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19 novembre 2010

Clarté

Era inverno e scendeva la notte. Un vento gelido, che proveniva direttamente dall'Artico, soffiava sul mare d'Irlanda, spazzava Liverpool, sibilava attraverso la pianura del Cheshire (dove i gatti reclinavano le orecchie per il freddo, quando lo sentivano sbuffare nel camino) e, infilandosi attraverso il vetro abbassato, andava a colpire gli occhi dell'uomo seduto nel furgone Bedford. L'uomo non batteva ciglio. (1)

Come si fa a non restare folgorati da un autore che inizia un romanzo in questo modo? Uno che si prende 414 caratteri per descrivere con precisione da climatologo l'arrivo di un soffio di vento sul viso di un uomo che aspetta non si sa cosa chiuso dentro un furgone nella notte?... Mi ricorda il prologo di The Big Leboski, tra l'altro. Insomma, mi è presa male: passata da  Nada a Un piccolo blues (il secondo, Le petit bleu de la côte ouestl'ho letto in lingua originale), con Posizione di tiro sono al mio sesto Manchette nel giro di un mese, una passione trasmessami dallo zombi del cinemino, diciamo pure, che nel corso del tempo ha spesso citato in diversi post del suo blog lo scrittore francese.
Prima di restituirlo alla biblioteca dove l'ho preso in prestito, ricopio (operazione che mi dà gusto quando un libro mi è piaciuto) la nota biografica di Manchette posta in pagine non numerate alla fine dell'edizione Einaudi del 1981 di Posizione di tiro (1981 è la data del copyrigh, a onor del vero, perché l'anno di edizione in Einaudi non viene mai riportato a chiare lettere, cosa che – so per esperienza – puntualmente fa scervellare i bibliotecari catalogatori). Ah, la limpidezza!


"Nato nel 1942, Jean-Patrick Manchette è approdato alla scrittura del noir attraverso la traduzione di autori angloamericani. Mestiere che non abbandonò neanche dopo essere diventato uno scrittore affermato, traducendo tra gli altri Ross Thomas, Robert Rittel, Donald Westlake, Robert Bloch. Il processo di avvicinamento di Manchette al romanzo è passato comunque anche attraverso il cinema e la televisione, per i quali iniziò a scrivere sin dal 1966. Entrato in contatto con la "Série Noire" per una traduzione, pubblicò il suo primo romanzo nel 1971, Laissez bronzer les cadavres, scritto a quattro mani con Jean-Pierre Bastid, con cui aveva già collaborato alla realizzazione del film Salut les copines! nel 1967. Nello stesso anno Manchette pubblicò anche L'Affaire N' Gustro, lucida analisi dell'affare Ben Barka in cui l'autore, additando le responsabilità dello stato e della polizia, rese evidente il suo impegno politico. Dopo essersi imposto anche come critico e saggista, nel 1972 rivelò con il romanzo Nada, trasformato in film da Claude Chabrol l'anno seguente, il senso e le prospettive di tutta la sua opera. Il Nada del titolo è l'espressione cara a Hemingway che, filtrata attraverso John D. MacDonald, indicava le prospettive di tutta la sua opera. Dopo anni di intensa attività in cui Manchette adottò anche diversi pseudonimi scrivendo romanzi erotici, adattamenti a film o novelle per ragazzi, nel 1977 sospese la sua attività di scrittore alla ricerca di una nuova risposta ai rapporti tra forma e contenuto, di una limpidezza della scrittura che rendesse conto, nel linguaggio, della nuova realtà: con l'unica interruzione di questo Posizione di tiro, splendida risposta alla sua esigenza.
Jean-Patrick Manchette è morto nel 1955."

1. Traduzione di Francesco Colombo, per Einaudi.

31 ottobre 2010

Dopo Nada, un piccolo blues

"La prossima volta scrivi un noir", dissi qualche anno fa a uno scrittore di talento che tuttavia lamentava il proprio insuccesso, "scrivi un noir che racconti di una bella signora con i tacchi a spillo di vernice rossa,  che la trovano fatta a fettine come la mortadella in un parcheggio sotterraneo a pagina 1, e a pagina 7 fai fuori una vecchina sordo-muta, femmina mi raccomando, che le donne assassinate le recensiscono più dei maschi bombardati."
Be', sì, scherzavo. Ma sino a un certo punto. Perché la verità è che – se ora sembrano essersi data una calmata all'epoca (parlo di quattro, cinque anni fa), il modaiolo noir italiano andava per la maggiore. Tanto che nella manchette di qualsiasi altro genere di romanzo un romanzo non di genere, appunto potevi semplicemente scrivere "non è un noir", e tanto bastava a distinguerlo. Questo per dire che se non mi entusiasma il concetto è per il semplice motivo che la maggior parte dei romanzi che mi sono capitati tra le mani, nel lungo periodo del librificio noir, erano proprio brutti, costruiti con un'operazione di genere, e in quanto tali palesemente non necessari. Libri di mestiere. Ma i libri, sia chiaro, o sono belli o sono brutti, o sono stupidi o sono intelligenti. Inutile cucinarli su uno schema "semplice", solo perché lo si pensa come tale e tanto è richiesto dal mercato editoriale (che  in Italia ha lavorato alacremente per "semplificare" il gusto dei lettori, bisogna dirlo).
Ma com'è che dopo cotanto disamore per la letteratura di genere mi sono infatuata di Jean-Patrick Manchette? Non scrive noir, Manchette? Il fatto è che davvero, come è stato scritto, "Manchette sta al noir come Eschilo alla fantascienza"...