Sino a non molto tempo prima lastricava di appunti le sue strade, perché sin là nessuna sembrava uguale all’altra. E lei ci s’immergeva, come a ubriacarsene. Come il Funes del racconto amato, in qualsiasi alito di vento, nella memoria delle foglie alle sei del pomeriggio di un qualunque giorno d’estate. Come un personaggio di Bianciardi, ma più felice, anzi: felice. E le piaceva raccontarle le strade, e tutte le stanze della sua grande casa. I vicoli di Nascar e, nella testa, l’oro di Cordova.
"E qualcuno ha detto:
Sorella della nostra memoria feroce,
del valore è meglio non parlare.
Chi ha saputo vincere la paura
è diventato coraggioso per sempre.
Balliamo, poi, mentre passa la notte
come una gigantesca scatola di scarpe
sopra la scogliera e la terrazza,
in una piega della realtà, del possibile,
dove la gentilezza non è un'eccezione.
Balliamo nel riflesso incerto
dei detective latinoamericani,
una pozzanghera d'acqua piovana che riflette le nostre facce
ogni dieci anni.
In un quaderno ancora ineditolo scrittore cileno scrive queste parole, accompagnate da un disegno (sì, disegnava sempre intorno ai suoi appunti): "Imposible escribir poemas. Estoy enamorado."
M'incanta la sua lucidità, il modo di esprimerla, e mi sento di condividerla (esteticamente proprio), e naturamente mi piace il concetto. A far poesia quando si sosta in una condizione di "innamoramento" si rischia la deriva sentimentale, un mancato controllo della penna, diciamo, con esito visibilmente melenso, e talvolta addirittura nauseante. Non è affatto paradossale, infatti, che anche al cuore arrivino con più forza e autenticità quelle parole dettate alla penna dall'"occhio freddo" gettato sul mondo. E Bolaño lo sa, lo ha sempre saputo: la poesia non ha nulla a che vedere con il sentimentalismo.
Quasi un elenco del telefono, in codice, per agenti segreti: profumo di antico, implicitamente nemico della rivoluzione e dei Gggiovani.
Giuseppe A. Samonà alla voce "Rocci" in Quelle cose scomparse, parole, p.108.
L’amorevole premura di preservare i più giovani dalla innegabile difficoltà di interpretare un testo antico è un regalo avvelenato che cela molti degli inquietanti propositi di trasformazione della scuola e dell’università che sono nell’aria e la volontà di sanzionare la colpevole distanza dal mercato dei saperi teorici. Tanto più autoritario questo intendimento, in un curioso connubio di liberismo selvaggio e controllo dei destini individuali e collettivi, quando nega la possibilità di studiare le lingue antiche nelle loro sfumature all’interno dell’unico curriculum scolastico pubblico in cui questo è ancora consentito. Quando questo progetto sarà compiuto, chi può avrà a disposizione il college privato in cui studiare a dovere le lingue classiche e chi annaspa capirà senza equivoci che il liceo classico è roba da ricchi e dovrà accontentarsi di qualche briciola di cultura dell’antico. Tiziana Drago, "Il liceo classico e i suoi nemici", Il manifesto (di avantieri).
... la vita è una serie di equivoci che ci conducono alla verità finale, l’unica verità.
Roberto Bolaño, Notturno cileno
Georgia O'Keeffe photographed on the roof of her Ghost Ranch home in New
Mexico, 1967 (by John Loengard—The LIFE Picture Collection/Getty Images. (Fonte immagine e didascalia: Time)
Io credo che sia soprattutto per paura che García Márquez si vede come il più grande scrittore colombiano di tutti i tempi, o Vargas Llosa come il miglior scrittore peruviano. Tutti gli scrittori latinoamericani, e penso anche gli spagnoli, in fondo hanno molta paura e cercano di assicurarsi il pantheon post-mortem. Io non ho mai avuto paura della morte e inoltre non credo nel pantheon. Guarda, quando finisce è finita e non resta niente, perciò io sto con Borges quando disse: “Dopo la morte, verrà l'oblio”, e molte teste di cazzo gli dicevano: “Ma no, Maestro, dopo la sua morte resteranno i suoi libri”. Lui li ascoltava e doveva pensare: guarda che branco di imbecilli! Perché lui alludeva all'oblio nel senso più ampio del termine, vale a dire: la Terra finirà, il Sole finirà, tutto finirà, l'oblio è un destino comune di tutto quanto, non solo degli esseri umani, e in questo senso gli scrittori latinoamericani che si pongono sempre questo obiettivo che sta fra il clericalismo e la vigliaccheria, be', cercano di assicurarsi il pantheon post-mortem, e il modo migliore per farlo è diventare lo scrittore nazionale di un paese. Io invece credo nella povertà intrinseca dell'essere umano. Un animale come noi, provvisto di viscere e muscoli, pochi, ossa debolissime, privo di esoscheletro... avere lo scheletro dentro invece che fuori mi sembra una cazzata assoluta... Guarda, si muore ed è finita, fanculo, non credo nel pantheon degli uomini illustri, e non voglio essere lo scrittore nazionale di nessun posto, e in questo senso non mi hanno mai preoccupato la nazionalità o cose del genere. L'unica cosa di cui mi preoccupo quando scrivo è di salvaguardare una certa verosimiglianza negli idiomi che impiego. Voglio dire: quando parla un peruviano dev'essere un peruviano che sta parlando, e quando parla un messicano o un centroamericano dev'essere un messicano o un centroamericano.
Per la lettura integrale dell’intervista invio all’Archivio Bolaño.
Las estrellas se juntan alrededor de la tierra Como ranas en torno de una charca A discutir el vuelo de Gagarin. Ahora sí que la sacamos bien: ¡Un comunista ruso Dando de volteretas en el cielo! Las estrellas están muertas de rabia Entretanto Yuri Gagarin Amo y señor del sistema solar Se entretiene tirándoles la cola.
Ma per questo è necessario restare calmi, solo la calma non ci può tradire. E Amalfitano chiese: tutto il resto ci tradisce? E la voce: sì, in effetti sì, è duro doverlo ammettere davanti a te, ma è la pura e semplice verità. L'etica ci tradisce? L'onestà ci tradisce? La curiosità ci tradisce? L'amore ci tradisce? Il coraggio ci tradisce? L'arte ci tradisce? Be', sì, disse la voce, tutto, tutto ci tradisce, o tradisce te, che è un'altra cosa ma in questo caso è lo stesso, tranne la calma, solo la calma non ci tradisce, e nemmeno questo, te lo riconosco, è una garanzia. No, disse Amalfitano, il coraggio non ci tradisce mai. E nemmeno l'amore per i figli. Ah no?, chiese la voce. No, disse Amalfitano, sentendosi di colpo calmo.
Roberto Bolaño, 2666, traduzione di Ilide Carmignani, Adelphi, Milano 2007, p. 263.
Non è la carta di un bacio Perugina – viene da qui, ed è una frase che mi piace (anche il disegnino mi piace) leggere in successione a un altro appunto dei quaderni di Bolaño che compare nel video: "Imposible escribir poemas. Estoy enamorado."
Non voglio spiegare la mia suggestione (ognuno legga come meglio crede); dico solo che l'ironia è una concreta possibilità di salvezza, non solo per la poesia.
Poi su FF arriva l'apasionada, con i suoi sottotitoli in italiano, e capisci con gratitudine che forse ne vale la pena affacciarsi di tanto in tanto in quella strana landa...
Dall’intervista concessa da Roberto Bolaño a Raul Schenardi, alla fiera del libro di Torino (maggio 2003), a due mesi dalla morte dello scrittore.*
CORTÁZAR, GLI SCRITTORI E L’APPARTENENZA POLITICA
Appartengo a una generazione cresciuta leggendo Cortázar a diciassette anni, e in un certo momento incarnava il punto più alto cui si potesse arrivare. In modo un po' irrazionale, perché non c'è mai un "punto più alto", e non è nemmeno necessario arrivare a un punto più alto, ma siccome eravamo giovani, e ai giovani si consentono queste esagerazioni, Cortázar rappresentava il massimo cui potevamo aspirare. Col tempo il mio autore preferito in lingua spagnola è diventato Borges. Cortázar ora è il secondo, diciamo che continuo ad amarlo e a leggerlo con grande piacere. Io non sono mai stato d'accordo con la falsa dicotomia fra il Cortázar autore di racconti e il romanziere. Io penso che se c'è stato qualcuno al mondo che sapeva come strutturare un libro, dal punto di vista teorico, era Cortázar. Ne sapeva molto di più di García Márquez, che scrive quasi intuitivamente, soprattutto se paragonato a Cortázar, molto più di Donoso… Vargas Llosa, c'è stato un momento in cui aveva un senso della struttura più o meno chiaro, ma al livello di Cortázar nessuno. E del resto uno scrittore non può mai tentare di scrivere un romanzo o un racconto “alla maniera di…”, anzitutto perché in qualche misura ciò implica un parricidio, e io non ho mai visto Cortázar come un padre, tutt'alpiù come una specie di fratello maggiore, nonostante la grande differenza di età. Lui aveva la virtù della gioventù permanente, dell’energia permanente, e anche dell'ingenuità permanente. Io l’ho conosciuto quando avevo 22 anni, in Messico, e già allora non ero d'accordo con molte sue posizioni politiche, soprattutto per quanto riguarda Cuba, o per quella che Cortázar riteneva dovesse essere la posizione dello scrittore di fronte ai compagni di una determinata lotta. Io credo che uno scrittore non debba chiedere il permesso a nessuno per scrivere, tanto meno a dei militanti, che di solito sono quelli che ne sanno meno di queste cose. Ma lui era molto impegnato nella lotta politica, e oltre tutto leale nei confronti del suo impegno – cosa che mi sembra degna di lode –, e quindi aveva di questi problemi, che io invece non ho mai avuto, anzitutto perché dai pochi gruppi di sinistra nei quali ho militato sono stato cacciato. Per mia fortuna.
SCRIVERE POESIA
La poesia nei Detectives è fondamentalmente la metafora della fragilità e della portatilità della letteratura. Non c'è arte più facile – solo all'inizio, dopo diventa la più difficile di tutte – che scrivere una poesia, che fare poesia. Ricordo che a quel tempo in qualche ambiente circolava addirittura l'idea che la poesia potevano scriverla anche quelli che non sapevano scrivere, perché bastava mettere giù parole in libertà. La poesia d'avanguardia era molto di moda e si associava spesso all'idea di cambiare la vita e di cambiare vita, e per me in fondo la poesia – perlomeno come la vedevo all'epoca in cui ho scritto I detectives, è già passato del tempo – è una metafora della fragilità. Una fragilità assoluta. Gente che non solo dal punto di vista letterario, ma nemmeno da quello economico, non aveva futuro, e si aggrappava alla poesia, e faceva bene a farlo… Però aggrapparsi alla poesia durante un naufragio è come aggrapparsi al tappo di una bottiglia di champagne: non ti terrà a galla. La poesia poi è un'arte portatile: per leggere un romanzo servono tempo e una serie di comodità minime, mentre un sonetto puoi leggerlo in mezzo minuto. Altro problema è capirlo. Così, per me la poesia quando scrivevo I detective era la porta d'ingresso nell'ignoto, e in quella materia sconosciuta, probabilmente, stavo aspettando la vera poesia, ma anche la porta d'ingresso stessa era poesia, una poesia bastarda, poco rigorosa, esagerata…
LE RADICI NELLA TRADIZIONE LETTERARIA LATINOAMERICANA E I DEBITI CON LE LETTERATURE NORDAMERICANA ED EUROPEA
Per essere sinceri, io, modestamente, come diceva Vittorio Gassman, ho letto moltissimo, e da molte letture ho tratto profitto. In questo senso ho debiti nei confronti di parecchie letterature. Non credo che ci sia un'influenza diretta di quella nordamericana, ma sicuramente c'è un'influenza che riguarda di fatto tutti gli scrittori latinoamericani e che proviene dai due rami fondamentali del romanzo nordamericano, Melville e Twain. I detective ha senz'altro un debito con Mark Twain. Belano e Lima non sono altro che una trasposizione di Huckleberry Finn e Tom Sawyer. È un romanzo che scorre secondo un moto costante, che è il Missisippi. Insomma, il mio debito con Twain è enorme, anche perché è un autore che amo moltissimo. Ho letto molto anche Melville, e mi affascina. In effetti, per civetteria, preferirei credere di essere più in debito con Melville che con Twain, ma sfortunatamente penso di dovere di più a Mark Twain. Melville è un autore apocalittico… Twain è il giorno e Melville la notte, e la notte impressiona sempre molto di più. Ma per quel che riguarda la letteratura nordamericana moderna, la conosco poco e male. La conosco abbastanza fino agli scrittori della generazione precedente a Bellow. Updike l'ho letto abbastanza, ma non so perché lo facessi, sicuramente era un atto masochista, perché ogni pagina di Updike mi porta sull'orlo dell'isteria. Mailer mi piace più di Updike, anche se ritengo che come scrittore, come prosista, Updike sia più solido. Credo che gli ultimi scrittori nordamericani che ho letto a fondo e che conosco bene siano quelli della "generazione perduta": Hemingway, Faulkner, Scott Fitzgerald, Thomas Wolff. Mi sento molto più in debito, in qualche misura, con gli europei, nel senso che le mie prime letture sono state di poesia e io leggevo soprattutto poeti europei, e passare dalla poesia europea alla narrativa europea è stato molto facile.
SUL CONCETTO DI “SCRITTORE NAZIONALE”
Io credo che sia soprattutto per paura che García Márquez si vede come il più grande scrittore colombiano di tutti i tempi, o Vargas Llosa come il miglior scrittore peruviano. Tutti gli scrittori latinoamericani, e penso anche gli spagnoli, in fondo hanno molta paura e cercano di assicurarsi il pantheon post-mortem. Io non ho mai avuto paura della morte e inoltre non credo nel pantheon. Guarda, quando finisce è finita e non resta niente, perciò io sto con Borges quando disse: “Dopo la morte, verrà l'oblio”, e molte teste di cazzo gli dicevano: “Ma no, Maestro, dopo la sua morte resteranno i suoi libri”. Lui li ascoltava e doveva pensare: guarda che branco di imbecilli! Perché lui alludeva all'oblio nel senso più ampio del termine, vale a dire: la Terra finirà, il Sole finirà, tutto finirà, l'oblio è un destino comune di tutto quanto, non solo degli esseri umani, e in questo senso gli scrittori latinoamericani che si pongono sempre questo obiettivo che sta fra il clericalismo e la vigliaccheria, be', cercano di assicurarsi il pantheon post-mortem, e il modo migliore per farlo è diventare lo scrittore nazionale di un paese. Io invece credo nella povertà intrinseca dell'essere umano. Un animale come noi, provvisto di viscere e muscoli, pochi, ossa debolissime, privo di esoscheletro... avere lo scheletro dentro invece che fuori mi sembra una cazzata assoluta... Guarda, si muore ed è finita, fanculo, non credo nel pantheon degli uomini illustri, e non voglio essere lo scrittore nazionale di nessun posto, e in questo senso non mi hanno mai preoccupato la nazionalità o cose del genere. L'unica cosa di cui mi preoccupo quando scrivo è di salvaguardare una certa verosimiglianza negli idiomi che impiego. Voglio dire: quando parla un peruviano dev'essere un peruviano che sta parlando, e quando parla un messicano o un centroamericano dev'essere un messicano o un centroamericano.
*Titoletti e suddivisione in paragrafi sono miei. Per la lettura integrale dell’intervista invio all’Archivio Bolaño.
LA BATTAGLIA FUTURA
Trailer del documentario "La battalla futura", in programma alla settimana dell'autore alla Casa de las Americas di Madrid (dal 23 novembre 2010), quest'anno dedicata a Roberto Bolaño. Fonte: qui.
Sant Feliu de Guíxols (Spagna), 23 luglio 2010, Festival de la Porta Ferrada. Patti Smith canta Black Leaves, un suo nuovo pezzo dedicato a Roberto Bolaño, accompagnata alla chitarra da Lautaro Bolaño Lopez, figlio dello scrittore. Bisognerà ora attendere l'annunciata incisione del disco che conterrà la canzone. Il video che pubblico qui è di scarsa qualità ma è un documento interessante, e mi fanno tenerezza le acclamazioni del giovanissimo pubblico all'ingresso di Lautaro sul palco.
C’è qualcosa che mette a disagio, a partire dalla sua morte, un risvolto mitico che la morte dello scrittore sta in qualche modo imponendo. E davvero mi è difficile distinguerlo, separarlo. Io, per lo meno, ho questa necessità di separare la mia propria esperienza di lettura da quell'impronta mitica che si inizia a incubare con il solo fatto della morte giovane.
(Martín Kohan)
Nel 2008, nell’ambito del Festival Internacional de Literatura de Buenos Aires (Filba), Martín Kohan, Juan José Becerra e Gonzalo Garcés, nella tavola rotonda coordinata da Edmundo Paz Soldán e intitolata "Después de Bolaño", hanno finemente analizzato il futuro dell'opera di Roberto Bolaño.
Si tratta della seconda tavola rotonda dedicata allo scrittore e la trovate integralmente tradotta qui.
Consiglio la lettura anche della prima, intitolata “El escritor insufrible” che trovate tradotta e pubblicata nel sito di Nazione Indiana.
La traduzione della terza e ultima tavola rotonda sta per uscire.
Vladimir Majakovskij tornerà di moda nell'anno 2150. James Joyce si reincarnerà in un bambino cinese nell'anno 2124. Thomas Mann si trasformerà in un farmacista ecuadoriano nell'anno 2101. Marcel Proust entrerà in un profondo e disperato oblio a partire dall'anno 2033: Ezra Pound sparirà da alcune biblioteche nell'anno 2089. Vachel Lindsay sarà un poeta di massa nell'anno 2101. César Vallejo sarà letto nelle gallerie nell'anno 2045. Jorge Luis Borges sarà letto nei tunnel nel 2045. Vincente Huidoro sarà un poeta di massa nell'anno 2045. Virginia Woolf si reincarnerà in una narratrice argentina nell'anno 2976. Louis Ferdinand Céline entrerà in purgatorio nell'anno 2094. Paul Elouard sarà un poeta di massa nell'anno 2101. Metempsicosi. La poesia non sparirà. Il suo non potere sarà visibile in un alto modo. Cesare Pavese diventerà il santo patrono dello sguardo nell'anno 2034, Pier Paolo Pasolini diventerà il santo patrono della fuga nell'anno 2100. Giorgio Bassani uscirà dalla sua tomba nell'anno 2167. Oliviero Girondo troverà posto come scrittore per i giovani nell'anno 2099. Roberto Artl vedrà tutta la sua opera portata sullo schermo nell'anno 2102. Adolfo Bioy Casares vedrà tutta la sua opera portata sullo schermo nell'anno 2105. Arno Schmidt risorgerà dalle sue ceneri nell'anno 2085. Franz Kafka tornerà a essere letto in tutti i tunnel dell'America Latina nell'anno 2101. Witold Gombrowicz godrà di enorme risonanza al di là dei confini del Rio de la Plata intorno all'anno 2098. Paul Celan risorgerà dalle sue ceneri nell'anno 2113. André Breton risorgerà dagli specchi nell'anno 2071. Max Jakob smetterà di essere letto, vale a dire che morirà il suo ultimo lettore, nell'anno 2059. Nell'anno 2059 chi mai leggerà Jea-Pierre Duprey? Chi leggerà Gary Snyder? Chi leggerà Ilarie Voronca? Queste sono cose che io mi domando. Chi leggerà Gilberte Dallas? Chi leggerà Rodolfo Wilcock? Chi leggerà Alexandre Unik? Nicanor Parra, senza alcun dubbio, avrà una statua in piazza del Cile nel 2059. Octavio Paz avrà una statua in Messico nell'anno 2020. Ernesto Cardenal avrà una statua, non troppo grande, in Nicaragua nell'anno 2018. Ma tutte le statue volano, per intervento divino o più di consueto per intervento della dinamite, com'è volata la statua di Heine. Dunque, non riponiamo troppa fiducia nelle statue. Carson McCullers, senza alcun dubbio, continuerà a essere letta nell'anno 2100. Alfonsina Storni si reincarnerà in un gatto o in un leone marino, non posso essere più precisa, nell'anno 2050. Il caso di Anton Cechov sarà un po' differente: si reincarnerà nell'anno 2003, si reincarnerà nell'anno 2010, si reincarnerà nell'anno 2014. Alla fine apparirà di nuovo nell'anno 2081. E poi mai più. Alice Sheldon sarà una scrittrice di massa nell'anno 2017. Alfonso Reyes sarà assasinato una volta per tutte nell'anno 2058 ma in realtà sarà Alfonso Reyes ad assassinare i suoi assassini. Margherite Duras vivrà nel sistema nervoso di migliaia di donne nell’anno 2035. E la vocina diceva, che strano, che strano, non ho idea di chi sia. Io ridevo. Ridevo per un bel po’. Cos’hai da ridere? diceva la vocina. Rido per avere colto in fallo proprio te che sei così colta, rispondevo. Colta, colta, non so cosa voglia dire colta, però ho letto, questo sì. Che strano, dicevo come se all’improvviso il sogno avesse fatto un giro di 180 gradi e adesso mi trovassi in una regione fredda, di Popocatépetl e Ixtaccìhuatl moltiplicati. Che cosa ti sembra tanto strano? diceva la voce. Che il mio angelo dei sogni sia di Buenos Aires mentre io sono uruguagia. Roberto Bolaño, Amuleto, traduzione di Pierpaolo Marchetti, Mondadori, Milano 2001*, pp.123-126.
(*Edizione introvabile, ma se vuoi cercarlo, il romanzo è stato ritradotto da Ilide Carmignani ed è uscito per Adelphi proprio in questi giorni.)
E fu così che i ragazzi-fantasma attraversarono la valle e precipitarono nell'abisso. Un transito breve. E il loro canto-fantasma o l'eco del loro canto-fantasma, che è come dire l'eco del nulla, nelle mie orecchie continuò a marciare al loro stesso passo, che era il passo del coraggio e della generosità. Una canzone appena percettibile, un canto di guerra e d'amore, perché non c'è dubbio che i bambini andassero in guerra ma lo facevano richiamando i comportamenti teatrali e sovrani dell'amore.
Ma che razza di amore potevano aver conosciuto? pensai quando la valle restò deserta e il loro canto era l'unica cosa che ancora risuonava nelle mie orecchie. L'amore per i loro genitori, l'amore per i loro cani e i loro gatti, l'amore per i loro giocattoli, ma soprattutto l'amore che sentivano l'uno per l'altro, il desiderio, il piacere.
E anche se quel canto che avevo ascoltato parlava di guerra, delle imprese eroiche di un'intera generazione di giovani latino-americani immolati, io sapevo che sopra ogni altra cosa, parlava del coraggio e degli specchi, del desiderio e del piacere.
E quel canto è il nostro amuleto.
Roberto Bolaño, Amuleto, traduzione di Pierpaolo Marchetti, Mondadori, Milano 2001*, p. 142.
*Edizione ormai introvabile, ma se vuoi cercarlo, il romanzo è stato ritradotto da Ilide Carmignani per Adelphi, ed è uscito in libreria proprio in questi giorni.
C’è un fondo di arroganza, come ammettono alcuni scrittori, nel processo letterario?
Per quanto riguarda me e il mio lavoro, no. Altrimenti sarei un perfetto idiota. Scrivere è un atto di umiltà, tutto il contrario dell’arroganza. Quando scrivo non c’è spazio che per l’umiltà. Prima di me, tanti altri si sono seduti allo stesso tavolo e hanno lavorato con gli stessi strumenti, piuma, inchiostro, macchina per scrivere, computer. Autori grandissimi che leggo e rileggo. Impossibile provare arroganza. Puoi solo sentire timore o umiltà. E non sono un tipo timoroso.
Roberto Bolaño, da una intervista tradotta da Federico Bona, che puoi leggere integralmente qui.
Io sono l'amica di tutti i messicani. Potrei dire che sono la madre della poesia messicana, ma forse è meglio non dirlo. Io conosco tutti i poeti e tutti i poeti conoscono me. Dunque potrei anche dirlo. Potrei dire che sono la madre, e sono secoli che qui tira una bruttissima aria, ma anche questo è meglio non dirlo. Potrei dire, per esempio, di aver conosciuto Arturito Belano quando aveva diciassette anni ed era un bambinone timido che scriveva opere di teatro e poesia e non sapeva bere, ma in qualche modo sarebbe una ridondanza, e a me hanno insegnato (me l'hanno insegnato con la frusta, con una bacchetta di ferro) che le ridondanze sono di troppo e che deve bastare il semplice argomento. Quello che di sicuro posso dire è il mio nome. Mi chiamo Auxilio Lacouture e vengo dall'Uruguay, da Montevideo, anche se quando mi vanno i fumi alla testa, quando mi prende lo sghiribizzo di dire stranezze, dico che sono charrúa, che in realtà sarebbe lo stesso, ma poi lo stesso non è, visto che finisce per confondere i messicani e di conseguenza gli altri latino-americani. Ciò che realmente importa è che un giorno arrivai in Messico senza sapere bene perché, né a fare cosa, né come, né quando. Arrivai in Messico, nel DF, il Distrito Federal, nell'anno 1967 o forse nell'anno 1965 o 1962. Non mi ricordo più le date né le molte peregrinazioni, l'unica cosa che so è che sono arrivata in Messico e non sono più andata via.
* Così lo scrittore cileno definisce la protagonista e voce narrante di Amuleto in un'intervista ora raccolta in Roberto Bolaño, Tra parentesi, traduzione di Maria Nicola, a cura di Ignacio Echevarría, Adelphi, Milano 2009. Ritroviamo il personaggio della poetessa Auxilio Lacouture anche nel bellissimo I detective selvaggi, pubblicato in Italia da Sellerio.
Patti Smith presenterà al festival Spoken Word di Gijón una canzone dedicata allo scrittore e poeta d'avanguardia della nuova letteratura ispanoamericana Roberto Bolaño, che... ♥!