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13 gennaio 2011

Me ne tekel ufares

Guardai Hrabal, volevo congedarmi da lui. La sua espressione era la stessa di un attimo prima, di una durezza ostentata ma assolutamente innocua. Mi venne in mente un celebre quadro di Rembrandt che raffigura il re dei babilonesi a cui appare sul muro la scritta di fuoco “Me ne tekel ufares” (“Sei stato pesato e trovato leggero” o qualcosa del genere). Il re è al centro di una tavolata, ha la corona un po’ a sghimbescio sulla testa. La sua espressione da ubriaco è di un vuoto stupore, di una sostanziale ignoranza del proprio destino; quel re apparve come simbolo di tutta l’umanità, disarmata e stupida di fronte al mistero. Avrei voluto abbracciare Hrabal ma non trovavo il modo di avvicinarmi a lui, tanto era stipato di bevitori quel locale. Mi inchinai, gli sorrisi e me ne andai.

Giorgio Pressburger, da: Dopo Hrabal, una rumorosa solitudine, Il manifesto, 17 aprile 1998.

8 gennaio 2011

Noi due saremmo

"Oh, Jake. Noi due saremmo stati bene assieme", fa dire Hemingway a Brett, alla fine di Fiesta
La prendo un po' alla larga per scrivere del ricordo di un viaggio di tanti anni fa. O meglio, di un unico ricordo di quel viaggio.
1984, credo, quando ancora le estati erano interminabili e i viaggi, anche con poche lire, duravano a lungo, e si tornava a casa solo per resa alla stanchezza. Quella volta girammo in lungo e in largo i Paesi Baschi. Nella tasca dello zaino avevo l'ultima edizione dell'epoca di un Oscar Mondadori che usavo come fosse una guida del Touring Club: Fiesta, appunto, con cui tracciammo le nostre tappe sino ad arrivare puntuali anche alla fiesta di San Fermín, a Pamplona, dove sostammo per una settimana divertendoci come "i pazzi" - direbbero oggi i nostri ragazzi (con l'articolo, chissà perché). 
E tutto ciò solo per dire che fu proprio a Pamplona che vidi il mio primo funambolo, e mi affascinò. Non è più capitato di incontrarne un altro uguale, però di sognarlo sì. Anche stanotte.  


31 dicembre 2010

L'annaffiatoio

Di colore verde, custodito nella baracca accanto ai rastrelli e alle pale, prendeva vita allorché lo si riempiva d'acqua dello stagno, e poi dal suo beccuccio ecco riversarsi un'abbondante pioggia sulle aiuole rinsecchite, in un gesto - e lo sentivamo - di grande benignità verso le piante. Chissà, però, se l'annaffiatoio avrebbe avuto tanta parte fra i nostri ricordi qualora non fossimo stati educati a osservare le cose. Perché malgrado tutto, lo siamo. I nostri pittori imitano di rado gli olandesi e le loro nature morte, ma la fotografia aiuta a prestare attenzione ai particolari, e i film ci hanno insegnato che gli oggetti sullo schermo partecipano delle vicende dei personaggi e devono perciò essere notati. E poi ci sono i musei, dove vengono esposti quadri che celebrano non solo figure umane e paesaggi, ma anche una moltitudine di oggetti. L'annaffiatoio ha dunque tutti i presupposti per occupare una posizione ragguardevole nella nostra immaginazione. E chissà che proprio qui, nell'aggrapparsi a forme dai contorni netti, non sia racchiusa una speranza di salvezza dal nulla e dal caos.

Czesław Miłosz, Il cagnolino lungo la strada, a cura di Andrea Ceccherelli, Adelphi, Milano 2002, p. 157.
Vetrina di un negozio di giocattoli. Bergen, estate 2009.

21 dicembre 2010

Nella mia vita

Oggi, per la prima volta in vita mia, sono entrata in un penitenziario per incontrare un folto gruppo di detenuti ("di massima sicurezza", come si dice) che hanno partecipato a un laboratorio di scrittura guidato da un amico scrittore, il quale mi ha chiamata a esaminare il prodotto finale: una settantina di componimenti poetici. Così ho incontrato i suoi allievi insieme alla piccola giuria che ho presieduto, composta dal maestro e da un'altra persona del mestiere per premiarne alcuni, ma scegliendo di menzionandoli tutti, perché ciscun loro scritto era terribilmente interessante, mai banale, almeno per noi che non viviamo in alcun modo quella speciale condizione esistenziale. Così, dopo un susseguirsi di cancelli che si aprivano per subito richiudersi alle nostre spalle con sordo rumore metallico, siamo entrati nella cappella del carcere, che ha un soffitto incredibilmente alto, a formare uno spazio conico impossibile da scaldare. L'aria era effettivamente gelida. I poeti ci aspettavano già seduti nelle bancate: composti, attentissimi. Un pomeriggio fatto di volti, sorrisi, risate (poche), facce chiuse, occhi bassi ed età, soprattutto età, che non dimenticherò facilmente. 
Ho voluto scrivere questo post per ricordare l'esistenza di uomini e donne invisibili che sostano da lungo tempo in una situazione di estremo dolore e alla quale alcuni di loro sono destinati per sempre. Voglio farne, di questo post, un inutile augurio a chi ho incontrato per il tempo di un pugno di parole scritte bene.


Come dentro
a una clessidra 
di lucido cristallo,
simili a granelli di sabbia,
contavo gli sbagli della mia vita.
Li ho fatti scivolare
nel palmo della mano
finché il loro peso impietoso
schiacciava le mie dita.
("Nella mia vita" di G.P., primo componimento premiato)

19 dicembre 2010

Senza titolo

Ci sono creature che sanno tutto ma non capiscono nulla. Altre che non sanno nulla ma capiscono tutto.
L'innata propensione affettiva verso le une e lo altre produce effetti concreti nella conformazione della propria esistenza. Il colore della soglia. Dalla stessa porta entra il dolore e la felicità, al cubo.

13 luglio 2010

Racconti del mistero


Storie, racconti. Emozioni narrate ad alta voce, trasmesse da persona a persona, dagli adulti ai bambini, come nelle lontanissime infanzie. Condividere e non fuggire di fronte alla vastità del nostro sentire…


Spinta da questi pensieri, Franzisca chiamò a raccolta gli abitanti di Nascar, all'ora di
Créme Caramel, per ascoltare alcune letture ad alta voce dei Racconti del mistero di Edgar Allan Poe, per primi, perché ricordavano i bellissimi contos de mortu, quelli che da piccoli sentivano ancora raccontare dalle madri e dalle tutte le donne di buona volontà, durante le interminabili notti d'estate, stretti in un cerchio magico. Quando avere paura insieme era bellissimo.
Belle le parole, solo le parole. Ma era già tanto nell'inverno di Nascar.
Bastiana Madau, Nascar, Poliedro, Nuoro 2003.

Antine Nivola espone le sue sculture nei vicoli di Orani.
Foto di Carlo Bavagnoli (1958).

12 luglio 2010

Ammentos de pitzinnìa a mesanotte

Il mio Edgar Allan Poe di quand'ero piccola si chiamava Nannina: era una giovane donna di Fonni, che nel 1968 passò l'estate a O. per accudire una anziana parente, nostra vicina di casa. La ricordo bene in quelle lunghe notti di luglio, seduta nel grande cortile fra le ortensie, mentre inchiodava noi bambine e bambini, seduti per terra intorno al suo mesicheddu (sgabello di sughero), con magnifici contos de mortu...

Illustrazione di Lorenzo Mattotti

2 luglio 2010

Avvistamenti

Non durerà. Non potremo fare a meno ancora a lungo delle cose essenziali.
Manu Larcenet, Lo scontro quotidiano, vol.2, Coconino, Bologna 2009.
 


30 giugno 2010

Altare

Tutte le creature* sono bisognose, tutte. E quando si incontrano in uno stato profondo di bisogno capita che prendano ad amarsi, o più semplicemente nascono legami come risposte alla fame apparentemente reciproca. Apparentemente, come apparente è il riflesso di sé in uno specchio. I conflitti nascono quando si scopre che la fame che l'una creatura ha dell'altra non è della stessa natura e qualità. 
Le creature sazie possono stare l'una accanto all'altra placidamente, e così godere delle bellezze gratuite del creato. 

Quando siamo buoni – quelle poche volte – gli umani nostri simili li chiamiamo così.

24 febbraio 2010

Gli uomini felici


Non saprei tradurre la didascalia (è in russo), ma mettiamo che sotto l'immagine vi sia un interrogativo: vi sembra questo un uomo felice?

"Uno c'è infine, che si lamenta tutto il santo giorno e impreca alla maledettissima volta che ha accettato di venire anche quest'anno al Giro. E già prevede strapazzi infami, pioggia, disagi e cimici negli alberghi, raffreddori. E giura che siccome manca un certo corridore la corsa non ha il minimo interesse e che tanto valeva non farla e che la gente se ne infischia. Nei momenti peggiori garantisce perfino che il ciclismo è morto, morto e seppellito, che dei campioni si è persa la semenza, che nel secolo dell'atomica la pedivella è un ferravecchio da museo, e che ostinarsi a tener su questa baracca è ridicolo. Ma io lo guardo. È sui quarantacinque anni, forzuto e come sempre in atto di parare qualche improvviso assalto; la faccia un po' da mastino, dura, però simpatica. Da un giorno lo osservo attentamente. Non ho capito bene se sia direttore sportivo o tecnico o capo meccanico o massaggiatore di qualche squadra. Brontola, sogghigna, vede tutto nero, si affanna correndo da una parte e dall'altra, come se qualcosa stesse sempre per precipitare. Suda, impreca e fuma fino a tarda notte. Si manterrà così, presumo, finchè sarà terminato il Giro. Uno spostato, vien da pensare, a prima vista. Ma poi ho cambiato idea. Lo osservo adesso, quando mugugna e se ne va intorno a quel fare imbronciato da bulldog, lo osservo con grandissimo piacere e mi domando: da quanto tempo non vedevo un uomo così felice?".
Dino Buzzati al giro d’Italia, Mondadori, Milano 1997, p. 39 [raccolta di venticinque articoli scritti da Buzzati nell’estate del ’49, inviato dal Corriere della Sera a seguire il 32° Giro d’Italia].  


8 febbraio 2010

Juxsta


La foto ritrae un componidori della Sartiglia, l’antica giostra oristanese. Oggi un amico mi ha ricordato che giostra deriva da juxta, che significa vicino, e quindi dal verbo juxtare, che significa avvicinarsi. Gliene sono grata.