24 ottobre 2011

Self-control con limite

C'è qualcosa che mi ha turbato, ma non ho ancora capito cosa.

Il pezzo si ascolta nel prologo di This must be the place (2011) di Paolo Sorrentino.

Conquistata da Cheyenne, interpretato con incredibile grazia da Sean Penn, la cui maschera, in un True stories – mo' la sparo – segnato dal Mediterraneo, mi ha ricordato più Eduardo che Robert Smith dei Cure. La musica, l'Irlanda, l'America, i topoi del road movie, la commedia americana, la pittura tonale, il guiness dei primati: tante cose, troppe. Sul filo di una trama che è labile pretesto per raccontare in abbondanza quel che il regista sembra amare veramente, compreso un Batman in rimessa, tra un edificio hopperiano e un altro, o la copertina drammatizzata di un disco dei Nirvana… Trama labile, tanto che io, non avendo letto un rigo sul film, mi sono accorta che ce n'era una soltanto al secondo tempo, che mi è piaciuto un po' meno del primo, forse perché sentivo lo sforzo di una narrazione che portasse da qualche parte, place disvelatosi in  epilogo come totalmente superfluo. E tuttavia forse è proprio questo peccato veniale che, attenuando e disorganizzando il virtuosismo, diverte. 
Insomma mi è andata bene: This must be the place di Paolo Sorrentino, come ogni buon film, piace o meno dipendentemente da come si interseca con l'immaginazione e la memoria, non solo cinematografica, e anche con un certo bisogno di "disintossicazione" (quest'ultimo, nel caso specifico, assolutamente dichiarato). Se non accade niente di simile si corre il rischio di passare 118 minuti a tenere la conta dei carrelli. 

1 commento:

Daniele Mattioli ha detto...

Concordo in pieno.
Brava.
e bel film, nonostante tutto.