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25 novembre 2015

Biscotti

È un po' il destino dei segni quello di rimandare ad altri segni, all'infinito, sino a vederne annacquato il significato originario (messicano, in questo caso, legato all'installazione di Elina Chauvet sulla strage delle donne e delle bambine di Ciudad Juarez); com'è anche un po' il loro destino quello di vedere proiettato arbitrariamente il loro senso originario in segni similari, alimentando grandi confusioni (ricordo, ad esempio, una ridicola petizione contro una pubblicità di scarpe rosse di un noto marchio del made in Italy, addittata per avere "espropriato" il simbolo della lotta contro il femminicidio nel fatto di propagandare delle calzature femminili di quel colore). I simboli aiutano a capire, a riconoscere subito di cosa si sta parlando (ma a volte anche no).
Comunque questi biscotti a forma di cuore finemente decorati con la glassa rossa sono molto carini. Ohibò.

21 ottobre 2011

24 settembre 2011

Io speriamo che me la cavo

“Alla costruzione del tunnel tra il Cern ed i laboratori del Gran Sasso, attraverso il quale si è svolto l'esperimento, l'Italia ha contribuito con uno stanziamento oggi stimabile intorno ai 45 milioni di euro."



11 novembre 2010

L'innominabile e il vaso cinese

Il cameriere rompe il vaso cinese, e il padrone esterrefatto gli urla: 
– Ma cos'hai combinato?!
– Ma è solo un vaso… – fa il cameriere.
– Sì, ma è vecchio di 2000 anni!
– Meno male – risponde il cameriere, – pensavo fosse nuovo. 

Plinio sei morto invano. (Dust)

19 ottobre 2010

Paesaggi patetici

Quei lunghi tavoli con le etichette dei nomi, le bottiglie dell'acqua, metri lineari di giacca e cravatta sorridenti, i fiori e nemmeno l'ombra di una donna.

28 settembre 2010

Sono cariche

– Fermatevi, non sparate, le armi sono cariche!
E così venne espresso ciò che tutti sapevano col cuore, ma non volevano accettare con la mente. Una delle cinque pallottole della prima raffica aveva colpito le foglie dell'alloro di gesso sulla loggia, dove l'ultimo console sovietico di Kars, un quarto di secolo prima, guardava insieme al suo cane i film. Perché il curdo di Siirt che aveva sparato non voleva uccidere nessuno. Un'altra pallottola aveva colpito la ringhiera di legno nella parte posteriore della sala, proprio dove era sistemata la telecamera della trasmissione in diretta, su cui una volta si appoggiavano le ragazze armene povere e sognanti che con i biglietti economici assistevano in piedi agli spettacoli dei grupppi teatrali, degli acrobati e delle orchestre di musica da camera che venivano da Mosca. La quarta pallottola aveva bucato la spalliera di un sedile, in un angolo lontano dalla telecamera, e aveva colpito alla spalla il signor Muhittin, il venditore di pezzi di ricambio per trattori e strumenti agricoli, seduto dietro con la figlia e la cognata vedova. In un primo momento anche lui aveva creduto che gli fosse caduto addosso qualcosa dal soffitto, come i pezzi di calce di poco prima, e aveva guardato verso l'alto. La quinta pallottola aveva frantumato la lente sinistra degli occhiali di un nonno che era venuto da Trebisonda a trovare il nipote che faceva il militare a Kars, seduto un po' dietro agli studenti filo-islamici, e gli era entrata nel cervello uccidendolo silenziosamente mentre stava per addormentarsi, senza fargli capire che stava morendo; poi gli era uscita dalla nuca e attraverso la spalliera del sedile era finita dentro un uovo sodo nel sacchetto del ragazzo che vendeva pane e uova, un bambino curdo di dodici anni che proprio in quel momento stava allungando degli spiccioli tra le file. /…/
Neanche il maggiore-ispettore aveva potuto stabilire dove fosse finita una delle palottole partite dalla quarta raffica. Una pallottola aveva ferito un giovane venditore venuto da Ankara a Kars per mettere sul mercato enciclopedie a rate e giochi di società (sarebbe morto due ore dopo per emorragia). Un'altra avrebbe fatto un buco enorme sul muro sotto la loggia privata, dove all'inizio del Novecento si sistemava con la sua famiglia in pelliccia, nelle serate in cui si davano spettacoli teatrali, Kirkor Çizmeciyan, un ricco armeno, commerciante di pellami. Secondo un'affermazione che lascia il tempo che trova, le altre due pallottole entrate in uno degli occhi verdi e nella fronte larga di Necip non l'avevano ucciso subito, e secondo quello che venne raccontato in seguito il giovane, guardando per un attimo il palcoscenico, aveva detto: – Ci vedo!

Orhan Pamuk, Neve, traduzione di Maria Bertolini e Şemsa Gezgin, Einaudi, Torino 2007, pp. 167-169.

17 settembre 2010

Io certe volte

io, questa ironia o simpatia o non so cosa, ma comunque forzata, questo tono di chi spara battute a raffica e prende di mira chi passa con sarcasmo dozzinale, quella certa estrosità chiassosa da villaggio vacanze che sembra avere colonizzato la mente di molti, io certe volte non ce la faccio
Flavio, stasera, nella sua pagina Facebook


8 luglio 2010

L'isola dei balocchi

Tra uno spettacolo e l'altro, sorrisi arrotolati, giovedì patinati, scimmie a casa tua.

Grazie a Fabrizio Gatti per le immersioni.  

2 ottobre 2009

La festa è finita


"Gli skyline nel cuore della notte, gli impianti di climatizzazione che rinfrescano alberghi vuoti nel deserto e la luce artificiale in pieno giorno hanno in sé tutti qualcosa di demente e allo stesso tempo ammirevole: il lusso incurante di una civiltà ricca, ma forse spaventata di veder spegnersi le luci tanto quanto lo era il cacciatore nella notte primigenia." (Jean Baudillard, 1989)

In esergo a: Richard Heinberg, La festa è finita. La scomparsa del petrolio, le nuove guerre, il futuro dell'energia; traduzione dall'inglese di Nazzareno Mataldi. Fazi, Roma 2004, p. 3.

14 settembre 2009

Cunski, Voriais Sparadis, Yvonne A…

È stato filmato sabato pomeriggio a 483 metri di profondità, a 20 miglia al largo di Cetraro (Cosenza), il relitto della nave fantasma, il cui naufragio non era mai stato dichiarato.
Si tratterebbe della Cunski, uno dei vascelli dei veleni affondati nel Mediterraneo, carichi di rifiuti tossici e radioattivi.

http://www.ilariaalpi.it/?id_notizia=2826

9 settembre 2009

Un oasis de horror en medio de un desierto de aburrimiento


Videocracy - Basta apparire di Erik Gandini - Documentario, 85 min., Svezia 2009.

"… E quando ti alzi e vedi gli altri spettatori come te, e sai già fin d’ora che se ne andranno come se niente fosse, come si esce ogni sera da un cinema, un po’ stralunati e un po’ eccitati, ti piomba di nuovo addosso la vergogna, quasi fossimo tutti quanti testimoni passivi e docili di un crimine detestabile, concluso il quale ognuno se ne va solitario, omertoso e impotente a casa propria. Strano effetto, davvero. Ma come? Non avevo io letto Anders, Debord, Baudrillard, Bauman? Non avevo letto Barbaceto, Travaglio, Perniola, la Benedetti, Luperini? Non conoscevo già tutta questa vicenda a memoria? Non avrei dovuto essere immune dallo shock? Non ho forse letto analisi e ascoltato dibattiti sul genocidio culturale, sulla rivoluzione mediatica degli anni Ottanta? Sul grande smottamento antropologico cominciato con Drive In?"…
Così Andrea Inglese nelle sue assai condivisibili riflessioni.


"Videocracy è - kantianamente - sublime: mentre lo guardavo la sensazione era quella di osservare il baratro del marciume dell'estetica fascistoide attraverso il buco della serratura, da una posizione protetta, non coinvolta, superiore. In realtà non era così. Il sublime consisteva invece – ed è questa la grandezza del film (cui accenna anche Inglese in altro modo) – che il baratro cui stavo assistendo è il mio, la mia stessa inanità, l'aver accettato tutto questo per anni pur avendo sempre saputo che esisteva."
Federico Greco, dalla sua pagina Facebook