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23 giugno 2017

Raccontino senza fine

Il tedio si aggrumava come afa, non un alito di vento. Da qualche giorno era nell'aria già satura del nulla un'altra guerra piccina quanto chiassosa, ed era tornata la paurina. Per me, che avevo fifa da sempre e lo sapevo, l'estate non esisteva, e ogni stress finiva nel pozzo dove l'assenza di cobalti si era trasformata in cristallo. Elena, invece, che non aveva mai avuto paura, si ostinava a vivere l'estate come la stagione più bella e più attesa, ignorando il tedio, respirando nell'afa, intanto che tutti o quasi tutti erano accaldati nella fittizia battaglia.
L'avevo incontrata un'ultima volta nel grande vivaio sulla strada che da Hanging Rock porta a Calagì, notando subito la sua presenza nella zona degli alberelli, già animata dai visitatori del sabato mattina. Aveva parcheggiato la macchina a lato di un'enorme pila di vasi vuoti. Osservando intorno con circospezione, era entrata nel recinto degli agrumi e scorreva con sguardo lento le piante, passandole in rassegna a una a una. Poi tornava indietro e ricominciava a esaminarle, come a ripetere una danza.
Uscì dall'agrumeto, finalmente, ed entrò in un altro recinto.
La studiavo dalla mia automobile, parcheggiata a lato dell'area degli ortaggi. Il suo sguardo si arrestò per un attimo nella mia direzione, e vedendomi fece cenno con la mano destra come a dire "finisco e ti raggiungo". Riprese la sua danza. Guardò oltre il gabbiotto del guardiano e più in alto, sulla montagna, risalendo per il bosco ceduo sino al cielo e... non una nuvola, pensai, ma cosa guarda?
Ritornò dentro il recinto del vivaio e indicò al ragazzo nove alberelli: un arancio, un limone, un mandarino, una noce, due abeti, un cachi, un ulivo, un ginepro.
Tornata a casa, mi disse poi, li avrebbe sistemati tutti intorno al suo letto. Voleva dormire in una stanza piena di alberi, almeno per un notte.
Lei, non io.
Io voglio solo cambiare status.

25 settembre 2016

Un ricordo dell'Avvocato Gallo

Conoscevo abbastanza bene l'anziano editore di Juvence, Alessandro Gallo, avendo collaborato con lui in diverse occasioni: per la fiera "Oltre mare" di Napoli, per la sempre grande Torino (vedremo cosa accadrà, adesso...), per le "Conversazioni del Mediterraneo" nelle città della Val di Noto, in Sicilia, per "Più libri, più liberi" a Roma, per presentazioni e rassegne in Sardegna. Ci siamo confrontati nel tempo su tanti aspetti culturali ed editoriali: aveva un grande esperienza e lavorava dando fiducia e strumenti. Fu uno dei miei punti di riferimento gli anni in cui io mi sono intensamente occupata della realizzazione e della cura di una bellissima collana di narrativa che ha ospitato anche autori e autrici del composito mondo arabo. Era un uomo d'"altri tempi", un vero uomo di cultura, e ci davamo del lei. Fui felice il giorno che lui, non certo facile ai complimenti, mi disse: "Lei è molto abile". "Abile" non me lo aveva mai detto nessuno e, dunque, lì per lì non riuscii ad afferrare bene la valenza che dava Gallo alla parola, ma archiviai con tranquillità e gratitudine sentendo di avere la sua non scontata stima, la sua fiducia.
L'Avvocato Gallo, così lo chiamavo, oltre a essere un editore puro (in Juvence, che ha un catalogo di alto livello scientifico, ha veramente investito un patrimonio) è morto qualche tempo fa. Oltre al dispiacere personale, per averlo conosciuto da vicino, anche ospite della sua bella casa romana, ho temuto per il suo progetto editoriale, perduta la guida, consapevole di come non sia facile, soprattutto in Italia, resistere sul fronte delle letterature arabe contemporanee. La "mia" collana, intanto, praticamente non esiste più: è ferma, inattiva, essendo stata, per così dire, buttata alle ortiche, ossia progettata in una situazione in cui erano e sono carenti gli strumenti che possono derivare soltanto dall'autentica consapevolezza del valore del progetto. Il valore che, appunto, ha sempre dato Gallo al suo e che anche io davo al "mio": il nostro grande punto in comune, e forse, chissà, la mia "abilità". Veniamo al dunque.
Oggi apprendo con gioia, invece, che, morto l'Avvocato Gallo, i miei timori su Juvence erano infondati: la piccola casa editrice ha resistito, ce l'ha fatta. Pertanto, ricordando l'amico editore, volentieri faccio pubblicità a quest'ultima sua pubblicazione. Lunga vita a Juvence.

28 luglio 2015

Madrigale, padrigale

Esistono case editrici dove sostanzialmente vige una cultura del lavoro, e dunque della dignità e del rispetto dell'altrui prestazione professionale, non dissimile da quella che governava le fabbrichette delle stringhe per le scarpe nell'Ottocento. Il lavoro intellettuale è molto sfruttato ma scarsamente retribuito, e spesso, niente affatto riconosciuto (per non essere riconoscibile e dunque pagato il giusto? per ignoranza? per sentimenti umani, troppo umani?). Ad esempio capita che anche la cura (o, come si dice tecnicamente nel settore: la curatela) resti senza paternità o maternità. Il nome di chi ha concretamente lavorato alla ricerca, all'editing, alla correzione e curatela complessiva di un testo, alla redazione di una quarta di copertina e di schede librarie destinate alla promozione mezzo stampa, alla distribuzione e quant'altro non compare nel frontespizio, o, al limite, nel colophon; non compare né comparirà mai da nessuna parte. Così quel titolo — a sua volta creatura che ha un padre o una madre — sembra il prodotto creativo e professionale di un uccellino che passava di là per caso.
Whitman, back cover of "The green book of birds of america", 1941

10 luglio 2015

Inaugurazione (mettiamola così)

E niente, alle 18 e 30, puntualissima, percorrevo via della Pietà, che da casa porta giù in via Roma, che tagliando porta in piazza Sebastiano Satta, che attraversando porta nella via omonima, che percorrendo per 15 metri in discesa porta al museo. Il quale museo era la mia meta. Era. Mica sono arrivata, infatti: sono caduta due minuti prima, da due centimetri di sandali, come due pere cotte, all'altezza della chiesetta di Santa Croce (grazie, eh, Santa Cro'), sbucciandomi di brutto un avambraccio.
"Ma dove hai la testa, dove?". Refrain.
Ho fatto il percorso a ritroso, e se prima profumavo di shalimàr, ora puzzo di citrosìl. 
Mi scuseranno gli amici che aspettavano con l'idea di riempirci le tasche di vol-au-vent e andare a cincischiare al Tettamanzi, ben sapendo che Vivian Majer sarà più contenta quando l'andremo a trovare in una fresca mattina di settembre, a pipinara finit... ahi! che male, mannaggia.

23 giugno 2014

24 maggio 2014

Cuore di cane

Certamente la violenza esiste. Un uomo è insieme libertà e fatticità: egli è libero, ma non di quella libertà astratta che ponevano gli Stoici, è libero in situazione. Si deve distinguere qui, come ci suggerisce Descartes, la sua libertà e la sua potenza; la sua potenza è finita, e dall'esterno è possibile aumentarla o ridurla: si può gettare un uomo in prigione, farlo uscire, tagliargli un braccio, prestargli delle ali. Ma la sua libertà rimane in ogni caso infinita; l'automobile e l'areoplano non mutano in nulla la nostra libertà e nemmeno le catene dello schiavo subiscono mutamenti: liberamente egli si lascia morire o raccoglie le proprie forze per vivere, liberamente si rassegna o si ribella, sempre si supera.
La violenza può agire soltanto sulla fatticità dell'uomo, sulla sua esteriorità. Anche quando lo ferma nel suo slancio verso il suo fine, la violenza non lo colpisce nel suo stesso cuore; infatti egli è ancora libero di fronte al fine che si proponeva; voleva la sua riuscita senza confondersi con essa, può trascendere il suo fallimento come avrebbe trasceso il suo successo. Ecco perché, anche, un uomo fiero rifiutava la pietà come rifiutava la gratitudine: egli non è mai appagato, ma non è mai disarmato, non vuole che lo si compianga: è al di là della sua felicità, come della sua infelicità.
Simone de Beauvoir, Pirro e Cinea, in: Per una morale dell'ambiguità, traduzione di Andrea Bonomi, Garzanti, Milano 1975, p. 169. 

12 gennaio 2014

Lettere dal Sonora

Aragon, Artaud, Breton, Crevel, Desnos, Éluard, Prévert, Tzara, Cahun, Jean Arp, Buñuel, Dalí, Max Ernst, Giacometti, Iché, Magritte, Matta, Miró, Man Ray, Tanguy... Se fossero vivi canterebbero, filmerebbero, scolpirebbero, dipingerebbero i curricula strepitosi che volano nel deserto.

5 dicembre 2013

#vuommeco


Baron Münchhausen pulls himself out of a mire by his own hair.
 (Illustration by Oskar Herrfurth)

2 dicembre 2013

Il cuore di Icaro

È ancora buio, piove e tira vento. Ma sono riposata, sto bene, ho ancora due ore per me, e mi faccio prendere da pensieri ameni... Ricordo una mattina come questa di otto anni fa, a Parigi. Pioveva, tirava vento, stavo inspiegabilmente male ed ero in giro, insonne, dalle 5 del mattino (tiroide ballerina, scoprii qualche giorno dopo). Mi trovavo al 13°, vicino a Place d'Italie, e la prima luce accesa al secondo piano di un vecchio palazzo — intorno tutto grigio, pioveva, tirava vento... — mi diede la sensazione di uno squarcio su un cielo azzurro, proprio come il cuore di Icaro nel volo di Matisse.
Non ho più dimenticato quella suggestione, e stamattina, alla prima luce che si è accesa nella casa di fronte e alla prima sigaretta in terrazza, hélas! , si è ripresentata. 
Buongiorno.

27 ottobre 2013

Particolare

"Credo che Bacone sia rimasto prigioniero della sua filosofia, e questo pericolo minaccia anche me. Davanti agli occhi aveva una vivida immagine di un gigantesco edificio, che però svaniva non appena voleva scendere sul serio nel particolare. Era come se alcuni uomini del suo tempo avessero iniziato a erigere un grande edificio dalle fondamenta; ed egli avesse immaginato qualcosa di analogo, l'aspetto esteriore di una costruzione siffatta, ma l'avesse immaginato ancora più maestoso, forse, di come lo vedevano coloro che lavoravano a costruire. Per far ciò non era per nulla indispensabile avere talento architettonico, ma solo una 'vaga' idea del metodo. Ma il peggio era che egli polemizzava contro quelli che veramente costruivano, senza conoscere i 'propri' limiti, o senza volerli riconoscere.
D'altra parte, vedere questi limiti, e quindi ritrarli con chiarezza, è oltremodo difficile; trovare insomma, per così dire, uno stile in cui poter ritrarre questa cosa oscura. Infatti vorrei dire a me stesso: «Dipingi davvero solo ciò che vedi!»."
Ludwig Wittgenstein, Pensieri diversi, a cura di Michele Ranchetti, Adelphi, Milano 1981, p. 126.

22 gennaio 2013

Potatoes

Tre ore di meditazione per giungere alla definitiva conclusione che quelle del McDonald più che consigliabili sono necessarie.

11 ottobre 2012

Nod(ul)i

Le dinamiche sono sempre le stesse o si crede di riconoscerle come tali, ma sono spesso incomprensibili quelle che inficiano le relazioni e le orientano, intanto che le parole non dette e non capite diventano grumo, materia che aggredisce gli organi. 

– Ce l'hai con me?
– No. Cosa te lo fa pensare?
– La tua domanda.  
– Non ho capito.
– Avevi solo due possibilità di risposta: 1) No. 2) Sì, e in questo caso spiegare le ragioni del tuo risentimento. Che tu voglia capire che cosa me lo ha fatto pensare è di per sé un segno che ho visto bene.
– Ecco.

Laing, non sei nessuno.

16 luglio 2012

Armidda

"Una teoria immunologica* tenta di spiegare come e perché il nostro sistema immunitario riconosce un ospite estraneo e non gradito e dunque lo attacca producendo anticorpi. Nei primi mesi di vita del feto i rappresentanti dei nostri organi, per così dire, migrano verso la ghiandola del timo: in questa sede avviene una sorta di presentazione e di riconoscimento. Il nostro io impara di cosa è composto l’organismo. Da quel momento ogni elemento estraneo, non presentato in quella sede, diventa nemico e dunque è suscettibile di reazione immunitaria. La metafora letteraria che si può trarre è: più ci conosciamo (con metodo e onestà di rappresentazione), più ci difendiamo. A voler estendere questa teoria immunologica alla narrativa in senso lato, si potrebbe sostenere che solo una buona e approfondita presentazione delle parti in campo (degli elementi che compongono la nostra identità) ci prepara e struttura la nostra resistenza al male, all’ignoto e alla complicità che di solito abbiamo con queste dimensioni."
Antonio Pascale, Questo è il paese che non amo. Trent’anni nell’Italia senza stile, minimum fax, Roma 2010, p. 85.
* Jean Claude Amesein, Al cuore della vita. Il suicidio cellulare e la morte creatrice, Feltrinelli, Milano 2001.

Thymus spp.

Thymus serpyllum L.
Nome comune
Timo serpillo
Nome sardo
Armidda
Nome francese
Serpolet
Nome inglese
Wild thyme

Thimus vulgaris L.
Nome comune
Timo
Nome sardo
Timu, Tumu, Tumbu
Nome francese
Thyme commun
Nome inglese
Common Thyme

Famiglia
Lamiaceae
Parte utilizzata
sommità fiorite
Costituenti principali
olio essenziale (1% Thimus s.; 2,5% Thimus v.)
tannino; sostanze amare: serpillina flavonoidi, saponine e triterpeni ad attività antibiotica

Attività principali
antisettica, espettorante e mucolitica
antitossiva e spasmolitica
digestiva e coleretica

Impiego terapeutico
affezioni dell'apparato respiratorio
(trattamento sintomatico della tosse)
trattamento sintomatico delle turbe digestive

CURIOSITÁ
"Fra le tante dita cerchiate di anellini di metallo, Olì recava striscie di scarlatto e nastri coi quali voleva segnare i fiori di San Giovanni, cioè i cespugli di verbasco, di timo e d’asfodelo da cogliere l’indomani all’alba per farne medicinali ed amuleti." (Grazia Deledda, 1904)
"L’erba che copre qualche macchia del suolo sulla cima [del Gennargentu] è il profumato Thimus herba barona; in mezzo a queste chiazze si vede spuntare in giugno il fiore che preannuncia l’inverno, il rilucente Crocus minimus." (Alberto Della Marmora, 1868)
Enrica Campanini, Piante medicinali della Sardegna, Ilisso, Nuoro, 2009, pp.496, 499. 

8 maggio 2012

Mah

Strano giorno di sorrisi e di mosche, mentre tu stavi al solito là, immobile, nella concentrazione della solita fatica. Per un attimo sei tentata di accettare gli uni e le altre, da una uguale mitezza.
Un momento però: tu sei sempre la stessa persona, non hai la marmellata sul naso, e ormai è da giorni, mesi, anni che non ti sei mossa di un millimetro dal solito posto… E allora? Cos’è quella mosca sul naso? 
Non lo sai e nemmeno sei certa di voler provare a capire. Se non c’è niente da capire, cosa vuoi provare a fare, cosa?
Per un attimo prendi a vagare sull'eterno ritorno delle mosche e poi, con un piccolo "mah!", risprofondi la testa nel solito giorno. 

8 marzo 2012

Così come

– Ma allora – disse Alice, – se il mondo non ha senso, chi ci impedisce di inventarne uno? –. E Alice, così come disse, rispose.

22 novembre 2011

E ti amo Maarioooh, oh, oh, oh, oh

"Tutta una generazione di allievi poté considerare Wittengestein un positivista, perché egli aveva qualcosa di enorme importanza in comune con i positivisti: aveva tracciato la linea di separazione fra ciò di cui si può parlare e ciò di cui si deve tacere. Il positivismo sostiene – è questa è la sua essenza – che ciò di cui possiamo parlare è tutto ciò che conta nella vita. Invece Wittgenstein crede appassionatamente che tutto ciò che conta nella vita umana è proprio ciò di cui, secondo il suo modo di vedere, dobbiamo tacere. Quando ciò nonostante egli si prende immensa cura di delimitare ciò che non è importante, non è la costa di quell’isola che egli vuole esaminare con tanta meticolosa acuratezza, bensì i limiti dell’oceano."
Lettere di Ludwig Wittgentein con ricordi di Paul Engelmann, traduzione di Isabella Roncaglia Cherubini, Firenze, La Nuova Italia, 1970, p. 71.

Nel giro di 24 ore ho letto nei socialini la settima e ultima proposizione del Tractatus – a cui accenna quassù Engelmann – per ben tre volte, al solito in luogo del meno elegante "se non sai le cose, stai zitto". Ora, che uno dei più grandi filosofi del Novecento abbia consegnato alla storia un pensiero dell'altezza di "taci che non capisci una mazza", dovrebbe sembrare un po' sospetto, no? 
No. L'Internazionale Citazionista non ha dubbi. E dunque, Ludwig, riposa in pace pure tu.

8 novembre 2011

Proprio

Proprio per celebrare la paganità della musica ho adottato per contrasto strumenti di sintesi che, intendiamoci sempre, non suonano da soli ma vanno adoperati, cioè suonati, da mani musicali.