16 dicembre 2014

Soir Bleu

Si conserva solo un disegno per questo dipinto, che ritrae il personaggio all'estrema sinistra: Un Maquereau. Il termine, che significa letteralmente "sgombro" in francese, ha un'accezione negativa, indica cioè il "ruffiano", alludendo all'antica credenza che gli sgombri, pesci di mare, facciano da tramite nell'accoppiamento delle aringhe.
Ciascuno dei tipi raffigurati, decisamente caratterizzati, sembra interpretare una pièce teatrale: la donna pesantemente truccata e succintamente vestita non appartiene di certo all'alta società; il Pierrot; la coppia vestita da gran gala. Loro minimo comune denominatore sembrano essere la noia e la desolazione. Un'apparente e inquietante calma pervade il locale, che ha tutta l'aria di essere un caffè parigino. All'atmosfera di Parigi si riferisce anche l'intonazione stilistica e cromatica del dipinto, che mostra i debiti di Hopper verso /.../ [il] Fauvismo. È da non sottovalutare anche l'analogia con Degas e Van Dongen, sebbene l'immagine sia organizzata secondo un impianto solidamente geometrico e ricco di accensioni cromatiche sulle quali l'artista lavorerà per tutta la vita.
Il quadro è una retrospettiva del pittore sulla sua epoca francese, oltre che un'anticipazione di un'opera del 1966, l'ultima della carriera, Two Comedians, in cui compaiono due personaggi vestiti da Pierrot.
Il dipinto non fu accolto molto bene dalla critica che lo giudicò un'ambiziosa fantasia. Forse a causa di tali giudizi negativi Hopper, da questo momento, depura la propria pittura da influenze straniere e intraprende un'arte pretamente americana.
Scheda tratta da Hopper, a cura di Elena Pontiggia, Rizzoli/Skira, Milano 2004, p. 88.
Edward Hopper, Soir Bleu, 1914

15 dicembre 2014

Chocolate

Contemporaneo è colui che riceve in pieno viso il fascio di tenebra che proviene dal suo tempo.
Giorgio Agamben, Che cos'è il contemporaneo?, nottetempo, Roma 2008, p. 15.

10 dicembre 2014

A proposito di granchi

A proposito di granchi, siamo proprio sicuri di non prenderne qualcuno, quando percepiamo il mondo esterno? Detto più filosoficamente, come possiamo essere certi che i sensi non ci ingannino, e ci facciano percepire effettivamente il mondo esterno per quello che è? E dunque, in particolare, che la geometria che costruiamo a partire dalle nostre percezioni non sia solo una nostra bella invenzione umana, ma una caratteristica oggettiva del mondo?  
A metterci in guardia con precisi fatti scientifici, e non soltanto con vaghi dubbi filosofici, ci pensa la fenomenologia della visione. Più di un secolo fa, nel 1870, studiando L'origine e il significato degli assiomi geometrici, Hermann von Helmotz si accorse infatti che la nostra percezione distorce rette e piani.
Un esempio tipico è un piano aereo di nuvole, che quando viene osservato da terra appare curvarsi all'ingiù agli estremi: non a caso parliamo di volta celeste, benché il cielo sia spesso un piano bianco. Un altro esempio è il piano terrestre, che quando viene osservato da un grattacielo o da un pallone volante appare invece curvarsi all'insù (la curvatura della terra non c'entra, ovviamente, anche perché va nell'altra direzione. Più recentemente, nel 1947, Rudolf Lunenburg, ha proposto un'Analisi matematica della visione binoculare, dalla quale emerge che la geometria della percezione visiva è di un tipo diverso da quella che ci insegnano a scuola /.../, si tratta più precisamente di una geometria «iperbolica, non euclide. Anche senza scomodare gli scienziati, che qualcosa andasse storto nel rapporto tra geometria e visione l'avevano comunque già capito gli artisti. Primo fra tutti Vincent Van Gogh, che nel 1988 cercò di rappresentare la Stanza di Arles nel modo in cui veramente la vedeva, invece che alla maniera stabilita dalle regole della prospettiva, e il quadro fu un risultato straniante e allucinato.
Piergiorgio Odifreddi, C'è spazio per tutti. Il grande racconto della geometria, Mondadori, Milano 2010, p. 11-12.

2 novembre 2014

Per sempre amici

John Lurie e Jean-Michel Basquiat erano grandi amici. Dipingevano spesso insieme, oppure il primo si esercitava al sax mentre il secondo dipingeva. Lurie racconta che "c'era una meravigliosa quasi bambinesca libertà" nel loro modo di lavorare, "a volte passava qualcuno e si metteva a camminare sulla tela su cui stava dipingendo: a Jean-Michel non poteva fregarne di meno. È quello che mi piaceva di lui — anche se io non sono mai riuscito a raggiungere quel suo livello di abbandono. Se qualcuno mi cammina sulla tela, dico...". E niente, erano grandi amici, ma come spesso capita tra grandi amici avevano caratteri molto diversi. 
Così, soltanto ieri, con l'intervista di Angelo Aquaro a Lurie*, ho scoperto che il musicista dei miei adorati Lounge Lizards, nonché attore di amati vecchi film di Jim Jarmush, è anche un geniale pittore. C'è una parte dell'intervista che mi ha divertito particolarmente, tanto è surreale, allorquando Aquaro chiede conto del titolo dato al dipinto che ritrae una specie di fantasma bianco su campo verde, dove il titolo colpisce più del dipinto: "Il dipinto è bello e agghiacciante —  domanda Aquaro —, ma a proposito del titolo 'Ho bisogno di sapere se dopo la morte c'è vita e ho bisogno di saperlo piuttosto in fretta', ha ricevuto qualche risposta?". "Sì", risponde Lurie. "Sarebbe?". "No, guardi, non glielo posso proprio spiegare. Cioè, potrei anche: ma non ho nessuna intenzione di farlo qui." Un dialogo surreale, e a me sembra di vedere la faccia, la sua faccia com'era...
John Lurie e Jean Michel Basquiat
*John Lurie. Non ho fatto nessuna fine, La Repubblica, 2 novembre 2014, pp. 32-33.

23 ottobre 2014

Istelledda de Oriente

Yuyuan Garden, Shanghai, settembre 2014

19 luglio 2014

Sidun (Sidone)

"Sidone è la città libanese che ci ha regalato oltre all'uso delle lettere dell'alfabeto anche l'invenzione del vetro. Me la sono immaginata, dopo l'attacco subito dalle truppe del generale Sharon del 1982, come un uomo arabo di mezz'età, sporco, disperato, sicuramente povero, che tiene in braccio il proprio figlio macinato dai cingoli di un carro armato. /.../ La piccola morte a cui accenno nel finale di questo canto, non va semplicisticamente confusa con la morte di un bambino piccolo, bensì va metaforicamente intesa come la fine civile e culturale di un piccolo paese: il Libano, la Fenicia, che nella sua discrezione è stata forse la più grande nutrice della civiltà mediterranea." (Fabrizio De Andrè) 

18 luglio 2014

Tutto quello che sembra

Tutto quello che sembra acqua in realtà è petrolio. 
Pozzi e paludi ricoprono il territorio. 
Il petrolio è ingannevole perché riflette il cielo. 
Il petrolio cerca di camuffarsi come acqua.
Testo e fotogrammi da "Apocalisse nel deserto" (1992) di Werner Herzog.