1 maggio 2017
Ora dico due
Alla fine i boschi
sono estirpati
e gli alberi maestosi
sono spariti,
lasciando un intrico
di arboscelli e rampicanti,
stremati e orribili,
tracce confuse
delle cose semplici
che un tempo erano qui,
le chiome alte per le trinagre,
le radure per il cervo.
Haiden Carruth, in Poesia. Mensile internazionale di cultura poetica, febbraio 2017, p. 14.
I mondi
Sono quattro – dicono i saggi – i mondi,
tre sono sopra questo, l'evidente,
e plurimo il reale, per fortuna.
Ma è qui dove si posa la farfalla ancora,
è qui la meraviglia delle erbe
e tutta la natura vilipesa,
l'eclissi dei volti che consolano.
È qui che pieni di paura e d'incoscienza
si fa del nostro peggio,
tentando di scrollar di dosso
tanto infinito doloroso basto
e domande inevase, la menzogna.
Com'è tutto, a volte, nei polmoni
un soffio d'aria nuova nella sera,
come è lungo il respiro della pazienza.
Maurizio Meschia, idem, p. 74.
24 luglio 2015
Potatura
Addio amici :(
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| Yulia Kazban, Dream within a dream |
10 dicembre 2013
16 novembre 2013
9 aprile 2013
Le parole nuove
Lì davanti un gruppo di minatori discuteva animatamente intercalando al sardo parole inaudite, che alle mie orecchie sembravano oscene, insomma “parolacce” (proibite a casa mia). Intanto nonno, che già mi cercava, mi raggiunse, trovandomi imbronciata. “Sono maleducati questi signori”, gli dissi indicando il capannello e snocciolandogli le parolacce ascoltate: "verticalizzazione", "pinerolo", "gabbie salaliali", "scippo" e "scioppo". Ricordo che mi abbracciò ridendo sonoramente, poi mi riprese per mano e ci incaminammo verso casa. Lungo la strada mi parlò di un villaggio di raccoglitori di banane, di una compagnia battente bandiera americana che di tanto in tanto arrivava a portarsi via il raccolto, dando una paga da fame ai contadini poveri. E raccontando mi spiegò le parole nuove.
14 dicembre 2012
Cose frivole
17 luglio 2012
27 giugno 2012
Elighe
Poche storie, è questa la nostra fortuna.
14 marzo 2012
19 ottobre 2011
Quel candore e anche quel freddo
10 settembre 2011
23 agosto 2011
Sorelle
Potrei dare un nome a ognuno dei giorni di questa formidabile estate, ma non ne ho alcuna intenzione. Leggo la trilogia di J.M., impazzisco con i rallentamenti e le accelerazioni troppo veloci e fameliche che mi costringe a fare. Bellissimo. Sai i libri che ti fanno passare la voglia di scrivere e semmai ti invogliano a ricopiare interi paragrafi con carta e penna in un bel quaderno intonso, come si faceva da ragazzine? Dico ad Anna. No, infatti, non darò un nome ai miei giorni. Aspetto un tempo lungo, so che prima o poi arriverà, un tempo povero di fatti e ricco di tempo per rivederli, questi giorni, come in un film, e forse allora scriverne, finalmente, come a liberarsersene, fare spazio. Oggi, invece, mi sono alzata all'alba, con mia sorella, ci siamo arrampicate sulla scala – da lassù, tra i rami, il mare – e abbiamo raccolto tre corbule di mele. Le abbiamo già mondate e fatte a pezzetti, e sbuccia sbuccia io raccontavo di questi ultimi libri e di un'estate piena della memoria degli inverni. Febbre e lancia. Ballo e sogno. Un unico nome, questo sì, lo voglio dare. Oggi è il giorno della marmellata di mele.
15 maggio 2011
ISBD (A)
10 maggio 2011
Memorie di O.
anche un’erba,
una vite,
meglio sarebbe un olivo,
magari un melograno.
Poter restare fermo
e immobile,
in un cortile del Campidano,
in un orto in Baronia,
in una vigna a Dorgali.
Sapere la storia di una casa,
conoscere gli umori delle stagioni.
Fare ridere scioccamente
anche i più saggi del mio villaggio.
22 gennaio 2011
Nive 2
15 dicembre 2010
13 dicembre 2010
26 maggio 2010
20 aprile 2010
La costruzione dell'albero

Se sapessi scrivere, prenderei gli aculei di un porcospino e graffierei tutto il tuo ventre enorme da cima a fondo. Mi arrampicherei su fino ai rami e inciderei dei tagli sotto le tue ascelle per farti il solletico. Lettere grandi e piccole. In un testo pieno di riccioli e volute, su linee a spirale, ti scrivo tutto dentro perché ho così tante cose da raccontare di un viaggio verso un orizzonte nuovo che si trasformò in una spedizione a un albero. Qui ci vorrebbe una pausa ritmica. Oh, quante cose ho imparato dai poeti, sono un’esperta nell’arte di arrangiare l’epico col lirico. Una pausa ritmica e i pensieri ricominciano a girare tutto intorno al tuo tronco per dire la storia di una passione folle che si rivelò la sola cosa cui alla fine potemmo aggrapparci, spogliati di ogni bene materiale, esausti e sfiniti di noi stessi in uno sforzo che ci trascinava, zavorra del passato.
Così ti adorno, riga dopo riga, delle nostre allucinazioni perché tu digerisca, sviluppi e levighi tanta assurdità conservando le informazioni inutili nella spessa corteccia grigia fino al giorno della tua autocombustione. E soddisfatta, depongo lo strumento e mi faccio un po’ indietro per osservare il mio lavoro, con le mani sui fianchi.
Sei pieno delle mie cicatrici, baobab. Non sapevo di averne così tante.
Wilma Stockenström, Spedizione al baobab, traduzione dall'inglese di Susanna Basso, Ilisso, Nuoro 2004, p.29.
28 febbraio 2010
L'antifascismo da madre a madre

















