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8 maggio 2016

Funes

"Giungo, ora, al punto più difficile del mio racconto; il quale (è bene che il lettore lo sappia fin d’ora) non ha altro tema che questo dialogo di mezzo secolo fa. Non tenterò di riprodurre le parole, ormai irrecuperabili. Preferisco riassumere con veracità le molte cose che Ireneo mi venne dicendo. La forma indiretta è remota e debole; so che sacrifico l’efficacia del mio racconto; lascio al lettore d’immaginare i frastagliati periodi che m’incantarono quella notte.
Ireneo cominciò con l’enumerare, in latino e in spagnolo, i casi di memoria prodigiosa registrati dalla Naturalis Historia: Ciro, re dei persiani, che sapeva chiamare per nome tutti i soldati del suo esercito: Mitridate Eupatore, che amministrava la giustizia nelle ventidue lingue del suo impero; Simonie, inventore della mnemotecnica; Metrodoro, che professava l’arte di ripetere fedelmente ciò che avesse ascoltato una sola volta. Con evidente buona fede, si meravigliò che simili casi potessero sorprendere. Mi disse che prima di quella sera piovigginosa in cui il cavallo lo travolse, era stato ciò che sono tutti i cristiani: un cieco, un sordo, uno stordito, uno smemorato. (Cercai di ricordargli la sua esatta percezione del tempo, la sua memoria dei nomi propri, ma non m’ascoltò). Per diciannove anni aveva vissuto come chi sogna: guardava senza vedere, ascoltava senza udire, dimenticava tutto, o quasi tutto. Cadendo, perdette i sensi; quando li riacquistò, il presente era quasi intollerabile tanto era ricco e nitido, e così pure i ricordi più antichi e più banali. Poco dopo s’accorse della paralisi; la cosa appena l’interessò; ragionò (sentì) che l’immobilità era un prezzo minimo; ora la sua percezione e la sua memoria erano infallibili.
Noi, in un’occhiata, percepiamo: tre bicchieri su una tavola. Funes: tutti i tralci, i grappoli e gli acini d’una pergola. Sapeva le forme delle nubi australi dell’alba del 30 aprile 1882, e poteva confrontarle, nel ricordo, con la copertina marmorizzata di un libro che aveva visto una sola volta, o con le spume che sollevò un remo, nel Rio Negro, la vigilia della battaglia di Quebracho. Questi ricordi non erano semplici: ogni immagine visiva era legata a sensazioni muscolari, termiche ecc. Poteva ricostruire i sogni dei suoi sonni, tutte le immagini dei suoi dormiveglia. Due o tre volte aveva ricostruito una giornata intera; non aveva mai esitato, ma ogni ricostruzione aveva chiesto un’intera giornata. Mi disse: – Ho più ricordi io da solo, di quanti ne avranno avuti tutti gli uomini messi insieme, da che mondo è mondo –. Anche disse: – I miei sogni, sono come la vostra veglia –. E anche: – La mia memoria, signore, è come un deposito di rifiuti –. Un cerchio su una lavagna, un triangolo rettangolo, un rombo, sono forme che noi possiamo intuire pienamente; allo stesso modo Ireneo vedeva i crini rabbuffati d’un puledro, una mandria innumerevole in una sierra, i tanti volti d’un morto durante una lunga veglia funebre. Non so quante stelle vedeva in cielo. ..."

5 dicembre 2015

Los detectives de Jorge Luis Borges

Buenos Aires, Biblioteca Nacional de la República Argentina. 
Per tanti anni Germán Álvarez e Laura Rosato, due impiegati della Sala del Tesoro e dell'Archivio Istituzionale, hanno cercato nei labirinti sotterranei della biblioteca, tra migliaia e migliaia di libri e riviste, le tracce lasciate dallo scrittore che fu direttore dell'istituto dal 1955 al 1973.  Un'investigazione pazzesca, ma anche una detection che rivela quanto ne sia valsa la pena.
Nel 2010 la biblioteca ha pubblicato il primo volume di Borges, libros y lecturas, «catalogo che raccoglie la metà dei mille libri trovati da Rosato e Álvarez, una collezione superata solo dai tremila volumi della fondazione Borges. [...] Il catalogo riporta in ordine alfabetico i libri della collezione e la trascrizione degli appunti di Borges su ogni libro, e infine elenca i saggi e i testi narrativi in cui Borges riversò quelle letture. L'ultima fase di questo lavoro è cominciata nel 2005. Álvarez, incuriosito si chiedeva: "È possibile che Borges sia un grande plagiatore?". Non ci ha messo molto a capire di avere tra le mani la prova materiale di una tesi sempre sostenuta dalla critica: la letteratura di Jorge Luis Borges è una messa in scena intertestuale».
Cose che racconta (benissimo) Mónica Yemayel in I detective di Borges, lungo e approfondito articolo sull'appassionato lavoro di Germán Álvarez e Laura Rosato pubblicato in Internazionale 27 nov/3 dic 2015, n. 1130 - anno 23, pp. 68-72
Fonte immagini: Gatopardo

10 novembre 2015

Da qualche tempo

[Da qualche tempo, quando capita di rileggerla, mi domando se Borges, oggi, avrebbe riscritto l'ultimo verso...]

Los Justos

Un hombre que cultiva un jardín, como quería Voltaire.
El que agradece que en la tierra haya música.
El que descubre con placer una etimología.
Dos empleados que en un café del Sur juegan un silencioso ajedrez.
El ceramista que premedita un color y una forma.
Un tipógrafo que compone bien esta página, que tal vez no le agrada.
Una mujer y un hombre que leen los tercetos finales de cierto canto.
El que acaricia a un animal dormido.
El que justifica o quiere justificar un mal que le han hecho.
El que agradece que en la tierra haya Stevenson.
El que prefiere que los otros tengan razón.
Esas personas, que se ignoran, están salvando el mundo.


Fotogramma da Le fiamme di Nule (2010) di Carolina Melis

8 dicembre 2013

A viva voce

Cuentan que Ulises, harto de prodigios,

 lloró de amor al divisar su Itaca

 verde y humilde. El arte es esa Itaca

 de verde eternidad, no de prodigios.

J.L.B.

14 aprile 2010

Milonga di Calandria


In riva dell'Uruguay
mi ricordo del bandito
che l'attraversò, afferrato
alla coda del cavallo.

Servando Cardoso il nome,
lo chiamavano Calandria;
non lo sbiadiranno gli anni
che sbiadiscono ogni cosa.

Non era dei fini che 
usan armi da grilletto;
gli piaceva cimentarsi
nella danza del coltello.

Lo sguardo fisso negli occhi,
sapeva parare la 
più abile coltellata.
Beato chi l'ha veduto!

Non così beati quelli
il cui ultimo ricordo
fu il brusco passo in avanti
ed il coltello che affonda.

Sempre la selva e il duello,
petto a petto e faccia a faccia.
Visse uccidendo e fuggendo.
Visse come se sognasse.

Dicono che fu una donna 
a darlo in mano ai nemici;
ma la vita, presto o tardi,
ci tratta allo stesso modo.

Jorge Luis Borges, da Elogio dell'ombra, versione con testo a fronte di Francesco Tentori Montalto, Einaudi, Torino 1977, pp. 87-89.