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10 marzo 2021

I cavallini di Antine

Costantino Nivola concepiva un’arte non avulsa dalla società e comunque mai sterilmente in contrapposizione. Riponeva una grande fiducia nei valori estetici come elemento capace di attenuare i contrasti sociali e gli era estranea quella che definiva "la poetica della desolazione americana". Tuttavia, in questa sua idea "non c’era nessuna retorica consolatoria – ha scritto Giuliana Altea, storica dell'arte, docente, critica, presidente della Fondazione omonima –, nessuna enfasi sulla bellezza che redime: era la stessa naturale ricerca di semplicità e armonia che l’artista applicava all’esistenza quotidiana, rispecchiata per esempio dalla cura che riservava alla propria casa, anche quando questa era molto modesta".
Ciò detto, quel che invece è accaduto qualche giorno fa a New York, dove il playground delle Wise Towers realizzato da Costantino Nivola e Richard Stein nel 1964 (il più grande progetto pubblico di Nivola a New York) è stato distrutto "per dare vita a un progetto di rinnovamento dell’area", è emblematico di quanto la concezione estetica nivoliana non sia invece penetrata nella società americana. "I cavallini di Nivola, ispirati ai cavalli a dondolo dell’infanzia e alla statuaria orientale, sono stati rimossi, le gambe spezzate da colpi di mazza", leggiamo nella nota emanata dalla dirigenza del Museo Nivola di Orani.
Per stare alla metafora, mi pare peggio che se invece di pulire e restaurare una casa storica di pregio la si fosse voluta radere al suolo. È sconcertante.
A questo punto mi pare legittimo domandarsi se c'è qualche possibilità di avere in Sardegna i cavallini che quelle verdi praterie americane non hanno saputo meritarsi...
E noi, siamo sicuri di meritarceli?
Anch'io voglio avere "nivolianamente" fiducia e dico di sì, seppure – pensando a certe trascuratezze nostrane – annuisca tremando. Li aspettiamo.

2 febbraio 2018

Vuol dire arte

Orani vuol dire arte. Perché tutte le Muse sono venerate ai piedi del Monte Gonare. Pittura e scultura, architettura, poesia e prosa, l’uso sapiente delle mani nelle sartorie di Mura o Modolo con velluti Visconti di Modrone o nelle botteghe artigiane con le lamiere di Roberto Ziranu, maestro di brunitura e d’incisione. Tutt’attorno una montagna dove vivono le sirene. E la guglia di Sant’Andrea. In piazza Santa Croce nel 1388 fu firmata la pace tra Eleonora d’Arborea e gli Aragonesi. In una chiesa c’è un organo del 1732, ha 369 canne.
Qui è nato, nel 1950, Salvatore Niffoi. Vedove scalze, Matoforu aedo di Thilipirches, il bandito Bantine Bagolaris che torna a Maragolò: fantasia e realtà nella lingua forte e immaginifica del narratore Premio Campiello. [...]  Proviamo a raccontarlo, questo luogo, da un punto di vista un po’ differente. Seguiremo, per capire da quale humus prende alimento la narrativa dell’autore del “Maestro di metafore”, le tracce di altri grandi che si sono distinti nel Pantheon di questo piccolo paese della Barbagia. Su tutti due nomi: Costantino Nivola (1911-1988) e Mario Delitala (1877-1990). Nivola e Delitala, come Niffoi, un tutt’uno col paese dove sono nati e sono amati.
Prima di sbarcare a New York con la moglie ebrea Ruth Guggenheim, Nivola lavora alla Olivetti di Ivrea. Diventa direttore artistico di “Interiors” e di “Progressive Architecture”, firma la prima personale alla Nagy Gallery a New York, partecipa alla Quadriennale di Roma, poi la cattedra ad Harvard. Continua a scolpire e dipingere. Nel 1958 torna a Orani, completa la facciata della chiesa dell’Itria. In un amarcord di quarant’anni scrive di essere nato «tutto rosso, come un coniglio appena spellato. Era mezzogiorno e mezzo, il 5 luglio 1911: dalla finestra della stanza entrava l’aria tiepida e con essa migliaia di suoni gradevoli, prodotti dagli uccelli, i grilli, le api e anche dagli scoppi dei piselli selvatici». Il resto si sa. American Academy of Arts, professore tra Harvard e la University of California di Berkeley, nel 1982 è alla Reale Accademia di Belle Arti all’Aja. Torna a Orani e descrive «le due minuscole finestre delle due altrettanto minuscole stanze da letto della casa dove sono nato e che davano sull’orto di don Pietropaolo Meloni». Ritrova Elias, «uno dei quattro manovali che lavoravano alla costruzione della villa Cusinu a Orotelli», e potrà scrivere la poesia-epitaffio con sei versi: «Sono tornato a Orani/ annunziato dalle tue comari/ “ricco potente è”/ hanno detto/ “meschino”, hai risposto/ “costretto a vivere in terre straniere». Orani lo venera. Gli dedica un museo. Con iniziative intelligenti. 
Va in terre straniere anche Mario Delitala, nome già affermato quando Nivola nasce. Artista da bambino: «Avevo una certa tendenza alla pittura che manifestavo disegnando caricature o dipingendo cartelli di réclame per i balli studenteschi o rappresentazioni teatrali». Comincia con le scene per una commedia di Terenzio, poi vita paesana, case e cortili, l’asino alla mola, ritratti di Ziu Predu Costanza. Con gli anni emerge «la predisposizione alla resa somatica dei volti». Sono le basi per i successi prossimi venturi. Alla fine degli anni 20 Delitala decora il Duomo di Lanusei: disegni geometrici, le quattro lunette delle Maddelene nella «cappella Sistina dell’Ogliastra», le grandi tele della Crocifissione, della Natività e della Deposizione. Venezia, Roma. Arriva la direzione della Scuola del libro di Urbino, darà valore aggiunto moderno alla città di Raffaello. La stilistica è una delle materie preferite. C’è poi l’Africa per «avvicinare – scrive la critica d’arte Maria Luisa Frongia – nuove culture, paesaggi, abitudini e volti inconsueti». Chi può, guardi i capolavori La donna di Bengasi, i cammelli di Agedabia, la moschea, le spiagge con palme. 
Delitala torna in Italia, altre città, il trionfo alla Mostra internazionale del libro d’arte e alla ventesima Biennale veneziana con “La cacciata dell’Arrendadore”. E ancora Palermo, Pesaro, in Sardegna lavora a Nuoro, decora l’aula magna dell’università di Sassari, è ad Alghero, Castiadas, altre città. Oggi Lanusei gli dedica il liceo artistico.
Scrittori, artisti, ma anche altre figure nel nome di Orani. Pietro Borrotzu (1921-1944), eroe della seconda guerra mondiale, comandante partigiano torturato e fucilato a Chiusola di La Spezia dai nazifascisti. Nel 1946-47 ottiene la laurea ad honorem a Sassari, è medaglia d’oro al valor militare. E poi una donna, la prima femminista del Psd’Az. Si chiamava Marianna Bussalai (1904-1947). Piccola di statura, la chiamavano “Marianedda de sos Battor Moros” [...] Ieri e oggi, nel paese dei romanzi di Niffoi. Perché la tradizione letteraria continua. Bastiana Madau, scrittrice raffinata, direttrice-mito della biblioteca di Orgosolo, organizza pomeriggi letterari in una casa padronale dell’Ottocento, casa Maninchedda. È la tradizione letteraria che, nel paese della “Vedova scalza”, viene proposta settimana dopo settimana alla gente. Per crescere. Dibattiti in nome della cultura. Madau, parlando della Bussalai, nel saggio “L’antifascismo di madre in madre”, ha scritto: «La bara leggera fu trasportata dalla casa alla chiesa al camposanto antico, dagli amici, che a turno la sollevavano con tenerezza composta, percorrendo i vicoli di Orani. Arrivarono da Sassari, Cagliari, Nuoro, da ogni paese della Barbagia, dell’Ogliastra e del Campidano, a dare l’ultimo saluto alla nobile ragazza, amica degli umili, libera e ribelle».
In questa temperie civile e culturale nascono i libri di Salvatore Niffoi. Chi li conosce e li ama, sa che vengono dal cuore grande di una terra dura e generosa.
Giacomo Mameli, Viaggio a Orani dove nascono le storie di Niffoi, La Nuova Sardegna, giovedì 1 febbraio 2017.

4 febbraio 2016

In uno spazio non lirico e non retorico

Devo molto
a quelli che non amo.

Il sollievo con cui accetto
che siano più vicini a un altro.

La gioia di non essere io
il lupo dei loro agnelli.

Mi sento in pace con loro
e in libertà con loro,
e questo l'amore non può darlo,
né riesce a toglierlo.

Non li aspetto
dalla porta alla finestra.
Paziente
quasi come una meridiana,
capisco
ciò che l'amore non capisce,
perdono
ciò che l'amore mai perdonerebbe.

Da un incontro a una lettera
passa non un'eternità,
ma solo qualche giorno o settimana.

I viaggi con loro vanno sempre bene,
i concerti sono ascoltati fino in fondo,
le cattedrali visitate,
i paesaggi nitidi.

E quando ci separano
sette monti e fiumi,
sono monti e fiumi
che trovi sui ogni atlante.

È merito loro
se vivo in tre dimensioni,
in uno spazio non lirico e non retorico,
con un orizzonte vero, perché mobile.

Loro stessi non sanno
quanto portano nelle mani vuote.

"Non devo loro nulla" –
direbbe l'amore
sulla questione aperta.


— Wislawa Szymborska  
(trad. dal polacco di Pietro Marchesani)
 
Costantino Nivola, L'investigazione dello spazio

3 agosto 2015

Scherzosamente

Nuoro è chiamata scherzosamente, dai giovani artisti sardi, l’Atene della Sardegna. Infatti, relativamente, è il paese più colto e battagliero dell’isola. Abbiamo artisti e poeti, scrittori ed eruditi, giovani forti e gentili, taluni dei quali fanno onore alla Sardegna e sono avviati anche verso una relativa celebrità.
Grazia Deledda, Tradizioni popolari di Nuoro, 1894

6 marzo 2012

Anch'io

Anch'io come te non ero nato
per vedere il mare.
Come te non sono cresciuto alto,
per restare più vicino alla terra,
ai solchi caldi delle vigne
e degli orti.

Ho seguito il tuo comando,
prima con la fantasia
poi a cavallo del demone tecnologico,
sulla Queen Mary
sul Jumbo jet
il Twentieth Century.

Ho attraversato ponti trasparenti,
periferie industriali potenti
ho dormito nei grattacieli
di vetro,
disegnati da Mies van der Rohe,
ondulati al vento gelido
sul lago del Michigan.

Sono tornato a Orani,
annunziato dalle tue comari
«ricco e potente è»
hanno detto,
«meschino», hai risposto,
«costretto a vivere in terre straniere».

Costantino Nivola, Memorie di Orani, Ilisso, Nuoro 2007, p. 97. 

 Grazie a Giulia, autrice del post.

20 febbraio 2012

Il pane e la scultura

"Attirando i mendicanti come mosche, il profumo del pane infornato si spargeva nell'interno del paese. I vecchi, seduti sulla soglia della chiesa, giravano i loro occhi ciechi nella direzione del profumo, indovinandone la provenienza. I bambini spostavano la sede dei loro semplici giochi dentro il cerchio profumato della casa benedetta. L’equilibrio di tutto il paese era, per il momento, ristabilito".  

Orani, My Father's Village

Orani also inoculated me against snobbery. My father was almost entirely self-taught, having barely attended school, and most of my relatives have never pursued higher education. Yet the depth of his and their intelligence is evident to me. The family trade was masonry, what we here might call construction work. In America, when my father made sculptures for buildings in public spaces, I sometimes assisted him, and the ease with which the two of us moved among the electricians, carpenters, plumbers, and masons on the job made me proud.
Orani taught me to relate to people with directness and lack of pretence. In America, people often commented on my father’s charm and immediacy of presence. Only recently have I realized that not only most everyone in his extended family, but most everyone in the village of Orani shares this quality of genuineness.

12 gennaio 2012

6 gennaio 2012

HCB al Man

Henri Cartier-Bresson arrivò in Sardegna dopo aver preso contatti con l'amico Costantino Nivola, allora in vacanza a Cala Gonone con la moglie Ruth e i figli Pietro e Chiara. Fu proposto di accompagnarlo nel suo tour all'antropologo nuorese Raffaello Marchi, punto di riferimento per molti intellettuali che arrivavano nell'isola in quegli anni. Tuttavia Marchi declinò l'invito e "affidò" i Nivola a un giovane fotografo suo concittadino, Riccardo Campanelli, che fu ben contento di guidare il Maestro nell'isola, dai paesi dell'interno al Montiferru e sino a Cagliari. In un periodo immediatamente successivo, HCB fu raggiunto da Helen Mann Wright, fotografa e distributrice del marchio Leica negli Stati Uniti, in compagnia della quale fece una full immersion visiva tra Cala Gonone, Orosei e Orgosolo. Insieme alla ricca selezione di fotografie (155) scattate in tutto il mondo e provenienti da ricerche note e meno note, 15 scatti del viaggio in Sardegna sono esposti nella sezione GLO (Guardarsi l'ombelico) del museo MAN di Nuoro, sino all'8 febbraio del 2012. L'intera mostra è imperdibile. 
Aggiungo una nota personalissima: cosa darei per poter rivedere anche l'esposizione alla Bibliothèque nationale de France sulla Cina della Rivoluzione culturale di Mao, visitata con mia figlia quattordicenne nel lontanissimo 2004... Una punta di nostalgia, normale: tziu Cartier-Bresson non est una brulla!
Calagonone, 1962

14 agosto 2011

BO!

Chi stanno per fucilare? BO! Vuol dire che non lo sai o non lo vuoi sapere non ti interessa te ne freghi? Bravi sardi! Antonio Gramsci Emilio Lussu tutti i liberali volete fucilare? Heia Heia Heia! 
Era di giorno? BO! Non lo so, non lo voglio sapere, non mi interessa. È stato fucilato all'alba. BO! Cosa ne so! Cosa me ne importa cosa me ne frega. Chi era Schirru? BO, non lo so, non lo voglio sapere, non me ne importa nulla. 

(Così, con quel "BO" tutto maiuscolo e senza la acca, ha scritto a matita Costantino Nivola sul retro di uno dei suoi dipinti sulla fucilazione di Michele 
Schirru.)

Tra il 1972 e il 1977 Costantino Nivola esegue una serie di disegni (tecnica mista su carta) dedicati all'anarchico sardo di cittadinanza americana Michele Schirru, nato Padria il 19 ottobre 1899, emigrato, morto per fucilazione a Roma il 29 maggio 1931.
Schirru fu giustiziato con l'accusa di avere pensato di assassinare Mussolini. A uccidere concretamente lui, invece, fu il fuoco di un plotone di volontari sardi reclutati apposta per riscattare l'onore dell'Isola.
Nivola ambienta la scena al Foro romano, dove immagina si sia anche allestito un banchetto per festeggiare l'evento (in uno dei dipinti si vedono chiaramente maialetti che arrostiscono nei lunghi spiedi). Scolpiti nell'arco trionfale, i sardi antichi, fieri e dignitosi, assistono sdegnati alla degradazione dei loro discendenti: sono i sardi attaccati da Cicerone (orazione Pro Scauro, 54 a.C.) per aver osato attaccare lo strapotere romano nell'isola.
Nivola si identificava con Schirru, che come lui era sardo e americano, anarchico e antifascista, rinnegato dai suoi conterranei come all'artista in quel momento sembrava di essere (in Sardegna gli avevano bocciato poco prima due opere a cui teneva particolarmente: il monumento alla Brigata "Sassari" e quello a Gramsci); prova ne sia che abbia voluto dare a Michele Schirru i propri lineamenti, forse trasformando l'intera messa in scena della fucilazione in una sorta di autoritratto.
Le foto delle opere (private) sono mie. Chiedo venia per la loro scrausità.




26 luglio 2011

Nella pancia della nave

"Alle ventiquattro e zero sei in punto l’inquilino della cuccetta numero 47, la inferiore del castello 1, dice: «Disturba se fumo?».
È un pastore in fustagno domenicale nero, liscio e lustro. Siede immobile sul bordo del lettino, da ore. Ha forse settant’anni e gli occhi neri annoiati nel volto impassibile.
«A me non disturba» dice Ruggero, inquilino della cuccetta inferiore del castello 2, numero 49. E aggiunge indicando con la testa la cuccetta superiore: «Quanto a loro, credo non siano in grado di intendere e volere».
Il vecchio accende mezzo toscano.
Ruggero chiede: «È la prima volta che viaggiate in nave?».
«La prima volta. Mia figlia si sposa a Roma con un medico napoletano…».
«Non avete paura del mal di mare?».
«Non so cos’è. E tu, dove vai?».
«A Napoli, per un concorso».
«Un posto dello Stato?».
«Un posto dello Stato».
«Operaio, impiegato o dirigente?».
«Giornalista alla radio».
«Hai gli amici giusti?».
«Non ho amici».
«Non vincerai».
Madre acqua …
«Voi siete contento del matrimonio di vostra figlia?».
«Sì e no. Sì perché a Nuoro nessuno se la sarebbe sposata, una che ha fatto l’università a Bologna, ha preso altre abitudini. No perché è lontana da casa. Ma dirò a lui di venire nell’isola, qui da noi napoletano più o meno… Il suo mestiere può farlo dove vuole. Vivranno in città. A Nuoro medici ce n’è già più del necessario, ma lui lavorerà a Oliena, o a Orgosolo, viaggerà, si farà le ossa… Potrò andare a trovarli a cavallo, non su questa bestia putrida».
«A cavallo?».
«Sono pastore. E se uscissimo all’aperto? Qui si respira male…».
Sul ponte il pastore dice: «Bella notte, ma il mare non mi piace, lo capisco ma non mi piace, si agita troppo per nulla, mi bagna la giacca e me la sala, in fondo stiamo soltanto passandoci sopra, la terra è più sicura. Se non fosse ch’è acqua lo maledirei».
«Non potete maledire l’acqua?».
«Non si maledice una madre. L’acqua è madre… l’uomo ha molte madri, acqua, terra, sole, aria… Preferirei stare sotto un olivo, con un bicchiere di vino in mano, ascoltando e raccontando storie con gli amici…».
«Raccontate» risponde Ruggero «il vino manca, io vi conosco appena, ma avete tutto il tempo. Là dentro con quella puzza non riuscirei a dormire, preferisco stare all’aperto».
«Conosci la storia di Rosario Moro?».
«No. Era un bandito?»."
Sergio Atzeni, Il quinto passo è l’addio, Ilisso, Nuoro 1995, pp. 108-110.
 «È la Tirrenia di una volta che ha fatto di me la donna che sono. I suoi bagni luridi hanno aumentato esponenzialmente le risorse del mio sistema immunitario: oggi sono così immunizzata che potrei andare in Indocina senza fare alcuna vaccinazione. Le sue cabine a quattro posti da condividere con perfetti sconosciuti mi hanno fatta diventare tollerante verso le diversità, aperta al nuovo e curiosa degli altri. I ponti insicuri sui quali ho trascorso tante notti perché la poltrona costava troppo mi hanno fatta riflettere sulla fragilità della nostra condizione umana, così esposta ai marosi del destino. Quando riuscivo a pagarmi una poltrona era in condizioni tali da farmi valutare come alternativa anche il linoleum scrostato del pavimento, insegnandomi che quando credi che il peggio sia arrivato, non è detto che sia davvero così. L’offerta di cibo nelle sue mense mi ha forgiata all’esercizio di un digiuno liberante.
La difficoltà di viaggiare con quelle vecchie carrette, sempre piene o con tratte lente a massimo risparmio di carburante, mi ha educata al valore della rinuncia, insegnandomi a non prendere le occasioni al volo, che non si sa mai dove ti portano. Vedere che per i turisti d'estate venivano messe navi migliori e più veloci mi ha insegnato che dall'altra parte del mare qualcuno era convinto che i sardi meritassero gli scarti, tanto non potevano scegliere.»
Michela Murgia, in Sardegna 24 del 24 luglio 2011.
Costantino Nivola, particolare di una terracotta.

10 maggio 2011

Memorie di O.

‎Vorrei essere una pianta,
anche un’erba,
una vite,
meglio sarebbe un olivo,
magari un melograno.

Poter restare fermo
e immobile,
in un cortile del Campidano,
in un orto in Baronia,
in una vigna a Dorgali.
Sapere la storia di una casa,
conoscere gli umori delle stagioni.
Fare ridere scioccamente
anche i più saggi del mio villaggio.


C. Nivola

16 marzo 2011

13 dicembre 2010

Training

Per fortuna nella casa di un'unica stanza che occupammo non c'era nessuna roccia affiorante. Ma con le cinque brandine dei capomastri e il pagliericcio in un angolo per i manovali, non restava quasi spazio per cuocere la pasta nel piccolo focolare d'angolo. Il lavoro era duro e le ore non passavano mai. Mi inventavo delle storie per sopportare meglio la noiosa ripetitività del mio compito: mescolare sabbia e calce. Quando il tempo era brutto i capomastri andavano all'osteria, si ubriacavano di vino a buon mercato discutendo fra loro, e proseguivano poi quelle dispute mentre giacevano sulle loro cigolanti brandine militari, coprendo di insulti le rispettive famiglie. In giornate come quelle noi manovali si veniva mandati a raccogliere legna per cuocere la pasta o a cercare asparagi selvatici da vendere per pochi soldi all'esportatore locale di prodotti sardi: agnellini, formaggi e maialini da latte. Vagabondare tra quelle rocce fantastiche in cerca di asparagi mi eccitava e mi divertiva. Ma il momento più felice fu il giorno che tornammo a Orani: indossare l'abito della domenica e indossare una camicia pulita, incontrare gli amici.
Il dottor Cusinu pagò i capomastri per il lavoro svolto a quella data e ci offrì un bicchiere del suo vino con un sorriso ipocrita. Il vino, la prospettiva dei giorni di vacanza, la buffa strada con le sue sculture spettrali, il bel tempo, tutto contribuiva al buonumore dei capomastri. Nessuno, vedendoci, avrebbe riconosciuto in noi la cupa processione di lavoratori di tre settimane prima, in marcia uno dietro l'altro come dei monaci. Traversando il fiume abbiamo riso, ci abbiamo buttato dei sassi e pisciato come bambini. Al nostro arrivo a Orani, diretti verso casa, le donne che stavano spazzando fuori dall'uscio smisero per un attimo, guardandoci passare: ci vedevano come una banda di pezzenti, mentre noi ci sentivamo degli eroi che avevano vinto battaglie.
Costantino Nivola, Memorie di Orani: con venticinque disegni dell'autore e un ritratto di Saul Steinberg; a cura di Aldo Buozzi, Milano, Scheiwiller, 1996, pp. 99-100.

9 dicembre 2010

Dediche alle Piccole Sculture


Teste sui cuscini


Per te tutti luoghi sono cuscini per sprofondare il peso d'oro della tua testa.


Mi piace modellarti la mattina presto con un pizzico d'argilla e una goccia di rugiada.


Io ti guardo dall'alto come una nuvola, meditando sulla tua terrestre espressione di gioia sofferente.


Ti ho modellato all'interno come il tempio di Abu Simbel per adeguarti ai miei capricci.


Se la realtà della tua presenza non è adeguata, io sono costretto a rifugiarmi nella mia immaginazione.


Ciò che è congeniale in noi due mi dà perfetto piacere, come il modellare una scultura concepita nella mia mente.


Sei allo stesso tempo grande e piccola, fredda e calda, sempre confortante.


Un vantaggio della mia tarda età è che non ti vedrò mai vecchia.

Costantino Nivola, Ho bussato alle porte di questa città meravigliosa, Arte Duchamp, Cagliari, 1993, pp. 101-105.

3 ottobre 2010

Much ado about nothing

Con le noise a palla ieri notte alle tre, tornando da O. Vado indietro di un pugno d'ore, racconto. Catapultati a Dorgali nel primissimo pomeriggio a salutare Marco e Angela di rirorno dal Vietnam. Storie, risate, stupore, un caffè e un mirto e via, senza neppure vedere il mare, che rimpiangerò per tutta la settimana, lo so, lo so. Arriviamo a O. al tramonto. Ciao mamma. Mi regala quattro campanelle che hanno 100 anni, eredità di babbo. Poi via, per le strade e Cortes apertas. Incontriamo subito Rita & C. Una birretta veloce e poi giù per le cortes. Un bicchiere di vino all'esposizione dei vetri di A.N. nell'ex mulino dei Merlini. E ancora a volare per vicoli. Tengo il conto: un mirto, una zeroventi, una ridotta di cannoau. L'appuntamento con gli altri è alla cena organizzata dalla Polisportiva. Ci portano antipasti vari, ricotta secca, pane vrattau, pecora in umido, purpuzza, vino, a fiumi. Mangio poco, bevo, chiacchero. P. arriva con i due figli: la primogenita si chiama Mara, 17 anni, fantastica. Parliamo (lei, soprattutto, io ascolto) di cinema. Ipercritica, curiosa, mi fa stare bene, brucia ogni stereotipo sui "ragazzi d'oggi" (se ne dicono di cazzate, se ne dicono...). Si avvicina a salutarci un gruppetto legato alla fondazione Nivola. Ci raccontano entusiasti del vecchio Bavagnoli che il pomeriggio al museo ha inchiodato la gente  raccontando della sua prima visita a Orani, per il reportage sulla mostra à plein air del 1958, tematizzando sul paese di allora, sulla N.Y. di allora: su allora, insomma... "Perché non c'eri?", mi domandano. Non so cosa rispondere. Non c'è niente da perdere, è tutto da perdere. S'avvicina gente della Pro Loco, ci invitano a tornare per il convegno sul biscotto pintau, la domenica mattina. Un convegno sul bisc…?! Ci ribaltiamo dalle panche per le risate. Il sindaco, (un sosia di George Clooney, pazzesco!) ride anche lui, non convintissimo. Lo lasciamo alle sue giuste perplessità e andiamo a sentire i locali AC/DC, gli Stramonium, che hanno appena iniziato a suonare nel grande cortile del del mattatoio, recuperato e diventato uno spazio espositivo di arti convergenti. Ma io ho Le noise che ancora mi ronza nelle orecchie. Via. Andiamo a casa di Rita. Le ciottole dei gatti sono sempre sotto il melograno e gli ultimi nati, Lisadagliocchiblu e Miele, circolano tra il tavolo e il camino e "la fucilazione dell'anarchico Schirru" è appeso sopra la madia, "mannai Mele è sempre nella teca del camino panciuto. Alle due meravigliose brocche di terraccotta ho deciso di dare un nome: Cocomero e Comesono. Alle due e mezza trovo la poesia di Zichittu in mezzo a un vecchio libro della mia amica. Ma che bella! La copio in un foglietto, e decido di metterla nel blog, ora. Siamo stanchi, contenti. Andiamo. Prego che Rita si rimetta in sesto, le voglio un bene enorme. 
Ah, poi l'intervista a Carlo Bavagnoli l'ho trovata alla radio .

13 luglio 2010

Racconti del mistero


Storie, racconti. Emozioni narrate ad alta voce, trasmesse da persona a persona, dagli adulti ai bambini, come nelle lontanissime infanzie. Condividere e non fuggire di fronte alla vastità del nostro sentire…


Spinta da questi pensieri, Franzisca chiamò a raccolta gli abitanti di Nascar, all'ora di
Créme Caramel, per ascoltare alcune letture ad alta voce dei Racconti del mistero di Edgar Allan Poe, per primi, perché ricordavano i bellissimi contos de mortu, quelli che da piccoli sentivano ancora raccontare dalle madri e dalle tutte le donne di buona volontà, durante le interminabili notti d'estate, stretti in un cerchio magico. Quando avere paura insieme era bellissimo.
Belle le parole, solo le parole. Ma era già tanto nell'inverno di Nascar.
Bastiana Madau, Nascar, Poliedro, Nuoro 2003.

Antine Nivola espone le sue sculture nei vicoli di Orani.
Foto di Carlo Bavagnoli (1958).

28 febbraio 2010

L'antifascismo da madre a madre

A G. e A.

Costantino Nivola, Muro e melo (nel giardino della casa a Spring), 1951



E io vorrei scrivere di Marianna, ma non so come iniziare, e allora leggo anche per te Luna de marzu, una poesia che Montanaru sottotitolò con una semplice dedica: “a Marianna Bussalai”.
Luna de marzu sentìa / mi pares troppu istasera / Nues de onzi manera / t’attraversan su caminu, / currellende a s’affainu / sutta s’isprone ‘e su entu. / E tue in su firmamentu / b’andas bella passizera.
T’oscuras de improvvisu / e pare’ morta sa terra. / Inchizzìda est ogni serra / nieddu donzi padente. / Ma tue sighis sa via / cun tundu visu serenu. / Intantu in donzi terrenu / de custa muntagna sola / cuminzat calchi viola / a si mustrare timinde; / ca sun sa dies beninde / de sa bella primavera.
Tue che nunziadora / t’avanzas luna nontesta, / a preparare sa festa / de totta s’umanidade. / Sa tua serenidade / ti faghet cumparrer trista. / Ma tue già cun sa vista / bies sa novella ispera. / Luna de marzu, sentia / mi pares troppu istasera.
Questo è solo uno stralcio della lunga poesia che Montanaru dedicò alla sua amata amica, e mi sembra la cosa più giusta da fare – ecco trovata la chiave – iniziare a scrivere così di una donna che visse poeticamente i suoi anni, e tanto più nobilmente perché riuscì a coltivare la speranza in un contesto storico in cui sembrava regnare una profonda disperazione. Era lei, in tal senso, un'organizzatrice.
Primogenita di Antonietta Angioy e Salvatore Bussalai, Marianna nacque a Orani nel 1904. Qualche anno più tardi nacque Ignazia, la sorella che sempre fu legata a Marianna anche dall'inossidabile complicità ideale che segnò il loro operato di future antifasciste. "Signorina Ignazia", come tutti la chiamavano a Orani, era una donna di straordinaria simpatia e intelligenza, e – mi viene da pensare – agì secondo il poetico e politico dettato dell'ultimo Fortini: Composita solvantur (Le cose si dissolvono): proteggete le nostre verità. Con i suoi racconti (di cui anch’io, da bambina, sono stata fortunata fruitrice) e la cura dei documenti lasciati da Marianna, Ignazia coltivò e trasmise le idee della sorella maggiore: innanzittutto il sardismo autonomista e antifascista, passione che allora unì i giovani più emancipati della resistenza sarda al regime. Le due sorelle rimasero orfane di madre quando Marianna aveva soltanto cinque anni; il padre si trasferì a Nuoro e poi a Porto Torres per lavoro, convolando a terze nozze, e le bambine vennero affidate a Grazietta Angioy, loro zia materna; vissero nella casa settecentesca che fu degli Angioy, tra la piazza di Santa Gruche e S’Arzada ’e su Monte, a Orani: casa ricca di leggende per essere stata ancor prima l’abitazione estiva del Vescovo di Ottana e quindi ricchissima di quelle memorie che le due sorelle rivivevano nei loro racconti davanti al latte fumante e ai biscotti decorati con la glassa e serviti con stoviglie d’argento consumate dall’uso, come mi raccontava sempre nonna M. Una dimora ancora bellissima, con le architravi in trachite rossa e gli stipiti di foggia pisana, la corte all’ingresso e il cortile interno, dove ancora oggi cresce rigoglioso il melograno. Una casa attraversata dalla Storia, destinata a diventare il luogo delle riunioni clandestine antifasciste e una sorta di circolo culturale animato da un poetico gruppo di ragazze e di ragazzi, tra cui mio nonno A., che non ho mai conosciuto perché è morto giovane, ma che ho amato, anche lui, attraverso mille racconti. Così scrive Marianna in un prezioso documento autobiografico: “Il nostro piccolo gruppo viveva in un’atmosfera di poesia e di amicizia che ci impediva di rimpiangere le distrazioni della vita. I nostri autori prediletti, le intime confidenze, i fervidi scambi d’idee, sostituivano la bellezza esterna che mancava alla nostra vita. Libri preziosi, autori amati tenevano nella nostra gioventù, il posto di palazzi e di teatri, di balli e di feste, di viaggi e di amori, e ci offrivano l’universo in un compendio che a malapena ci lasciava sospettare le sue crudeli delusioni e le sue miserie infinite. Ore deliziose, generose amicizie, prime porte aperte sull’ideale…”. Un piccolo testo dove si legge anche un inno d’amore alla lettura, che riusciva ad assolvere, tra le altre, alla funzione di aprire una finestra sui sogni.
Così visse Marianna Bussalai, inventando una vita intensa per se e i suoi amici, anche nella malattia di cui pativa sin da bambina. Visse coltivando in pieno regime fascista le sue idee, leggendo e studiando la storia, la filosofia (in particolare incuriosendosi alla teosofia, corrente di pensiero che ricerca quel che accomuna Dio in tutte le religioni, ritenendo che tutte le religioni derivino da un’unica verità). Scriveva sin da bambina, iniziando molto presto a pubblicare in alcune riviste dell’epoca e in paricolare ne Il Solco, l’organo informativo e culturale del neonato Partito Sardo d’Azione, alla cui costituzione e formazione Marianna dedicò tutte le sue energie con passione, convinzione ed entusiasmo. E continuò a scrivere nonostante la censura e le angherie della polizia fascista, e nonostante questo – come Anna Achmatova, la grande poetessa russa che pure attraversò vicissitudini storiche e personali drammatiche –, continuando a operare nella ricerca della bontà degli uomini, nella fiducia di un riscatto possibile per la sua terra, nella fede in un ideale di giustizia e libertà.
Contemporaneamente continuava a tradurre i poeti sardi con l’idea di poterli divulgare e farne arrivare il canto oltre il mare. In questo senso Marianna aveva una concezione moderna della traduzione, riconoscendone la sua funzione di mediazione culturale e di conferma del valore dei componimenti scritti nella lingua madre. Un’idea all'avanguardia per quell’epoca, in Sardegna, anticipatrice e quindi poco condivisa, se teniamo presente che, sino a non molto tempo fa, il sardo non era riconosciuto come lingua ma identificato esclusivamente come rozzo e naturale mezzo di espressione per le necessità quotidiane. Tuttavia – scrive Marianna in una lettera a Montanaru – “il rapsodo non lo rinnega ancora, e sa trarre da esso nobili accenti e mirabili armonie! E le donne sarde, quiete e ignorate poetesse dell’ombra, quando liberano nei muttos o nelle meste cantilene l’ingenuo e appassionato cuore, sanno addolcirlo e ingentilirlo a meraviglia!”. Ecco, nella bellezza e nella verità dell'espressione – "quiete e ignorate poetesse dell’ombra" – c’è tutta la consapevolezza del suo destino eccezionale. 
La vita di allora era durissima, a Orani come in tutti villaggi sardi, e per una donna era un’impresa ardua, da tutti considerata folle, il progetto teso a rompere l’emarginazione dalla vita sociale e culturale imposta dai rigidi ruoli di genere. Ricordiamoci che in questa stessa epoca, a pochi chilometri dal borgo, a Nuoro, un’altra donna osava scrivere: si chiamava Grazia ed era considerata una strega e definita – neanche tanto alla spalle – "una puttana". Come invece finì e continuò la storia di Grazia Deledda lo sappiamo tutti. Strano, invece, col senno di poi, come invece le cronache della vita di Marianna siano arrivate sin qui con toni diversi da questo; almeno a me così è capitato di ascoltarle – da Ignazia, mia nonna, mia madre, mia tataia Caterina. Mi hanno sempre dato l’idea che Marianna fosse una creatura speciale: troppi particolari (qui un po' lunghi da raccontare) e l'espressione dolce e mite di queste "fonti orali", mi fanno credere che sia stata una ragazzina e poi una donna molto amata e da tutti stimata: dalle amiche e dagli amici, dalla gente di Orani (tranne, ovviamente, che da quel pugno di delatori di regime). Ignazia è stata proprio come un griot, sino all'ultimo, per tutte le persone care che l’andavano a trovare sino all'ultimo periodo, quando era molto anziana e malata, e anche di lei resterà sempre il ricordo di una donna straordinariamente intelligente, coraggiosa, colta, modesta e, per me, soprattutto molto simpatica. L’ascoltavo incantata e divertita: non si stancava mai di raccontare davanti al grande tavolo della cucina antica, stracolmo di libri, di lettere, delle testimonianze degli amici e intellettuali sardi che, a loro volta in età, continuavano a farle visita nella sua casa piena di memorie, anche per ritrovare un po’ di sé e di quel vento che li vide protagonisti di un pezzo importante della storia sarda contemporanea, allorquando si credeva ancora fervidamente nella Rinascita. E sin da bambina, a Ignazia chiedevo di raccontarmi di quella volta che Marianna nascose Emilio Lussu nella botola sotterranea della sua grande casa, delle continue irruzioni della polizia e di come durante a ogni "visita" Marianna si mettesse seduta con il telaio del ricamo in mano, in paziente attesa che la perquisizione finisse: "Non lo trovarono, eh, ma in quei giorni Marianna rischiò davvero la galera e il confino!". Un rischio che correva ogni volta in cui spediva le sue lettere o riceveva i messaggi postali degli amici (compresi quelli del mio nonno giovane…), tenuti d'occhio dai gerarchi del paese.
Solo per un pugno di settimane, Marianna non poté assistere a un evento storico che fu il leit motiv delle battaglie sardiste e che l’avrebbe riempita di gioia: nel giugno del 1947 la Costituente approvò l’articolo 116 della Costituzione della Repubblica, che includeva la Sardegna tra le regioni a Statuto Speciale. 
Morì a marzo di quell'anno, a 43 anni.
Si racconta che la sua bara leggera fu trasportata dalla casa alla chiesa al camposanto antico, dagli amici, che a turno la sollevavano con tenerezza composta, percorrendo i vicoli di Orani. E si racconta che arrivarono da Sassari, da Cagliari, da Nuoro e da ogni paese della Barbagia e dell’Ogliastra, a dare l’ultimo saluto alla nobile ragazza, amica degli umili, libera e ribelle.