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30 ottobre 2016

Pianto per la Basilica di San Benedetto da Norcia

Nei nostri 16-20 anni, ricordo, l'Umbria era un mito: c'era il jazz, c'erano le colline verdissime, un fermento culturale enorme e che tuttavia arrivava mite, pacifico, in anni cosiddetti di piombo. Era l'Umbria, pensavamo, l'oriente del nostro occidente. Non dico della nostra gioia quando, intorno ai 20 anni, si presentò l'occasione di andare a lavorare a Norcia per un mese, durante le vacanze dall'università, come assitenti e animatori in un soggiorno estivo per ragazzini e ragazzine disabili. Non erano anni facili, ripeto, per l'intero Paese, e all'università quel buio si sentiva, e noi eravamo veramente affamati di bellezza. Fu così che di quella basilica me ne innamorai...
Crollano i gioielli della storia e della storia dell'arte, insieme a i miti, e nemmeno questo, con chissà quante altre cose, avevamo messo in conto. Che vita strana, strana, strana...

5 ottobre 2016

Codici per detective selvaggi

Quasi un elenco del telefono, in codice, per agenti segreti: profumo di antico, implicitamente nemico della rivoluzione e dei Gggiovani.
Giuseppe A. Samonà alla voce "Rocci" in Quelle cose scomparse, parole, p.108.

L’amorevole premura di preservare i più giovani dalla innegabile difficoltà di interpretare un testo antico è un regalo avvelenato che cela molti degli inquietanti propositi di trasformazione della scuola e dell’università che sono nell’aria e la volontà di sanzionare la colpevole distanza dal mercato dei saperi teorici. Tanto più autoritario questo intendimento, in un curioso connubio di liberismo selvaggio e controllo dei destini individuali e collettivi, quando nega la possibilità di studiare le lingue antiche nelle loro sfumature all’interno dell’unico curriculum scolastico pubblico in cui questo è ancora consentito. Quando questo progetto sarà compiuto, chi può avrà a disposizione il college privato in cui studiare a dovere le lingue classiche e chi annaspa capirà senza equivoci che il liceo classico è roba da ricchi e dovrà accontentarsi di qualche briciola di cultura dell’antico.
Tiziana Drago, "Il liceo classico e i suoi nemici", Il manifesto (di avantieri).
 

14 settembre 2016

Generazioni, steccati, stecche

Di tanto in tanto, per tenere su un discorso, qualsiasi discorso, ritorna la proposizione del crinale tra generazioni. Eppure oggi lo steccato non mette in luce granché. Nemmeno nel lato presunto più illuminato in cui si auto colloca di volta in volta ora l'una ora l'altra supremazia generazionale. Paradossalmente, infatti, lo steccato sottolinea che proprio in quel punto ci si sia fatta sfuggire una bella fetta di mondo o anche, al peggio, che ci si stia assolvendo da qualsiasi responsabilità per come gira il presente. 
Il famoso presente.
Di solito, non a caso, lo spartiacque è proposto per esaltare la generazione precedente, che – toh! – coincide sempre con la propria. Fa nulla se magari combacia con quella che si è fatta mangiare la pastasciutta in testa o, potendo, molto ha preso per sé, ignorando quello che accadeva intorno.
Le stecche, ossia le note stridule suonate nel concerto "Ah, la mia generazione!".
Il plurale non è soltanto pro forma. Nella sostanza, in quella serie di "io sto qua; tu stai là" non c'è traccia di chi, con un brivido, si affaccia alla vita ora (prima stecca). Così come, in quello stesso piccolo orizzonte, scompare anche chi oggi ha vent'anni, venticinque, trenta, e magari parla e scrive benissimo quattro lingue, ha studiato in Europa, fa parte di quella che lo stesso presidente della BCE ha definito come "la generazione più istruita di sempre" (seconda stecca). Ma al banchetto è arrivata quando non c'era più da prendere nemmeno una mela marcia. Peccato (terza stecca, la più grave).
"Ah!"
Il non sense degli steccati continua comme si rien était arrivé. Permane l'omissione di quell'unico che oggi dovrebbe davvero contare, naturalmente perché ci si adoperi ad abbatterlo: non tanto lo spartiacque tra chi sta "sopra" e chi sta "sotto" – ché l'"ascensione sociale" è parolaccia davvero d'altri tempi –, quanto tra chi sta "fuori" e chi sta dentro", sottomesso quanto estromesso. «Non è emarginazione e neanche più sfruttamento – ha scritto di recente Barbara Spinelli, nel suo blog –, ma è brutale espulsione. Siamo di fronte alle vecchie classi impoverite, a una classe media declassata e in preda allo spavento, a nuove classi che addirittura vengono private di un nome, e tutte ci dicono, come il Commendatore nel Don Giovanni: "Ah, tempo più non v’è" 
A posto così. A ciò mi sento solo di aggiungere, appunto, che non è più nemmeno il tempo di "Ah, la mia...!", eccetera.
Foto di Vittorio Greco

13 novembre 2012

La salsina indigesta

Ho dormito poco e male, come Come Bersi nella striscia di Makkox, rimproverandomi di qualcosa che non so a capire. E dire che sembrava un'ottima cena in quel ristorantino, buona anche per gli occhi… Eppure il retrogusto dell'olio usato per i condimenti mi è apparso strano da subito: perché ho continuato a mangiare? E sì che mi ero detta "niente salsine", ma, fa il cameriere, "è una cernia freschissima e tuttavia alla griglia resta piuttosto legnosa". Ecco il dio errore: avrei dovuto chiedere un altro pesce, non cambiare idea sulla modalità di cottura.

21 maggio 2012

No more fuffa


Pane nostru de ogni die,
no manches mai a mie,
no manches a perunu.
Mai connoscat jeunu
sa zente venturera.

Pane nostro quotidiano
mai tu mi manchi
non mancare a nessuno.
Mai conosca il digiuno
la gente che va alla ventura.

Augurio col quale si accompagna la distribuzione del pane benedetto fatta ai poveri nella ricorrenza della festa d’un Santo che abbia dato assistenza e consolazione nelle malattie, nei dissesti, nelle sventure.
Salvatore Cambosu, Miele amaro, Ilisso, Nuoro 2004, p. 142. 

5 marzo 2012

The artist

Perché quando ne senti una dietro l'altra ti prende la nostalgia del muto.

31 gennaio 2012

Non si trattava

‎"Non si trattava solo di allargare i recinti della città, ma di prendere atto che venivano meno i confini sulla base dei quali erano state consegnate all’ordine della natura esperienze cruciali dell’essere umano: la nascita e la morte, l’amore, la cura, la sessualità, l’invecchiamento, la salute, il dolore."
Lea Melandri, oggi sul Corriere della Sera.

E invece siamo qui. Con le donne spostate da ogni sud del mondo, che abbandonano i loro figli per venire ad assistere le nostre anziane madri di cui non possiamo più prenderci cura.

17 gennaio 2012

Fuori tema

"C'è un sortilegio del mare / lo va trasformando / in qualcosa di ricco e strano." William Shakespeare, La tempesta.

11 dicembre 2011

No Woman, No Cry

"La parabola del Samaritano buono è la più sconcertante del Nuovo Testamento, accanto a quella dell’adultera. Appare solo in Luca (10,25-37) e come tutte le parabole dà a un pensiero etico – ama il tuo prossimo come te stesso – la forma di un racconto. È come se la morale, dai cieli di astratte bellezze, scendesse per strada, e indicasse il punto preciso in cui i sentieri si biforcano e la via giusta s’annebbia. Al dottore della Legge che chiede chi sia il Prossimo, Gesù risponde narrando la storia di un uomo (un uomo qualunque, homo quidam), che viene percosso dai briganti e lasciato mezzo morto sul ciglio della strada. È qui che accade l’ignominia. Passano lungo quel ciglio un sacerdote, poi persino un levita (il levita, custode del tabernacolo nel Tempio, appartiene a Dio in modo speciale) ma pur vedendo vanno oltre. Passa infine un Samaritano, che nella comunità è un fuori-casta in odore di paganesimo, e scorgendo il mezzo morto gli succede qualcosa di inaudito: «N’ebbe compassione. Gli si fece vicino, gli fasciò le ferite, versandovi olio e vino; poi, caricatolo sopra il suo giumento, lo portò a una locanda e si prese cura di lui»."