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27 dicembre 2011

La fotografa e l'ulivo

Mamma, toglimi di dosso questo distintivo
non posso più usarlo
si sta facendo scuro, troppo scuro per vedere
è come se stessi bussando alle porte del cielo.
Bob Dylan

Fonte: qui.

30 settembre 2011

Confine 194

"Dopo quanti altri intervalli di trent’anni torneranno quelli che non hanno mai fatto ritorno? Che senso ha il mio ritorno oppure quello di un altro? Il loro ritorno, il ritorno dei milioni che non sono mai più tornati, solo quello ha senso. I nostri morti sono ancora in cimiteri stranieri. Quelli, tra i nostri, che sono ancora vivi assediano le frontiere degli altri. Sul ponte, quella strana frontiera che non ha simili in nessuno dei cinque continenti, sei sopraffatto dal ricordo delle attese presso le frontiere degli altri.
Cosa c’è di nuovo?
Sono sempre gli altri i padroni del posto. Ti concedono un permesso. Ti controllano i documenti. Ti inseriscono in un dossier. Ti fanno aspettare.
Ho voglia di una frontiera che sia tutta mia?
Odio le frontiere, i confini. I confini del corpo, della scrittura, dei comportamenti, degli Stati. Voglio davvero un confine per la Palestina? Sarebbe necessariamente un confine migliore di altri? Al confine non è soltanto lo straniero quello che soffre. Anche chi possiede la cittadinanza di un qualsiasi paese può vivere brutte esperienze alla propria frontiera. Non ci sono confini per le domande. Non ci sono confini per la patria. Ora voglio un confine anche se, in seguito, lo odierò."

Murid al-Barghuthi, Ho visto Ramallah, traduzione dall’arabo di Monica Ruocco, introduzione di Edward W. Said, Ilisso, Nuoro 2005, pp. 44-45.  

23 settembre 2011

194

"Prima che io perdessi me stessa, furono la mia lingua e la mia identità a perdersi, e con esse il mio nome e il mio indirizzo. In origine il mio nome era Zeinab Hamdan, poi, col tempo, divenne Zeina. Mio padre si chiamava Muhammad Hamdan, poi, col tempo, non rimasero né Muhammad né Hamdan. Era originario di Wadi al-Rihan, mentre io ero nata a Brooklyn. Così, Zeina sembrava essere una via di mezzo tra due estremi, tra due lingue, tra due predicati: Brooklyn e la Cisgiordania, mia nonna e mio padre. Ma, in fin dei conti, Zeina non era niente, né soggetto né predicato. Immagino che le canzoni di mio padre, quei versi, quelle litanie, avrebbero dovuto proteggermi. Ma è evidente che fu tutto inutile: io, semplicemente, non coglievo il senso di quelle parole e non ero in grado di assaporarne il gusto."
Sahar Khalifa, L’eredità, traduzione di Lorenza Raiola, Ilisso, Nuoro 2011, p. 35.

Sahar Khalifa, nata a Nablus, in Cisgiordania, nel 1941, è la maggiore rappresentante della letteratura dei Territori Occupati e tra le voci più importanti della narrativa araba contemporanea. Ha vissuto all’estero con il marito, tornando in patria dopo il divorzio e iniziando a scrivere all’indomani della Guerra dei Sei Giorni (1967) con l’idea di aiutare il suo popolo con l’unico strumento a sua disposizione: la penna. Successivamente, negli Stati Uniti, consegue un dottorato in Letteratura inglese e americana e prende a occuparsi della questione femminile. Al rientro a Nablus, fonda un Centro per le donne, con sede anche a Gaza City. Tra i suoi romanzi e racconti pubblicati in Italia: La svergognata (1989), La Porta della Piazza (1994), Terra di fichi d’India (1996), Una primavera di fuoco (2008). Nel 1996 è stata insignita del premio “Alberto Moravia”.


15 aprile 2011

Restiamo


Il benvenuto di un bambino di Gaza alla Freedom Flottilla. Foto di Vittorio Arrigoni

17 settembre 2010

La corda del bucato

Anche dopo aver rivolto richieste di aiuto in arabo corretto, non c’era nessuno che rispondesse. I proiettili prorompevano aumentando in velocità e intensità. I colori si confondevano.
Mia madre aveva detto: – Bisogna togliere il bucato dal terrazzo.
Mio padre aveva risposto: – Adesso pensi al bucato?
– Il bucato farà loro bombardare la casa.
– La bombarderanno comunque. Con o senza bucato. È una guerra.
– Non è guerra. Ammazzano le persone e basta. Tra un po’ si annoieranno, anche i soldati s’annoiano, e allora bombarderanno la corda del bucato.
Nessuno rispondeva.
«Masse del nostro popolo arabo! Il massacro che oggi si compie…».
Il campo profughi, i suoi terrazzi, le piazze, i vicoli erano diventati un campo di tiro. Il vento carico dell’odore della polvere da sparo soffiava da ogni lato.
Quando lo stretto rifugio aveva vibrato con chi c’era dentro, avevamo detto: – È un cannone Hautzer.
Il padre dei piccoli, mentre stringeva a sé i figli e nascondeva la paura che aveva per loro, aveva commentato: – Tre giorni sono sufficienti a trasformare tutti in esperti di armi.
Non siamo esperti di viaggi. Li avevamo dimenticati. Avevano chiuso il paese con noi dentro, ma inaspettatamente l’hanno riaperto, così all’improvviso come l’avevano chiuso.
Hanno detto: – Viaggiate a sazietà!
Dice l’altro: – Dovevamo proprio viaggiare?
– Avevamo bisogno di un miracolo, di una cosa meravigliosa, dell’ottava meraviglia, anzi della nona. L’ottava siamo noi! Avevamo bisogno di un miracolo. Una grande realizzazione equivale a un miracolo.
Abbiamo diritto di vedere realizzato un miracolo non immerso nel sangue.
Ibrahim Nasrallah, Dentro la notte, traduzione dall'arabo di Wasim Dahmash, Ilisso, Nuoro 2004, p.10.

Ibrahim Nasrallah è nato nel 1954 in un campo profughi in Giordania e vive ad Hamman. Poeta e scrittore, ha vinto numerosi premi letterari, tra i quali il prestigioso “Sultan ‘Aways” per la poesia nel 1997. Nella sua vasta produzione si annoverano romanzi, libri per ragazzi, saggi e, soprattutto, raccolte di poesie.

17 settembre 2009

Non dimenticare il cibo delle colombe

"Ramallah del cipresso e del pino. I dolci fianchi delle colline, il verde che parla le venti lingue della bellezza. Le prime scuole in cui abbiamo imparato che gli altri bambini sono tutti più grandi e più forti. La Dar al-Mu‘allimin, la Hashimiyya, la Friends, la scuola secondaria di Ramallah. I nostri sguardi colpevoli alle ragazze delle medie che, da un lato, danno confidenza e, dall’altro, mostrano riserbo, e ti confondono quando ti guardano facendo finta di non guardarti. I nostri piccoli caffè, al-Manara. Abu Hazim mi ha detto che al-Manara non esiste più a causa del riassetto della circolazione nel centro cittadino e ora, al suo posto, ci sono i semafori. Scritte sui muri. Fiori dell’intifada e acciaio trasparente, tracce chiare come impronte di lillà.
Dopo quanti altri intervalli di trent’anni torneranno quelli che non hanno mai fatto ritorno? Che senso ha il mio ritorno oppure quello di un altro? Il loro ritorno, il ritorno dei milioni che non sono mai più tornati, solo quello ha senso. I nostri morti sono ancora in cimiteri stranieri. Quelli, tra i nostri, che sono ancora vivi assediano le frontiere degli altri. Sul ponte, quella strana frontiera che non ha simili in nessuno dei cinque continenti, sei sopraffatto dal ricordo delle attese presso le frontiere degli altri.
Cosa c’è di nuovo? Sono sempre gli altri i padroni del posto. Ti concedono un permesso. Ti controllano i documenti. Ti inseriscono in un dossier. Ti fanno aspettare. Ho voglia di una frontiera che sia tutta mia? Odio le frontiere, i confini. I confini del corpo, della scrittura, dei comportamenti, degli Stati. Voglio davvero un confine per la Palestina? Sarebbe necessariamente un confine migliore di altri? Al confine non è soltanto lo straniero quello che soffre. Anche chi possiede la cittadinanza di un qualsiasi paese può vivere brutte esperienze alla propria frontiera. Non ci sono confini per le domande. Non ci sono confini per la patria. Ora voglio un confine anche se, in seguito, lo odierò."

Murid al-Barghuthi, Ho visto Ramallah; traduzione dall’arabo di Monica Ruocco, prefazione di Edward W. Said; Ilisso, Nuoro 2005, pp. 44-45.