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24 ottobre 2011

Rivoluzioni di carta

 Se è vero che le rivoluzioni arabe di questo 2011, esattamente come tutte le rivoluzioni, sono scoppiate da un giorno all’altro, è altrettanto vero che non sono nate dal nulla. Certo non le avevano messe in conto quanti, per oltre un decennio, si sono limitati a guardare all’intera regione attraverso l’unico prisma dell’islamismo radicale e, di conseguenza, ne avevano estrapolato l’unica visione possibile, quella di un mondo stagnante, accartocciato su se stesso, storicamente se non geneticamente refrattario alla modernità e alla democrazia. Di sicuro, però, studiosi di altre discipline proponevano, anche loro da più di un decennio, scenari diametralmente opposti. … Nei recenti avvenimenti, in particolare, hanno trovato una conferma alle loro aspettative gli studiosi di letteratura, vuoi perché la narrativa, su cui si concentrano, non è esposta alla luce dei poco generosi riflettori dell’attualità più spiccia o, molto più probabilmente, proprio in virtù della marginalità della materia. Sta di fatto che da un’analisi anche solo quantitativa della recente produzione letteraria araba si evinceva con chiarezza che la realtà aveva travalicato gli stereotipi più correnti. … 
Da: Elisabetta Bartuli, "Rivoluzioni di carta". Continua in Arabook.it del 13 ottobre 2011.

4 maggio 2011

Vivo o morto. Vivi

"I giovani protagonisti delle sommosse arabe chiedono ben altro: non un nemico esistenziale (lo hanno avuto per decenni: erano l'America e Israele), ma costituzioni pluraliste, leggi uguali per tutti, separazione dei poteri. Non è detto che riescano: il dispotismo li minaccia, cominciando da quello integralista. Ma per difenderci dal demone di Frankenstein non possiamo sperare che in loro."
Barbara Spinelli, "Il Mostro di Al Qaeda", La Repubblica, 4 maggio 2011.

11 febbraio 2011

LA MUMMIA SI È DIMESSA

IN ALTO I CUORI!




Hanno vinto i ragazzi di Tahrir!
Hosni Mubarak si è dimesso, nel Venerdì dell’Addio, nel 18mo giorno della rivoluzione del 25 gennaio. Hanno vinto i ragazzi che erano nati, cresciuti, vissuti sotto l’era Mubarak e che gli hanno imposto di lasciare: la sedia, il potere, il Cairo. Hanno vinto i ragazzi egiziani perché hanno portato per mano fratelli maggiori, padri, madri, nonni, sino a piazza Tahrir. Con tenacia, intelligenza, pazienza, nonviolenza. Alla faccia di chi li ha descritti come naive.
I ragazzi, i blogger, la generazione Facebook, i disoccupati, i poveri, gli universitari hanno vinto, sfidando un regime e un sistema. Sfidando le strategie regionali, l’Occidente, la paura (vera? presunta? instillata?) dell’islam politico, la Realpolitik a tavolino, l’uso di categorie anziane… Hanno vinto, con tenacia e coraggio.
Poi, tra un’ora o due, penseremo e rifletteremo sul passaggio dei poteri alle forze armate (e dunque non a Omar Suleiman). Ma ora onore ai ragazzi, a una generazione che ha trascinato il popolo in piazza. Agli invisibili di cui finalmente ci siamo accorti. A me, a quasi cinquant’anni, questi ragazzi hanno dato una lezione di vita. E non posso non dire loro “grazie”, shukran ya shabab, dal più profondo del mio cuore.
Paola Caridi, vedi Invisibile Arabs

31 gennaio 2011

Cartoline dall'Egitto

Ma perché anticipare i fatti? Shagar non ha ancora visto il cordone di sicurezza intorno all’università, i manganelli, i lacrimogeni, il fumo e il fuggifuggi generale. 
Né ha notato quel contadino olivastro, povero e giovanissimo che indossava la divisa militare e stava in piedi fuori del recinto, con la canna del fucile infilata tra due sbarre, per puntarla pazientemente verso i manifestanti, quasi avesse imparato il mestiere andando a caccia di capriolo con un nobile europeo del Medio Evo. Lei non è stata ancora colpita da un manganello che le avrebbe lasciato un segno blu sul braccio destro. Quella Shagar viene dopo. La Shagar di adesso ha diciassette anni ed è una matricola del Dipartimento di Storia.
Si era davvero iscritta a quel corso di studi, solo perché era stata influenzata in tal senso dal professore che aveva avuto a scuola per tre mesi? Difficile stabilirlo: tante cose possono succedere in pochi giorni, quindi figuriamoci in cinque anni di vita di una ragazzina che era cresciuta amando i libri come un topolino di biblioteca. Un giorno, mentre stava in quella della sua scuola, le era capitato tra le mani un volume sulle leggende egiziane antiche. Da lì era passata a tutti gli altri testi disposti nella stessa fila e, alla fine, aveva scelto di studiare Storia all’università.
Agosto 1967. A tavola, durante il pranzo, suo padre avrebbe annunciato la notizia, ridendo:
– Una laurea con la lode e la menzione di merito.
Lei non rise. Senza dire niente, andò a rinchiudersi nella sua stanza.

Anno accademico 1967-1968. Shagar era tutta concentrata sugli studi dell’anno preparatorio del magister, il titolo per l’abilitazione alla docenza universitaria. Andava e veniva dalla sua facoltà. Frequentava le lezioni e la biblioteca. Leggeva, riempiva le schede di citazioni e note, consegnava la ricerca che le era stata assegnata, puntuale ed efficiente come una macchina. Ma la sua anima che fine aveva fatto? Se ne era andata via alla chetichella per appartarsi in un posto lontano. Lei non si arrabbiava, non piangeva, né prendeva una pausa. Nei giornali, alla radio e sulle bocche dei parenti e dei vicini circolavano tanti discorsi sul Sinai e sui soldati dispersi in mezzo al deserto. Lei captava tutto e tirava avanti per la sua strada, come se nulla fosse.
– Perché hai cambiato idea? – le avrebbe chiesto il suo professore, aggiungendo: – Hai sempre voluto specializzarti in storia faraonica. Che cos’è successo di nuovo?
Gli avrebbe semplicemente risposto:
– Studierò Storia Moderna. Credo che sia quello che voglio.
Qualche anno dopo, Shagar avrebbe indicato quella svolta con l’espressione ‘inversione a U’: era un cambiamento netto e integrale, come quando, in macchina, sterzi tutto a sinistra per percorrere la stessa strada in senso contrario. Si era procurata tre scatoloni di cartone per riporvi i testi di storia, mitologia e architettura dell’antico Egitto che avrebbe tolto dagli scaffali: vi erano quelli dello studioso egiziano Salìm Hassan, con le copertine sbiadite che riportavano soltanto il nome dell’autore; quelli francesi e inglesi, con le copertine lucide decorate da perfette riproduzioni di particolari delle Valli dei Re e delle Regine; quelli che aveva comprato da quando aveva undici anni; quelli che aveva fotocopiato dalla biblioteca dell’università e poi rilegato con delle copertine rigide di color verde oliva, confezionate da un artigiano della zona di al-Azhar, vecchio amico di suo nonno ‘Abd al-Ghaffàr che glielo aveva indicato. Sistemati tutti quei libri negli scatoloni, lei si era guardata intorno. Missione non ancora compiuta: restavano da sistemare i quadri. Erano delle semplici riproduzioni su carta che aveva fatto incorniciare. A questo scopo lei le aveva arrotolate e legate con un nastro sottile per portarle in un negozio del centro. Dopo quindici giorni le aveva riprese in consegna: erano quattro grandi quadri, ognuno racchiuso in una cornice e protetto da un vetro. Li aveva portati a fatica fino alla via principale, dove le erano passati davanti tre tassì, con gli autisti che rifiutavano di tirarla su insieme a quel carico. Finalmente, ne era giunto uno di buon cuore che aveva accettato di accompagnarla e quindi l’aveva anche aiutata ad arrivare con i quadri fino alla porta di casa.
Sopra il letto, proprio di fronte alla porta della stanza, aveva appeso l’immagine di Maat, la signora con la bilancia, dea della verità e della giustizia. Quella figura femminile guardava alla propria destra. Seduta alla scrivania, Shagar riusciva, con una piccola rotazione a manca, a vedere il viso di Maat che, rivolto tutto in una direzione, lasciava in mostra solamente il profilo sinistro. La lunga piuma di struzzo, messa in posizione verticale, era tenuta ferma da un nastro rosso legato intorno alla testa della dea, all’altezza della fronte. Iscrizioni geroglifiche apparivano sullo sfondo.
Sulla parete a sinistra, proprio dietro di lei quando stava alla scrivania, si trovavano altri due quadri: il primo raffigurava Iside. Lo sfondo era celeste, la dea aveva i capelli crema e azzurro, mentre la sua corona, formata dal disco solare e dalle corna di Hathor, era parzialmente dipinta di un giallo ocra misto al colore del legno di rosa, usato anche per il viso, le spalle e le braccia. Iside reggeva lo scettro reale con la mano destra. Accanto alla sua immagine era appesa quella della dea vacca, Hathor, raffigurata insieme al faraone bambino Amenhotep II. Entrambi i loro corpi erano color ocra. I capelli di Amenhotep II e le macchie del manto della vacca – macchie a foggia di stelle rappresentanti le anime dei morti – erano verdi. Seduto sulle ginocchia sotto l’arco formato dal ventre e dalle zampe di Hathor, il piccolo faraone stava su uno sfondo azzurro chiaro, con la testa alzata nell’atto di allattarsi alla mammella. Sopra la sua scrivania Shagar aveva messo l’immagine di Nut, la dea del cielo. Era una donna che toccava la terra, da un lato, con le punte delle mani, e dall’altro, con quelle dei piedi. Le gambe, le braccia e il fusto decorato da stelle formavano un arco, circondato dal corpo del suo fratello e sposo, Geb. Dio della terra, quest’ultimo le giaceva nel grembo, mentre le piante gli crescevano sulla schiena.
Shagar tirò giù i quadri, li avvolse in un lenzuolo e li legò insieme. Prese la copia del papiro di Ani che teneva sempre sulla scrivania, e la buttò in uno dei tre scatoloni. Chiese a sua madre di aiutarla a spostarli fuori della stanza. Poi si procurò una scala, per portarli uno a uno nel solaio. Sua madre le domandò allora perché stesse facendo tutto ciò, lei borbottò delle parole incomprensibili. Tornata nella sua camera, si guardò in giro: ormai non vi era rimasto più niente, eccetto gli scaffali con sopra qualche vocabolario, la piccola libreria completamente vuota, la scrivania, il letto e la toeletta. La stanza sembrava spoglia, misera e fredda. Lei si sdraiò sul letto e si addormentò.

Una cartolina colorata, grande quanto il palmo di una mano, infilata sotto il vetro della scrivania: raffigurava l’enorme bilancia con i due piatti che Thot, il dio della scienza, era fermo in piedi a osservare, tenendo i suoi fogli nella mano sinistra e la penna nella destra. Shagar si accorgeva ora di avere dimenticato di togliere quell’immagine il giorno prima. La guardò e decise di lasciarla lì.
Radwa Ashur, Atyàf. Fantasmi dell’Egitto e della Palestina, traduzione dall’arabo di Patrizia Zanelli, Ilisso, Nuoro 2008, pp. 43-46.


28 gennaio 2011

Hello, Radwa!

Dopo aver provato invidia per i tunisini, ora sognano che Il Flaccido faccia la fine dello zio di Ruby. Intanto qui, dai villaggi alle metropoli, di guidatori di ruspe neanche l'ombra.