Le mie sole compagne durante i giorni dell'autocorrezione. Con paesaggio.
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30 giugno 2016
25 aprile 2016
Genealogie resistenti
Vorrei
raccontare di Marianna, ma non so come iniziare, e allora ecco
anche per te Luna
de marzu,
una poesia che Montanaru sottotitolò con una semplice dedica: "A Marianna
Bussalai"
Luna de marzu sentìa
mi pares troppu istasera
Nues de onzi manera
t’attraversan su caminu,
currellende a s’affainu
sutta s’isprone ‘e su
entu.
E tue in su firmamentu
b’andas bella passizera.
T’oscuras de improvvisu
e pare’ morta sa terra.
Inchizzìda est ogni serra
nieddu donzi padente.
Ma tue sighis sa via
cun tundu visu serenu.
Intantu in donzi terrenu
de custa muntagna sola
cuminzat calchi viola
a si mustrare timinde;
ca sun sa dies beninde
de sa bella primavera.
Tue che nunziadora
t’avanzas luna nontesta,
a preparare sa festa
de totta s’umanidade.
Sa tua serenidade
ti faghet cumparrer trista.
Ma tue già cun sa vista
bies sa novella ispera.
Luna de marzu, sentia
mi pares troppu istasera
Questo è solo
uno stralcio della lunga poesia che Montanaru dedicò alla sua amata
amica, e mi sembra la cosa più giusta da fare – ecco la chiave –
iniziare a scrivere così di una donna che visse poeticamente
i suoi anni, e tanto più nobilmente perché riuscì a coltivare la
speranza in un contesto storico in cui sembrava regnare una profonda
disperazione. Era lei, in tal senso, un'organizzatrice.
Primogenita di
Antonietta Angioy e Salvatore Bussalai, Marianna venne alla luce a
Orani nel 1904. Qualche anno più tardi nacque Ignazia, la sorella
che sempre fu legata a Marianna anche dall'inossidabile complicità
ideale che segnò il loro operato di future antifasciste. "Signorina
Ignazia", come tutti la chiamavano a Orani, era una donna di
straordinaria simpatia e intelligenza, e – mi viene da pensare –
agì secondo il poetico e politico dettato dell'ultimo Fortini:
«Composita
solvantur:
proteggete le nostre verità». Con i suoi racconti (di cui anch’io,
da bambina, sono stata fortunata fruitrice) e la cura dei documenti
lasciati da Marianna, Ignazia coltivò e trasmise le idee della
sorella maggiore: innanzittutto il sardismo autonomista e
antifascista, passione che allora unì i giovani più emancipati
della resistenza sarda al regime. Le due sorelle rimasero orfane di
madre quando Marianna aveva soltanto cinque anni; il padre si
trasferì a Nuoro e poi a Porto Torres per lavoro, convolando a terze
nozze, e le bambine vennero affidate a Grazietta Angioy, loro zia
materna; vissero nella casa settecentesca che fu degli Angioy, tra la
piazza di Santa Gruche e S’Arzada ’e su Monte, a Orani: casa
ricca di leggende per essere stata ancor prima l’abitazione estiva
del Vescovo di Ottana e quindi ricchissima di quelle memorie che le
due sorelle rivivevano nei loro racconti davanti al latte fumante e
ai biscotti decorati con la glassa e serviti con le stoviglie
d’argento consumate dall’uso. Una dimora ancora bellissima, con
le architravi in trachite rossa e gli stipiti di foggia pisana, la
corte
all’ingresso e il cortile interno, dove ancora oggi cresce
rigoglioso il melograno. Una casa attraversata dalla Storia,
destinata a diventare il luogo delle riunioni clandestine
antifasciste, una sorta di circolo culturale animato da un poetico
gruppo di ragazze e di ragazzi, tra cui mio nonno A., che non ho mai
conosciuto perché è morto giovane, ma che ho amato, anche lui,
attraverso mille racconti. Così scrive Marianna in un prezioso
documento autobiografico: «Il nostro piccolo gruppo viveva in
un’atmosfera di poesia e di amicizia che ci impediva di rimpiangere
le distrazioni della vita. I nostri autori prediletti, le intime
confidenze, i fervidi scambi d’idee, sostituivano la bellezza
esterna che mancava alla nostra vita. Libri preziosi, autori amati
tenevano nella nostra gioventù, il posto di palazzi e di teatri, di
balli e di feste, di viaggi e di amori, e ci offrivano l’universo
in un compendio che a malapena ci lasciava sospettare le sue crudeli
delusioni e le sue miserie infinite. Ore deliziose, generose
amicizie, prime porte aperte sull’ideale…». Un piccolo testo
dove si legge anche un inno d’amore alla lettura, che riusciva ad
assolvere, tra le altre, alla funzione di aprire una finestra sui
sogni.
Così visse
Marianna Bussalai, inventando
una vita intensa per sé e i suoi amici, anche nella malattia di cui
pativa sin da bambina. Visse coltivando in pieno regime fascista le
sue idee, leggendo e studiando la storia, la filosofia (in
particolare incuriosendosi alla teosofia, corrente di pensiero che
ricerca quel che accomuna Dio in tutte le religioni, ritenendo che
tutte le religioni derivino da un’unica verità). Scriveva sin da
bambina, iniziando presto a pubblicare in alcune riviste
dell’epoca e in paricolare ne Il
Solco,
l’organo informativo e culturale del neonato Partito Sardo
d’Azione, alla cui costituzione e formazione Marianna dedicò tutte
le sue energie con passione, convinzione ed entusiasmo. E continuò a
scrivere nonostante la censura e le angherie della polizia fascista,
e nonostante questo – come Anna Achmatova, la grande poetessa russa
che pure attraversò vicissitudini storiche e personali drammatiche
–, continuando a operare nella ricerca della bontà degli uomini,
nella fiducia di un riscatto possibile per la sua terra, nella fede
in un ideale di giustizia e libertà.
Contemporaneamente
continuava a tradurre i poeti sardi con l’idea di poterli divulgare
e farne arrivare il canto oltre il mare. In questo senso Marianna
aveva una concezione moderna della traduzione, riconoscendone la sua
funzione di mediazione culturale e di conferma del valore dei
componimenti scritti nella lingua madre. Un’idea all'avanguardia
per quell’epoca, in Sardegna, anticipatrice e quindi poco
condivisa, se teniamo presente che, sino a non molto tempo fa, il
sardo non era riconosciuto come lingua ma identificato esclusivamente
come rozzo e naturale
mezzo di espressione per le necessità quotidiane. Tuttavia –
scrive Marianna in una lettera a Montanaru – «il rapsodo non lo
rinnega ancora, e sa trarre da esso nobili accenti e mirabili
armonie! E le donne sarde, quiete e ignorate poetesse dell’ombra,
quando liberano nei muttos
o nelle meste cantilene l’ingenuo e appassionato cuore, sanno
addolcirlo e ingentilirlo a meraviglia!». Ecco, nella bellezza e
nella verità dell'espressione – quiete
e ignorate poetesse dell’ombra– Marianna dice della consapevolezza del suo e del loro eccezionale
destino.
La vita di
allora era durissima, a Orani come in tutti villaggi sardi, e per una
donna era un’impresa ardua e un progetto considerato folle l'idea
di poter rompere l’emarginazione dalla vita sociale e culturale
imposta dai rigidi ruoli di genere. Ricordiamoci che in questa stessa
epoca, a pochi chilometri dal suo borgo, a Nuoro, un’altra donna
osava scrivere: si chiamava Grazia ed era considerata una strega e
definita – neanche tanto alla spalle – "una puttana".
Come finì e continuò la storia di Grazia Deledda lo sappiamo tutti.
Strano, invece, col senno di poi, come le cronache della vita di
Marianna siano arrivate sin qui con toni diversi; almeno a me così è
capitato di ascoltarle – da Ignazia, dalle mie nonne, da mia madre,
dalla mia tataia
Caterina. I loro racconti mi hanno trasmesso l’idea che Marianna
fosse una creatura speciale: troppi particolari (qui un po' lunghi da
raccontare) e l'espressione dolce e mite di queste fonti orali, mi
fanno credere che sia stata una ragazzina e poi una donna molto amata
e da tutti stimata: dalle amiche e dagli amici, dalla gente di Orani,
fatto salvo quel pugno di delatori del regime.
Ignazia è
stata come un griot per tutte le persone care che l’andavano a
trovare sino a quando era molto anziana e malata, e anche di lei
resterà sempre il ricordo di una donna straordinariamente
intelligente, coraggiosa, colta, modesta e, per me, soprattutto molto
simpatica. L’ascoltavo incantata e divertita: non si stancava mai
di raccontare davanti al grande tavolo della cucina antica, stracolmo
di libri, di lettere, delle testimonianze degli amici e intellettuali
sardi che continuavano a farle visita nella sua casa piena di
memorie, anche per ritrovare un po’ di sé e di quel vento che li
vide protagonisti di un pezzo importante della storia sarda
contemporanea, allorquando si credeva ancora fervidamente nella
Rinascita. E sin da quando ero bambina a Ignazia chiedevo di raccontarmi di
quella volta che Marianna nascose Emilio Lussu nella botola
sotterranea della loro grande casa, e delle continue irruzioni della
polizia e di come durante a ogni "visita" Marianna si
mettesse seduta con il telaio del ricamo in mano, in paziente attesa
che la perquisizione finisse: «Non
bi l'avìana accattau, izza me'… Non
lo trovarono, bambina mia, ma in quei giorni Marianna rischiò
davvero la galera e il confino!». Un rischio – raccontava la
sorella, con uno sguardo mai pacificato davanti a quei ricordi –
che Marianna correva ogni volta in cui spediva le lettere o riceveva
i messaggi postali degli amici tenuti d'occhio dai gerarchi del
paese.
Solo per un pugno di settimane
Marianna non poté assistere a un evento storico che fu il leit motiv
delle battaglie sardiste e che l’avrebbe riempita di gioia: nel
giugno del 1947 la Costituente approvò l’articolo 116 della
Costituzione della Repubblica, che includeva la Sardegna tra le
regioni a Statuto Speciale.
Morì a marzo di quell'anno, a 43
anni. Luna de
marzu sentìa…
Si racconta che la sua bara
leggera fu trasportata dalla casa alla chiesa al camposanto antico,
dagli amici, che a turno la sollevavano con tenerezza composta,
percorrendo i vicoli di Orani. E si racconta che arrivarono da
Sassari, da Cagliari, da Nuoro e da ogni paese della Barbagia,
dell’Ogliastra e del Campidano, a dare l’ultimo saluto alla
nobile ragazza, amica degli umili, libera e ribelle.
Bastiana Madau, "L'antifascismo da madre in madre", in: Racconti di donne. Relazioni fra le generazioni, Centro di Documentazione e studi delle donne, Aipsa, Cagliari 2014, pp. 100-106.
22 maggio 2012
La zona infiammata
"Sarà per
deformazione professionale, o forse soltanto per via di una casuale fortuna
dentaria, ma insomma di fronte all’espressione «la lingua batte dove il dente
duole» non ho mai pensato a bocca e gengive. Piuttosto, in maniera più o meno
istintiva, mi ha sempre fatto venire in mente la letteratura (e dunque la
lingua) e la sua vocazione a raccontare il dolore dell’uomo. La lingua batte
dove il dente duole, per me ha sempre significato quell’inesausta ricerca di
dare una forma linguistica a una lotta, a una contraddizione. Significa che la
letteratura va a cercare, si immerge, là dove un’epoca soffre, dove l’uomo si
dibatte tra la ricerca istintiva della felicità e la miseria del tempo in cui
vive, che è un tempo particolare, specifico, con contraddizioni e conflitti
suoi propri. La lingua batte là dove l’uomo soffre, dove è malato. Perché
dietro la malattia c’è un corpo che patisce, che dentro combatte per debellare
il suo male. Quando il dente duole lo si sente pulsare, segno di un lavoro che
si agita dietro, in mezzo alla carne. Così quando duole ogni zona infiammata,
quando arriva la febbre.
Da bambino non avevo
particolari fastidi ai denti, ma ciò nonostante mi ammalavo lo stesso. Ogni
volta che succedeva mi colpiva la spiegazione che mi veniva data a proposito
delle malattie, e soprattutto a proposito della febbre: era la conseguenza e la
manifestazione di una battaglia che infuriava nel corpo. Più era accesa quella
lotta intracorporea, più la febbre saliva, la faccia sudava e i brividi mi
inchiodavano al letto. Così, afflitto nel buio della stanza, pensavo a questo
incrociarsi di spade che si agitava sottopelle, da qualche parte dentro di me.
Nel silenzio cercavo di sentire l’affilarsi dei ferri sui ferri, le urla di chi
partiva all’assalto, e quelle di chi, colpito, si accasciava per terra. Non so
come mai ma quelle battaglie le pensavo sempre come battaglie di antichi
romani, gli avambracci infilati dentro gli scudi, gli spadoni sollevabili
soltanto da uomini muscolosi e i pugnali che spuntavano fuori quando la spada
cadeva. La battaglia che avveniva dentro di me, quella lotta che portava la
febbre, la immaginavo così. Però non tutte le malattie erano uguali, e quindi
non erano uguali tutte le febbri. Il dolore al dente è diverso dal dolore alla
pancia, anche se entrambi possono portare la febbre. Mi dicevano che per ogni
malattia infuria una lotta diversa, che dunque ogni dolore sembra uguale a
quell’altro ma in realtà è un dolore che deriva da un diverso incrociarsi di
spade.
Ecco, quando sento dire «la
lingua batte dove il dente duole» penso esattamente a questa ricerca, della
letteratura, di andare là dove infuria il dolore di un’epoca, di andare a
capire quali spade si stanno incrociando. Penso a quest’inesausto battere della
lingua, che è al tempo stesso una discesa sotto la pelle del tempo, e però
anche un battere del tempo alla ricerca di quel ritmo, quella cadenza, quel
suono, con cui ogni epoca fa mostra di sé, si affaccia alla storia. Ogni volta
che si manifesta la febbre, la febbre sembra sempre la stessa ma non è così.
Allo stesso modo io credo che ogni epoca abbia un suo proprio dolore, che nasce
da un conflitto tutto differente dal conflitto delle epoche che l’hanno
preceduto e da quelle che la seguiranno. Nei Quaderni dal carcere Gramsci scrive
che «un determinato momento storico-sociale non è mai omogeneo, anzi è ricco di
contraddizioni. Esso acquista 'personalità', è un ‘momento’ dello svolgimento,
per il fatto che una certa attività fondamentale della vita vi predomina sulle
altre, rappresenta una 'punta' storica: ma ciò presuppone una gerarchia, un
contrasto, una lotta». Ecco, è quella la lotta che fa il dolore di un’epoca, in
cui ci si addanna sugli scudi e le spade, al ritmo dei fendenti menati. La
letteratura va a toccare quel ventre molle che fa soffrire uomini e donne in un
momento specifico della storia. Credo ci sia una disgregazione tutta
particolare, nell’epoca in cui viviamo, uno sfaldarsi del tessuto sociale, un
creparsi delle superfici che prima tenevano insieme cose e persone. È una
disgregazione che lascia soli gli uomini in una maniera diversa: più sfiancata,
più arresa e più rassegnata che mai. C’è un modo di essere soli inedito, perché
è una solitudine che non cerca più un balsamo nei legami con le persone ma con
gli oggetti che le circondano. È una solitudine del tutto funzionale a una
società che vuole solitudini arrese, persone sfiancate. Ecco, è quello, mi
sembra, il dente che duole in quest’epoca, ed è lì che la lingua prova a
infilarsi. È quello il dolore che tenta di sillabare, a cui cerca
instancabilmente di dare una forma. Ma quella forma non può che essere una
visione, del dolore, una sua percezione alterata. Quando il dente duole la
lingua lo tocca, e poi ne riporta indietro un’immagine abnorme. Il dolore al
dente fa immaginare a chi lo patisce una bocca esplosa, fa pensare a un dente
mostruoso. Così per ogni altro dolore del corpo, che infiamma, che porta la
febbre, che fa sentire uno sferragliare di spade, una battaglia, una lotta. È
lì che la lingua tocca, per paura di trovarlo ancora e, forse irrazionalmente,
per il bisogno di sapere che c’è."
Andrea Bajani, La
zona infiammata, contenuta nell’antologia "Narratori degli anni
zero", a cura di Andrea Cortellessa, in L’Illuminista. Rivista di cultura contemporanea diretta
da Walter Pedullà, numero 31-32-33, gennaio/dicembre 2011, pp. 577-578.
5 febbraio 2010
Era l'inizio
Era l'inizio di una primavera strana. La tensione si tagliava a fette nell'aria aggrumata. Anch'io avevo paura, ma da sempre, e lo sapevo. Lei no, non poteva immaginarlo.
Allora più giusto sarebbe iniziare a raccontare così:
Era per lei una primavera strana. L’avevo incontrata da poco, brillante di mitezza, mentre intorno tutti erano in guerra. Mi accorsi subito della sua presenza. Aveva parcheggiato la macchina a lato di un’enorme pila di vasi vuoti. Era entrata, guardandosi intorno con circospezione, nel recinto del vivaio di sinistra. Scorgeva con sguardo lento e attento le piante, passando in rassegna gli alberelli. Poi tornava indietro, e ricominciava. Io l’osservavo da dentro la mia auto, dal parcheggio soprastante il vivaio.
Allora più giusto sarebbe iniziare a raccontare così:
Era per lei una primavera strana. L’avevo incontrata da poco, brillante di mitezza, mentre intorno tutti erano in guerra. Mi accorsi subito della sua presenza. Aveva parcheggiato la macchina a lato di un’enorme pila di vasi vuoti. Era entrata, guardandosi intorno con circospezione, nel recinto del vivaio di sinistra. Scorgeva con sguardo lento e attento le piante, passando in rassegna gli alberelli. Poi tornava indietro, e ricominciava. Io l’osservavo da dentro la mia auto, dal parcheggio soprastante il vivaio.
Uscì dal recinto. Si arrestò oltre il gabbiotto del guardiano per poi voltarsi verso la montagna, risalendo con lo sguardo per il bosco, il cielo e poi ancora giù, come a cercare qualcosa.
Ritornò nel vivaio e indicò al ragazzo nove piante: un arancio, un limone, un mandarino, una noce, due abeti, un cachi, un ulivo, un ginepro.
Più tardi mi raccontò di averli sistemati tutti intorno al suo letto. Voleva dormire in una stanza piena di alberi, disse la prima volta che la vidi da vicino.
Mi stupì: non aveva i capelli corti come sembrava vedendola da lontano, ma solo raccolti in una lunga treccia.
Mi stupì: non aveva i capelli corti come sembrava vedendola da lontano, ma solo raccolti in una lunga treccia.
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Tavola di Ivan Jakovlevič Bilibin
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22 novembre 2009
Oltre l'orizzonte, il vento
Oltre la linea dell’orizzonte il vento non riusciva più a portarle, le nubi. Pioveva di continuo e il paese intero era sparito sotto la scura coltre. Anche il mare era invisibile, scomparsa la montagna. Sembrava che il gelo si fosse impadronito per sempre della casa.
“Non riuscirò mai più a scrivere...”.
Dopo.
Il cuore gonfio di dolore infecondo, la pelle arida, le parole sole.
Non un’eco.
Immobili, nuvole basse a coprire il mondo.
“Non scriverò...”.
Il cuore gonfio di dolore infecondo, la pelle arida, le parole sole.
Non un’eco.
Immobili, nuvole basse a coprire il mondo.
“Non scriverò...”.
E mentre lo pensava, tuttavia, di quel deserto scriveva.
Ma non già perché che le parole potessero sollevare la coltre: non la sollevavano. Non perché consolassero: non consolavano.
Ma non già perché che le parole potessero sollevare la coltre: non la sollevavano. Non perché consolassero: non consolavano.
Da qualche parte sapeva già che ne avrebbe compreso il senso soltanto al termine della lunga notte.
Scrivere, allora, per fermarli sulla carta i giorni, nel tentativo di porvi termine prima del tempo biologico, e ridisegnandone consapevolmente il segno, avere l’illusione di coglierne il segreto prima di perderlo per sempre. Ora che ogni orizzonte era destinato a scomparire, ancor più del mare, della montagna, dietro la nebbia dell’inverno.
Scrivere, per mettersi di fronte alla verità nuda e cruda di quanto aveva vissuto. Capirne il segreto della perdita oltre la povertà del freddo, nell'orizzonte scomparso.
“Non ce la farò...”.
Ma doveva raccontare. L’unico modo per continuare a far esistere l’enigma della fine. Se non altro.
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Kazimir Malevich, Oil on canvas, 1918
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