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14 luglio 2013

Quel che non si dice

[Quel che non si dice in un thread di suggerimenti per le vacanze.] 
Siamo stata a Oslo - prima tappa di una vancanza in Norvegia un paio di anni prima della strage di Utoya. Avevamo l'albergo nel punto più alto della collina che domina la città, il fiordo, le tante isolette, e da lì ci spostavamo con mezzi pubblici che facevano numerose soste in diversi punti residenziali, con case e ville sparse, immerse nel verde, giardini molto curati. Soprattutto la sera, al ritorno, l'autobus si riempiva di adolescenti di cui colpivano la bellezza e l'allegria, oltre che la semplicità dell'abbigliamento. Ci sembravano quasi diversi dai ragazzi italiani, in questo, erano davvero gioiosi. Ci dicevamo che era logico, dato che avevano la fortuna di vivere in una città così bella, funzionante e certo ricca. Mi sono domandata tante volte se quei ragazzi siano riusciti a conservare quello stesso sguardo limpido e sereno, dopo...

23 luglio 2011

23 giugno 2010

Pesci a colazione


Per i Wind, Victor era un bambino difficile in quanto si rifiutava di esserlo. Dal loro punto di vista, ogni bambino di sesso maschile provava un ardente desiderio di castrare il padre e un impulso nostalgico a rientrare nel corpo della madre. Ma Victor non tradiva alcuna turba comportamentale, non si metteva le dita nel naso, non succhiava il pollice, non si mangiava neppure le unghie. Il dottor Wind, al fine di eliminare quelli che lui, appassionato ascoltatore della radio, chiamava «i disturbi di fondo dei rapporti personali», aveva fatto sottoporre il suo inespugnabile figliolo a un esame psicometrico eseguito presso l’Istituto da una coppia di estranei, il giovane dottor Stern e la sua sorridente consorte (io sono Louis e questa è Christina). Ma i risultati erano stati mostruosi o nulli: nel cosiddetto test «Disegna un animale» di Godunov, al soggetto di sette anni era stata attribuita la sensazionale età mentale di diciassette, ma posto di fronte al test per adulti di Fairview era precipitato al quoziente intellettuale di un infante di due. Quanta cura, quanto acume, quanta inventiva sono occorse per queste tecniche meravigliose! È una vergogna che certi pazienti si rifiutino di collaborare! C’è, per esempio, il test Kent-Rosanoff di associazione assolutamente libera, nel quale il piccolo Joe o la piccola Jane sono invitati a reagire a una parola-stimolo, come tavolo, anitra, musica, malattia, spessore, basso, profondo, lungo, felicità, frutto, madre, fungo. C’è il fantastico gioco Bièvre dell’Interesse-Attitudine (una benedizione nei pomeriggi piovosi), nel quale il piccolo Sam o la piccola Ruby sono chiamati a mettere un segnetto davanti alle cose per cui l’uno o l’altra provano una qualche specie di timore, come morire, sognare, cicloni, funerali, padre, notte, operazione, camera da letto, sanza da bagno, convergere, e così via; c’è il test astratto di Augusta Angst, in cui al piccino (das Kleine) viene richiesto di esprimere una serie di parole («gemito», «piacere», «buio») per mezzo di lineette continue. E c’è, naturalmente, il gioco della bambola, nel quale Patrick o Patricia ricevono due bambole di gomma identiche e un bel pezzo di argilla che Pat deve applicare su una di esse prima di cominciare a giocare, e oh la graziosa casa di bambola con tante stanze e una quantità di curiosi oggetti in miniatura, compreso un vaso da notte non più grosso di una castagna, e un armadietto dei medicinali, e un attizzatoio, e un letto a due piazze, e in cucina persino un minuscolo paio di guanti di gomma, e tu puoi essere perfido quanto ti pare e fare tutto quello che vuoi alla bambola Papà se pensi che picchi la bambola Mamma quando spengono la luce in camera da letto. Ma il cattivo Victor non aveva voluto giocare con Lou e Tina, aveva ignorato le bambole, cancellato tutte le parole dell’elenco (il che era contro le regole) e aveva fatto dei disegni che non avevano alcuna sorta di significato subumano.
Nulla che fosse del benchè minimo interesse per i terapisti si era riusciti a far scoprire a Victor in quelle belle, bellissime, macchie d’inchiostro di Rorsharch, nelle quali i bambini vedono, o dovrebbero vedere, cose di ogni genere, coppie di amanti, diamanti, manti, i vermi dell’imbecillità, tronchi d’albero nevrotici, galosce erotiche, ombrelli e manubri da ginnastica. Né alcuno degli schizzi occasionali di Victor rappresentava il cosiddetto mandala – un termine che si presume indichi (in sanscrito) un cerchio magico, e che dal dottor Jung e da altri viene applicato a qualsiasi ghirigoro che si presenti sotto forma di una struttura più o meno quadripartita, quale ad esempio un mango diviso a metà, o una croce, o la ruota sulla quale gli ego vengono spezzati come crisalidi, o, più precisamente, la molecola del carbonio con le sue quattro valenze – quella precipua componente chimica del cervello, automaticamente ingrandita e riflessa sulla carta.
Gli Stern avevano riferito che «purtroppo, il valore psichico delle Immagini Mentali e delle Associazioni Verbali di Victor era completamente oscurato dalle tendenze artistiche del ragazzo». E da allora in poi al piccolo paziente dei Wind, che stentava a prendere sonno e scarseggiava di appetito, fu concesso di leggere a letto sin dopo la mezzanotte e di sottrarsi alla farina d’avena a colazione.
Vladimir Nabokov, Pnin, traduzione di Elena De Angeli, Adelphi, Milano 1988.

16 ottobre 2009

Esplorazioni inutili


Vi sono mesi in cui
non nasce un granello di poesia.
Il male scaccia le metafore,
l’analogia boccheggia.


Angelo Maria Rippellino, da Versi inediti e rari

11 settembre 2009

Nessuno scrive al pirata

«É stata una fatica risalire sino alla mia abitazione fortificata. Una fatica per la testa, una fatica trascinare la mia vecchia carcassa, una fatica lasciare la riva del mare, e per tornare a cosa? All'eco delle parole che mi risuonavano dentro, al silenzio, al vuoto. Ancora una volta nessuno ha risposto ai miei appelli e, con mio grande stupore, mi sono reso conto che mi mancava la vita e l'agitazione intorno, il rumore della gente, non importa di chi, intenta alle sue inutili faccende. Per la prima volta dopo molto tempo, ho tirato fuori una bottiglia e ho bevuto fino a rotolare sotto il tavolo. E forse ha funzionato, perché, quando mi sono svegliato, avevo intorno delle facce nere che mi guardavano preoccupate, quella di Jack più delle altre. Evidentemente, non mi avevano già abbandonato tutti. Mi restava dunque ancora il tempo di mettere un punto fermo, prima che fosse troppo tardi.
"Be', che avete da guardare?" domandai. "Non avete mai visto un ubriaco? Yo-ho-ho, e un bottiglia di rum!"».
(Björn Larsson, La vera storia del pirata Long John Silver; traduzione dallo svedese di Katia De Marco, Iperborea, Milano 2004, p. 295)

Bergen, agosto 2009

4 settembre 2009

De mansuetudo

Lettura sul treno Oslo-Mydral, 15 agosto 2009, pioveva.
"Non si telefonarono più. Morini avrebbe potuto farlo, ma a modo suo, già da prima che gli amici si mettessero alla ricerca di Arcimboldi, aveva iniziato, come Schwob a Samoa, un viaggio, un viaggio che non era intorno al sepolcro di un coraggioso ma intorno a una rassegnazione, un'esperienza in un certo senso nuova, perché questa rassegnazione non era ciò che comunemente si definisce rassegnazione, e neppure pazienza o spirito di adattamento, ma piuttosto uno stato di mansuetudine, un'umiltà squisita e incomprensibile che lo faceva piangere del tutto a sproposito e in cui la sua immagine, quello che Morini percepiva di Morini, si diluiva pian piano in modo graduale e inarrestabile, come un fiume che smette di essere fiume o come un albero che brucia all'orizzonte senza sapere che sta bruciando."

Roberto Bolaño, 2666; traduzione di Ilide Carmignani, Adelphi, Milano 2008, p. 142.

"Sceglieva La Metamorfosi invece del Processo, sceglieva Bartlebly invece di Moby Dick, sceglieva Un cuore semplice invece di Bouvard e Pécuchet e Canto di Natale invece di Le due città o del Circolo Pickwick. Che triste paradosso, pensò Amalfitano. Neppure i farmacisti colti osano più cimentarsi con le grandi opere, imperfette, torrenziali, in grado di aprire le vie dell'ignoto. Scelgono gli esercizi perfetti dei grandi maestri. In altre parole, vogliono vedere i grandi maestri tirare di scherma in allenamento, ma non vogliono saperne dei combattimenti veri e propri, quando i grandi maestri lottano contro quello che ci spaventa tutti, quello che atterrisce e sgomenta, e ci sono ferite sangue e fetore."
Idem, pp. 285-286.
31 agosto. Ho finito oggi di leggere i due volumi che raccolgono il capolavoro di Roberto Bolaño (Santiago del Cile, 1953; Barcellona, 2003) misteriosamente intitolato 2666. Ancor più della Norvegia – che pur mi ha ammaliato – sarà questo fluviale, bellissimo romanzo a rendere indimenticabile la lunga estate del 2009. C'è chi ha scritto che si tratta di un romanzo "incompiuto", io credo sia soltanto visceralmente reale: incompiuto non è il romanzo ma la vita stessa.

21 agosto 2009

Kon-Tiki




Kon-Tiki è un antico nome Inca del sio del sole. Così  Thor Heyerdahl, scrittore ed esploratore norvegese, chiamò la zattera con cui nel 1947 attraversò l'Oceano Pacifico dal Sud America alle isole della Polinesia allo scopo di dimostrare che la colonizzazione della Polinesia poteva essere avvenuta, in epoca pre-colombiana, da popolazioni del Sud America. A tale fine la spedizione fu preparata, per quanto possibile, con metodi e tecnologie presenti a quel tempo. L'uso di alcuni dispositivi e strumenti moderni – apparecchi radio, orologi, carte, sestanti e coltelli – furono considerati necessari ma non compromettenti la dimostrazione della teoria. Un'impresa comunque rischiosissima, ma certo meno di quella che tanti poveri della terra affrontano quasi quotidianamente per poter raggiungere improbabili e crudeli terre promesse.
Le convenzioni internazionali e la Costituzione obbligano al salvataggio del naufrago anche in acque territoriali straniere (Convenzione di Ginevra del 1951 sui rifugiati, cap 11 e 12; Convenzione delle Nazioni Unite del 1982 sul diritto del mare, cap 98, 1 e 18,2) ma ci sono nazioni – come la nostra – che misconoscono tali obblighi e non hanno più alcun rispetto per le antiche leggi del mare.



P.S.:
Il post è dedicato a Titti Tazrar, unica donna viva dei cinque eritrei sopravvissuti all'ultima tragedia di quanti cercano "salvezza" nel nostro paese, e che ha visto soccombere 73 compagni di viaggio. Paure, egoismi e razzismi continuano a erigere i muri dell’odio, dello sfruttamento, dei codici normativi. Ma si sgretoleranno, prima o poi: sono costruiti sulla sabbia dell’idiozia.

25 luglio 2009

GUIDE TURISTICHE – 1. Norvegia





"Io non ho omicidi da raccontare, ma gioie e sofferenze e amori. E l’amore è pericoloso e violento quanto un omicidio.
Tutti i boschi sono verdi ormai, ho pensato stamattina mentre mi vestivo. Guarda, la neve si scioglie sulle montagne, ovunque le bestie scalpitano per uscire dalle stalle, e le finestre delle case sono spalancate. Mi sbottono la camicia e lascio che il vento mi soffi contro, mi sento posseduto dalle stelle, da un’intima irrequietezza, è come tanti anni fa, quando ero giovane e più impetuoso di adesso. Ci sarà forse un bosco, penso, a est o a ovest di qui, dove un vecchio può sentirsi bene quanto un giovane. È lì che andrò."

(Knut Hamsun, Un vagabondo suona in sordina [Ev vandrer spiller med sordin], 1909; traduzione dal norvegese di Fulvio Ferrari, Iperborea, Milano 2005, pp. 11-12)