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19 marzo 2018

Paesaggio

Il sole è tramontato, ma la pianura non si spegne. Ricopre la campagna un pulviscolo dorato, poi l’oro impallidisce, la notte si avvicina pian piano, accendendo le stelle. Più tardi sorgerà la luna, e i gufi si lanceranno i loro richiami. Il viaggiatore, davanti a quello che sta vedendo, ha voglia di piangere. Forse prova pena per se stesso, dispiacere di non essere capace di esprimere a parole che cosa sia questo paesaggio. E dice solo questo: è la notte in cui il mondo può cominciare.
José Saramago, da Viaggio in Portogallo


4 ottobre 2016

Sorpreso da un'immagine di uomini in cammino

Solitamente non faccio caso a chi va e viene dal socialino, a meno che, ovvio, non si tratti di amici e amiche con cui interagisco abitualmente. Nessun problema, dato che per me vale la serena regola che da ogni posto è bene allontanarsi, di tanto in tanto, e impiegare il proprio tempo in altri modi, e poi magari ritornare, per poi riandarsene e, semmai, se se ne ha voglia, ritornare ancora.
Tutto questo popò introduttivo solo per dire che, invece, c'è anche chi è andato e non è mai più ritornato, come un tipo tipone con cui interagivo poco ma che che leggevo sempre, perché scriveva cose bellissime, che quasi mi veniva voglia di conservare. E qualche giorno dopo la morte di José Saramago l'ho fatto, menomale: ho conservato questo, che propongo con alcuni stralci, perché l'originale è lunghissimo, oltre che scritto da dio.
"Quando penso a Saramago e ai suoi romanzi, vengo sorpreso da un'immagine di uomini in cammino. Tantissimi, insieme, chi a piedi, chi su un carro. Non si conoscono, prima di incamminarsi, si conosceranno camminando insieme. Le moltitudini in viaggio sono presenti in tutti o quasi i suoi romanzi storici. [...] Nell'immagine mi si confondono gli operai che andranno a costruire il convento di Mafra, i pellegrini di Fatima tra i quali Ricardo Reis, Giuseppe e Maria incinta che vanno a Betlemme per il censimento. […] Viaggi a volte simili a deportazioni (e il pensiero va a I quaranta giorni del Mussa Dagh), ma sempre illuminati da un affiorare involontario e incontrollato di umanità.
Il viaggio è distanza (sia detto con perspicacia). Quando Hans Castorp sale sulla montagna magica dove il cugino Joachim è ricoverato, si stupisce di come lo spazio generi effetti di oblio che siamo soliti attribuire al tempo, e al tempo solo. I personaggi, anzi gli uomini, di Saramago, rappresentano quegli effetti modificandosi insieme alla storia, anche quando, come nel caso di Ricardo Reis, vogliono difendere il loro spazio, immergendosi in una trincea psicologica. Gli uomini di Saramago sono mobili e continuamente riplasmati dalla storia e dalla loro interazione con la storia. I loro viaggi sono la nostalgia che gli uomini della fine del ventesimo secolo provano, obbligatoriamente, per il viaggio. Infatti, degli uomini di Saramago nessuno viaggia per viaggiare, tutti viaggiano per necessità. Ma nei loro cammini avvertiamo ancora, forse per l'ultima volta, come le cause e gli effetti possano confondersi, e come la necessità che spinge a viaggiare possa essere solo, forse, e ancora, quella del viaggio."


(La foto dalla terrazza di Cala d'Ambra è di ieri sera.)
Cala d'Ambra, 3 ottobre 2016, © Mag

31 maggio 2016

Un problema degli uomini

Vedo dai sondaggi che la violenza sulle donne è l'argomento numero quattordici tra le preoccupazioni degli spagnoli, nonostante si contino tutti i mesi sulle dita delle mani, e sfortunatamente non ci sono sufficienti dita, le donne assassinate da quelli che credono essere i loro padroni. Vedo anche che la società, nella pubblicità istituzionale e in singole iniziative civili, anche se un po' alla volta, si rende conto che è un problema degli uomini e che solo gli uomini lo devono risolvere. Da Siviglia dall’Estremadura spagnola ci è giunta notizia, qualche tempo fa, di un buon esempio: manifestazioni di uomini contro la violenza. Fino a oggi erano soltanto le donne a scendere in piazza per protestare contro i continui maltrattamenti subiti dalle mani dei mariti e compagni (compagni, triste ironia), che, mentre in moltissimi casi prendono la forma di fredda e deliberata tortura, non disdegnano l’assassinio, lo strangolamento, la pugnalata, lo sgozzamento, l'acido, il fuoco. La violenza da sempre perpetrata sulle donne ha trovato nel carcere in cui si è trasformata il luogo della coabitazione (ci rifiutiamo di chiamarla casa), lo spazio per eccellenza per l'umiliazione quotidiana, per il maltrattamento abituale, per la crudeltà psicologica come strumento di dominio. Il problema è delle donne, si dice, e questo non è vero. Il problema è degli uomini, dell’egoismo degli uomini, del malato sentimento possessivo degli uomini, della pigrizia degli uomini, questa miserabile codardia che li autorizza a usare la forza contro un essere fisicamente più debole e a cui è stata sistematicamente ridotta la capacità di resistenza psichica. Qualche giorno fa a Huelva, applicando le regole dei più grandi, alcuni adolescenti di tredici e quattordici anni hanno violentato una ragazza della loro stessa età affetta anche da una deficienza psichica, forse perché pensavano di aver diritto al crimine e alla violenza. Diritto a usare quello che consideravano loro. Questo nuovo atto di violenza di genere, più quelli avvenuti questo fine settimana, a Madrid una ragazzina assassinata, a Toledo una donna di trentatre anni uccisa davanti a sua figlia di sei, avrebbero dovuto far scendere in piazza gli uomini. Forse centomila uomini, solo uomini, manifestando per le strade, mentre le donne sui marciapiedi a lanciargli fiori, questo sarebbe potuto essere il segnale di cui la società ha bisogno per combattere, dal suo interno e senza scrupoli, questa insopportabile vergogna. E la violenza di genere, con o senza la morte, cominci a essere uno dei primi dolori e preoccupazioni dei cittadini. È un sogno, è un dovere. Può non essere un'utopia. 
José Saramago, L'ultimo Quaderno, traduzione di Rita Desti, Feltrinelli, Milano 2010, pp. 134-135. 

5 maggio 2012

E le donne sui marciapiedi a lanciargli fiori

 di José Saramago
"Vedo dai sondaggi che la violenza sulle donne è l’argomento numero quattordici tra le preoccupazioni degli spagnoli, nonostante si contino tutti i mesi sulle dita delle mani, e  sfortunatamente non ci sono sufficienti dita, le donne assassinate da quelli che credono essere i loro padroni. Vedo anche che la società, nella pubblicità istituzionale e in singole iniziative civili, anche se un po’ alla volta, si rende conto che è un problema degli uomini e che solo gli uomini lo devono risolvere. Da Siviglia dall’Estremadura spagnola ci è giunta notizia, qualche tempo fa, di un buon esempio: manifestazioni di uomini contro la violenza. Fino ad oggi erano soltanto le donne a scendere in piazza per protestare contro i continui maltrattamenti subiti dalle mani dei mariti e compagni (compagni, triste ironia), che, mentre in moltissimi casi prendono la forma di fredda e deliberata tortura, non disdegnano l’assassinio, lo strangolamento, la pugnalata, lo sgozzamento, l’acido, il fuoco. La violenza da sempre perpetrata sulle donne ha trovato nel carcere in cui si è trasformata il luogo della coabitazione (ci rifiutiamo di chiamarla casa), lo spazio per eccellenza per l’umiliazione quotidiana, per il maltrattamento abituale, per la crudeltà psicologica come strumento di dominio. Il problema è delle donne, si dice, e questo non è vero. Il problema è degli uomini, dell’egoismo degli uomini, del malato sentimento possessivo degli uomini, della pigrizia degli uomini, questa miserabile codardia che li autorizza a usare la forza contro un essere fisicamente più debole e a cui è stata sistematicamente ridotta la capacità di resistenza psichica. Qualche giorno fa a Huelva, applicando le regole dei più grandi, alcuni adolescenti di tredici e quattordici anni hanno violentato una ragazza della loro stessa età affetta anche da una deficienza psichica, forse perché pensavano di aver diritto al crimine e alla violenza. Diritto a usare quello che consideravano loro. Questo nuovo atto di violenza di genere, più quelli avvenuti questo fine settimana, a Madrid una ragazzina assassinata, a Toledo una donna di trentatre anni uccisa davanti a sua figlia di sei, avrebbero dovuto far scendere in piazza gli uomini. Forse 100mila uomini, solo uomini, manifestando per le strade, mentre le donne sui marciapiedi a lanciargli fiori, questo sarebbe potuto essere il segnale di cui la società ha bisogno per combattere, dal suo interno e senza scrupoli, questa insopportabile vergogna. E la violenza di genere, con o senza la morte, cominci a essere uno dei primi dolori e preoccupazioni dei cittadini. È un sogno, è un dovere. Può non essere un’utopia." 

14 luglio 2010

Simon Mago e Altamante



Kon ovla so mutavia
kon ovla?
Ovla kon ascovi.
Me gava palan ladi,
me gava
palan bura ot croiuti.

Chi sarà a raccontare
chi sarà?
Sarà chi rimane.
Io seguirò questo migrare,
seguirò
questa corrente di ali.

Condivido le parole con cui Altamante evoca oggi Saramago nella sua pagina facebook, e voglio conservarle in parte qui, prima che scompaiano.
"Personalmente, se ripenso a Saramago e ai suoi romanzi, vengo sorpreso da un'immagine di uomini in cammino. Tantissimi, insieme, chi a piedi, chi su un carro. Non si conoscono, prima di incamminarsi, si conosceranno camminando insieme. Le moltitudini in viaggio sono presenti in tutti o quasi i suoi romanzi storici. ... Nell'immagine mi si confondono gli operai che andranno a costruire il convento di Mafra, i pellegrini di Fatima tra i quali Ricardo Reis, Giuseppe e Maria incinta che vanno a Betlemme per il censimento. … Viaggi a volte simili a deportazioni (e il pensiero va a I quaranta giorni del Mussa Dagh), ma sempre illuminati da un affiorare involontario e incontrollato di umanità.
Il viaggio è distanza (sia detto con perspicacia). Quando Hans Castorp sale sulla montagna magica dove il cugino Joachim è ricoverato, si stupisce di come lo spazio generi effetti di oblio che siamo soliti attribuire al tempo, e al tempo solo. I personaggi, anzi gli uomini, di Saramago, rappresentano quegli effetti modificandosi insieme alla storia, anche quando, come nel caso di Ricardo Reis, vogliono difendere il loro spazio, immergendosi in una trincea psicologica. Gli uomini di Saramago sono mobili e continuamente riplasmati dalla storia e dalla loro interazione con la storia. I loro viaggi sono la nostalgia che gli uomini della fine del ventesimo secolo provano, obbligatoriamente, per il viaggio. Infatti, degli uomini di Saramago nessuno viaggia per viaggiare, tutti viaggiano per necessità. Ma nei loro cammini avvertiamo ancora, forse per l'ultima volta, come le cause e gli effetti possano confondersi, e come la necessità che spinge a viaggiare possa essere solo, forse, e ancora, quella del viaggio."


19 giugno 2010

Molto non è andato via

Parlare della morte di qualcuno cui si è voluto bene, molto bene, rischia di essere solo un esercizio retorico, una proclamazione di memoria e virtù del defunto. L'unico modo che si ha per mantenersi sinceri, è quello di tentare di descrivere lo spazio di vita in più che ti ha dato chi ha finito di respirare. Questo vale la pena fare. Vedere quanto ti è stato sommato alla tua vita, ciò che ti è rimasto dentro, che riuscirai a passare a chi incontrerai, e questo sì, ha il sapore della vita eterna. In fondo molto non è andato via, se molto sei riuscito a trattenere.

Roberto Saviano, Il mio maestro José, La Repubblica, 19 giugno 2010