Lo scirocco rende più nitide le forme e spegne i colori, donando alla natura un aspetto pensoso, accentuandone le caratteristiche del suo lato più dark. Ora è arrivato il fresco maestrale a restituire ai colori del mare e delle colline lo splendore più pieno, la brillantezza, insieme a più lievi pensieri. Ciò detto, io amo tutti i venti e i loro nomi.
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12 luglio 2019
1 luglio 2019
Altair
Ieri notte, l'incontro fortuito di due appassionati astronomi, che hanno improvvisato un piccolo osservatorio in viale Ciusa, ha reso magica la fine di una giornata particolarmente lunga. Meravigliosi Giove e Saturno, ma chi mi ha fatto innamorare non è un pianeta, bensì una stella che non sentivo nominare da quand'era vivo mio padre, anche lui, per passione, osservatore della volta celeste nelle notti d'estate e nostra guida. Dico della brillante Altair, stella principale della costellazione dell'Aquila. (Ciao, ba') 🌟
27 giugno 2019
Conflitti o Dei troppi direttori e un solo sax
Per non farsi (soprattutto immeritatamente) del male, sto pensando che quando non si possono evitare bisogna comunque essere attrezzati per proteggersi dalle situazioni conflittuali, che spesso sono improvvise ed esterne a noi, e tuttavia è noi che chiamano.
Intanto che voi fate mente locale sui vostri vissuti, io vi racconto un episodio accadutomi diversi anni fa (il più ameno che mi viene in mente), che se non fosse anche comico, appunto, sarebbe tragico: mi fece stare male per ore.
Premessa:
non accettate mai inviti a festival che abbiano più di un direttore artistico, oppure, se proprio non volete rinunciare, informatevi quanto meno se nel direttivo vigano pace, amore e armonia d'intenti.
Io quella volta non lo feci. Così, un pomeriggio d'estate, in una piazza gremita, nel cuore di un bellissimo paese che ospita un interessante festival, mi ritrovai a conversare intensamente e felicemente con una fantastica poetessa nordafricana francofona (non voglio dare indizi più precisi per una questione di eleganza, diciamo). Tutto bene. Lei brillante e anche un po' pazza, non semplicissima da gestire, ma ero preparata anche agli spigoli e ce la stavamo cavando alla grande. Dopo la conversazione, il reading: lei declamava a memoria nel suo bel francese, io leggevo le stesse poesie in italiano. Ci vennero incontro persino le campane di una chiesa a lato della grande piazza, che a un certo punto presero a rintoccare — e noi a seguite quel ritmo — e il sollevarsi di un volo di rondini. La piazza sembrava incantata. Se non che... io ho mille occhi, purtroppo, e di ciò che ho davanti nulla mi sfugge. Ecco che vedo un movimento strano sulla mia sinistra: è uno dei direttori, che a gesti mi dice di tagliare. Proprio in quel momento la mia istrionica poetessa si è alzata in piedi e sta caricando di passione in suo recital. Inizio a preoccuparmi. Vengo richiamata ancora a sinistra, e nelle labbra del direttore leggo: Dob-bia-mo-pre-pa-ra-re-il-pal-co-per-Ja-mes-Se-ne-se.
Ah, ok, lo so, ma la nostra ora non è scaduta e il pubblico è presissimo.
(Tenete presente che in tutto questo io sto continuando a gestire la situazione sul palco, inseguendo la poetessa che intanto ha preso a saltare di palo in frasca la scaletta delle poesie concordate e che io devo leggere tradotte secondo il mio sistema di bookmarck)... Intanto vedo che dalla destra del palco arrivano altre direttive! È il secondo (ma non in ordine gerarchico) direttore, che con gesti perentori mi dice: Vai, vai, vai, continua... A sinistra il primo ormai sbraita. All'improvviso si attiva anche il mio occhio parietale: mi guardo alle spalle, non mi sto più divertendo, sono anzi tesissima, non vedo l'ora di chiudere... E chiudo. Mettendoci tutto il garbo, certo, ma il sapore della chiusura improvvisa è inevitabile. Prendo in mano il microfono, mi alzo in piedi e dico che quella che sta arrivando è l'ultima poesia perché il nostro tempo è scaduto.
La poetessa mi fulmina con lo sguardo dall'alto del suo metro e ottanta. E all'improvviso capisco che sono tra tre fuochi, anzi: quattro, ché conta anche il pubblico, e che nessuno, alla fine, resterà davvero contento.
In effetti andò così o così sembrò a me, che intanto mi ero fatta venire un tremendo malumore.
Chi non si accorse di nulla fu proprio James, che fece un concerto stupendo.
📚💘🎷🎼
16 febbraio 2019
Romanzi russi
Tutti noi abbiamo vissuto momenti di disperazione di fronte alle prime pagine dei grandi romanzi russi, quando non capivamo chi fosse lo zio e chi il fratello e se la zia fosse la moglie dello zio e se fosse il fratello o l’amico a essere innamorato della figlia e di chi fosse figlia la figlia.
Peter Bichsel, Il lettore, il narrare, traduzione di Anna Ruchat, Comma 22, Bologna 2012, p. 37.
26 ottobre 2018
Il silenzio
Si sente tanto e spesso cianciare del valore del silenzio, quando poi i veri silenziosi, non scordiamocelo, stanno zitti. E non è detto, poi, che il silenzio dei silenziosi sia sempre un bel silenzio, ché a volte, lo sappiamo, di bello non ha nulla, né di vitale. In "La provincia dell'uomo" bene esprime il concetto Elias Canetti, al solito lucido e tagliente come un diamante, al solito contro la morte: "Alcuni raggiungono la loro massima cattiveria nel silenzio", dice. E prova a dargli torto.
19 aprile 2018
Sempre per sempre
Aspettando una persona cara, e cara tra le più care, penso che ritorna chi non è mai partito. La verità. E ancora con Eliot penso che soltanto al ritorno da un lungo errare si può conoscere per la prima volta il luogo da cui si è partiti.
Ed è un invito a partire (sempre), uno a tornare (sempre), ripartire, tornare, ripartire, ritornare... (per sempre).
Ed è un invito a partire (sempre), uno a tornare (sempre), ripartire, tornare, ripartire, ritornare... (per sempre).
13 dicembre 2017
Risveglio, vento, Ikenaga Yasunari
Sveglia che neppure albeggia, nella giornata più corta dell'anno, quanto ho dormito?
Poco, poche ore, insolitamente. Ma sto bene, uguale e nonostante il vento, che fa vibrare i vetri nel lato di casa a nord, e che per un momento riporta a ieri...
"Ci sono tante cose alle quali dovrei pensare, per esempio questo vento, adesso dovrei uscire e camminare nel vento. Non insieme a te, Line, non ti arrabbiare. Camminare nel vento è una cosa che non si può fare altro che da soli, perché c’è una tigre e un pianoforte la cui musica uccide gli uccelli, e la paura può essere dissolta solo dal vento, si sa, io è tanto che lo so."
26 novembre 2017
Dialoghetto per amanti dei classici
– Io, questo... Io, quell'altro...
– ...
– Io, qua... Io, là...
– ...
– Io, poi... Io, noi...
– (lalalalalalala)
– Io, questo... Io, quell'altro...
– ...
– Ma basta parlare di me, vedo che hai capito... Hai capito, vero? VERO?
– Penso di sì.
– Ok, parliamo un po' di te. Posso farti qualche domanda?
– Ma certamente.
– Tu di me cosa ne pensi?
– Che sei scemo.
23 giugno 2017
Raccontino senza fine
Il tedio si aggrumava come afa, non un alito di vento. Da qualche giorno era nell'aria già satura del nulla un'altra guerra piccina quanto chiassosa, ed era tornata la paurina. Per me, che avevo fifa da sempre e lo sapevo, l'estate non esisteva, e ogni stress finiva nel pozzo dove l'assenza di cobalti si era trasformata in cristallo. Elena, invece, che non aveva mai avuto paura, si ostinava a vivere l'estate come la stagione più bella e più attesa, ignorando il tedio, respirando nell'afa, intanto che tutti o quasi tutti erano accaldati nella fittizia battaglia.
L'avevo incontrata un'ultima volta nel grande vivaio sulla strada che da Hanging Rock porta a Calagì, notando subito la sua presenza nella zona degli alberelli, già animata dai visitatori del sabato mattina. Aveva parcheggiato la macchina a lato di un'enorme pila di vasi vuoti. Osservando intorno con circospezione, era entrata nel recinto degli agrumi e scorreva con sguardo lento le piante, passandole in rassegna a una a una. Poi tornava indietro e ricominciava a esaminarle, come a ripetere una danza.
Uscì dall'agrumeto, finalmente, ed entrò in un altro recinto.
La studiavo dalla mia automobile, parcheggiata a lato dell'area degli ortaggi. Il suo sguardo si arrestò per un attimo nella mia direzione, e vedendomi fece cenno con la mano destra come a dire "finisco e ti raggiungo". Riprese la sua danza. Guardò oltre il gabbiotto del guardiano e più in alto, sulla montagna, risalendo per il bosco ceduo sino al cielo e... non una nuvola, pensai, ma cosa guarda?
Ritornò dentro il recinto del vivaio e indicò al ragazzo nove alberelli: un arancio, un limone, un mandarino, una noce, due abeti, un cachi, un ulivo, un ginepro.
Tornata a casa, mi disse poi, li avrebbe sistemati tutti intorno al suo letto. Voleva dormire in una stanza piena di alberi, almeno per un notte.
Lei, non io.
Io voglio solo cambiare status.
2 giugno 2017
Il polso di Sting
Che giornata strana, almeno mi fosse venuto il desiderio di fotografare una pianta, un ciottolo, la pagina di un libro, la scogliera, una stupida vela, il bicchiere sul tavolino della terrazza di Sting. La chiamiamo così, la terrazza di Sting, da quel giorno di tanti anni fa che v'incontrammo Sting, nella terrazza di Sting, e incontrandolo un'altra volta, in una giornata così, forse, almeno, fotograferò di nascosto il bracciale d'argento indiano che porta al polso. Un polso abbronzato, quello destro, un po' più del sinistro, o è l'effetto dell'argento sulla pelle ramata. Anche a me piace sempre, in estate, portare bracciali d'argento, ma sempre e soltanto al polso sinistro. Oggi niente bracciali, nessuna foto. Certo, i polsi sono abbronzati quasi tutto l'anno, ma non tutti i giorni sono strani come questo: le cose, tutte mi sono scivolate tutte addosso. Forse avrei voluto due parole per poterne sentire lo spessore, qualcosa tipo ciao, come stai?, ma non sono arrivate e credo mai, perché oggi, finalmente, realizzo che non sono le cose a non avere più spessore: sono io che scompaio.
30 maggio 2017
Cardinali, enciclopedie, cartoline
Come punti di riferimento ho solo i cardinali. Un po' pochi, me ne rendo conto, ma sono sempre aperta a volermene creare degli altri. Non che abbia grandi speranze, però a quelle piccole ancoro i giorni, a uno a uno.
Queste sono saltate fuori adesso dal primo volume della Storia d'Italia di Einaudi, "I caratteri originali". È proprio vero che le cose le ritrovi quando non le cerchi più.
21 gennaio 2017
Bette zarra
Mi è sempre piaciuta la parola *zarra*, che significa *ghiaia*, ma assume un significato differente se usata in un contesto morale, diciamo, e quindi, ad es.: "est achende zarra" (sta facendo ghiaia), "agambandhela de acher zarra" (smettila di fare ghiaia), "bette zarra!" (che ghiaia!). Insomma, è usata anche nel senso di gazzarra (dall'arabo ghazāra ‘profusione’, sec. XIV), e quindi "chiasso", "confusione".
In questo senso *zarra* è un onomatopeico, no? Non è facile, infatti, camminare in un vialetto di ghiaia senza fare zarra.
Più o meno, con riserva di cantonate, sempre per restare in tema edile... e anche perché codesto post è dedicato a una preda!
In questo senso *zarra* è un onomatopeico, no? Non è facile, infatti, camminare in un vialetto di ghiaia senza fare zarra.
Più o meno, con riserva di cantonate, sempre per restare in tema edile... e anche perché codesto post è dedicato a una preda!
17 gennaio 2017
Lascia che fiocchi
– Tziu Juva', es vrittu e vorzis viocat.
– La legna ce l'ho, il capretto pure. Lascia che fiocchi.
Gasi navat su poveru Juvanne Mele.
– La legna ce l'ho, il capretto pure. Lascia che fiocchi.
Gasi navat su poveru Juvanne Mele.
Arribat su nive.
Apustis de un urdu nche lu vìene andandhe in campagna chi nd'una unichedda (sa cocca) a chircare carchi usticciu de ponnere in su ocu.
Mischìnu, no aviat abba in istèrgiu.*
Tziu Meleddhu, muratore, parlava in italiano; diceva "mi cocio un capretto". Il mio amico Italino dice: "Più che altro lo faceva per darsi un atteggiamento signorile, per vantare esperienza in campo edile. Non era sposato, abitava nel rione Gusei, era una persona mite, buona e ottimista, un bel personaggio: chi lo ricorda ne parla con affetto e simpatia."
A Orani, paese di artigiani, era famoso soprattutto per avere detto "maledetta precisione".
*- Zio Giovanni c'è freddo forse nevica.
- La legna ce l'ho, il capretto ce l'ho. Lascia che fiocchi.
Così rispose il povero Juvanne Mele. Venne la neve. Dopo un po' lo videro andare per le campagne con una funicella a cercare qualche sterpo da bruciare nel camino.
Poverino, non aveva acqua nella brocca.
Apustis de un urdu nche lu vìene andandhe in campagna chi nd'una unichedda (sa cocca) a chircare carchi usticciu de ponnere in su ocu.
Mischìnu, no aviat abba in istèrgiu.*
Tziu Meleddhu, muratore, parlava in italiano; diceva "mi cocio un capretto". Il mio amico Italino dice: "Più che altro lo faceva per darsi un atteggiamento signorile, per vantare esperienza in campo edile. Non era sposato, abitava nel rione Gusei, era una persona mite, buona e ottimista, un bel personaggio: chi lo ricorda ne parla con affetto e simpatia."
A Orani, paese di artigiani, era famoso soprattutto per avere detto "maledetta precisione".
*- Zio Giovanni c'è freddo forse nevica.
- La legna ce l'ho, il capretto ce l'ho. Lascia che fiocchi.
Così rispose il povero Juvanne Mele. Venne la neve. Dopo un po' lo videro andare per le campagne con una funicella a cercare qualche sterpo da bruciare nel camino.
Poverino, non aveva acqua nella brocca.
9 gennaio 2017
Nevrosi
Quando prendo in mano l'ago e il filo per attaccare un bottone ci metto delle ore, per via del troppo filo (con poco filo non c'è gusto), e siccome mi dispiace sprecarlo, attaccato l'uno mi metto alla ricerca di altri bottoni da rafforzare, e tiro giù dall'armadio tutte le camicie e i cappotti.
Cambio filo, e di nuovo, ancora, è sempre lunghissimo, così rafforzo pure dove, forse, non ce n'è così bisogno. Cambio filo. Stacco, sposto, riattacco. È ancora lunghissimo. Allora mi dispero, perché ho finito di controllare e rafforzare tutti i bottoni degli indumenti contenuti negli armadi di casa. Prendo, allora, a suonare i campanelli delle case dei vicini: "Avete bottoni da attaccare?".
Ho il tavolo pieno di camicie, ne avrò sino a Carnevale. Cambio colore. È lunghissimo.
Cambio filo, e di nuovo, ancora, è sempre lunghissimo, così rafforzo pure dove, forse, non ce n'è così bisogno. Cambio filo. Stacco, sposto, riattacco. È ancora lunghissimo. Allora mi dispero, perché ho finito di controllare e rafforzare tutti i bottoni degli indumenti contenuti negli armadi di casa. Prendo, allora, a suonare i campanelli delle case dei vicini: "Avete bottoni da attaccare?".
Ho il tavolo pieno di camicie, ne avrò sino a Carnevale. Cambio colore. È lunghissimo.
29 ottobre 2016
Rosa e crisantemu
Non ho mai creduto – se non, forse, quando ero molto piccola – che mio padre conoscesse tutti i fiori del mondo, pure se lui, indirettamente, diceva di sì quando parlava dei crisantemi: "Su crisantemu es su viore pius bellu 'e su mundhu!" diceva, difendendo dal sorriso divertito di mia madre la coltivazione che ne faceva nell'orto, dove in bella fila, alla fine dell'estate, inziavano a spuntare i fiori bianchi e gialli.
Più tardi, andata a vivere da sola, ogni tanto li portava anche a me in bel mazzetto, i crisantemi dell'orto, in special modo quelli bianchi anticos, come li chiamava, che sono più grandi e rotondi di quelli in vendita nei negozi di fiori. No, a mamma no, naturalmente: per lei portava a casa solo ciclamini, orchidee, rose selvatiche, rametti di corbezzolo e di mirto.
Così è andata che anch'io ho preso ad amarli, i crisantemi, anche se a casa mia non ne ho più avuti dal 1999, e solo li compro per portarglieli insieme alle rose per mia madre. Tra me e le mie sorelle, infatti, con novembre ritorna anche l'aneddoto, per cui "no, a mamma niente crisantemi". Però ricordo di quella volta che, battibeccando ancora sui fiori, per un momento babbo la spuntò sulla bontà della sua coltivazione tirando fuori la carta che dovette credere definitivamente vincente: "Mari', est inoche chi non cumprendimus sas cosas zustas! Badiadìlos sos giapponesos: in Giappone su cristantemu es su viore 'e sa vida!". Il bel viso di mia madre si illuminò di stupore e meraviglia, ma appunto, durò solo un momento, ché pronta rispose: "Ma nd'ana a iscìre meda sos giapponesos!".
Così è andata che anch'io ho preso ad amarli, i crisantemi, anche se a casa mia non ne ho più avuti dal 1999, e solo li compro per portarglieli insieme alle rose per mia madre. Tra me e le mie sorelle, infatti, con novembre ritorna anche l'aneddoto, per cui "no, a mamma niente crisantemi". Però ricordo di quella volta che, battibeccando ancora sui fiori, per un momento babbo la spuntò sulla bontà della sua coltivazione tirando fuori la carta che dovette credere definitivamente vincente: "Mari', est inoche chi non cumprendimus sas cosas zustas! Badiadìlos sos giapponesos: in Giappone su cristantemu es su viore 'e sa vida!". Il bel viso di mia madre si illuminò di stupore e meraviglia, ma appunto, durò solo un momento, ché pronta rispose: "Ma nd'ana a iscìre meda sos giapponesos!".
(Ciao mamma, ciao babbo.)
![]() |
| Tina Modotti, Rose, Messico 1924 |
27 ottobre 2016
13 ottobre 2016
Sull'abbronzatura dei provocatori del nulla
L'abbronzatura dei provocatori del nulla è particolarmente
fosforescente. Dà sul verdino, con sfumature giallo ocra che lasciano
intravedere dei pois che sfumano verso il viola. Ma terso. Ter-so. Un
capolavoro di ingegneria termo nucleare apotropaica senza capo né coda. I
provocatori abbronzati sono una sagoma sagomata verso il tendine che
balla come un fiore delicato sopra un treno in corsa verso il
vattelapesca, ma appena attenuato dalla noia che scaturisce senza se e
senza ma, incontrollabile come un. U.n., ripeto, ma anche n.u., perché
sono attirati dai palindromi, oltre che dalle creme solari. Grazie,
buonasera.
10 ottobre 2016
Autunno a Bidderosa
Non ricordo più da chi ho sentito questa storia quando ero bambina; forse dalla catechista, o forse alla radio, magari a Cararai. Non so. Fatto sta che di tanto in tanto, pur essendomi sottratta ormai da tempo immemore da ogni catechesi e pure da tutti i Cararai, mi torna in mente come un invito alla rassegnazione o a una resa sfinita alle cose non volute e involute, ma troppo più grandi della mia capacità di contrastarle.
– Signore, hai detto che non mi avresti mai abbandonata, ma mi sono voltata e ho visto solo le mie orme sulla spiaggia.
8 ottobre 2016
Danzatrice
Entra in studio e mi fa:
"Per cortesia, mi vedi se la danzatrice che sta ballando con Roberto Bolle è la figlia di Massimo Ranieri?".
"Come sia chiama?"
"Luisa".
E e mi appresto a digitare (un po' seccata, mi ha disturbato): Lu i sa Ca l...
"No, ho detto Ranieri"
"Ma scusa, non è la figlia di Giovanni Calone?"
"Ahahahah!"
E ride, o scemm e guerr.
12 agosto 2016
Lui
D'improvviso è nuvolo e si sente tuonare in lontananza: sta per arrivare un temporale d'agosto. Chiaro, non può essere di settembre, penso, e temporeggio. Ma intanto sento che il pensiero di lui sta occupando tutta la mia mente: "è giunta l'ora... è giunta l'ora...".
Sì, in effetti è arrivato il momento di fare pace, ma ancora non realizzo. Il fatto è che non ne ho voglia: perché devo fare sempre io il primo passo...?
Sento che sto per arrendermi all'idea di non avere scelta, se non voglio che la situazione peggiori sino a costringermi a riavvicinarmi sotto il solleone. E dunque mi avvio, mogia mogia, facendo leva sul rumore consolante dei tuoni. "Eccomi qua – lo saluto, vinta ma non convinta –, riprendiamo il discorso abbandonato da troppe settimane?"
Mi guarda in cagnesco, ma devo farmi coraggio; vado avanti: "Senti, tu devi solo ringraziare il temporale, altrimenti col cavolo che tornavo da te!"
E a queste parole sento già le camicie cantare contente (le maledette...), e il cielo che menomale vien giù.
Sì, in effetti è arrivato il momento di fare pace, ma ancora non realizzo. Il fatto è che non ne ho voglia: perché devo fare sempre io il primo passo...?
Sento che sto per arrendermi all'idea di non avere scelta, se non voglio che la situazione peggiori sino a costringermi a riavvicinarmi sotto il solleone. E dunque mi avvio, mogia mogia, facendo leva sul rumore consolante dei tuoni. "Eccomi qua – lo saluto, vinta ma non convinta –, riprendiamo il discorso abbandonato da troppe settimane?"
Mi guarda in cagnesco, ma devo farmi coraggio; vado avanti: "Senti, tu devi solo ringraziare il temporale, altrimenti col cavolo che tornavo da te!"
E a queste parole sento già le camicie cantare contente (le maledette...), e il cielo che menomale vien giù.
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