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25 settembre 2016

Un ricordo dell'Avvocato Gallo

Conoscevo abbastanza bene l'anziano editore di Juvence, Alessandro Gallo, avendo collaborato con lui in diverse occasioni: per la fiera "Oltre mare" di Napoli, per la sempre grande Torino (vedremo cosa accadrà, adesso...), per le "Conversazioni del Mediterraneo" nelle città della Val di Noto, in Sicilia, per "Più libri, più liberi" a Roma, per presentazioni e rassegne in Sardegna. Ci siamo confrontati nel tempo su tanti aspetti culturali ed editoriali: aveva un grande esperienza e lavorava dando fiducia e strumenti. Fu uno dei miei punti di riferimento gli anni in cui io mi sono intensamente occupata della realizzazione e della cura di una bellissima collana di narrativa che ha ospitato anche autori e autrici del composito mondo arabo. Era un uomo d'"altri tempi", un vero uomo di cultura, e ci davamo del lei. Fui felice il giorno che lui, non certo facile ai complimenti, mi disse: "Lei è molto abile". "Abile" non me lo aveva mai detto nessuno e, dunque, lì per lì non riuscii ad afferrare bene la valenza che dava Gallo alla parola, ma archiviai con tranquillità e gratitudine sentendo di avere la sua non scontata stima, la sua fiducia.
L'Avvocato Gallo, così lo chiamavo, oltre a essere un editore puro (in Juvence, che ha un catalogo di alto livello scientifico, ha veramente investito un patrimonio) è morto qualche tempo fa. Oltre al dispiacere personale, per averlo conosciuto da vicino, anche ospite della sua bella casa romana, ho temuto per il suo progetto editoriale, perduta la guida, consapevole di come non sia facile, soprattutto in Italia, resistere sul fronte delle letterature arabe contemporanee. La "mia" collana, intanto, praticamente non esiste più: è ferma, inattiva, essendo stata, per così dire, buttata alle ortiche, ossia progettata in una situazione in cui erano e sono carenti gli strumenti che possono derivare soltanto dall'autentica consapevolezza del valore del progetto. Il valore che, appunto, ha sempre dato Gallo al suo e che anche io davo al "mio": il nostro grande punto in comune, e forse, chissà, la mia "abilità". Veniamo al dunque.
Oggi apprendo con gioia, invece, che, morto l'Avvocato Gallo, i miei timori su Juvence erano infondati: la piccola casa editrice ha resistito, ce l'ha fatta. Pertanto, ricordando l'amico editore, volentieri faccio pubblicità a quest'ultima sua pubblicazione. Lunga vita a Juvence.

24 ottobre 2011

Rivoluzioni di carta

 Se è vero che le rivoluzioni arabe di questo 2011, esattamente come tutte le rivoluzioni, sono scoppiate da un giorno all’altro, è altrettanto vero che non sono nate dal nulla. Certo non le avevano messe in conto quanti, per oltre un decennio, si sono limitati a guardare all’intera regione attraverso l’unico prisma dell’islamismo radicale e, di conseguenza, ne avevano estrapolato l’unica visione possibile, quella di un mondo stagnante, accartocciato su se stesso, storicamente se non geneticamente refrattario alla modernità e alla democrazia. Di sicuro, però, studiosi di altre discipline proponevano, anche loro da più di un decennio, scenari diametralmente opposti. … Nei recenti avvenimenti, in particolare, hanno trovato una conferma alle loro aspettative gli studiosi di letteratura, vuoi perché la narrativa, su cui si concentrano, non è esposta alla luce dei poco generosi riflettori dell’attualità più spiccia o, molto più probabilmente, proprio in virtù della marginalità della materia. Sta di fatto che da un’analisi anche solo quantitativa della recente produzione letteraria araba si evinceva con chiarezza che la realtà aveva travalicato gli stereotipi più correnti. … 
Da: Elisabetta Bartuli, "Rivoluzioni di carta". Continua in Arabook.it del 13 ottobre 2011.

30 settembre 2011

Confine 194

"Dopo quanti altri intervalli di trent’anni torneranno quelli che non hanno mai fatto ritorno? Che senso ha il mio ritorno oppure quello di un altro? Il loro ritorno, il ritorno dei milioni che non sono mai più tornati, solo quello ha senso. I nostri morti sono ancora in cimiteri stranieri. Quelli, tra i nostri, che sono ancora vivi assediano le frontiere degli altri. Sul ponte, quella strana frontiera che non ha simili in nessuno dei cinque continenti, sei sopraffatto dal ricordo delle attese presso le frontiere degli altri.
Cosa c’è di nuovo?
Sono sempre gli altri i padroni del posto. Ti concedono un permesso. Ti controllano i documenti. Ti inseriscono in un dossier. Ti fanno aspettare.
Ho voglia di una frontiera che sia tutta mia?
Odio le frontiere, i confini. I confini del corpo, della scrittura, dei comportamenti, degli Stati. Voglio davvero un confine per la Palestina? Sarebbe necessariamente un confine migliore di altri? Al confine non è soltanto lo straniero quello che soffre. Anche chi possiede la cittadinanza di un qualsiasi paese può vivere brutte esperienze alla propria frontiera. Non ci sono confini per le domande. Non ci sono confini per la patria. Ora voglio un confine anche se, in seguito, lo odierò."

Murid al-Barghuthi, Ho visto Ramallah, traduzione dall’arabo di Monica Ruocco, introduzione di Edward W. Said, Ilisso, Nuoro 2005, pp. 44-45.  

23 settembre 2011

194

"Prima che io perdessi me stessa, furono la mia lingua e la mia identità a perdersi, e con esse il mio nome e il mio indirizzo. In origine il mio nome era Zeinab Hamdan, poi, col tempo, divenne Zeina. Mio padre si chiamava Muhammad Hamdan, poi, col tempo, non rimasero né Muhammad né Hamdan. Era originario di Wadi al-Rihan, mentre io ero nata a Brooklyn. Così, Zeina sembrava essere una via di mezzo tra due estremi, tra due lingue, tra due predicati: Brooklyn e la Cisgiordania, mia nonna e mio padre. Ma, in fin dei conti, Zeina non era niente, né soggetto né predicato. Immagino che le canzoni di mio padre, quei versi, quelle litanie, avrebbero dovuto proteggermi. Ma è evidente che fu tutto inutile: io, semplicemente, non coglievo il senso di quelle parole e non ero in grado di assaporarne il gusto."
Sahar Khalifa, L’eredità, traduzione di Lorenza Raiola, Ilisso, Nuoro 2011, p. 35.

Sahar Khalifa, nata a Nablus, in Cisgiordania, nel 1941, è la maggiore rappresentante della letteratura dei Territori Occupati e tra le voci più importanti della narrativa araba contemporanea. Ha vissuto all’estero con il marito, tornando in patria dopo il divorzio e iniziando a scrivere all’indomani della Guerra dei Sei Giorni (1967) con l’idea di aiutare il suo popolo con l’unico strumento a sua disposizione: la penna. Successivamente, negli Stati Uniti, consegue un dottorato in Letteratura inglese e americana e prende a occuparsi della questione femminile. Al rientro a Nablus, fonda un Centro per le donne, con sede anche a Gaza City. Tra i suoi romanzi e racconti pubblicati in Italia: La svergognata (1989), La Porta della Piazza (1994), Terra di fichi d’India (1996), Una primavera di fuoco (2008). Nel 1996 è stata insignita del premio “Alberto Moravia”.


10 maggio 2011

Ho visto Ramallah

"È già mezzogiorno. Man mano che passano i minuti la tensione aumenta. Mi daranno il permesso di attraversare il fiume? Perché ci mettono tanto? A questo punto sento qualcuno pronunciare il mio nome!
– Prendi la borsa e attraversa il fiume.
Finalmente! Eccomi, con la mia sacca, a camminare sul ponte di legno, lungo appena pochi metri e trent’anni di ghurba. Come hanno potuto, questi pochi metri di legno scuro, separare un’intera nazione dai suoi sogni? Impedire a intere generazioni di prendere un caffè in case che prima appartenevano a loro? Come hanno potuto darci tutta questa pazienza e questa morte? Come hanno potuto dividerci tra espulsioni, tende, partiti politici, sussurri impauriti?
Io non ti ringrazio, piccolo ponte senza importanza. Non sei un mare né un oceano da poter giustificare il nostro terrore. Non sei una catena di monti abitati da bestie feroci e da mostri fantastici da dover far affidamento ai nostri istinti per difenderci da te. Ti avrei ringraziato, ponte, se fossi stato su un altro pianeta, in un luogo che una vecchia Mercedes non avrebbe potuto raggiungere in mezz’ora. Ti avrei ringraziato se fossi stato creato da un vulcano, terrore color arancio, ma sei stato costruito da miseri falegnami, con i chiodi infilati tra le labbra e la sigaretta sull’orecchio. Non ti dico grazie, piccolo ponte. Dovrei sentirmi a disagio di fronte a te? Sei vicino come le stelle di un ingenuo poeta, lontano come il passo di un paralitico. Perché questo imbarazzo? Io non ti perdono e tu non perdoni me.
Il legno scricchiola sotto i miei piedi.
Fairuz lo chiama il ponte del ritorno. I giordani lo chiamano il ponte di re Hussein. L’Autorità Palestinese lo chiama il passaggio di al-Karama. La gente, gli autisti dei bus e i tassisti lo chiamano il ponte di Allenby. Mia madre, e prima di lei, mia nonna, mio padre e Umm Talal, la moglie di mio zio, lo chiamano semplicemente “il ponte”.
Lo attraverso ora per la prima volta dopo trent’anni. L’estate del 1966 e immediatamente dopo, senza esitazione, l’estate del 1996. Qui, su quelle assi di legno proibite, cammino e racconto a me stesso tutta la mia vita. La racconto, senza emettere un suono e senza interruzioni. Momenti, come fotogrammi, appaiono e scompaiono incoerentemente. Scene di una vita dispersa. La memoria sfreccia come una navetta spaziale e riporta alla mente immagini che si oppongono a un montaggio che potrebbe dar loro una forma definitiva. La loro forma è il caos.
Un’infanzia lontana. Volti di persone amate e di nemici. Sono quella persona che proviene dai continenti degli altri, dalle loro lingue e dalle loro frontiere. Quella persona con gli occhiali e una piccola sacca sulla spalla. E queste sono le assi del ponte. E questi i miei passi. Vado verso la terra della poesia. Sono un turista? Un rifugiato? Un cittadino? Un ospite? Non lo so. È un momento importante dal punto di vista politico? Affettivo? Sociale? È un momento reale? Surreale? Fisico oppure intellettivo? Il legno scricchiola.
La vita passata è ridotta a un’oscurità che nasconde e svela allo stesso tempo. Perché vorrei liberarmi di questa sacca? L’acqua del fiume è poca sotto il ponte. Acqua senz’acqua. Come se volesse scusarsi della sua presenza in questo luogo limite tra due storie, due fedi, due tragedie. Quello che vedo è roccia, calce, soldati, deserto. Doloroso come un mal di denti. Qui, la bandiera giordana con i colori della rivoluzione araba: rosso, bianco, verde e nero. Poco più in là quella israeliana, azzurra, del colore del Nilo e dell’Eufrate, con al centro la stella di Davide. Un alito di vento le muove entrambe. Bianche le nostre gesta, nere le nostre battaglie, verdi le nostre terre… poesia nella mente.
Ma ciò che vedo è concreto come un conto da pagare. Le assi di legno scricchiolano sotto i miei piedi. L’aria di questo giugno è bollente come quella del giugno di tanto tempo fa. Ponte di legno… e la voce di Fairuz è immediatamente lì. Diversamente dalla maggior parte delle sue canzoni, i versi di questo brano sono molto più efficaci di quanto uno vorrebbe. Come hanno fatto a fissarsi nei cuori degli intellettuali, dei contadini, degli studenti, dei militari, dei giovani, degli zii e dei rivoluzionari?
Forse la gente ha bisogno di ascoltare i propri sentimenti attraverso una voce diversa dalla propria? Ha bisogno di attaccarsi a una voce che viene dal di fuori per ascoltare ciò che si ha dentro?
Chi rimane in silenzio delega qualcun altro a rappresentarlo in un immaginario parlamento proibito. La gente si affida alla poesia che si esprime in maniera diretta in tempi di ingiustizie e di mutismo collettivo, quando non può parlare e agire. La poesia che sussurra e allude può essere compresa solo da uomini liberi, da cittadini che possono parlare e non devono incaricare nessuno di farlo al loro posto. Mi vengono in mente i nostri critici letterari, che copiano le teorie occidentali a occhi chiusi, indossando cappelli da cowboy sopra i loro teschi devoti all’arabismo. (La metafora del cappello è talmente stereotipata e non so perché mi venga in mente ora). Ecco il primo soldato israeliano con in testa la kippa. È un’immagine reale e non un concetto letterario. Il fucile sembra più alto di lui. Si appoggia alla porta della sua stanza isolata sul lato occidentale del fiume, dove inizia l’autorità dello Stato di Israele. Non posso dire niente riguardo al suo stato d’animo, dall’espressione del volto non si indovina nulla dei suoi pensieri. Lo guardo come si può guardare una porta chiusa.
Ora i miei piedi sono sulla sponda occidentale del fiume. Il ponte è dietro di me. Rimango un attimo sulla polvere, sulla terraferma. Non sono un marinaio di Cristoforo Colombo che grida, quasi in punto di morte, «Terra, terra, terra!». Non sono Archimede che grida «Eureka!». Non sono un soldato vittorioso che bacia la terra. Non bacio la terra. Non sono triste e non piango.
Eppure la “sua” immagine appare e scompare in questa landa desolata. Il suo sorriso che proviene da quella tomba, dove lo sotterrai con le mie stesse mani. Lì lo abbracciai per l’ultima volta prima che mi trascinassero via, per lasciarlo da solo sotto una lapide su cui è scritto: «Munif ‘Abd al-Raziq al-Barghuthi, 1941-1993»."
Mourid al-Barghuti, Ho visto Ramallah, prefazione di Edward W. Saidtraduzione di Monica Ruocco, Ilisso, Nuoro 2005, pp. 18-21.

25 febbraio 2011

Da un'altra polvere

Una cosa, a lato, rattrista: il dittatore non solo ha infangato il "suo" paese determinando un destino terribile per le genti, ma ne ha anche tagliato lingue, culture, voci. A ben altro, infatti, si è sempre riferito il nome Libia, ancora oggi, nonostante l'urlo di ribellione umanissima, tragica, che si leva dalle sue contrade: nella proiezione esterna Libia è solo gas e petrolio… Be', questo post è simbolicamente dedicato al "resto".
Alle voci neglette

"Aveva scavato solchi nel deserto aggrappato alla coda del pezzato, era precipitato nel baratro tenebroso, era morto ed era rinato, senza mai piangere. Ed ecco che quella notte singhiozzava senza riuscire a frenarsi, come se a piangere non fosse lui, ma un’altra persona che gli dormiva accanto, dormiva in lui, e sulla quale egli non aveva alcuna autorità; un’altra persona che osservava i suoi gesti e ne spiava le mosse, senza farsi vedere. Che significava tutto questo? Era mai successo prima a un altro essere umano nel deserto?
Si alzò senza fare rumore e uscì dalla capanna. Fuori, il rosso dell’alba fendeva le tenebre nell’oasi, ma i galli non avevano fretta di annunciarne la nascita, o forse volevano custodirne il segreto. Solo la schiera di grilli continuava solitaria a intonare i canti della veglia. Anche il pezzato aveva trascorso la notte insonne. Lo trovò ritto sulle lunghe zampe e il muso rivolto verso est, afflitto, che assisteva muto al levarsi del nuovo giorno, mentre il cammello aratore, dall’altra parte della capanna, accanto a una palma dai fitti rami, ruminava con un’espressione stupida, indifferente a tutto. Ukhayyad si rese conto di come la tristezza del pezzato, in quella posizione e a quell’ora precoce del mattino, avesse un che di sacro. Come appariva orribile l’altro cammello in confronto, con quell’aria stupida e imperturbabile e l’animo libero da affanni. Com’è orribile l’aspetto di una creatura il cui cuore non sia oppresso dall’angoscia! Solo la tristezza è in grado di accendere la scintilla divina nei cuori. Lo stesso valeva anche per gli esseri umani? Lo sheikh Musa diceva sempre che Dio tra le sue creature predilige i sofferenti e gli afflitti e che anzi mette alla prova quelli che più ama."
Ibrahim al-Koni, Polvere d'oro, traduzione dall'arabo di Maria Avino, Ilisso, Nuoro 2005, p. 93.


Nato nel 1948 a Ghadames e cresciuto nel deserto del Fezzan secondo le tradizioni dei Tuareg, Ibrahim al-Koni apprese l'arabo classico solo a dodici anni, quando cominciarono i suoi studi, che concluse a Mosca con una tesi su Dostoevskij. Un dato biografico che già dice di come Al-Koni si sia nutrito di diverse suggestioni intellettuali che assieme hanno concorso fare della sua narrativa un esempio luminoso di meticciato e ibridazione culturale. Nei suoi romanzi le evocazioni della Bibbia sono accanto a quelle del Corano e dei culti preislamici – solo per citare un esempio –, insieme ai riferimenti alle genealogie tribali del Sahara e delle mitologie Tuareg, a una certa atmosfera tragica presente nei grandi classici della letteratura russa. Le sue narrazioni sono così quasi senza tempo (in Polvere d'oro, ad esempio, lo sfondo storico è dato da un unico accenno all'occupazione colonialista italiana, tragica e stracciona) della Libia –, leggendaria, fa di Ibrahim al-Koni l'ultimo interprete di un'immensa tradizione orale che con lui si fa scrittura altissima. 
Con Al-Sadiq al-Nayhum, al-Koni è tra i rari scrittori libici contemporanei tradotti in Italia.

31 gennaio 2011

Cartoline dall'Egitto

Ma perché anticipare i fatti? Shagar non ha ancora visto il cordone di sicurezza intorno all’università, i manganelli, i lacrimogeni, il fumo e il fuggifuggi generale. 
Né ha notato quel contadino olivastro, povero e giovanissimo che indossava la divisa militare e stava in piedi fuori del recinto, con la canna del fucile infilata tra due sbarre, per puntarla pazientemente verso i manifestanti, quasi avesse imparato il mestiere andando a caccia di capriolo con un nobile europeo del Medio Evo. Lei non è stata ancora colpita da un manganello che le avrebbe lasciato un segno blu sul braccio destro. Quella Shagar viene dopo. La Shagar di adesso ha diciassette anni ed è una matricola del Dipartimento di Storia.
Si era davvero iscritta a quel corso di studi, solo perché era stata influenzata in tal senso dal professore che aveva avuto a scuola per tre mesi? Difficile stabilirlo: tante cose possono succedere in pochi giorni, quindi figuriamoci in cinque anni di vita di una ragazzina che era cresciuta amando i libri come un topolino di biblioteca. Un giorno, mentre stava in quella della sua scuola, le era capitato tra le mani un volume sulle leggende egiziane antiche. Da lì era passata a tutti gli altri testi disposti nella stessa fila e, alla fine, aveva scelto di studiare Storia all’università.
Agosto 1967. A tavola, durante il pranzo, suo padre avrebbe annunciato la notizia, ridendo:
– Una laurea con la lode e la menzione di merito.
Lei non rise. Senza dire niente, andò a rinchiudersi nella sua stanza.

Anno accademico 1967-1968. Shagar era tutta concentrata sugli studi dell’anno preparatorio del magister, il titolo per l’abilitazione alla docenza universitaria. Andava e veniva dalla sua facoltà. Frequentava le lezioni e la biblioteca. Leggeva, riempiva le schede di citazioni e note, consegnava la ricerca che le era stata assegnata, puntuale ed efficiente come una macchina. Ma la sua anima che fine aveva fatto? Se ne era andata via alla chetichella per appartarsi in un posto lontano. Lei non si arrabbiava, non piangeva, né prendeva una pausa. Nei giornali, alla radio e sulle bocche dei parenti e dei vicini circolavano tanti discorsi sul Sinai e sui soldati dispersi in mezzo al deserto. Lei captava tutto e tirava avanti per la sua strada, come se nulla fosse.
– Perché hai cambiato idea? – le avrebbe chiesto il suo professore, aggiungendo: – Hai sempre voluto specializzarti in storia faraonica. Che cos’è successo di nuovo?
Gli avrebbe semplicemente risposto:
– Studierò Storia Moderna. Credo che sia quello che voglio.
Qualche anno dopo, Shagar avrebbe indicato quella svolta con l’espressione ‘inversione a U’: era un cambiamento netto e integrale, come quando, in macchina, sterzi tutto a sinistra per percorrere la stessa strada in senso contrario. Si era procurata tre scatoloni di cartone per riporvi i testi di storia, mitologia e architettura dell’antico Egitto che avrebbe tolto dagli scaffali: vi erano quelli dello studioso egiziano Salìm Hassan, con le copertine sbiadite che riportavano soltanto il nome dell’autore; quelli francesi e inglesi, con le copertine lucide decorate da perfette riproduzioni di particolari delle Valli dei Re e delle Regine; quelli che aveva comprato da quando aveva undici anni; quelli che aveva fotocopiato dalla biblioteca dell’università e poi rilegato con delle copertine rigide di color verde oliva, confezionate da un artigiano della zona di al-Azhar, vecchio amico di suo nonno ‘Abd al-Ghaffàr che glielo aveva indicato. Sistemati tutti quei libri negli scatoloni, lei si era guardata intorno. Missione non ancora compiuta: restavano da sistemare i quadri. Erano delle semplici riproduzioni su carta che aveva fatto incorniciare. A questo scopo lei le aveva arrotolate e legate con un nastro sottile per portarle in un negozio del centro. Dopo quindici giorni le aveva riprese in consegna: erano quattro grandi quadri, ognuno racchiuso in una cornice e protetto da un vetro. Li aveva portati a fatica fino alla via principale, dove le erano passati davanti tre tassì, con gli autisti che rifiutavano di tirarla su insieme a quel carico. Finalmente, ne era giunto uno di buon cuore che aveva accettato di accompagnarla e quindi l’aveva anche aiutata ad arrivare con i quadri fino alla porta di casa.
Sopra il letto, proprio di fronte alla porta della stanza, aveva appeso l’immagine di Maat, la signora con la bilancia, dea della verità e della giustizia. Quella figura femminile guardava alla propria destra. Seduta alla scrivania, Shagar riusciva, con una piccola rotazione a manca, a vedere il viso di Maat che, rivolto tutto in una direzione, lasciava in mostra solamente il profilo sinistro. La lunga piuma di struzzo, messa in posizione verticale, era tenuta ferma da un nastro rosso legato intorno alla testa della dea, all’altezza della fronte. Iscrizioni geroglifiche apparivano sullo sfondo.
Sulla parete a sinistra, proprio dietro di lei quando stava alla scrivania, si trovavano altri due quadri: il primo raffigurava Iside. Lo sfondo era celeste, la dea aveva i capelli crema e azzurro, mentre la sua corona, formata dal disco solare e dalle corna di Hathor, era parzialmente dipinta di un giallo ocra misto al colore del legno di rosa, usato anche per il viso, le spalle e le braccia. Iside reggeva lo scettro reale con la mano destra. Accanto alla sua immagine era appesa quella della dea vacca, Hathor, raffigurata insieme al faraone bambino Amenhotep II. Entrambi i loro corpi erano color ocra. I capelli di Amenhotep II e le macchie del manto della vacca – macchie a foggia di stelle rappresentanti le anime dei morti – erano verdi. Seduto sulle ginocchia sotto l’arco formato dal ventre e dalle zampe di Hathor, il piccolo faraone stava su uno sfondo azzurro chiaro, con la testa alzata nell’atto di allattarsi alla mammella. Sopra la sua scrivania Shagar aveva messo l’immagine di Nut, la dea del cielo. Era una donna che toccava la terra, da un lato, con le punte delle mani, e dall’altro, con quelle dei piedi. Le gambe, le braccia e il fusto decorato da stelle formavano un arco, circondato dal corpo del suo fratello e sposo, Geb. Dio della terra, quest’ultimo le giaceva nel grembo, mentre le piante gli crescevano sulla schiena.
Shagar tirò giù i quadri, li avvolse in un lenzuolo e li legò insieme. Prese la copia del papiro di Ani che teneva sempre sulla scrivania, e la buttò in uno dei tre scatoloni. Chiese a sua madre di aiutarla a spostarli fuori della stanza. Poi si procurò una scala, per portarli uno a uno nel solaio. Sua madre le domandò allora perché stesse facendo tutto ciò, lei borbottò delle parole incomprensibili. Tornata nella sua camera, si guardò in giro: ormai non vi era rimasto più niente, eccetto gli scaffali con sopra qualche vocabolario, la piccola libreria completamente vuota, la scrivania, il letto e la toeletta. La stanza sembrava spoglia, misera e fredda. Lei si sdraiò sul letto e si addormentò.

Una cartolina colorata, grande quanto il palmo di una mano, infilata sotto il vetro della scrivania: raffigurava l’enorme bilancia con i due piatti che Thot, il dio della scienza, era fermo in piedi a osservare, tenendo i suoi fogli nella mano sinistra e la penna nella destra. Shagar si accorgeva ora di avere dimenticato di togliere quell’immagine il giorno prima. La guardò e decise di lasciarla lì.
Radwa Ashur, Atyàf. Fantasmi dell’Egitto e della Palestina, traduzione dall’arabo di Patrizia Zanelli, Ilisso, Nuoro 2008, pp. 43-46.


9 novembre 2010

Delle tante voci

Fin dai tempi antichi,
nulla permane.
Dormienti e morti
quanto sono simili.
Gilgamesch

Eric A. Hegg, Studio portrait of donkey, Dawson, Yukon Territory, 1899.
Quando vidi l’asino, non lo riconobbi subito, tanto era magro e deperito, era come se non mangiasse e non dormisse da tanto tempo. Se ne stava, in un angolo dell’orto, a strofinare il muso contro il muro di cinta con aria triste. Mi accostai a lui cercando di non fare rumore, non volevo che mi vedesse, ma come capitava sempre, lui avvertì qualcosa, sollevò la testa e fiutò l’aria, poi mosse le frogie, e si voltò: si era accorto della mia presenza. Cambiò all’istante, come se il sangue gli avesse ripreso a fluire nelle vene. Colpì il terreno con gli zoccoli e cominciò a ragliare, mettendo in mostra i denti bianchi scintillanti: era come se ridesse dalla gioia!
Fino ad allora avevo sentito dire che soltanto i cavalli si intristiscono e smettono di mangiare e bere se vengono separati dai loro padroni, e che possono anche morire per il dispiacere. Degli asini invece dicevano che erano una mala razza che non si affeziona al padrone e che pensa a soddisfare solo il suo benessere momentaneo.
Ma Sultàn non era così. Lui assomigliava più ai cavalli.
Appena mi vide, sentii una specie di gemito, qualcosa di simile a un pianto, squarciargli il petto, si mise a girare in tondo, pazzo dalla felicità, infine si gettò e si rotolò nella polvere, come una persona che si inginocchia e bacia la terra!
Lungo la strada del ritorno riparlammo dei tanti paesi che avevamo visitato, quando andavamo in giro a vendere, e ricordammo tante persone, ma non gli diedi l’occasione di parlare di donne, giacché non sta bene che un uomo sposato ricordi le donne conosciute prima del matrimonio.
Una volta giunti in prossimità di Tayyiba, dopo tre giorni di viaggio estenuante, sentii un odore particolare, che era tipico della mia infanzia: l’odore della pioggia. Mi sentii rianimare, e provai una specie di vertigine al ricordo di tutto ciò che era successo su quella terra!…
‘Abd al-Rahman Munif, Gli alberi e l’assassinio di Marzùq, traduzione dall’arabo di Maria Avino e Isabella Camera d’Afflitto, Ilisso, Nuoro 2004, pp. 71-72.

17 settembre 2010

La corda del bucato

Anche dopo aver rivolto richieste di aiuto in arabo corretto, non c’era nessuno che rispondesse. I proiettili prorompevano aumentando in velocità e intensità. I colori si confondevano.
Mia madre aveva detto: – Bisogna togliere il bucato dal terrazzo.
Mio padre aveva risposto: – Adesso pensi al bucato?
– Il bucato farà loro bombardare la casa.
– La bombarderanno comunque. Con o senza bucato. È una guerra.
– Non è guerra. Ammazzano le persone e basta. Tra un po’ si annoieranno, anche i soldati s’annoiano, e allora bombarderanno la corda del bucato.
Nessuno rispondeva.
«Masse del nostro popolo arabo! Il massacro che oggi si compie…».
Il campo profughi, i suoi terrazzi, le piazze, i vicoli erano diventati un campo di tiro. Il vento carico dell’odore della polvere da sparo soffiava da ogni lato.
Quando lo stretto rifugio aveva vibrato con chi c’era dentro, avevamo detto: – È un cannone Hautzer.
Il padre dei piccoli, mentre stringeva a sé i figli e nascondeva la paura che aveva per loro, aveva commentato: – Tre giorni sono sufficienti a trasformare tutti in esperti di armi.
Non siamo esperti di viaggi. Li avevamo dimenticati. Avevano chiuso il paese con noi dentro, ma inaspettatamente l’hanno riaperto, così all’improvviso come l’avevano chiuso.
Hanno detto: – Viaggiate a sazietà!
Dice l’altro: – Dovevamo proprio viaggiare?
– Avevamo bisogno di un miracolo, di una cosa meravigliosa, dell’ottava meraviglia, anzi della nona. L’ottava siamo noi! Avevamo bisogno di un miracolo. Una grande realizzazione equivale a un miracolo.
Abbiamo diritto di vedere realizzato un miracolo non immerso nel sangue.
Ibrahim Nasrallah, Dentro la notte, traduzione dall'arabo di Wasim Dahmash, Ilisso, Nuoro 2004, p.10.

Ibrahim Nasrallah è nato nel 1954 in un campo profughi in Giordania e vive ad Hamman. Poeta e scrittore, ha vinto numerosi premi letterari, tra i quali il prestigioso “Sultan ‘Aways” per la poesia nel 1997. Nella sua vasta produzione si annoverano romanzi, libri per ragazzi, saggi e, soprattutto, raccolte di poesie.

12 febbraio 2010

Gli alberi


da: Fotografías del Corazón Ultrarrealista. Muestra fotográfica virtual en SIELA film.
Avevo aiutato mio padre a piantare gli alberi. Li avevo visti crescere, giorno dopo giorno; mio padre era ancora vivo quando avevano cominciato a dare frutti: erano diventati gli alberi più belli del paese. Fu allora che nacque tra noi un legame inspiegabile.
Quando i nostri vicini tagliarono i loro alberi, io provai una pena indicibile. All’inizio, mi limitai a insultarli dentro di me, ma poi li affrontai, rivolgendo loro parole dure e guardandoli dritti in quegli occhi avidi e beffardi. Dissi loro che tagliando gli alberi buttavano via la fonte del loro benessere, che tagliando gli alberi era come se aggredissero la vita e certamente Dio si sarebbe vendicato di loro. Questo li rese furiosi, si misero a cospirare contro di me: loro erano orgogliosi di tutto quel denaro che maneggiavano.
Un giorno, un mese prima della semina del cotone, quando già gli alberi del mio frutteto erano fioriti e avevano cominciato a mettere le foglie, vennero da me degli uomini a dirmi: “Il cotone ci ha resi ricchi, Elyas, tu sei l’unico nel villaggio che possiede della terra che non frutta denaro. Sei ancora un poveraccio”. E dissero anche: “Gli alberi del tuo frutteto sono diventati per noi una provocazione”. Tacquero un istante, poi esclamarono: “Questa notte ce li giocheremo a carte. Noi punteremo i soldi e tu gli alberi”. Non volevo giocare. Gli alberi del mio frutteto erano in fiore a quel tempo, offrivano uno spettacolo straordinariamente tenero, sembrava volessero preannunciare una stagione di benessere: non esisteva per me niente di più bello al mondo, erano più affascinanti delle fanciulle e più dolci delle sorgenti!
Ebbi l’impressione che gli uomini si fossero coalizzati contro di me, così dissi loro che avrei scommesso su qualsiasi altra cosa, ma non sugli alberi. Li pregai di lasciar perdere gli alberi, dal momento che per loro non significavano più niente, ma che per quanto riguardava me, essi erano il mio solo legame con questa vita. Ma loro continuavano a insistere, e quella notte non giocammo.
Ah, se il mondo fosse finito quella notte, se avessimo litigato, se fossimo venuti alle mani, non sarebbe successo niente di quel che poi accadde! Gli alberi avrebbero continuato a vivere, e forse sarebbero ancora lì. Ma la notte successiva, mi scoppiò dentro un desiderio mortale, a un tratto mi sentii spinto da una forza misteriosa a fare qualcosa. Non avevo ancora deciso, ma qualcosa dentro di me aveva cominciato ad agitarsi, era una sensazione forte che mi scuoteva, mi sembrava che la vita non meritasse tanto ostinato attaccamento da parte degli uomini!
Quella notte, dopo che avevamo bevuto e cantato per festeggiare la circoncisione del figlio del mukhtàr del quartiere orientale, mi accorsi che gli uomini mi guardavano come se volessero mettermi alla prova. Sentivo le loro voci provocatorie che mi invogliavano a giocare. Fu così che accettai di puntare sugli alberi, ma solo sui mandorli, poi ci ripensai e di nuovo rifiutai. Dissi che avrei scommesso solo gli alberi che si trovavano nella zona occidentale dell’orto.
Si trattava di un rettangolo di terra di natura calcarea, dove gli alberi crescevano striminziti e non davano frutti abbondanti come quelli che stavano nel lato orientale. Provavo una sorda avversione per quella parte del frutteto dove avevo faticato più che altrove, eppure, nonostante ciò, gli alberi continuavano a soffrire di qualcosa che io non capivo.
All’inizio della nottata vinsi molto denaro. Mi immaginavo che con quei soldi avrei potuto comprare un altro frutteto, due o tre volte più grande del mio. Mi immaginai gli alberi crescere e stagliarsi sull’orizzonte, nascondendo alla vista tutti i campi di cotone, e pensai che il villaggio sarebbe tornato di nuovo verdeggiante, dopo quegli anni – erano ormai tre – di aridità e siccità.
Continuai a giocare. Man mano che la notte passava, io diventavo sempre più nervoso e irascibile, perché vedevo gli alberi cadere uno dopo l’altro e abbattersi al suolo. Dapprima, avevamo puntato su un albero alla volta, poi erano diventati due, e alla fine me ne giocai dieci alla volta!
Sì, persi quella notte. Del lato ovest del frutteto mi restavano ormai soltanto sette alberi e il grande noce – avevo dimenticato di dirti che un grande albero di noci dominava l’ingresso del frutteto, simile a un temibile guardiano di cui tutti avevano paura: era davvero enorme e nemmeno mio padre si ricordava quando fosse stato piantato. La stessa notte che mi giocai gli alberi me lo sognai, mi apparve sofferente e lo vidi anche piangere. Sognai anche mio padre, aveva il viso tutto pieno di cicatrici…
‘Abd al-Rahman Munif, Gli alberi e l’assassinio di Marzùq, traduzione dall’arabo di Maria Avino e Isabella Camera D'Afflitto, Ilisso 2004, p. 38-40.

17 settembre 2009

Non dimenticare il cibo delle colombe

"Ramallah del cipresso e del pino. I dolci fianchi delle colline, il verde che parla le venti lingue della bellezza. Le prime scuole in cui abbiamo imparato che gli altri bambini sono tutti più grandi e più forti. La Dar al-Mu‘allimin, la Hashimiyya, la Friends, la scuola secondaria di Ramallah. I nostri sguardi colpevoli alle ragazze delle medie che, da un lato, danno confidenza e, dall’altro, mostrano riserbo, e ti confondono quando ti guardano facendo finta di non guardarti. I nostri piccoli caffè, al-Manara. Abu Hazim mi ha detto che al-Manara non esiste più a causa del riassetto della circolazione nel centro cittadino e ora, al suo posto, ci sono i semafori. Scritte sui muri. Fiori dell’intifada e acciaio trasparente, tracce chiare come impronte di lillà.
Dopo quanti altri intervalli di trent’anni torneranno quelli che non hanno mai fatto ritorno? Che senso ha il mio ritorno oppure quello di un altro? Il loro ritorno, il ritorno dei milioni che non sono mai più tornati, solo quello ha senso. I nostri morti sono ancora in cimiteri stranieri. Quelli, tra i nostri, che sono ancora vivi assediano le frontiere degli altri. Sul ponte, quella strana frontiera che non ha simili in nessuno dei cinque continenti, sei sopraffatto dal ricordo delle attese presso le frontiere degli altri.
Cosa c’è di nuovo? Sono sempre gli altri i padroni del posto. Ti concedono un permesso. Ti controllano i documenti. Ti inseriscono in un dossier. Ti fanno aspettare. Ho voglia di una frontiera che sia tutta mia? Odio le frontiere, i confini. I confini del corpo, della scrittura, dei comportamenti, degli Stati. Voglio davvero un confine per la Palestina? Sarebbe necessariamente un confine migliore di altri? Al confine non è soltanto lo straniero quello che soffre. Anche chi possiede la cittadinanza di un qualsiasi paese può vivere brutte esperienze alla propria frontiera. Non ci sono confini per le domande. Non ci sono confini per la patria. Ora voglio un confine anche se, in seguito, lo odierò."

Murid al-Barghuthi, Ho visto Ramallah; traduzione dall’arabo di Monica Ruocco, prefazione di Edward W. Said; Ilisso, Nuoro 2005, pp. 44-45.