso non dire loro “grazie”, shukran ya shabab, dal più profondo del mio cuore.
Paola Caridi, vedi Invisibile Arabs
28 gennaio 2011
Hello, Radwa!
Dopo aver provato invidia per i tunisini, ora sognano che Il Flaccido faccia la fine dello zio di Ruby. Intanto qui, dai villaggi alle metropoli, di guidatori di ruspe neanche l'ombra.
1 dicembre 2010
Il ripasso
Mentre in Europa ci si sforzava di "esprimere" attraverso le strutture compositive come faceva la pittura, riuscendo in questo modo, sia pure con mezzi decorativi, ad organizzare lo spazio all'interno del quadro, gli americani – e Griffith in particolare – scoprivano la possibilità suggestive delle immagini nei loro rapporti reciproci: scoprivano cioè le virtù del montaggio.
L'unità dal punto di vista praticata sino al 1909 aveva avuto come principale conseguenza di dividere il "mondo del dramma" da quello dello spettatore. Al pari della ribalta, lo schermo separava come una lastra di vetro due mondi di natura diversa.
Il merito principale di Griffith fu di insorgere contro questo arbitrio. Pensando che la macchina da presa, molto maneggevole, permetteva di avvicinarsi o allontanarsi a piacere dai personaggi e di muoversi liberamente attorno ad essi, li fece agire in uno spazio che non era più limitato dalla stessa cornice della scena. Il campo poteva abbracciare uno spazio più o meno vasto a seconda della necessità dell'azione. Una stessa scena poteva quindi essere vista sia da vicino che da lonatno, secondo punti di vista che andavano dal campo totale al primo piano.
Come nota André Malraux: "È dalla visione in piani, cioè dall'indipendenza dell'operatore e del regista nei confronti della scena stessa, che nacque la possibilità d'espressione del cinema, che il cinema nacque come arte".
Il montaggio, dunq...
Miiiiiiiiiiiiiiiiiiiiii, che due...!
Ehm, no, volevo dire: Jean Mitry, Storia del cinema sperimentale, Mazzotta, Milano, 1971, p. 18.
Errata corrige: lonatno >>> lontano.
Il montaggio, dunq...
Miiiiiiiiiiiiiiiiiiiiii, che due...!
Ehm, no, volevo dire: Jean Mitry, Storia del cinema sperimentale, Mazzotta, Milano, 1971, p. 18.
Errata corrige: lonatno >>> lontano.
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