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30 giugno 2011

Camminare 2

"Non mi oriento, da sempre. Per questo, da sempre, sono obbligato a ripetere. E, ripetendo, ho tentato di conquistare la mia libertà."

17 aprile 2011

Lungometraggio

Ho visto "Habemus papam" e ancora sono dentro le sue atmosfere. Per niente semplice scriverne ma non è importante farlo: ritornerò sulle metafore del film che mi sono rimaste quando capiterà, intanto che ho già voglia di rivederlo. Moretti ha ampliato e, se è possibile, affinato la potenza del suo linguaggio, o così è per me. Nel presente che decreta la fine della grandezza dell'uomo per l'incapacità di riconoscere la propria fragilità e (in) quella dei propri simili, saperla raccontare con rigore e tenerezza, questa fragilità, è la cifra che oggi fa grande il regista ai miei occhi. 
(Un appunto nella moleskina mentre scorrevano i titoli di coda: La Chiesa ha bisogno di una guida che porti grandi cambiamenti, che abbia comprensione per tutti. La folla del film è contenta e applaude a queste parole di Michel Piccoli.)
Mi piacerebbe mettere nel blog la sequenza dell'interno dell'automobile con la psicanalista alla guida, il papa (senza l'accento) nel sedile accanto, e i due ragazzini, fratello e sorella, figli di lei, nei sedili posteriori. Mi riporta a un'altra, che amo moltissimo, di La stanza del figlio

P.S.: Mi sono espressa un po' di più (come a volte accade confrontandosi) nella social recensione organizzata da Strelnik. Riporto anche qui.


Anche se il film mi è piaciuto moltissimo, mi ha fatto ridere e, molto, sorridere, forse non ci ho capito granché. Insomma, Strel, in fondo sono solo le tue “seghe mentali” che mi sento di condividere veramente: c’è una straordinaria forza in quest’uomo che rivendica la sua fragilità e la sua paura: quel suo “non ce la faccio” non è l’urlo di un pavido ma l’atto di rivolta da cui attingere il coraggio di ributtarsi sulla strada (senza cellulare), osservare la realtà da un altro punto di vista, ricostruire se stesso, ritrovare la passione (la recitazione), nuove parole per dialogare con la realtà (la scena finale, con Melville che ritrova parole sincere – come una nuova dimora -, il coraggio per dirle, l’empatia con con una folla che aspetta di poter ascoltare una parola sull’uomo e sul dolore; per contrasto, lo sconcerto dei cardinali che aspettano parole potenti e istituzionalmente risolutive… E anche su questo versante molte stratificazioni dell’umano, su cui insiste gran parte del film.) Troppo sfumate, meno semplici da analizzare sono le figure femminili, non isolate dal contesto. Ho trovato interessante e particolarmente ironica l’interazione tra la psicanalista/madre, Melville, i figli di lei, fratellino e sorellina, che battibeccano (Interno dell’automobile, sequenza molto simile a un’altra vista in “La stanza del figlio”. La psicanalista/madre: “Lei picchiava sua sorella da bambino?”; Melville: “Certo.”): c’è un invito allo spostamento su un piano meno esplicito del film? Non lo so. Invece non vedo contemplato, nella figura del papa, un discorso sul “fallimento”, dimensione esistenziale di chi non riesce a superare “la prova”, traducibile anche – semplificando – nella morale borghese del disgraziato che non dà prova di successo. La consapevolezza dell’inadeguatezza al ruolo nel punto in cui la propria umanità rischia l’annichilimento (un’esperienza così comune, altro che papa!) non mi sembra si possa definire come uno scacco. Non è a un’immagine di “fallimento” che conduce la tenda rossa che si apre sul nero dell’assenza e neppure è un’immagine di libertà. Forse rivedendo il film – cosa che ho idea di fare – la smetterò di parlarne così, solo per sottrazione.

8 gennaio 2011

Noi due saremmo

"Oh, Jake. Noi due saremmo stati bene assieme", fa dire Hemingway a Brett, alla fine di Fiesta
La prendo un po' alla larga per scrivere del ricordo di un viaggio di tanti anni fa. O meglio, di un unico ricordo di quel viaggio.
1984, credo, quando ancora le estati erano interminabili e i viaggi, anche con poche lire, duravano a lungo, e si tornava a casa solo per resa alla stanchezza. Quella volta girammo in lungo e in largo i Paesi Baschi. Nella tasca dello zaino avevo l'ultima edizione dell'epoca di un Oscar Mondadori che usavo come fosse una guida del Touring Club: Fiesta, appunto, con cui tracciammo le nostre tappe sino ad arrivare puntuali anche alla fiesta di San Fermín, a Pamplona, dove sostammo per una settimana divertendoci come "i pazzi" - direbbero oggi i nostri ragazzi (con l'articolo, chissà perché). 
E tutto ciò solo per dire che fu proprio a Pamplona che vidi il mio primo funambolo, e mi affascinò. Non è più capitato di incontrarne un altro uguale, però di sognarlo sì. Anche stanotte.  


30 dicembre 2010

Indifferente ai mille modi del tempo

Bastano un paio di giorni di vacanza, lontana dalle corse di routine, e si solleva come un vento, a volte carico di foglie e sabbie arrivate qui da ogni dove, simili a quelle che puntualmente a primavera mi ritrovo a spazzare dagli anfratti del cortile di casa, a Cala G., dopo averla tenuta chiusa dalla fine dell'estate o, quando va bene, da Natale. Sabbia, anche rossa, e foglie secche che parlano del potente maestrale dell'inverno che riesce a raggiungere - per poi ritornare qui, dove nasce - luoghi a volte belli e facili da ricordare, altre solo immaginati, altre ancora impossibili. 
La testa a riposo, come si suol dire, come il piccolo giardino poco calpestato, stanotte ha restituito una poesia di M. che non affiorava da secoli. La scrisse intorno ai nostri vent'anni, e mi piaceva. Stamattina, al risveglio, miracolosamente ricordando le sue atmosfere, mi è sembrata più bella di allora. Ho cercato la raccolta, intitolata semplicemente Poesie, l'ho trovata; si apre con una dedica: A B., con tracce rosse  d'inchiostro, lungo lungo un sentiero, ecc., ecc. Vabbe', non è importante. La poesia che dicevo è questa:

indifferente ai mille modi e al tempo e quasi alle viole
che tardano a fiorire o al fascino
del negativo, alla buona tavola che ci rimane,
alle ricerche e all'ironia che sai
ben giocolare sul meraviglioso naufragio
dei nostri pensieri, io, ancora
sdegnoso
scortato da un branco di uccelli neri
come se già sapessero
... 
[è lunghissima]

(in epilogo, ritrovati
a girare tranquilli
lo zucchero e il caffè e tu gli spiccioli
nella tasca destra come una scaramanzia
o un erotico accenno
ma involontario e poi servono sempre
nel pagare il conto
o da aneddoti
per stupire per altre mancanze. Ma lì
non hai sentito quel bacio
che t'è arrivato dal vento, quel rimorso
quel desiderio quando almeno uno
di noi con gli occhi le labbra a sorriso
dava dietro al riflesso fra i tavoli
sorpreso e benedetto
a quella luce
fra le reclames gli avanzi delle carte dei bicchieri?)

figure e 
ritagli d'aria, ancora ancora
morti in in licenza

lucidamente morale 
del terrore, così morti e 
vagabondi dall'indice consumato
dai venti

25 ottobre 2010

E se alzando gli occhi vedi ancora il mare

... salutalo, anche per me.


L'autostrada è viva stanotte
Ma nessuno sta ingannando nessuno su dove sta andando
Me ne sto seduto di fronte alla luce del fuoco
cercando il fantasma di Tom Joad.

7 agosto 2010

Paterna

Ci fosse un raggio verde, chi può mai dire? E in quel caso, l'opportunità di brillare, vedendolo per primo in un istante preciso, indimenticabile, collocabile nello spazio della memoria, lasciando un'indelebile incisione nell'immaginario altrui: "Guarda! Hai visto?!".

Ma io, sciaguratamente, perdo di vista l'oggetto "politico" (che l'autore del post sembra individuare), talmente invece esso è ormai sparso come polvere anche sul paesaggio marino più amato.
Anche qui l'orizzonte si è fatto più basso. E guardando il mare
bianco, a quest'ora affiora la memoria dei povericristi che in quelle acque hanno trovato una tomba, nel vano tentativo di aggrapparsi alle sponde di questa terra che non è, non è mai stata Italia...
Oggi credo di sapere perché non sono più tornata a P.
Il Comandante allora riuscì davvero a farmi voltare la testa girandola con le sue mani verso le colline:
"Guarda! Hai visto?!". E quel che vidi veramente lasciò nell'anima un'impronta indelebile.

Resto qui, e senza volerlo mi scopro a stringermi a quella memoria di
colline, vigneti e olivi, o al ricordo di quell'albero smisuratamente alto... per non farli andare via per sempre.
Ecco. Come spiegarlo? Come farmi perdonare l'assenza?
Non posso tornare.
Non sopporterei la visione della polvere anche intorno a quei luoghi.

...
allora,
tu diresti che il mio cielo
steso in tana e strada di malinconia
è solo lastrico d'appunti
a proteggere una faccia
magnifica per lo stregone
sperso

quando t'offri a realizzo in questo gioco del riconoscersi
che facilita il sonno
senza un piccolo un che di stupori
in queste prescrizioni dove tutti son sapienti e io,

lastricato d'appunti
in questa resistenza dove tu capisci
soltanto paura
o ricordo d'annata

...

Da Hic sunt leones di Marco Noferi, in: Marco Noferi, Nello Cattalini, Saretto Cincinelli, Poesie, La Morgana, Montevarchi, 1983, pp. 9-10.