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19 gennaio 2021

Càstia

La casa di campagna ce l'ho da oltre vent'anni, l'ho messa su a Crannicosa con i soldi della liquidazione che mi ha dato, non volentieri, il giornale dove ho lavorato tutta la vita, bene, sino agli ultimi anni, pessimi. È sorta dove mio nonno aveva l'ovile per capre, pecore e qualche mucca. Verso oriente vedo il nuraghe dell'Orco e l'acropoli di S'Argidda, da lì escono il sole e la luna che poi vanno a finire dietro Santa Vittoria, a ovest. …

Giacomo Mameli, Castia. Cronache da un paese di pietre, [con illustrazioni di Lorenzo Vacca], Villanova Monteleone, Soter 2020, p. 70.

1 marzo 2018

Dialoghi oranesi

"Venerdì 9 febbraio 2018. È un giorno feriale da pomeriggio letterario. Al paese si arriva questa volta dalla strada di Nùoro, quella che – passando il valico di Corr’e boi – porta nell’Ogliàstra di Lanusei. La vetta di Gonàre è sempre lì. Belle campagne anche se fanno capire di essere assetate, querce secolari e roverelle, qualche agrifoglio con foglie verdissime e drupe che più rosse non si può. Cartelli con nomi belli di campagna e aziende agropastorali: Talèri, Baraùle, Istalài, Lòsore, Monte Nule, Ohto che era zona abitati dai prenuragici e dai nuragici. All’ingresso del paese l’insegna di Zichi Graniti, il cartello d’ingresso indica i gioielli del paese, le chiese di Gonàre, la torre pisana di Sant’Andrea, Sa Itria, San Giovanni, i santuari di San Giorgio, Sant’Elia e Santo Spirito, il galoppatoio comunale, tanti nomi di tanti nuraghi, le domus de janas di San Salvatore, le tombe dei giganti, la zona termale, il Museo Nivòla. Per le strade insegne di botteghe artigianali dove si lavora il ferro. Nei bar si parla del Carnevale, delle corse con i cavalli e dei costumi da usare. In tutti i bar: che si chiamano Tzillèri (ricordando il latino cellarium) ai nomi esterofili Charlìe bar e Snack bar, c’è anche il Millennium.
Al centro del paese, attaccata alla sartoria dei Mura, la “Casa Maninchedda”, casa padronale dell’Ottocento. Qui il pomeriggio letterario di Bastiana Madau propone il tema “Sguardo interno, sguardo esterno. Raccontar fole”. Tanta gente, c’è anche il sindaco. Madau parte da uno scrittore sardo, Sergio Atzeni (1952-1995) che poco apprezzava le fake news raccontate nei romanzi di scrittori europei che si erano occupati di Sardegna. In una lettera inedita inviata nel 1988 a Massimo Loche, allora direttore del quotidiano di Cagliari L’Unione Sarda, aveva scritto: «Caro Loche, acclusa troverai la follia – descrizione della vita sarda a cavallo fra Sette e Ottocento, quando altrove si facevano Rivoluzione industriale e Rivoluzione Francese – costruita usando soltanto scrittori non sardi: italiani, tedeschi, francesi, inglesi. I sardi del passato non raccontati da se stessi ma da un occhio esterno: un po’ perché a quel tempo da sé non si raccontavano – chi scriveva preferiva inventare storie giudicali – un po’ perché gli stranieri sono talvolta divertenti, un un po’ perché l’occhio esterno vede con più freddezza, con meno affetto. Naturalmente, quando gli stranieri hanno raccontato fole ho cercato di smontarle».
Il pubblico – in maggioranza donne – ascolta Madau con attenzione. Che parla di «scrittori, romanzieri e giornalisti come Honoré de Balzac, Elio Vittorini, Carlo Levi, David Herbert Lawrence (autore del capolavoro L’amante di Lady Chatterley ma anche il diario intitolato Mare e Sardegna). Abbiamo i resoconti di viaggio di Paul Valery, Massimo Bontempelli, Nino Savarese, Virgilio Lilli, di grandi linguisti come Max Leopold Wagner. Di letterati come Auguste Boullier. Di politici come Carlo Cattaneo ed Eugene Roissard De Bellet. Di antropologi come Paolo Mantegazza e Franco Cagnetta. Di un accademico dei Lincei, Maurice Le Lannou, uno dei più grandi geografi europei del secolo scorso che ci ha lasciato in particolare un’opera straordinaria intitolata Contadini e pastori di Sardegna, dove la geografia dell’isola viene letta come un libro di storia, per cui “l’inaccessibilità” spiega il perché la Sardegna sia storicamente defilata dai processi che hanno sconvolto il Mediterraneo». E racconta di Carlo Cattaneo che descrive la geologia della Sardegna senza averci mai messo piede.
Compaiono anche i classici. Con Cicerone che chiama i sardi “mastrucati ladruncoli”, domandandosi: «Dal momento che nulla di puro c’è stato in questa gente nemmeno all’origine, quanto dobbiamo pensare che si sia inacetita per tanti travasi»Per Dante, addirittura, nessun isolano è degno di stare in Paradiso, molti invece vengono collocati nell’Inferno – poiché i Sardi, fra tutti i Latini, «sembrano proprio gli unici a non disporre di un proprio volgare imitando la grammatica latina come le scimmie imitano gli uomini».
Tutti ascoltano con interesse. Bastiana Madau passa il microfono a un’attrice, Valentina Loche, che propone la lettura di diversi brani autentici. Eccone uno di Carlo Cattaneo che, è bene ricordarlo, mai era stato nell’Isola: «Il granito rosso del Monte Nieddo è sìmile all’egizio; il roseo dei Sette Fratelli a quello del Verbano; il grigio abonda nel Gocèano e nella Nurra; il pòrfiro trachìtico e le basaniti dànno màcine; il marmo ha belle varietà: il cipollino del Correbòi, il bardilio di Mandas, il nero di Flùmini Maggiore, la breccia d’Eglesia, il bianco zuccherino d’Ozieri, di Chirra, di Teulada. Abonda il gesso; e l‘alabastro veste le grotte di Porto Conte, Tiesi e Domus Novas. La Nurra fornisce schisto tegolare; sono frequenti le pozzolane, le pùmici, i tufi, le argille, il nitro, l’allume, il bolarmeno, le rocce magnesìfere, le terre coloranti; si raccòlgono diaspri, àgate, calcedonie, cornaline, ametiste e giadi. Negli stagni marìtimi abonda il sal commune, ed anche il solfato sòdico; nelli interni il carbonato. Molte fonti salutari dei tempi romani sono smarrite; ma si frequèntano le termali di Sàrdara e Fordungiano, le acidule di Codrungiano, le iodurate di Villacidro, le marziali di Benetutti, ove i bagnanti sono costretti a ripararsi in una chiesa, o sotto frascate, o all’ombra d’un fico gigantesco; così poca cura si ha d‘ogni util cosa».
Ci si rinfranca lo spirito ascoltando parlare di fotografi. Madau: «Abbiamo i repertori dei primissimi fotografi, che sono stati i dagherrotipisti itineranti francesi, di Delessért, di Ugo Pellis, dei fratelli Sella, di Henri Cartier-Bresson, Josip Ciganovic, Bruno Barbey, August Sanders, Thomas Ashby, Fausto Giaccone, Italo Zannier, Paolo di Paolo, Gianni Berengo Gardin, Adriano Mordenti, Tano D’Amico, Franco Pinna, Lisetta Carmi, Sebastiana Papa, Marianne Sin-Pfältzer». Poi si parla di scrittori sardi contemporanei, si annunciano i prossimi incontri: Luciano Marroccu, Omar Onnis, il giornalista Angelo Altea, il ricordo della criminologa Nereide Rudas. La serata a Casa Maninchedda finisce col tè caldo offerto in tazze di ceramica Old England.

Da Casa Manichedda al Museo dedicato a Costantino Nivòla, a mezza collina, sotto Gonàre. E si passa dagli artisti oranesi del passato a quelli contemporanei. Anche qui tanta gente anche se la serata è decisamente gelida. Voci di bambini e bambine. C’è l’inaugurazione della mostra “I’m bach” di Cristian Chironi…".
Dal lungo articolo di Giacomo Mameli intitolato "Orani nel cuore della Barbagia, dove il cuore batte meglio", in Dialoghi Mediterranei (periodico bimestrale), n. 30, marzo 2018.
Orani, febbraio e marzo 2018, pomeriggi letterari a Casa Maninchedda, a cura di Bastiana Madau. Organizzazione: Comune di Orani, in collaborazione con la Pro Loco.

8 febbraio 2018

Un tè con biscotti e concetti a Casa Maninchedda - terzo appuntamento

Il complicato ma nondimeno affascinante tema del terzo appuntamento oranese sarà l’attenzione verso gli elementi del vero e del falso nella descrizione della Sardegna storica, questione a cui Sergio Atzeni ha dato con i suoi meravigliosi romanzi una risposta etica e artistica. Con lui ci siamo lasciati nel penultimo incontro e da lui ripartiremo, per riattraversare un bel po’ di “fole”, come le chiamava. Con me “saranno” gli studiosi che questo tema, produttore di tanti stereotipi duri a morire sui sardi e la Sardegna, lo hanno analizzato da diversi punti di vista: dalla grande Nereide Rudas al raffinato storico della letteratura Francesco Casula, dallo storico universitario Luciano Marrocu all’acuto storico militante Omar Onnis. C’è di che parlare e tanto si parlerà dei resoconti letterari e fotografici degli innumerevoli viaggiatori che hanno visitato l’isola a cavallo tra Otto e Novecento. Saranno presenti, invece, realmente due graditissimi ospiti: l'attrice teatrale Valentina Loche, che leggerà alcuni brani, e il giornalista e scrittore Giacomo Mameli, che con le sue indagini incentrate a cogliere la realtà di un’isola che non ha mai smesso di cambiare ha dato un grande contributo culturale alla decostruzione dei luoghi comuni.
Inizieremo puntuali, alle 17, per finire in tempo e partecipare tutti all'inaugurazione della mostra di Cristian Chironi, che ritorna da un lungo, straordinario viaggio, al Museo Nivola, alle 19.

2 febbraio 2018

Vuol dire arte

Orani vuol dire arte. Perché tutte le Muse sono venerate ai piedi del Monte Gonare. Pittura e scultura, architettura, poesia e prosa, l’uso sapiente delle mani nelle sartorie di Mura o Modolo con velluti Visconti di Modrone o nelle botteghe artigiane con le lamiere di Roberto Ziranu, maestro di brunitura e d’incisione. Tutt’attorno una montagna dove vivono le sirene. E la guglia di Sant’Andrea. In piazza Santa Croce nel 1388 fu firmata la pace tra Eleonora d’Arborea e gli Aragonesi. In una chiesa c’è un organo del 1732, ha 369 canne.
Qui è nato, nel 1950, Salvatore Niffoi. Vedove scalze, Matoforu aedo di Thilipirches, il bandito Bantine Bagolaris che torna a Maragolò: fantasia e realtà nella lingua forte e immaginifica del narratore Premio Campiello. [...]  Proviamo a raccontarlo, questo luogo, da un punto di vista un po’ differente. Seguiremo, per capire da quale humus prende alimento la narrativa dell’autore del “Maestro di metafore”, le tracce di altri grandi che si sono distinti nel Pantheon di questo piccolo paese della Barbagia. Su tutti due nomi: Costantino Nivola (1911-1988) e Mario Delitala (1877-1990). Nivola e Delitala, come Niffoi, un tutt’uno col paese dove sono nati e sono amati.
Prima di sbarcare a New York con la moglie ebrea Ruth Guggenheim, Nivola lavora alla Olivetti di Ivrea. Diventa direttore artistico di “Interiors” e di “Progressive Architecture”, firma la prima personale alla Nagy Gallery a New York, partecipa alla Quadriennale di Roma, poi la cattedra ad Harvard. Continua a scolpire e dipingere. Nel 1958 torna a Orani, completa la facciata della chiesa dell’Itria. In un amarcord di quarant’anni scrive di essere nato «tutto rosso, come un coniglio appena spellato. Era mezzogiorno e mezzo, il 5 luglio 1911: dalla finestra della stanza entrava l’aria tiepida e con essa migliaia di suoni gradevoli, prodotti dagli uccelli, i grilli, le api e anche dagli scoppi dei piselli selvatici». Il resto si sa. American Academy of Arts, professore tra Harvard e la University of California di Berkeley, nel 1982 è alla Reale Accademia di Belle Arti all’Aja. Torna a Orani e descrive «le due minuscole finestre delle due altrettanto minuscole stanze da letto della casa dove sono nato e che davano sull’orto di don Pietropaolo Meloni». Ritrova Elias, «uno dei quattro manovali che lavoravano alla costruzione della villa Cusinu a Orotelli», e potrà scrivere la poesia-epitaffio con sei versi: «Sono tornato a Orani/ annunziato dalle tue comari/ “ricco potente è”/ hanno detto/ “meschino”, hai risposto/ “costretto a vivere in terre straniere». Orani lo venera. Gli dedica un museo. Con iniziative intelligenti. 
Va in terre straniere anche Mario Delitala, nome già affermato quando Nivola nasce. Artista da bambino: «Avevo una certa tendenza alla pittura che manifestavo disegnando caricature o dipingendo cartelli di réclame per i balli studenteschi o rappresentazioni teatrali». Comincia con le scene per una commedia di Terenzio, poi vita paesana, case e cortili, l’asino alla mola, ritratti di Ziu Predu Costanza. Con gli anni emerge «la predisposizione alla resa somatica dei volti». Sono le basi per i successi prossimi venturi. Alla fine degli anni 20 Delitala decora il Duomo di Lanusei: disegni geometrici, le quattro lunette delle Maddelene nella «cappella Sistina dell’Ogliastra», le grandi tele della Crocifissione, della Natività e della Deposizione. Venezia, Roma. Arriva la direzione della Scuola del libro di Urbino, darà valore aggiunto moderno alla città di Raffaello. La stilistica è una delle materie preferite. C’è poi l’Africa per «avvicinare – scrive la critica d’arte Maria Luisa Frongia – nuove culture, paesaggi, abitudini e volti inconsueti». Chi può, guardi i capolavori La donna di Bengasi, i cammelli di Agedabia, la moschea, le spiagge con palme. 
Delitala torna in Italia, altre città, il trionfo alla Mostra internazionale del libro d’arte e alla ventesima Biennale veneziana con “La cacciata dell’Arrendadore”. E ancora Palermo, Pesaro, in Sardegna lavora a Nuoro, decora l’aula magna dell’università di Sassari, è ad Alghero, Castiadas, altre città. Oggi Lanusei gli dedica il liceo artistico.
Scrittori, artisti, ma anche altre figure nel nome di Orani. Pietro Borrotzu (1921-1944), eroe della seconda guerra mondiale, comandante partigiano torturato e fucilato a Chiusola di La Spezia dai nazifascisti. Nel 1946-47 ottiene la laurea ad honorem a Sassari, è medaglia d’oro al valor militare. E poi una donna, la prima femminista del Psd’Az. Si chiamava Marianna Bussalai (1904-1947). Piccola di statura, la chiamavano “Marianedda de sos Battor Moros” [...] Ieri e oggi, nel paese dei romanzi di Niffoi. Perché la tradizione letteraria continua. Bastiana Madau, scrittrice raffinata, direttrice-mito della biblioteca di Orgosolo, organizza pomeriggi letterari in una casa padronale dell’Ottocento, casa Maninchedda. È la tradizione letteraria che, nel paese della “Vedova scalza”, viene proposta settimana dopo settimana alla gente. Per crescere. Dibattiti in nome della cultura. Madau, parlando della Bussalai, nel saggio “L’antifascismo di madre in madre”, ha scritto: «La bara leggera fu trasportata dalla casa alla chiesa al camposanto antico, dagli amici, che a turno la sollevavano con tenerezza composta, percorrendo i vicoli di Orani. Arrivarono da Sassari, Cagliari, Nuoro, da ogni paese della Barbagia, dell’Ogliastra e del Campidano, a dare l’ultimo saluto alla nobile ragazza, amica degli umili, libera e ribelle».
In questa temperie civile e culturale nascono i libri di Salvatore Niffoi. Chi li conosce e li ama, sa che vengono dal cuore grande di una terra dura e generosa.
Giacomo Mameli, Viaggio a Orani dove nascono le storie di Niffoi, La Nuova Sardegna, giovedì 1 febbraio 2017.

26 settembre 2015

Necessità, orizzonte

[Leggendo Le ragazze sono partite, un bellissimo libro di Giacomo Mameli derivato da una raccolta di fonti orali, con una buona struttura narrativa, che affronta il tema dell'emigrazione femminile sarda nel dopoguerra.]
L'immagine delle ragazze che, soprattutto a partire dal '45, lasciano i piccoli borghi natii dell'isola e si incontrano prima sul treno, poi sulla nave e poi ancora sul treno, mi evoca gli uomini e le donne in cammino dei romanzi di Saramago. Tantissimi, insieme, chi a piedi, chi su un carro. Non si conoscono, prima di incamminarsi, si conosceranno camminando insieme [omaggio ad A.]. Ma le moltidudini in viaggio non sono soltanto dei romanzi, come sappiamo, e non sono soltanto di ieri: pensiamo all'oggi, a quei viaggi a volte simili a deportazioni, e non dimentichiamo mai di illuminarli con la nostra capacità di leggerli con tutta l'umanità che ci è rimasta. Nessuno viaggia per viaggiare, tutti viaggiano per necessità. Ma nei loro cammini avvertiamo ancora, forse per l'ultima volta, come le cause e gli effetti possano confondersi, e come la necessità che spinge a viaggiare possa anche essere, forse, soltanto e ancora quella del viaggio: chi può affermare che nel corpo di quel ragazzo di vent'anni (presumibilmente...) o di quella ragazzina di 16 (...) trovati morti in mare non fosse racchiuso anche un "sogno"?... Ma anch'io mi soffermo innanzittutto sulla necessità primaria, perché la divagazione sul tema del viaggio porta troppo lontano: al discorso sulla libertà della scoperta, ad esempio, al bisogno naturale di allargare il proprio orizzonte, e, dunque, al discorso sulla libertà, che via via, forse senza che ne siamo totalmente consapevoli, oggi è diventato un lusso proibito, tanto da apparire addirittura "reazionario"... 
Così, per quanto riguarda l'influenza dell'antico bisogno umano di viaggiare nella decisione di emigrare, è senz'altro più opportuno ricordare la lezione di Nereide Rudas (L'emigrazione sarda, 1974), accolta anche da Maria Luisa Gentileschi in Il bilancio migratorio, pubblicato nel 1978. Entrambe le studiose osservano che se da un lato è corretto tenere conto che nel processo emigratorio confluiscono componenti psicologiche e sociali, dall'altro è giusto riaffermare che non per questo l’emigrazione sia un atto di libera scelta. Pertanto è giusto che si riconosca nella situazione di base della migrante o del migrante un bisogno "aperto", ma se anche tale bisogno non è necessariamente riconducibile a una pura spinta economica resta il fatto che, a monte di tali motivazioni e nel quadro entro cui esse si collocano, vi è una condizione generale di arretratezza e di insufficienza dei contesti di partenza, che non permette il soddisfacimento del bisogno stesso, non consentendo in ultima analisi, al migrante o alla migrante di autorealizzarsi nel proprio luogo di origine.

Concretamente, per stare al libro che mi ha spinto a scrivere questo post, cos'è che ha spinto tante, tantissime giovani donne, a volte ancora bambine (coraggiosissime bambine), a varcare per la prima volta il mare, lasciando i paesi dell'infanzia e la propria famiglia? Scrive Mameli, a p. 68: «Nell'isola e altrove, in Abbruzzo e in Sicilia per il lavoro femminile non c'era posto». La Fiat a Torino l'avevano fatta per dare lavoro ai maschi; così gli pneumatici della Pirelli, le acciaierie di Taranto e Terni, i cantieri navali di Monfalcone e La Spezia, le miniere della Francia e del Belgio, e così anche le miniere sarde di carbone, «dove i maschi morivano di tumore nero. [...] Il lavoro è sostantivo maschile»: le donne sarde e le altre sparse nel Sud erano destinate solo ai fornelli e a lavare panni, quasi sempre senza compenso quando se ne restavano nei paesi di nascita. «Fatica dovuta, scritta nei libri sacri. Solo per poche figlie di ricchi c'era una cattedra in qualche scuola. Le figlie dei poveri – se volevano vedere soldi – dovevano solo partire. E le ragazze partivano. I paesini restavano vuoti.»

Perché partono, innanzittutto, le ragazze di cui parla questo libro? 
Partono perché sono povere. 
Cosa "sognano" le ragazze dei racconti reali tessuti in questo libro? 
Vogliono guadagnare il denaro che gli consenta di aiutare la famiglia: aggiustare il tetto della casa natale, aiutare un fratello a rifarsi un gregge rubato, sfamare e vestire le sorelle più piccole, poter curare un familiare malato, aiutare la famiglia a uscire da situazioni di indigenza o quasi. Ma ambiscono anche a fare una vita diversa, a conoscere altro che non sia il paese, le campane della chiesa, le capre, i maiali, il solito povero cibo. Ambiscono anche alla libertà dal rigido controllo paterno o dal controllo sociale tout-court; ambiscono a crescere libere, a emanciparsi, andando a fare le serve in terra anzena
Sembra un paradosso, vero? Non lo è, o almeno, dagli esiti spesso edificanti della loro emigrazione, di cui nel libro sempre si dà conto, non lo è stato. 
Ciò detto, cosa vanno a fare le ragazze in città? Vanno a servire in casa delle famiglie benestanti, cioè a fare le tzeràccas. E quando va meglio, cioè quando sono trattate civilmente e non accolte subito con “tu sei la mia serva”, come accade a Pietrina, cosa vanno a fare? Vanno a fare le domestiche. Da tzeràccas – parola sarda che deriva dal greco antico, e significa serva – all'italiano domestica, che a sua volta viene dal latino domo, e dice di colei che si prende cura della casa e, dunque di chi la abita; e nelle due differenti parole per designare sostanzialmente la stessa attività, c'è una mobilità di suono, ma anche di senso, che in primis passa nella muta richiesta di rispetto del proprio lavoro. 
Dunque vanno a lavorare come come collaboratrici famigliari o colf, come si direbbe oggi, a casa di gente ricca e anonima, o anche in case importanti: Giovanna Maretta, ad esempio, che aprì la strada dell'emigrazione femminile a Perdasdefoghu, suo paese natale, partì nel 1917, a 14 anni, e rientrò nel 1945. Lavorò nella casa romana di Edda Ciano, la moglie del ministro Galeazzo Ciano, genero di Benito Mussolini, «per questo, sbagliando di grosso – scrive Mameli –, al paese la chiamavano sa seràcca de Mussolini». Ma erano le malelingue ad appellarla in quel modo, perché Maretta, tornata al paese signora», in realtà era anche un po' invidiata, perché era cambiata, era diversa, e il contrasto con le ragazze che erano rimaste lì era troppo evidente. Portava la sciarpa di seta, lunghe collane, il rossetto, mentre le altre ragazze di Foghesu avevano lo scialle color caffé e rossetto «mai visto». 

Delia, della seconda ondata migratoria femminile, parte per Roma nel 1968, ha 15 anni appena compiuti, aveva appena ultimato le scuole medie, le piaceva studiare, le piaceva il teatro, era intelligentissima e curiosa, tant'è che pure così piccola e piena di malinconia (i primi giorni piangeva sempre e pensava ai genitori rimasti soli, seduti davanti al camino «con pochi legnetti») restò incantata dalla parlata italiana, ed ebbe anche fortuna: trovò lavoro come baby sitter presso i Kezich-De Manzolin, ossia a casa del già affermato critico cinematografico Tullio Kezich, dove fu rispettata e anche voluta bene, come se ne può e se ne deve volere a una ragazzina. Era poco più di una bambina, infatti, e quei signori, che evidentemente erano persone per bene, si presero a loro volta cura di Delia, facendole intraprendere anche un persorso di crescita personale: patente a 18 anni, corso di stenodattilografia, Kezich che le fa battere a macchina i suoi articoli sul cinema destinati al Corriere della Sera. Tant'è che, quando Delia trova un vero e proprio lavoro in un centro meccanografico, continua a vivere in casa dei Kezich; esce alle sette e mezza del mattino, rientra alle cinque del pomeriggio, e a partire da quell'ora sta con il piccolo Giovanni. Poi arrivò il lavoro in banca, uno stipendio vero, i progetti per un vero futuro...

C'è la storia di Francesca Zou, alias Cichedda di Nughedu San Nicolò, alunna di una maestra degna rappresentante di quella che Albino Bernardini in quegli stessi anni battezzò come La scuola nemica: veniva infatti puntualmente pestata in classe. Così, dall'età di sette anni, Cichedda preferisce fare le commissioni in casa di Cicìta Tanda, e poi serva malpagata, sino a quando, informata che i bigliettoni rossi da diecimila lire si potevano trovare solo varcando il mare, decide di partire. E Parte. Tra l'altro è una delle rare ragazze che lo fa con una valigia vera (un topos dell'emigrazione che Mameli non trascura di descrivere), comprata in una merceria di Ozieri. Le altre ragazze del libro, alla partenza, solitamente mettevano quel minimo di abbigliamento e biancheria posseduti dentro una federa bianca, insieme a un po' di pane e formaggio per il lungo viaggio. Cichedda ebbe un'esperienza di lavoro anche interessante sotto il profilo dell'arricchimento culturale, perché conobbe il mondo del cinema romano di quegli anni strepitosi per il cinema italiano: il figlio dei suoi datori di lavoro era stato scelto a far parte di un cast fortuitamente, mentre si trovava a passeggio con Cichedda il un parco della città , e quindi la ragazza prese ad accompagnare il piccolo Valerio a Cinecittà, dove Monicelli girava Deserto rosso... 

Toccante la storia di Carrùla, serva nelle campagne tra l’Ogliastra e il Sarrabus dall’età di otto anni …

Curiosa la storia di Cecilia Melis, domestica a Cagliari dall'età di 12 anni, che emigra a Roma per lavorare in casa di De Quirico. Ma naturalmente non sa chi sia, e raccontando di sé alle compagne che incontrava nelle ore libere alla stazione Termini (ribatezzata dalle emigrate "Stazione Sardegna") diceva di prestare servizio «a casa di un vecchio che dipinge»...
Sophie Calle, Voir la mer, 2011

18 luglio 2015

Ragazze sarde a Roma

Giacomo Mameli ha sempre dedicato un'attenzione fuori dal comune al mondo del lavoro femminile, con stile giornalistico e letterario a un tempo. Nelle cronache e nei libri mette in luce le esistenze concrete, quasi che, sulle orme di Wittgenstein, voglia ricordarci che non bastano dati freddi per comprendere i processi sociali, economici e culturali: esistono atteggiamenti e valori determinanti che emergono solo attraverso storie di vita. Storie non sempre facili da individuare e comprendere, perciò, dato che si tratta di interpretarle, è necessario avere doti di semiologo per proporre quelle maggiormente "rappresentative" al fine di rivelare un mondo. Doti che l'autore possiede. Osservatore storico del territorio, ha sempre descritto con maestria paesaggi fisici e umani, arricchendoli di toponimi locali, nomi e soprannomi, non trascurando piante e animali, ma soprattutto ha raccontato i paesi, spesso poveri di cose ma ricchi di storia.
Dedicato alle professioniste dell'isola è Donne sarde (2005) e in La ghianda è una ciliegia (2006) c'è una parte importante sulla fatica quotidiana delle donne contro la fame durante la seconda guerra mondiale. Ricordo la cernitrice di carbone dello struggente racconto “Italia è morta”, che di quel lavoro morirà; o “Le donne del rosmarino”, in cui l'anziana testimone racconta cose terribili in modo esilarante. Nonostante la drammaticità, infatti, i racconti sono spesso venati di ironia, ossia di quella particolare leggerezza di cui sono capaci coloro che possiedono la virtù di spostare il proprio destino in una dimensione più abitabile, con le parole.
Con il volume da pochi giorni in libreria, Le ragazze sono partite (CUEC, 2015), Mameli elegge Perdasdefogu a ossevatorio dell'emigrazione femminile sarda del dopoguerra, caratterizzata dalla prestazione di lavori di cura. Il racconto è composto coralmente nell’arco di più generazioni; le voci appartengono a donne molto giovani, spesso quasi bambine, tanto forti quanto coraggiose: Pietrina, innanzittutto, che tiene l'ordito del racconto, poi Clelia, Giovanna, Erminia, Cecilia, Silvana, Carrula, Elena, Delia, Odilia, Secondina, Cichedda, Giuanna e tante altre. Scrive Mameli: «Nell'isola e altrove per il lavoro femminile non c'era posto. La Fiat a Torino l'avevano fatta per dare lavoro ai maschi», così la Pirelli, le acciaierie di Taranto e Terni, i cantieri navali di Monfalcone e La Spezia, le miniere della Francia e del Belgio. «Il lavoro è sostantivo maschile». Anche in Sardegna, in quegli anni del dopoguerra, «c'erano state le miniere, e anche quelle erano soprattutto per i maschi, che ci morivano di tumore nero [...] Cominciavano a sorgere anche le ciminiere della petrolchimica. A Portotorres tremila tute blu, nemmeno venti le ragazze. Idem a Ottana e a Machiareddu. Vicino a Foghesu sorgeva la cartiera di Arbatax. A Sarroch la raffineria per rifornire di benzina le macchine. Tutte quelle erano fabbriche per giovani e meno giovani che lasciavano il latte delle mammelle di pecore e capre per ungersi con i derivati del petrolio e della virgin nafta […] Per le ragazze la strada era un'altra e una sola: domestica. O serva». ... 

Ragazze sarde a Roma, di Bastiana Madau (stralcio della recensione pubblicata nel mensile Lo Straniero, n. 181, luglio 2015).

1 giugno 2015

Tutte significative

È appena uscito in libreria Le ragazze sono partite (CUEC, 2015) di Giacomo Mameli, in cui il giornalista e scrittore con continua a farci conoscere l'universo del lavoro femminile sardo, a cui anche in precedenti volumi ha prestato una grande attenzione, e in particolare in Donne Sarde (2005) dedicato alle imprenditrici e professioniste dell'isola di oggi. Per raccontare il mondo del lavoro nei suoi diversi aspetti, Mameli raccoglie storie di vita, mettendo in luce le esistenze concrete delle persone delle piccole comunità del territorio e mostrandoci una sezione della realtà tagliata attraverso il tempo, così da rendere presenti sia gli istanti del passato importanti – per meglio afferrare il nostro presente –, sia il futuro che ci aspetta, dipendentemente dall'interazione con i problemi della contemporaneità. L'idea che viene fuori da ogni suo libro è in Sardegna ci sono i segni di un mutamento che non ha mai smesso di compiersi. Come già anche in La ghianda è una ciliegia (2006) in Le ragazze sono partite l'autore elegge Perdasdefogu, suo paese natale, a ossevatorio di fenomeni che sono vastissimi: nel primo attraverso il racconto corale dell'enorme scotto pagato dalla povera gente in termini di perdita di vite umane e di estrema povertà durante la seconda grande guerra, nel secondo – attraverso una polifonia di voci di giovani donne – il fenomeno dell'emigrazione femminile, in special modo del dopoguerra. La postfazione del volume è affidata all’antropologa Martina Giuffrè, docente all'Orientale di Napoli e alla Sapienza di Roma, specialista di migrazioni, autrice di L’arcipelago migrante. Eoliani d’Australia e del saggio “Genere” contenuto in Antropologia e Migrazioni.

Le ragazze del libro sono emigrate verso Roma e Milano e nelle fabbriche della Svizzera e della Germania, e le tante storie sono tenute dal racconto di Pietrina, che tiene l'ordito delle narrazioni di Clelia, Evelina, Giovanna, Erminia, Bonaria, Silvana, Carrula, Elena, Delia, Eugenia, Odilia, Secondina di Lodine (la sola barbaricina del libro), Cichedda e tante altre. Partono perché ambiscono a poter guadagnare qualcosa che gli consenta di aiutare la famiglia, ma anche per sperimentare una vita diversa, conoscere altro che non sia il paese, le campane della chiesa, le capre, i maiali, il solito povero cibo. Ambiscono anche alla libertà dal rigido controllo paterno o dal controllo sociale tout-court; ambiscono a emanciparsi, andando a fare lavori domestici presso le famiglie benestanti delle città del Continente, ossia a fare le «seràccas». E quando gli dice bene, cioè quando sono trattate civilmente e non accolte subito con un «tu sei la mia serva», come accade a Pietrina, a fare le domestiche. Prestano servizio anche in case “importanti”: ad esempio Maretta – apripista dell'emigrazione femminile foghesina, nel 1917, a 14 anni – lavorò nella casa romana di Edda, moglie di Galeazzo Ciano; Delia, partita per Roma nel 1968, a 15 anni, fece la baby-sitter presso i Kezich-De Manzolin, ossia a casa del già affermato critico cinematografico Tullio Kezich, dove fu trattata bene, tanto da riuscire a intraprendere anche un persorso di crescita personale; Cecilia Melis, domestica a Cagliari dall'età di 12 anni, emigrò a Roma per lavorare in casa di De Quirico, ma naturalmente non sapeva chi fosse, e a chi le domandava dove prestava servizio rispondeva «a casa di un vecchio che dipinge». Peraltro Cecilia – affezionata all'anziano pittore, che le prestò a sua volta assistenza quando la ragazza, rimasta incinta di un tizio che non si sarebbe mai fatto vivo, andò in ospedale per partorire – continuò a vivere nella casa in piazza di Spagna insieme alla piccola Betrice, che poi si laureerà in Storia dell'arte all'Accademia di Brera.

Sono tante e tutte significative le storie delle ragazze che, per lo più nel dopoguerra, lasciano il paese e le famiglie poverissime, e di tutte Mameli dà anche l'esito della loro emigrazione, in un modo della narrazione straordinario, che cattura il lettore sin dalle prime pagine. Ancor più il libro è importante perché rinvia indirettamente a tematiche aperte, che vanno dal nuovo fenomeno migratorio che investe la Sardegna a quelle dell'immigrazione femminile, in particolare delle cosiddette “badanti”. Il successivo ingresso in massa delle donne nel mercato del lavoro, infatti, aprirà il problema dell'insostituito lavoro di cura, per cui il libro stimola anche alla riflessione sui problemi legati allo spostamento delle donne da ogni sud del mondo, che a loro volta lasciano i figli ancora piccoli e i propri anziani per assistere gli anziani del nostro occidente.
 
Bastiana Madau, Le ragazze sono partite, Il manifesto sardo, 1 giugno 2015.
Sono tante e tutte significative le storie delle ragazze che, per lo più nel dopoguerra, lasciano il paese e le famiglie poverissime, e di tutte Mameli dà anche l’esito della loro emigrazione, in un modo della narrazione straordinario, che cattura il lettore sin dalle prime pagine. Ancor più il libro è importante perché rinvia indirettamente a tematiche aperte, che vanno dal nuovo fenomeno migratorio che investe la Sardegna a quelle dell’immigrazione femminile, in particolare delle cosiddette “badanti”. Il successivo ingresso in massa delle donne nel mercato del lavoro, infatti, aprirà il problema dell’insostituito lavoro di cura, per cui il libro stimola anche alla riflessione sui problemi legati allo spostamento delle donne da ogni sud del mondo, che a loro volta lasciano i figli ancora piccoli e i propri anziani per assistere gli anziani del nostro occidente. - See more at: http://www.manifestosardo.org/le-ragazze-sono-partite/#sthash.4rsH7b8x.dpuf
Sono tante e tutte significative le storie delle ragazze che, per lo più nel dopoguerra, lasciano il paese e le famiglie poverissime, e di tutte Mameli dà anche l’esito della loro emigrazione, in un modo della narrazione straordinario, che cattura il lettore sin dalle prime pagine. Ancor più il libro è importante perché rinvia indirettamente a tematiche aperte, che vanno dal nuovo fenomeno migratorio che investe la Sardegna a quelle dell’immigrazione femminile, in particolare delle cosiddette “badanti”. Il successivo ingresso in massa delle donne nel mercato del lavoro, infatti, aprirà il problema dell’insostituito lavoro di cura, per cui il libro stimola anche alla riflessione sui problemi legati allo spostamento delle donne da ogni sud del mondo, che a loro volta lasciano i figli ancora piccoli e i propri anziani per assistere gli anziani del nostro occidente. - See more at: http://www.manifestosardo.org/le-ragazze-sono-partite/#sthash.4rsH7b8x.dpuf
Sono tante e tutte significative le storie delle ragazze che, per lo più nel dopoguerra, lasciano il paese e le famiglie poverissime, e di tutte Mameli dà anche l’esito della loro emigrazione, in un modo della narrazione straordinario, che cattura il lettore sin dalle prime pagine. Ancor più il libro è importante perché rinvia indirettamente a tematiche aperte, che vanno dal nuovo fenomeno migratorio che investe la Sardegna a quelle dell’immigrazione femminile, in particolare delle cosiddette “badanti”. Il successivo ingresso in massa delle donne nel mercato del lavoro, infatti, aprirà il problema dell’insostituito lavoro di cura, per cui il libro stimola anche alla riflessione sui problemi legati allo spostamento delle donne da ogni sud del mondo, che a loro volta lasciano i figli ancora piccoli e i propri anziani per assistere gli anziani del nostro occidente. - See more at: http://www.manifestosardo.org/le-ragazze-sono-partite/#sthash.4rsH7b8x.dpuf

10 ottobre 2010

Su "Donne Sarde"

Maria Lai,  Legarsi alla montagna, Ulassai, 1981
Donne Sarde (Cuec, 2005) è un libro-reportage di Giacomo Mameli che racchiude 43 articoli pubblicati nella Nuova Sardegna tra la primavera del 2004 e l'autunno del 2005 nella rubrica "Persone e paesi" e in "Cultura". Comprende storie di piccoli imprenditori e di tecnici che viaggiano e lavorano per il mondo, che creano aziende dov'è possibile farle sorgere; di giornalisti non sardi che ricordano e descrivono l’isola dei primi anni dell’industrializzazione; di donne di tutte le età e di ogni parte dell'isola che raccontano e testimoniano un forte desiderio di cambiamento.
Confesso subito che parlerò della mia lettura del volume in modo incondizionato ma anche condizionato, perché le mie parole vogliono anche essere l'omaggio a un osservatore guidato da fine e colta sensibilità verso l’universo femminile sardo in costante trasformazione, e in questo senso posso dire che gli vogliamo un gran bene, e lui lo sa… e infatti puntualmente se ne approfitta e ci chiama all’appello a presentare diversi libri, non solo i suoi (Giacomo Mameli è da sempre anche un formidabile promotore della lettura). I suoi, almeno per me, non sono facili da analizzare, non possedendo io gli strumenti per dibatterne negli aspetti socio-economici su cui principalmente si basano. E dunque li leggo come fossero testi di narrativa a forte vocazione realistica, o come inchieste a forte vocazione narrativa, conscia di quanto anche i veri romanzi, spesso aiutino a comprendere la realtà a volte più di tanti saggi.
Naturalmente questo è possibile grazie al fatto che la scrittura di Mameli è piacevole, piana e chiara. Si percepisce in essa l’impegno dello scavo, il gusto della ricerca sociale e il valore della testimonianza, l’intelligenza dei problemi messi in campo, l’amore per la terra e la sua gente. L’obiettività nel raccontare la realtà della nostra isola credo invece che si esplichi nel far venire a galla molte domande, più che risposte.
Il libro Donne Sarde, come anche i primi di Mameli (mi riferisco in particolare a La squadra e a Sedici ore al giorno) è soprattutto uno sguardo sul mondo del lavoro, vero dramma dell'isola e non solo.
Per raccontarcelo nei suoi diversi aspetti il giornalista raccoglie storie locali. Il suo metodo mi ricorda l’indicazione di Barbara Czarniawska, docente di Economia e Diritto all’Universita’ di Göteborg, che nel saggio intitolato Narrare l’organizzazione riferisce il suo provocatorio approccio agli studi sull’organizzazione basato su teorie narrative più vicine agli studi antropologici e culturali e prossimo ai modelli positivistici delle scienze sociali: la stusiosa – sulle orme di Wittgenstein – sostiene infatti che non possono bastare procedure informatiche, descrizioni e organigrammi per comprendere i processi sociali, economici e culturali, che non sono dunque sufficienti strumenti ‘freddi’, bref; ci sono atteggiamenti, comportamenti, valori, sofferenze, recriminazioni che vengono alla luce solo attraverso narrazioni, o meglio ancora attraverso reti di storie. Storie intrecciate, dai confini sfumati, fitte di rimandi. Storie non sempre facili da scoprire e da comprendere. Perciò – dato che si tratta di leggere e interpretare narrazioni – anche un giornalista che deve dar conto nelle sue cronache della realtà, deve avere competenze vicine e quelle del critico letterario o del semiologo proprio per individuare come "rappresentative" quelle che meritano di essere raccolte e decodificate.
In questo caso, appunto perché "sintomatiche" di dove va lo sviluppo in Sardegna, vi sono esempi – chiamiamoli così – interessanti anche per lasciare aperte questioni su come potenziarli, aiutarli, governarli.
Così salta subito agli occhi di chi legge che in Donne Sarde non si racconta nella fretta dell'articolo di cronaca, ma nella lentezza e nella riflessione dell'inchiesta.
L’aver insistito più volte – e in un arco di tempo abbastanza lungo – sui luoghi, sulle vicissitudini dei paesi, consente a Mameli di ascoltare i singoli individui e le comunità che animano il territorio cogliendo i fermenti che vi ribollono, mostrandoci una sezione della realtà tagliata attraverso il tempo, nell’istante presente. In generale di quel che avverrà riusciamo realisticamente a percepire qualche annuncio: ci sono i segni di un mutamento che non smette di compiersi.
Da questo libro, contemporaneamente alla sua lettura, si esce fuori per guardarsi intorno, riflettere anche sulla società che non è contemplata, solo intravedendola tra le righe, perché comunque necessariamente vi si affaccia, pur avendo fatto l’autore una precisa scelta di campo: documentare soprattutto là dove ci sono segnali di cambiamento positivo, di sviluppo sociale, culturale, economico. (Virgoletto 'sviluppo' perché la ritengo sempre una parola un po' ambigua, ma non qui.)
Un vecchio blues racconta di come, in alcuni stati del Sud, i neri d'America avevano l'obbligo di camminare nel lato assolato della strada, dov’era più infuocata la calura, ma dove era possibile 'dialogare col sole'. I bianchi si riservavano il lato ombroso, senza sapere quante mancate emozioni costasse loro la comodità della frescura. Ecco, Mameli osserva i risvolti più inquietanti del mondo del lavoro con lo sguardo di chi comunque ha deciso di camminare dalla parte assolata della strada. Allora forse il problema è anche  l’assenza di questo approccio?… Oggi si va dai  messaggi più disperanti a quelli più superficiali sulla felicità, incentrata sul consumismo materiale e immateriale, su atmosfere edonistiche, oppure felicità come ottimismo sulla pelle degli altri, e in questo senso questi anni per la Sardegna e l’Italia tutta sono durissimi. Forse è bene essere maggiormente consapevoli che gli atteggiamenti (e dunque l’educazione, la formazione culturale) incide concretamente sulla risoluzione o meno dei problemi?… Gianfranco Bottazzi nell'introduzione al primo libro di Giacomo Mameli edito dalla CUEC nel 1999, La squadra, scrive: «Se a un giovane disoccupato tutti indistintamente ripetono quanto sia difficile trovare un'occupazione, è molto probabile che il suo comportamento divenga rassegnato o rinunciatario (se di lavoro non ce n'è è inutile cercarlo) ... in questo modo facilitando la realizzazione della previsione che vuole che non ci sia, per il giovane, una occupazione». Allora spetta a noi educatori, genitori, insegnanti, fare uno sforzo in tal senso?… Il poeta Antonio Mura scriveva  che tottu, inoke, nos pode' galu nòkere, e tottu galu podet esser fattu, si kreska kada cosa assa misura 'ess' òmine (tutto qui può ancora nuocerci, e tutto ancora può essere fatto, se ogni cosa ancora deve crescere a misura d’uomo).
Un’altra caratteristica 'mameliana' è la compassione, intesa come viva partecipazione alle vicende di cui si narra, negli aspetti problematici, quando non drammatici (sono molto intense le cronache sui disastri ambientali passati e recenti che hanno toccato diversi centri dell’Ogliastra), ma anche nei risvolti più divertenti e costruttivi. Atteggiamento umanissimo che, lungi dall’essere un limite, è in tempi di spregiudicato cinismo, un merito.
Mino Monicelli nel suo noto saggio-inchiesta che tratta degli  aspetti etici della professione (Il giornalista, Vallecchi, 1964), scrive:
«Il buon giornalista dev’essere anzitutto un buon cittadino del mondo di cui è parte ... Il fine della professione non è diverso dal fine che l’uomo stabilisce per se stesso, nell’àmbito della propria e altrui vita».
In questo senso credo che Donne sarde sia da collegarsi alla tradizione più nobile del giornalismo italiano d’inchiesta, ancora oggi riconosciuta dallo stesso Mameli come scuola di riferimento, di cui, peraltro, lui è anche maestro. Questo è dimostrato anche in alcuni articoli qui raccolti e dedicati a Giuseppe Fiori, uno dei grandi intellettuali del novecento sardo –  di cui Mameli qui scrive in occasione dell’inaugurazione di una piazza a lui dedicata a Perdasdefogu – o in un altro dedicato a Giuseppe Lisi, giornalista RAI sbarcato in Sardegna nell’estate del 1968, che in una intervista fattagli da Mameli e riportata nell’articolo “Un cronista di Ollolai”, racconta:
 … Non si andava all’avventura ma occorreva conoscere la realtà della quale ci saremmo dovuti occupare. Dell’Isola io non sapevo quasi nulla e mi metto a studiare, leggo Gramsci, Bellieni e Lussu, i romanzi della Deledda, Giovanni Lilliu, ma soprattutto incontro per alcuni mesi un gruppo di sardi autorevoli: lunghe discussioni con Giuseppe Fiori, leggo Sardegna fra due lingue di Michelangelo Pira ... Faccio un primo sopralluogo, resto nell’isola quindici giorni in incognito, guardavo e basta, osservavo i comportamenti. Rientro a Roma, racconto e propongo e il direttore Fagiani mi dice: parti…
Con lo stesso spirito lavorarono cogliendo tutta intera l’anima più profonda dell’isola altri giornalisti citati nel suo libro. In particolare voglio ricordare – perché a me il libro Donne Sarde, come tutti i buoni libri mi ha fatto venire anche la voglia di andare a rileggerle... – le testimonianze lasciateci da Franco Cagnetta (vedi Banditi  a Orgosolo), da Franco Nasi, inviato de Il Giorno negli anni ’50  (i suoi reportages sardi sono raccolti nel bellissimo libro di Iniziative Culturali intitolato L’isola senza mare), da Gigi Ghirotti, i cui articoli apparsi sul quotidiano La Stampa tra il 1952 e il 1967 sono raccolti in un altro bel libro intitolato Ricognizione della solitudine: si tratta di documenti preziosi per comprendere i cambiamenti che l’isola ha dovuto attraversare nell’arco di pochi decenni, per cogliere il suo non indolore passaggio alla modernità e comprendere davvero cosa di buono c’era che non siamo stati capaci di portare dentro l’arca e che ancora, forse, possiamo recuperare.
Ma nei reportage di Mameli, rispetto al lavoro dei colleghi che hanno visto lo sconcerto dell’isola che muoveva i primi passi verso l’industrializzazione, c’è, secondo me, un valore che è dato dal suo personale senso di appartenenza al cambiamento culturale di un popolo che non ha mai abbandonato di seguire passo per passo.
Così se da un lato tra le righe delle sue cronache leggiamo una forte critica a quei processi di trasformazione rivelatisi, nella loro scarsa lungimiranza, come non 'vincenti', dall’altro vi è comunque la presa d’atto di quanto abbiano alleviato la sofferenza sociale. Mi riferisco in particolare proprio all’industrializzazione, e dunque a ciò che di essa si può leggere tra le righe delle cronache raccolte nella parte intitolata Industria, natura e dintorni.
Rimarca Mameli, quanto di negativo in termini di danni ambientali e di produzioni sradicate dai contesti socio-economici-culturali dobbiamo all’industria sorta anche nel centro-Sardegna, ma – e in particolare proprio riferendosi a Ottana – mi sembra che fra le righe esalti l’importanza di un passaggio che fu estremamente innovativo perché l'industrializzazione, dall’individualismo tipico delle società pastorali, portò alla dimensione collettiva del lavoro anche nelle terre del'interno, innescando processi di confronto, di solidarietà e di crescita delle coscienze. Elementi fondamentali per lo sviluppo.
Esemplare, secondo me, una recente cronaca di Mameli a proposito del mancato accordo tra pastori e industriali sul prezzo del latte, dove scrive:  ... Messe in archivio le maratone fra sindacati produttori e Regione, il latte ha ritrovato la sua ancora di salvataggio lungo l’antica strada de “Su connottu” . Dicono i pastori: io ti porto il latte e tu quanto mi dai? 50, 55, 60? Trattiamo ed eccoti il latte. E se paghi subito affare fatto ... Ma nelle campagne sale il livello di scontento e di rabbia ... perché i pastori – senza i quali non ci sarebbero né pecore, né latte, né formaggi, né agnelli, né capretti – si sentono impotenti. E alla fine i più deboli restano loro che sono una delle ossature certe dell’economia sarda. Sono loro che evitano lo spopolamento delle campagne, che le vigilano. Ma sono isolati, un ovile qua, un altro là, e pagano il prezzo del loro individualismo nuragico …
In questo caso, ci fa capire il giornalista, intervistando tutte le parti in causa, il problema è l’organizzazione dell’offerta (i pastori non possono esser più soli e divisi fra loro), la promozione della qualità del latte, la dimensione delle imprese che non possono essere al di sotto di certi standard: è urgente realizzare che la concertazione fra produttori fa abbassare i costi, tenere standard medio-alti, presentarsi con maggior forza sul mercato, ecc.
Ecco, a me sembra si evinca anche dalle storie raccolte in Donne Sarde, che  l’organizzazione di forme collettive del lavoro offre in sé una griglia per l'interpretazione del cambiamento, e la sua assenza, al contrario, un segnale di sterile immobilismo. In questo senso Mameli sembra dare una valutazione positiva all’esperienza dell’industrializzazione nel Centro Sardegna.
Osservatore storico del territorio, descrive con dovizia di particolari anche i paesaggi, non tralasciando alcun nome di pianta o sfumatura di colore del cielo, ma soprattutto descrive paesi ricchi di storia e di vita. Come esempio leggo un brevissimo passo descrittivo di una piccola struttura culturale di un paese, perché attraverso di essa Mameli ci fa cogliere le sue trasformazioni, dandoci un ritratto di comunità.
Siamo a Santulussurgiu. L’occasione è data dalla presentazione del libro fotografico sul Montiferru a cavallo tra gli anni cinquanta e settanta di un sacerdote salesiano, Don Giuseppe Gotthard:
 ... Il “dopolavoro” è a metà del costone sotto Sa Rocca, fra i rioni di Santu Anne e Funtanedda. E’ un edificio rettangolare di recente restauro, tre gradinate a semicerchio per accedervi, archi con pietre a vista, soffitto di tavole e travi noce scuro, un ballattoio con ringhiera in ferro dove un tempo c’era la cabina per proiettare i film. Costruito alla fine dei seicento, usato prima come carcere per i cowboy ladri di cavalli del Montiferru, un secolo dopo sede del Monte Granatico, sotto il fascismo utilizzato come luogo di propaganda per il regime.
Ieri pomeriggio c’era una bella squadra di anziani, distribuiti in tre tavoli, tutti intenti a giocare a tressette ... Un summit di tutta l’anagrafe doc di Santulssurgiu, con ultrasettantenni che di nome fanno Micheli Mura, Nenaldu Ruju, Michelino Ardu, Mario Selis ... D’incanto il “dopolavoro” dei tressettisti diventa auditorium per conferenza. Succede come per le piazze dei paesi che all’improvviso, nei giorni delle gare poetiche dialettali, diventano anfiteatro sotto le stelle. Idem ieri, sabato culturale di un villaggio rurale. In un battibaleno via i mazzi di carte ed ecco i microfoni, i tavoli dei cartieri vengono allineati e diventano palchetto da presidenza, La sale si riempie, voci e sorrisi di fanciulli, l’aria è di festa...
Mameli è un giornalista che segue da sempre il lavoro culturale territoriale e ogni novità e questione legata al mondo della scuola (in questo libro ve ne sono diverse, in particolare riguardanti alcune scuole nuoresi), convinto di quanto lo sviluppo culturale incida direttamente su quello economico, perché creando aperture e confronto incide sugli atteggiamenti. E’ convinto che questi ultimi, gli atteggiamenti, influiscano in modo determinante sulla costruzione dei destini individuali e della collettività, perché agendo sul presente orientano il futuro. Per questo motivo credo abbia concentrato nella terza e ultima parte del libro una serie di piccoli reportage intitolandoli "Le protagoniste", da cui emerge un’idea di tradizione rappresentata dall’elaborazione che non tradisce la qualità delle sue essenze, recuperata e rielaborata, nei vari ambiti culturali e produttivi, in chiave moderna e spendibile nel mondo. E' la parte del libro più bella: quella dedicata al lavoro delle donne.
Maria Lai,  Legarsi alla montagna, Ulassai, 1981
Non è un caso che la maestra che Mameli indica come esempio luminoso è Maria Lai, l’artista sarda famosa nel mondo, che unisce le case di Ulassai con un nastro azzurro e le lega alla montagna, che costruisce libri di stoffa e parole di filo, che trasforma le sue parole in cose e che puntualmente ci incanta costruendo situazioni di buona comunicazione e di circolazione di idee ovunque è chiamata a intervenire. O che ci racconti della cagliaritana Michela Grimaldi, che anche lei 'legherebbe' con un nastro gli ovili, stavolta, per farne percorsi culturali e naturalistici per turisti intelligenti (non tutti lo sono!).
Forse per questo motivo l’autore ha voluto chiudere il suo libro raccontandoci dello straordinario atteggiamento della ventunenne Pina Paola Monni di fronte agli assassini del suo ragazzo, esaltando giustamente la portata della sua scelta di giustizia e di libertà vere, che sembrava impensabile in un paese come Orune. Mi piace la memoria per la storia locale (nella nobile accezione insegnataci dagli Annales), e in tal senso mi ha commosso il suo ricordo di Pina Càmpana, animatrice della compagnia teatrale “Antonio Pigliaru”, che negli anni Settanta portò in scena il no corale alla vendetta e alla faida con lo spettacolo In nome del padre, e che "amava il suo paese più di se stessa"…
C’è molto rispetto e grande empatia sociale in questo libro, e un forte invito a resistere nell’impegno.
Maria Lai,  Legarsi alla montagna, Ulassai, 1981
Grazie a Giacomo. E grazie per l'omaggio che l'autore ha voluto accordare in Donne Sarde anche alla sottoscritta e al suo lavoro.