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8 febbraio 2018

Un tè con biscotti e concetti a Casa Maninchedda - terzo appuntamento

Il complicato ma nondimeno affascinante tema del terzo appuntamento oranese sarà l’attenzione verso gli elementi del vero e del falso nella descrizione della Sardegna storica, questione a cui Sergio Atzeni ha dato con i suoi meravigliosi romanzi una risposta etica e artistica. Con lui ci siamo lasciati nel penultimo incontro e da lui ripartiremo, per riattraversare un bel po’ di “fole”, come le chiamava. Con me “saranno” gli studiosi che questo tema, produttore di tanti stereotipi duri a morire sui sardi e la Sardegna, lo hanno analizzato da diversi punti di vista: dalla grande Nereide Rudas al raffinato storico della letteratura Francesco Casula, dallo storico universitario Luciano Marrocu all’acuto storico militante Omar Onnis. C’è di che parlare e tanto si parlerà dei resoconti letterari e fotografici degli innumerevoli viaggiatori che hanno visitato l’isola a cavallo tra Otto e Novecento. Saranno presenti, invece, realmente due graditissimi ospiti: l'attrice teatrale Valentina Loche, che leggerà alcuni brani, e il giornalista e scrittore Giacomo Mameli, che con le sue indagini incentrate a cogliere la realtà di un’isola che non ha mai smesso di cambiare ha dato un grande contributo culturale alla decostruzione dei luoghi comuni.
Inizieremo puntuali, alle 17, per finire in tempo e partecipare tutti all'inaugurazione della mostra di Cristian Chironi, che ritorna da un lungo, straordinario viaggio, al Museo Nivola, alle 19.

25 gennaio 2018

Un tè con biscotti e concetti a Casa Maninchedda - secondo appuntamento

"Chi per propria sventura sappia di non essere all’altezza del mignolo sinistro di Conrad ma voglia con onestà narrare, non ha che da guardare la propria nazione, in diretta o nella memoria. Troverà infiniti spunti per intrecci e vicende di romanzo e nella propria identità nazionale un terreno fertile di immagini, modi di dire e costumi che svelano una visione del mondo. La faccenda è complicata, in quest’epoca. L’appartenenza nazionale è doppia o tripla o quadrupla, quando non arricchita o sostituita da un’appartenenza ideologica che, con atto volontario, l’uomo assume a tribù dello spirito. Molteplici sono le radici di ognuno di noi."
Sergio Atzeni, "Nazione e narrazione", in Scritti giornalistici, a cura di Gigliola Sulis, Nuoro, Il Maestrale, 2005, p. 992. 

Non è Conrad appunto, è Atzeni: lucido, ironico e autoironico com'era realmente. È l'autore che tanto peso avrà nella narrativa sarda per lo stile e il fascino dei concetti innovativi che traspaiono dai suoi romanzi e che lo inscriveranno nella storia della letteratura come un precursore. Ne parlerò sabato, 27 gennaio, a Orani, in una conferenza a lui dedicata, arricchita dalle letture con accompagnamenti musicali dell'attrice teatrale Maria Giovanna Ganga.

24 marzo 2017

Raccontare le storie

Sono d’accordo sul fatto che dobbiamo abbeverarci a un immaginario americano, o francese, o di altre parti del mondo, ma questo non deve portarci a dimenticare noi stessi. Anche noi possiamo raccontare le nostre storie.
Sergio Atzeni, da un’intervista rilasciata a Gigliola Sulis nel 1994. 
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Unitamente agli evergreen di Deledda, i romanzi di Ledda e Satta ancora oggi veicolano in tutto il mondo l’immagine letteraria dell’isola. Oltre al perdurante fascino evocativo del film dei Taviani per Ledda, si veda per Satta la famosa recensione a Il giorno del giudizio di George Steiner (1987). Il giudizio secondo cui con questi romanzi «una Sardegna gravata dall’ambiguo fascino dell’astoricità viene riproposta dai mass media al pubblico italiano», come «tributo che il libro di autore sardo deve pagare alle regole di circolazione dell’industria culturale» (Contini 1982, p. 52) ha forse un’eco nelle strategie editoriali degli anni duemila, per esempio nelle preferenze per la Sardegna barbaricina arcaicazzante di Salvatore Niffoi – strategie significative anche ove prescindano dalle intenzioni d’autore. 
Gigliola Sulis, «Anche noi possiamo raccontare le nostre storie». Narrativa in Sardegna, 1984-2015 in La Sardegna contemporanea. Idee, luoghi, processi culturali, a cura di Luciano Marrocu, Francesco Bachis, Valeria Deplano, Donzelli, Roma 2015, p. 537.
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Io dico che fintanto staremo a contemplare il nostro raccontare e non, più semplicemente, agiremo il racconto sentendoci liberi – che significa prima di ogni altra cosa rispetto delle individualità di ciascuno/a e di tutti – non ne usciamo. È, appunto, una questione di libertà, e più concretamente del sentirsi liberi e sicuri nel e del proprio immaginario, nei propri gusti e interessi, nelle scelte degli oggetti e soggetti e spazi e idee del racconto, nella propria lingua. Sicuri e sicure della propria identità complessa, in qualsiasi modo la si voglia interpretare, prima ancora che raccontando, vivendo.

1 novembre 2015

Eravamo d'accordo

«Fuori dall'Italia, insomma, ho passato oramai più della metà della mia vita […] e l'ho amato, quel fuori, di un amore intenso, l'ho fatto mio dentro, pur via via convincendomi che nessun luogo, tanto meno quello in cui per caso son nato, Roma, era mio, o meglio, che tutti i luoghi lo erano, e anzi quelli del fuori diventato dentro più del mio dentro originario, proprio perché in qualche modo eletti, scelti. Che vuol dire sentirsi italiani all'interno di un tale itinerario?
La lingua, e più particolarmente come la si scrive. […]
Mischiando Ortega y Gasset e Proust, aggiungo: non c'è miglior scuola di scrittura che quella di doversi giostrare, per vivere, tradursi, fra diverse lingue; o ancor più radicalmente: sempre, al di là e contro ogni retorica della – inesistente – purezza, l'estraniamento agisce al cuore di chiunque pensa e scrive, anche dentro la propria lingua: sempre strappiamo senso, traduciamo, reinventiamo una lingua a partire da un'altra, anche se per ventura lavoriamo con una soltanto. Ed è un lavoro mai finito.»
Giuseppe Samonà, 12 apostati 12 critici dell'ideologia italiana, Enrico Damiani Editore, [s.l.] 2015, pp. 111-112.

«Eravamo d’accordo perché le lingue perdano il loro orgoglio ed entrino nell’umiltà dei linguaggi, dei linguaggi liberi, dei linguaggi folli, dei trasalimenti che li rendono disponibili a tutte le lingue del mondo: eravamo d’accordo perché una traduzione non sia una chiarificazione, ma diventi la messa a disposizione di un elemento nella diversità del mondo in una lingua che la accolga. Eravamo d’accordo perché una traduzione non vada da una pura a un’altra lingua pura, ma organizzi l’appetito reciproco delle lingue nell’ossigeno impetuoso del linguaggio. Eravamo d’accordo perché una traduzione non tema più l’intraducibile, ma annoveri e fecondi tutti gli intraducibili possibili. Eravamo d’accordo perché una traduzione onori anzitutto l’irriducibile opacità di ogni testo letterario; perché, in questo mondo che ha infine una possibilità di risvegliarsi, il traduttore diventi il pastore della Diversità. Il paese di Sergio è una terra di linguaggi, d’ombra e di luce, e di diversità. Egli capiva ciò che io dicevo. Lo sapeva già.»
Patrick Chamoiseau, Pour Sergio, in La grotta della vipera, n. 72/73, 1995, pp. 22-23.

25 ottobre 2015

Ritorno ad Atzeni

E ritorno con gioia, per preparare una lezione da tenere di fronte a un pubblico che mi sembra molto, molto motivato. La rilettura critica mi ha portato a fare anche nuove scoperte. E c'è uno scritto, per me sin qui inedito, che mi ha colpito, per motivi riguardanti altri autori e altri libri e, dunque, su una situazione che continua a ripetersi ab aeterno, e che di volta in volta viene affrontata dai singoli con più o meno stile. Ma di questo scriverò in altra sede.

«Un altro fatto inoppugnabile, il più incontestabile, sono i suoi libri – che sono libri di un grande scrittore (non so quanto grande, lo sapremo tra qualche tempo), ma grande abbastanza, come so dopo aver letto Il figlio di Bakunìn, da rendere legittima questa conclusione: quanto siano futili il pianto e la recriminazione che costantemente si levano dalla microsocietà letteraria (da questa corporazione piagnona come tante altre). Come si possono accusare di insensibilità gli altri, i lettori, se i primi a non accorgersi di nulla sono gli scrittori stessi, i letterati? Essi non si accorgono che dei successi (altrui) e dei fallimenti (propri). Imprecano contro chi legge, perché non legge; e contro chi pubblica, perché pubblica troppo o troppo poco – senza rendersi conto di quanto più culturalmente avanzata, rispetto alla maggior parte della letteratura, sia l’industria di cui essa va a rimorchio.»
Franco Cordelli, “Il 'Quinto passo' fatale”, L’Indipendente, 17-18 settembre 1995; sta in: Trovare racconti mai narrati, dirli con gioia, a cura di Giuseppe Marci e Gigliola Sulis, Cuec, Cagliari 2001, p. 15.

5 settembre 2015

Nessuno può fermarlo

Dimenticavamo le distanze fra le stelle e comprendevamo d’essere al centro di un mare che si faceva di giorno in giorno più popolato. Non potevamo fermare il ciclo dell’uomo, nessuno può fermarlo. Dovevamo incontrare gli altri uomini, per crescere. L’incontro ha un costo, pagarlo è inevitabile. 
Passavamo sulla terra leggeri, p.78.
(Ricordando Sergio Atzeni [Capoterra, 14 ottobre 1952 – Carloforte, 6 settembre 1995] a vent'anni dalla sua scomparsa.)

24 novembre 2013

Cento e cento case di canne, paglia e fango

Nella lingua fra i fiumi. Cento e cento case di canne, paglia e fango. L'alta zicura di limo e tronchi al limite dell'acqua, trecentotrentatré scalini per arrivare all'altare dove pulsava il cuore del capro, leggevamo la parola, interrogavamo il cielo e pronunciavamo oracoli.
...
Il vento calò. La nave si fermò, il mare era immobile. Non sapendo che fare guardammo M'u il saggio. Disse: «Preghiamo elencando le sillabe del creatore e le loro distanze. Er, otto piedi celesti da Uh. Uh, sedici piedi celesti da Is. Is, nove piedi celesti da Om. Om, nove piedi celesti da Is, da El, da Un, da Se, da Af, da En, da Mi, da Uv, da Ja». Cantando danzavamo. Un fulmine squarciò il cielo. 
...
Piccoli di statura, scuri di pelle, abituati a pensare, ragionare, contare, mai concordi fra noi. Così siamo tuttora, fatti salvi gli imbecilli che non mancano e nessuna legge potrà mai limitare.
...
Alcune donne lasciarono i villaggi e andarono a vivere nei nuraghe, aiutavano le madri a partorire e portavano loro cibo e acqua nei trenta giorni di buio. Le chiamammo donne di Is, vivevano dei doni delle genti. Nella stagione del caldo danzavano per invocare pioggia.
...
Ci moltiplicammo in numero e in valore. Per dimostrare il valore ogni gente uccideva le genti dei villaggi vicini almeno una volta l’anno, dopo la festa, nel mese del vento che piega le querce.
Umur disse: «Meglio sarebbe avere meno guerrieri e più pastori».


Meglio sarebbe avere meno guerrieri e più pastori.


Se esiste una parola per dire i sentimenti dei sardi nei millenni di isolamento fra nuraghe e bronzetti forse è felicità.


Passavamo sulla terra leggeri come acqua, disse Antonio Setzu, come acqua che scorre, salta, giù dalla conca piena della fonte, scivola e serpeggia fra muschi e felci, fino alle radici delle sughere e dei mandorli o scende scivolando sulle pietre, per i monti e i colli fino al piano, dai torrenti al fiume, a farsi lenta verso le paludi e il mare, chiamata in vapore dal sole a diventare nube dominata
dai venti e pioggia benedetta.
A parte la follia di ucciderci l’un l’altro per motivi irrilevanti, eravamo felici.
Le piane e le paludi erano fertili, i monti ricchi di pascolo e fonti. Il cibo non mancava neppure negli anni di carestia. Facevamo un vino colore del sangue, dolce al palato e portatore di sogni allegri. Nel settimo giorno del mese del vento che piega le querce incontravamo tutte le genti attorno alla fonte sacra e per sette giorni e sette notti mangiavamo, bevevamo, cantavamo e danzavamo in onore di Is. 
Cantare, suonare, danzare, coltivare, raccogliere, mungere, intagliare, fondere, uccidere, morire, cantare, suonare, danzare era la nostra vita. Eravamo felici, a parte la follia di ucciderci l’un l’altro per motivi irrilevanti.


Chiamavamo noi stessi s’ard, che nell’antica lingua significa danzatori delle stelle.
...
Cantavamo, morivamo, danzavamo di padre in figlio, crescendo di numero e di esperienza dell’isola. Eravamo felici.
...
Il musico suonò tutta la notte e all’alba sollevando gli occhi vide il mare e il cielo specchiarsi nelle lacrime che colavano sulle guance di una donna sdraiata a occhi chiusi ai suoi piedi, bella più dell’alba, capelli neri uniti in cento trecce lunghe fino alle caviglie e bocca intagliata in polpa di jerejia. La musica tacque, Aràr aprì gli occhi e vide Eloe di Lo.
...
Facemmo la nostra parte non cedendo il cuore dell’isola.
I romani ci chiamavano pelliti perché indossavamo il cappotto di pelli di pecora. Chiamavano barbara la nostra terra e barbarici i nostri costumi. Non riuscirono in mille anni a conquistare tutta l’isola.
...
Piedi scuri, quasi neri, nella pianta non protetta da suola, mai il bambino aveva messo scarpe. Correva senza rumore, come danzasse. Ascoltava il vento che arrivava da oriente, cercava l’eco di galoppo di cavalli.
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Il giudice viaggiava accompagnato da un volo di falchi.
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I falchi impararono a riconoscerla. Prese gusto alla caccia col falco. Un falco la elesse a propria nutrice. Lei lo chiamò Vento.
...
Parlare. Ascoltare. Trovare racconti mai narrati, dirli con gioia. 
...
Carezze d’occhi. Labbra, lingua, pelle, nell’acqua fredda del torrente, sull’erba umida schiacciata dai corpi e morbida, sulle foglie cadute pungenti e calde di sole, sotto il leccio, sotto la sughera, sotto l’arancio.
La bontà del Creatore acceca gli amanti?
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Il profumo dei capelli di Eleonora, erba fresca, arance mature, vento del mese di fiore d’asfodelo.
«Hai gambe di cerva giovane alla fonte, seno bello come colli del Mandrolisai».
«Hai occhi di velluto, braccia forti, denti sani».
...
La cavalletta lasciò l’isola. Il giudice prese a vestirsi la domenica per andare a messa. La capra in giacca e pantaloni ascoltava tutto il rito in silenzio e prima dell’Ite fuggiva saltando. L’acqua e il sole si alternarono secondo giuste stagioni. Il grano era grosso e pieno. L’uva asciutta e carica. Pani profumati. Vini inebrianti.
L’isola rivisse. L’olio di quell’anno fu il migliore a memoria d’uomo.
...
Trecento falchi femmina lasciarono i nidi e volarono fino all’isola di roccia dinanzi alla costa del meridione occidentale, lungo il viaggio cantarono un lungo canto che soltanto chi capiva la lingua dei falchi comprese, giunti alle Colonne si lasciarono cadere in mare come pietre e morirono affogati. Da allora i falchi custodiscono quel luogo, lo reputano sacro.
...
Noi custodi del tempo, dal giorno della perdita della libertà sulla nostra terra, abbiamo preferito finire la storia a questo punto.
Da Passavamo sulla terra leggeri di Sergio Atzeni 

26 luglio 2011

Nella pancia della nave

"Alle ventiquattro e zero sei in punto l’inquilino della cuccetta numero 47, la inferiore del castello 1, dice: «Disturba se fumo?».
È un pastore in fustagno domenicale nero, liscio e lustro. Siede immobile sul bordo del lettino, da ore. Ha forse settant’anni e gli occhi neri annoiati nel volto impassibile.
«A me non disturba» dice Ruggero, inquilino della cuccetta inferiore del castello 2, numero 49. E aggiunge indicando con la testa la cuccetta superiore: «Quanto a loro, credo non siano in grado di intendere e volere».
Il vecchio accende mezzo toscano.
Ruggero chiede: «È la prima volta che viaggiate in nave?».
«La prima volta. Mia figlia si sposa a Roma con un medico napoletano…».
«Non avete paura del mal di mare?».
«Non so cos’è. E tu, dove vai?».
«A Napoli, per un concorso».
«Un posto dello Stato?».
«Un posto dello Stato».
«Operaio, impiegato o dirigente?».
«Giornalista alla radio».
«Hai gli amici giusti?».
«Non ho amici».
«Non vincerai».
Madre acqua …
«Voi siete contento del matrimonio di vostra figlia?».
«Sì e no. Sì perché a Nuoro nessuno se la sarebbe sposata, una che ha fatto l’università a Bologna, ha preso altre abitudini. No perché è lontana da casa. Ma dirò a lui di venire nell’isola, qui da noi napoletano più o meno… Il suo mestiere può farlo dove vuole. Vivranno in città. A Nuoro medici ce n’è già più del necessario, ma lui lavorerà a Oliena, o a Orgosolo, viaggerà, si farà le ossa… Potrò andare a trovarli a cavallo, non su questa bestia putrida».
«A cavallo?».
«Sono pastore. E se uscissimo all’aperto? Qui si respira male…».
Sul ponte il pastore dice: «Bella notte, ma il mare non mi piace, lo capisco ma non mi piace, si agita troppo per nulla, mi bagna la giacca e me la sala, in fondo stiamo soltanto passandoci sopra, la terra è più sicura. Se non fosse ch’è acqua lo maledirei».
«Non potete maledire l’acqua?».
«Non si maledice una madre. L’acqua è madre… l’uomo ha molte madri, acqua, terra, sole, aria… Preferirei stare sotto un olivo, con un bicchiere di vino in mano, ascoltando e raccontando storie con gli amici…».
«Raccontate» risponde Ruggero «il vino manca, io vi conosco appena, ma avete tutto il tempo. Là dentro con quella puzza non riuscirei a dormire, preferisco stare all’aperto».
«Conosci la storia di Rosario Moro?».
«No. Era un bandito?»."
Sergio Atzeni, Il quinto passo è l’addio, Ilisso, Nuoro 1995, pp. 108-110.
 «È la Tirrenia di una volta che ha fatto di me la donna che sono. I suoi bagni luridi hanno aumentato esponenzialmente le risorse del mio sistema immunitario: oggi sono così immunizzata che potrei andare in Indocina senza fare alcuna vaccinazione. Le sue cabine a quattro posti da condividere con perfetti sconosciuti mi hanno fatta diventare tollerante verso le diversità, aperta al nuovo e curiosa degli altri. I ponti insicuri sui quali ho trascorso tante notti perché la poltrona costava troppo mi hanno fatta riflettere sulla fragilità della nostra condizione umana, così esposta ai marosi del destino. Quando riuscivo a pagarmi una poltrona era in condizioni tali da farmi valutare come alternativa anche il linoleum scrostato del pavimento, insegnandomi che quando credi che il peggio sia arrivato, non è detto che sia davvero così. L’offerta di cibo nelle sue mense mi ha forgiata all’esercizio di un digiuno liberante.
La difficoltà di viaggiare con quelle vecchie carrette, sempre piene o con tratte lente a massimo risparmio di carburante, mi ha educata al valore della rinuncia, insegnandomi a non prendere le occasioni al volo, che non si sa mai dove ti portano. Vedere che per i turisti d'estate venivano messe navi migliori e più veloci mi ha insegnato che dall'altra parte del mare qualcuno era convinto che i sardi meritassero gli scarti, tanto non potevano scegliere.»
Michela Murgia, in Sardegna 24 del 24 luglio 2011.
Costantino Nivola, particolare di una terracotta.

10 aprile 2011

Portatore di sogni allegri

"Facevamo un vino colore del sangue, dolce al palato e portatore di sogni allegri. Nel settimo giorno del mese del vento che piega le querce incontravamo tutte le genti attorno alla fonte sacra e per sette giorni e sette notti mangiavamo, bevevamo, cantavamo e danzavamo in onore di Is. Cantare, suonare, danzare, coltivare, raccogliere, mungere, intagliare, fondere, uccidere, morire, cantare, suonare, danzare era la nostra vita. Eravamo felici, a parte la follia di ucciderci l'un l'altro per motivi irrilevanti."
Sergio Atzeni, Passavamo sulla terra leggeri, Ilisso, 2003.


7 aprile 2011

Quarto passo

«"Emigro. Vado a cercare lavoro."
"Cosa sai fare?"
"… nulla."
"Almeno sei onesto. Ma non sei buono neppure come operaio. Troppo magro. Scheletrico, non si vede un muscolo. Scommetto che soffri spesso di diarrea, tutti noi magri soffriamo spesso di diarrea, ma ci sono magri utili e magri da mandare al macello, per quello che servono alla società. Non ti ci vedo a spalare carbone in Belgio. Diventerai uno spacciatore piagnucolante in qualche locale equivoco di Amsterdam o di Barcellona, finché ti troveranno con una siringa in un braccio, in un vicolo, su un sacco della spazzatura, stecchito."
"Le auguro di aver torto."
"Non mi credi profeta?"
"Non ho motivi di dubbio ma non posso neppure giurarci."

"Ho previsto la caduta del dollaro con sei mesi di anticipo, nell'86, fossi stato ricco mi sarei arricchito ancora, invece così con quello che ho guadagnato mi son fatto la casa a Nettuno per quando vado in pensione. Quattro bagni. Avrò quattro bagni, da vecchio. Quasi come in nave. Ho previsto la vittoria del Torino nel derby e ho fatto tredici, una volta, molti anni fa, mi sono comprato la lavatrice nuova e ho ripianellato la casa dove abito, se ti ci vedo bazzicare attorno giuro che ti lancio i doberman. Sono un ottimo profeta, ci azzecco quasi sempre. Tu è quasi un miracolo che stai in piedi, forse non arriverai neppure ad Amsterdam, ti conviene confessare e farti qualche annetto di galera, mangi e bevi a spese dello Stato, ti rimetti fisicamente, fai un po' di pettorali, se diventi onesto potrai andare a spalare carbone in Belgio. E potresti pure guadagnarci: mettiamo il caso che tu conosca qualche famoso uomo politico o magnate di quella vostra isola di merda, tuo amico di stravizi, allora staresti a cavallo, un buon pentimento con chiamata in correo vale un pacchetto di dollari e una galera dolce dolce e breve ch'è quasi un albergo."

"Mi dia il tempo di commettere un reato e penso alla sua offerta."
"Formale berbenista, chi cazzo ti credi di essere soltanto perché non ho prove? Se mi rompi i coglioni trovo le prove e ti mando a sudare a Rebibbia."
"Perché?"
"Ricorda quello che ti dico: un passo falso, uno solo e finisci male. Ti conosciamo e ci siamo rotti i coglioni di gente come te."
"Chi?"
"Noi. La legge. E che minchia sono i trimpanus?"
"Tamburi di pelle di cane morto d'inedia, molto antichi."
"Mi vuoi sfottere, a me?"
Ruggero si sente preso per lo zaino e sollevato in alto, agita le gambe a vuoto, Una forza lo solleva e lo porta fino a una panca dove lo lascia cadere come un sacco di letame.

Ruggero tremante fa fatica a sollevarsi.

Il mare è pacato, quasi senza onde. Il comandante è sparito. Non c'è più nessuno. Sul ponte di comando hanno spento i fari. Ed è buio nel buio.

Silenzio. Il ronfare della nave fa parte della notte, non si sente più.

Il respiro di Ruggero Gunale si allunga. Bagliori ogni tanto dietro le palpebre.»

Sergio Atzeni, Il quinto passo è l'addio, Arnoldo Mondadori, Milano 1995, pp. 159-161.

6 settembre 2010

A lonely man

Ricordando Sergio Atzeni 
(Capoterra, 1952 – Carloforte, 6 settembre 1995) 


Avevo otto anni, non sapevo nulla della vita, avevo ascoltato la storia, non l'avevo capita, anche ora che la dico non so che senso abbia. Non conoscevo il significato delle parole eterno e increato (forse lo intuivo con vaghezza) rubate a conversazioni famigliari, mi gloriavo di essere ateo. Nell'isola era sinonimo di bandito, a otto anni ero abituato a essere guardato con sospetto, con diffidenza, con paura — molto tempo dopo, scoprendo di essere di stirpe ebrea marrana, oltre che sarda e genovese con sfumature arabe e catalane, ho immaginato che il sangue degli antichi erranti perseguitati vivesse in me facendomi apparire la diversità dagli altri come abituale e perciò non spaventandomi della solitudine che ne veniva, di rado mitigata da amici sempre esclusi dalla comunità perché diversi: scemi, figli di donne non sposate e di bagassa, istrangios ed eversori.
Sergio Atzeni, Passavamo sulla terra leggeri, Ilisso, 2000, p. 15.