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13 settembre 2011

Rayuela 25

C'est une nuit conventionnelle,
Un chien aboie, une chouette hulule,
Les prisonniers dans les cellules
Rêvent de creuser un tunnel.
Thomas Fersen, Pièce montée des grands jours

13 settembre 1986 – 13 settembre 2011

19 giugno 2011

Una parentesi

(Quando Irene sognava ad alta voce io mi svegliavo subito. Mai riuscii ad abituarmi a quella voce da statua o da pappagallo, voce che arriva dai sogni e non dalla gola. Irene diceva che i miei sonni erano fatti di grandi scossoni che qualche volta facevano cadere la coperta. Le nostre camere da letto erano divise dal living, ma di notte si sentiva tutto in casa. Ci sentivamo respirare, tossire, presentivamo il gesto che conduce all'interruttore della lampada da notte, le mutue e frequenti insonnie.
A parte questo, tutto era silenzioso nella casa. Il giorno erano i rumori domestici, lo sfregare metallico dei ferri, uno scricchiolio nel voltare le pagine dell'album filatelico. La porta di rovere, credo di averlo già detto, era massiccia. Nella cucina e nel bagno, che erano contigue alla parte occupata, ci mettevamo a parlare ad alta voce oppure Irene cantava qualche ninnananna. In una cucina c'è troppo rumore di stoviglie e bicchieri perché altri suoni vi irrompano. Quasi mai permettevamo che là sopravvenisse il silenzio, ma quando tornavamo nelle camere da letto e nel living, allora la casa si faceva silenziosa e in penombra, e noi camminavamo persino più piano per non darci noia a vicenda. Credo fosse per questa ragione che di notte, quando Irene cominciava a sognare ad alta voce, io mi svegliavo subito).
Julio Cortázar, Bestiario, traduzione di Flaviarosa Rossini Nicoletti, Einaudi, Torino 1974, pp. 8-9.

12 novembre 2010

Per sua fortuna

Dall’intervista concessa da Roberto Bolaño a Raul Schenardi, alla fiera del libro di Torino (maggio 2003), a due mesi dalla morte dello scrittore.*

CORTÁZAR, GLI SCRITTORI E L’APPARTENENZA POLITICA
Appartengo a una generazione cresciuta leggendo Cortázar a diciassette anni, e in un certo momento incarnava il punto più alto cui si potesse arrivare. In modo un po' irrazionale, perché non c'è mai un "punto più alto", e non è nemmeno necessario arrivare a un punto più alto, ma siccome eravamo giovani, e ai giovani si consentono queste esagerazioni, Cortázar rappresentava il massimo cui potevamo aspirare. Col tempo il mio autore preferito in lingua spagnola è diventato Borges. Cortázar ora è il secondo, diciamo che continuo ad amarlo e a leggerlo con grande piacere. Io non sono mai stato d'accordo con la falsa dicotomia fra il Cortázar autore di racconti e il romanziere. Io penso che se c'è stato qualcuno al mondo che sapeva come strutturare un libro, dal punto di vista teorico, era Cortázar. Ne sapeva molto di più di García Márquez, che scrive quasi intuitivamente, soprattutto se paragonato a Cortázar, molto più di Donoso… Vargas Llosa, c'è stato un momento in cui aveva un senso della struttura più o meno chiaro, ma al livello di Cortázar nessuno. E del resto uno scrittore non può mai tentare di scrivere un romanzo o un racconto “alla maniera di…”, anzitutto perché in qualche misura ciò implica un parricidio, e io non ho mai visto Cortázar come un padre, tutt'alpiù come una specie di fratello maggiore, nonostante la grande differenza di età. Lui aveva la virtù della gioventù permanente, dell’energia permanente, e anche dell'ingenuità permanente. Io l’ho conosciuto quando avevo 22 anni, in Messico, e già allora non ero d'accordo con molte sue posizioni politiche, soprattutto per quanto riguarda Cuba, o per quella che Cortázar riteneva dovesse essere la posizione dello scrittore di fronte ai compagni di una determinata lotta. Io credo che uno scrittore non debba chiedere il permesso a nessuno per scrivere, tanto meno a dei militanti, che di solito sono quelli che ne sanno meno di queste cose. Ma lui era molto impegnato nella lotta politica, e oltre tutto leale nei confronti del suo impegno – cosa che mi sembra degna di lode –, e quindi aveva di questi problemi, che io invece non ho mai avuto, anzitutto perché dai pochi gruppi di sinistra nei quali ho militato sono stato cacciato. Per mia fortuna.

SCRIVERE POESIA
La poesia nei Detectives è fondamentalmente la metafora della fragilità e della portatilità della letteratura. Non c'è arte più facile – solo all'inizio, dopo diventa la più difficile di tutte – che scrivere una poesia, che fare poesia. Ricordo che a quel tempo in qualche ambiente circolava addirittura l'idea che la poesia potevano scriverla anche quelli che non sapevano scrivere, perché bastava mettere giù parole in libertà. La poesia d'avanguardia era molto di moda e si associava spesso all'idea di cambiare la vita e di cambiare vita, e per me in fondo la poesia – perlomeno come la vedevo all'epoca in cui ho scritto I detectives, è già passato del tempo – è una metafora della fragilità. Una fragilità assoluta. Gente che non solo dal punto di vista letterario, ma nemmeno da quello economico, non aveva futuro, e si aggrappava alla poesia, e faceva bene a farlo… Però aggrapparsi alla poesia durante un naufragio è come aggrapparsi al tappo di una bottiglia di champagne: non ti terrà a galla. La poesia poi è un'arte portatile: per leggere un romanzo servono tempo e una serie di comodità minime, mentre un sonetto puoi leggerlo in mezzo minuto. Altro problema è capirlo. Così, per me la poesia quando scrivevo I detective era la porta d'ingresso nell'ignoto, e in quella materia sconosciuta, probabilmente, stavo aspettando la vera poesia, ma anche la porta d'ingresso stessa era poesia, una poesia bastarda, poco rigorosa, esagerata…

LE RADICI NELLA TRADIZIONE LETTERARIA LATINOAMERICANA E I DEBITI CON LE LETTERATURE NORDAMERICANA ED EUROPEA
Per essere sinceri, io, modestamente, come diceva Vittorio Gassman, ho letto moltissimo, e da molte letture ho tratto profitto. In questo senso ho debiti nei confronti di parecchie letterature. Non credo che ci sia un'influenza diretta di quella nordamericana, ma sicuramente c'è un'influenza che riguarda di fatto tutti gli scrittori latinoamericani e che proviene dai due rami fondamentali del romanzo nordamericano, Melville e Twain. I detective ha senz'altro un debito con Mark Twain. Belano e Lima non sono altro che una trasposizione di Huckleberry Finn e Tom Sawyer. È un romanzo che scorre secondo un moto costante, che è il Missisippi. Insomma, il mio debito con Twain è enorme, anche perché è un autore che amo moltissimo. Ho letto molto anche Melville, e mi affascina. In effetti, per civetteria, preferirei credere di essere più in debito con Melville che con Twain, ma sfortunatamente penso di dovere di più a Mark Twain. Melville è un autore apocalittico… Twain è il giorno e Melville la notte, e la notte impressiona sempre molto di più. Ma per quel che riguarda la letteratura nordamericana moderna, la conosco poco e male. La conosco abbastanza fino agli scrittori della generazione precedente a Bellow. Updike l'ho letto abbastanza, ma non so perché lo facessi, sicuramente era un atto masochista, perché ogni pagina di Updike mi porta sull'orlo dell'isteria. Mailer mi piace più di Updike, anche se ritengo che come scrittore, come prosista, Updike sia più solido. Credo che gli ultimi scrittori nordamericani che ho letto a fondo e che conosco bene siano quelli della "generazione perduta": Hemingway, Faulkner, Scott Fitzgerald, Thomas Wolff. Mi sento molto più in debito, in qualche misura, con gli europei, nel senso che le mie prime letture sono state di poesia e io leggevo soprattutto poeti europei, e passare dalla poesia europea alla narrativa europea è stato molto facile.

SUL CONCETTO DI “SCRITTORE NAZIONALE”
Io credo che sia soprattutto per paura che García Márquez si vede come il più grande scrittore colombiano di tutti i tempi, o Vargas Llosa come il miglior scrittore peruviano. Tutti gli scrittori latinoamericani, e penso anche gli spagnoli, in fondo hanno molta paura e cercano di assicurarsi il pantheon post-mortem. Io non ho mai avuto paura della morte e inoltre non credo nel pantheon. Guarda, quando finisce è finita e non resta niente, perciò io sto con Borges quando disse: “Dopo la morte, verrà l'oblio”, e molte teste di cazzo gli dicevano: “Ma no, Maestro, dopo la sua morte resteranno i suoi libri”. Lui li ascoltava e doveva pensare: guarda che branco di imbecilli! Perché lui alludeva all'oblio nel senso più ampio del termine, vale a dire: la Terra finirà, il Sole finirà, tutto finirà, l'oblio è un destino comune di tutto quanto, non solo degli esseri umani, e in questo senso gli scrittori latinoamericani che si pongono sempre questo obiettivo che sta fra il clericalismo e la vigliaccheria, be', cercano di assicurarsi il pantheon post-mortem, e il modo migliore per farlo è diventare lo scrittore nazionale di un paese. Io invece credo nella povertà intrinseca dell'essere umano. Un animale come noi, provvisto di viscere e muscoli, pochi, ossa debolissime, privo di esoscheletro... avere lo scheletro dentro invece che fuori mi sembra una cazzata assoluta... Guarda, si muore ed è finita, fanculo, non credo nel pantheon degli uomini illustri, e non voglio essere lo scrittore nazionale di nessun posto, e in questo senso non mi hanno mai preoccupato la nazionalità o cose del genere. L'unica cosa di cui mi preoccupo quando scrivo è di salvaguardare una certa verosimiglianza negli idiomi che impiego. Voglio dire: quando parla un peruviano dev'essere un peruviano che sta parlando, e quando parla un messicano o un centroamericano dev'essere un messicano o un centroamericano.
* Titoletti e suddivisione in paragrafi sono mieiPer la lettura integrale dell’intervista invio all’Archivio Bolaño.

LA BATTAGLIA FUTURA

Trailer del documentario "La battalla futura", in programma alla settimana dell'autore alla Casa de las Americas di Madrid (dal 23 novembre 2010), quest'anno dedicata a Roberto Bolaño. Fontequi.

21 settembre 2010

Non timas

In cue sutta v'es sa morte, ma non timas. Astringhe su rellozzu chin d'una manu, picca chin duos poddighes sa craìtta, àchela girare abbellu abbellu. Como s'aperit un'attera istajone, sos arvules isparghen sa ‘ozzaz issòro, sas barcas curren’ in su mare, su tempus comente unu ventagliu si nde mascat de isse matessi, e da issu naschit s'àghera, su venticheddu 'e sa terra, s'umbra 'e una 'emina, su viàccu vonu 'e su pane. Ite cheres de prus? Ite cheres de prus? Prèndhelu deréttu a su brusciu, lassa liberos sos tocchéddos suos, ache de tottu pro l’assimizzare. Su timinzu ghettat a sas ancoras rughinzu, incancrenit su sambene vrittu ‘e sos rubinos. E in cue sutta v'es sa morte, si non currimus e arribamus prima 'e issa, e non cumprendimus chi no at prus nisciuna importanzia.

30 dicembre 2009

Anni nuovi

Laggiù sta la morte, ma niente paura. Afferra l'orologio con una mano, prendi con due dita la chiavetta, falla girare dolcemente. Adesso si apre un altro periodo, gli alberi dispiegano le loro foglie, le barche corrono le loro regate, il tempo come un ventaglio si va empiendo di se stesso, e da lui sbocciano l'aria, la brezza della terra, l'ombra di una donna, il profumo del pane. Che vuoi di più? Che vuoi di più? Legalo presto al tuo polso, lascialo battere libero, fa di tutto per imitarlo. La paura arrugginisce le àncore, ciascuna delle cose che si potevano raggiungere e che fu dimenticata sta corrodendo le vene dell'orologio, incancrenendo il freddo sangue dei suoi rubini. E laggiù sta la morte se non corriamo e arriviamo prima e non comprendiamo che non ha più nessuna importanza.
Julio Cortázar, Storie di cronopios e di fama, traduzione di Flaviarosa Nicoletti Rossini, Einaudi 1981, p. 25.

One week (1920), Edward F. Cline, Buster Keaton