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2 giugno 2017
28 maggio 2017
Fino alla fine coraggiosi
I boschi bruciavano –
e loro
s'intrecciavano le mani intorno al collo
come mazzi di rose
la gente correva nei rifugi –
lui diceva mia moglie ha capelli
in cui ci si può nascondere
avvolti nella stessa coperta
sussurravano parole prive di vergogna
litania d'innamorati
Quando il pericolo era grande
si saltavano negli occhi
chiudendoli forte
così forte da non sentire il fuoco
che gli arrivava alle ciglia
fino alla fine coraggiosi
fino alla fine fedeli
fino alla fine somiglianti
come due gocce
sospese sull'orlo d'un viso
Zbigniew Herbert, "Due gocce", in: Rapporto dalla città assediata, a cura di Pietro Marchesani, con un saggio di Iosif Brodskij, Adelphi, Milano 1993.
s'intrecciavano le mani intorno al collo
come mazzi di rose
la gente correva nei rifugi –
lui diceva mia moglie ha capelli
in cui ci si può nascondere
avvolti nella stessa coperta
sussurravano parole prive di vergogna
litania d'innamorati
Quando il pericolo era grande
si saltavano negli occhi
chiudendoli forte
così forte da non sentire il fuoco
che gli arrivava alle ciglia
fino alla fine coraggiosi
fino alla fine fedeli
fino alla fine somiglianti
come due gocce
sospese sull'orlo d'un viso
Zbigniew Herbert, "Due gocce", in: Rapporto dalla città assediata, a cura di Pietro Marchesani, con un saggio di Iosif Brodskij, Adelphi, Milano 1993.
19 maggio 2017
18 maggio 2017
30 aprile 2017
Amargura
Ó gente da minha terra
Agora é que eu percebi
Esta tristeza que trago
Foi de vós que recebi
Agora é que eu percebi
Esta tristeza que trago
Foi de vós que recebi
27 dicembre 2016
21 ottobre 2016
Musica e sabir
Musica e
pensiero, oltre le gabbie etnocentriche che imbrigliano l’arte, le
terre e l’abitare il mondo; una musica non "etnica", bensì – con provocazione
fonetica e filosofica lieve – "etica", in simpatia con i popoli stanziali o
erranti del pianeta. Così la costa della terra immaginta da Alberto Cabiddu e i Fortun de Serau nell'ottimo cd Ethic music from Sardistan diventa un luogo i cui confini sono accarezzati da un raffinato linguaggio musicale sospeso fra memoria e
sogno.
I
temi dei 14 brani sono quelli del viaggio e della nostalgia, della
passione e della ricerca di sè, dell'attraversamento di
labirinti fortunati ed estatici, della percezione del mistero
dell’amore, dell'umanità sospesa tra arrivo e partenza. Al ritmo della
kalimba e degli udu drums accompagnati dal violoncello, dalla chitarra,
dall’harmonium, dalla melodica, dalle launeddas e benas, si alza
ipnotica la voce di Cabiddu, che da canto solo si sdoppia,
rimandando al collettivo dei canti barbaricini e a diverse, ritmiche
coralità al confine tra Sardegna e Maghreb, Caucaso e Asia centrale, con
citazioni di Astor Piazzolla.
Il progetto della formazione Fortun de Sarau
si snoda con un primo canto tradizionale sardo, Andimironnai,
che già rivela una spinta creativa potente, sfociando in
un folklore immaginifico e bizzarro, in una babele di idiomi sonori e musicali che nei modi e nei ritmi evocano la cultura millenaria a cui appartiene anche la tradizione dell'isola: nella danza, nel canto
corale e persino nelle "note" delle onde marine, dei venti, degli aerofoni
palustri.
Le
musiche del repertorio tradizionale, sia riarrangiate e sia originali,
sono di Alberto Cabiddu, che propone composizioni in cui anche la rielaborazione dei motivi sardi arcaici evita quell'inciampo che a
volte si coglie nelle sperimentazioni e sfocia, invece, in un
linguaggio di grande nitidezza. Quasi tutti i testi delle canzoni sono
in sardo: le strofe amorose di Andimironnai a Passu Torrau, In Ora Mala; la bellissima Cantu cuadu; S’Arredu, Dilliri, Su Faddidorgiu, In Bonora. In altre diverse lingue i brani Tauron de Furas, il celebre cantico Santa Maria strela dò Dia, Mariama Nega; mentre in Sid Yhs’Ag sa’Ahdorah
– che parla di un libro sacro e del miracolo del ridere – siamo di
fronte a una lingua sconosciuta, che vorrebbe, forse, evocare il sabir, la lingua franca che si sviluppò nel Mediterraneo orientale sul finire
del Medioevo per mettere in contatto i tanti parlanti di estrazione
diversa, le cui rotte commerciali e sapienziali s’incrociavano nel Mare
Bianco (così chiamavano il Medterraneo le popolazioni arabe).
I Fortun de Sarau, dunque, sono: Alberto Cabiddu (voce,
kalimba, udu, riq, percussioni, harmonium), Carlo Cabiddu (chitarra e
voce), Gianluca Pischedda (violoncello e voce), Massimo Cau (armonium,
benas, melodica e voce), Alessandro Garau (batteria e percussioni). Il
cd contiene anche 8 stampe illustrate dal pittore cagliaritano Giorgio Polo ed è prodotto
da Gianni Menicucci per Tajrà, un'etichetta indipendente che si è già caratterizzata come un laboratorio di ricerca: tra le sue produzioni nate dall’incontro di musica, letteratura e poesia orale, sono memorabili gli
album Tajrà, la voce creativa e Tajrà, la voce della memoria, contenenti, tra gli altri brani, un Duru duru bittese per la preziosa voce di Tomasella Calvisi, un'imponente Sa Pastorina di Su Concordu Lussurzesu, l'ironica Pibere in sambene del coro polifonico femminile di Fonni Su Veranu, la bella voce di Paola Giua in Cant dels occels, rielaborazione di un classico corso di Iskeliu, ensemble fondato dal colto musicista e ricercatore tempiese
Sandro Fresi, la voce ormai di repertorio di Maria Multineddu, classe 1910, cantante e chitarrista di Tempio Pausania scomparsa a 90 anni, interprete
impareggiabile di antichi moduli come la "graminatogghja", un'artista che ancora oggi incanta gli
appassionati del cantu a chiterra. (Bastiana Madau)
20 maggio 2016
22 febbraio 2016
30 gennaio 2016
15 novembre 2015
22 settembre 2015
18 agosto 2015
19 luglio 2014
Sidun (Sidone)
"Sidone è la città libanese che ci ha regalato oltre all'uso delle lettere dell'alfabeto anche l'invenzione del vetro. Me la sono immaginata, dopo l'attacco subito dalle truppe del generale Sharon del 1982, come un uomo arabo di mezz'età, sporco, disperato, sicuramente povero, che tiene in braccio il proprio figlio macinato dai cingoli di un carro armato. /.../ La piccola morte a cui accenno nel finale di questo canto, non va semplicisticamente confusa con la morte di un bambino piccolo, bensì va metaforicamente intesa come la fine civile e culturale di un piccolo paese: il Libano, la Fenicia, che nella sua discrezione è stata forse la più grande nutrice della civiltà mediterranea." (Fabrizio De Andrè)
24 maggio 2014
Cuore di cane
Certamente la violenza esiste. Un uomo è insieme libertà e fatticità: egli è libero, ma non di quella libertà astratta che ponevano gli Stoici, è libero in situazione. Si deve distinguere qui, come ci suggerisce Descartes, la sua libertà e la sua potenza; la sua potenza è finita, e dall'esterno è possibile aumentarla o ridurla: si può gettare un uomo in prigione, farlo uscire, tagliargli un braccio, prestargli delle ali. Ma la sua libertà rimane in ogni caso infinita; l'automobile e l'areoplano non mutano in nulla la nostra libertà e nemmeno le catene dello schiavo subiscono mutamenti: liberamente egli si lascia morire o raccoglie le proprie forze per vivere, liberamente si rassegna o si ribella, sempre si supera.
La violenza può agire soltanto sulla fatticità dell'uomo, sulla sua esteriorità. Anche quando lo ferma nel suo slancio verso il suo fine, la violenza non lo colpisce nel suo stesso cuore; infatti egli è ancora libero di fronte al fine che si proponeva; voleva la sua riuscita senza confondersi con essa, può trascendere il suo fallimento come avrebbe trasceso il suo successo. Ecco perché, anche, un uomo fiero rifiutava la pietà come rifiutava la gratitudine: egli non è mai appagato, ma non è mai disarmato, non vuole che lo si compianga: è al di là della sua felicità, come della sua infelicità.
Simone de Beauvoir, Pirro e Cinea, in: Per una morale dell'ambiguità, traduzione di Andrea Bonomi, Garzanti, Milano 1975, p. 169.
22 maggio 2014
3 febbraio 2014
13 agosto 2013
Torrandi
Benit sa mala strasura
pruini e pampas portendi
braxa e cinixu lassendi
disassussegu e tristura
In custas terras drommias
funt morendi is isperas
in is frunzas cuas penas
feridas e timorias
Beni torrandi babbai
ai custas pedras antigas
ai custas leas chi istimas
beni torrandi a gherrai
Nara tui si s'ofesa
as a podi perdonai
e a custas terras torrai
onori, paxi e bellesa
Viene la perfida tempesta
portando polvere e fiamme
lasciando braci e cenere
sconforto e tristezza
In queste terre addormentate
muoiono le speranze
dentro le rughe nascondi
pene, ferite e paure
Vieni, torna, padre
a queste antiche pietre
a queste zolle che ami
vieni, torna a combattere
Dimmi tu se potrai
perdonare le offese
e a queste terre ridare
onore, pace e bellezza
pruini e pampas portendi
braxa e cinixu lassendi
disassussegu e tristura
In custas terras drommias
funt morendi is isperas
in is frunzas cuas penas
feridas e timorias
Beni torrandi babbai
ai custas pedras antigas
ai custas leas chi istimas
beni torrandi a gherrai
Nara tui si s'ofesa
as a podi perdonai
e a custas terras torrai
onori, paxi e bellesa
Viene la perfida tempesta
portando polvere e fiamme
lasciando braci e cenere
sconforto e tristezza
In queste terre addormentate
muoiono le speranze
dentro le rughe nascondi
pene, ferite e paure
Vieni, torna, padre
a queste antiche pietre
a queste zolle che ami
vieni, torna a combattere
Dimmi tu se potrai
perdonare le offese
e a queste terre ridare
onore, pace e bellezza
Gabriela Ledda
17 febbraio 2013
20 luglio 2012
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