22 novembre 2009

Oltre l'orizzonte, il vento

Kazimir Malevich, Oil on canvas, 1918

Oltre la linea dell’orizzonte il vento non riusciva più a portarle, le nubi. Pioveva di continuo e il paese intero era sparito sotto la scura coltre. Anche il mare era invisibile, scomparsa la montagna. Sembrava che il gelo si fosse impadronito per sempre della sua casa.
“Non riuscirò mai più a scrivere...”.
Dopo la morte di Pietro la sua testa era vuota, il cuore gonfio di dolore infecondo, la pelle arida, le parole sole. Non un’eco. Immobili, nuvole basse a coprire il mondo.
E mentre lo pensava, il vuoto silenzioso e freddo, tuttavia di quel deserto scriveva. Ma non già perché che le parole potessero sollevare la coltre – non la sollevavano –, non perché consolassero – non consolavano.
Da qualche parte sapeva che avrebbe compreso il senso soltanto al termine della lunga notte. Scrivere, allora, per fermarli sulla carta i giorni, nel tentativo di porvi termine prima del tempo biologico, e ridisegnandone consapevolmente il segno, avere l’illusione di coglierne il segreto prima di perderlo per sempre. Ora che ogni orizzonte era destinato a scomparire, ancor più del mare, della montagna, dietro la nebbia dell’inverno.
Scrivere, per mettersi di fronte alla verità nuda e cruda di quanto aveva vissuto. Capirne il segreto oltre la povertà del freddo, nell'orizzonte così miseramente scomparso.
“Non ce la farò...”.
Ma doveva raccontare. L’unico modo per continuare a far esistere l’enigma della fine. Se non altro.

17 novembre 2009

Male minore?

Max Ernst, Testa d'uomo

Eyal Weizman è un architetto israeliano. Insegna alla University of London e ha scritto un saggio, Architettura dell’occupazione (Bruno Mondadori, pp. 341, euro 25), che ha fatto molto discutere, dedicato alla costruzione del Muro che separa Israele dai Territori palestinesi. In un piccolo librino, edito invece da poco da Nottetempo e intitolato Il male minore (pp. 52, euro 7), Weizman ha invece posto un problema di grande attualità di questi tempi, la cui formulazione è: se vi trovate di fronte a due mali, è vostro dovere optare per il minore.

La questione del «male minore» l’ha sollevata in modo critico per la prima volta un’ebrea migrata in America per sfuggire al nazismo, Hannah Arendt, in una conferenza del 1964, dedicata a «La responsabilità personale sotto la dittatura». Pochi anni prima la filosofa tedesca s’era interrogata, nel corso del processo contro Eichmann, grande organizzatore della deportazione, sulle ragioni della cooperazione offerta ai nazisti dai Consigli ebraici nelle nazioni occupate, atto rimosso da molti, e subito contestato alla Arendt: ebrei eminenti avevano collaborato con i massacratori con l’intento di salvare se stessi e altri ebrei, e per questo avevano lasciato che moltissimi di loro venissero deportati e gasati.

Il male minore, appunto, argomento che circola anche nelle affermazioni del criminale nazista nel corso del processo: siamo scesi a patti col diavolo senza vendergli l’anima. Oppure: noi che figuriamo colpevoli oggi, siamo però stati i soli a restare al nostro posto per evitare che le cose andassero anche peggio, mentre coloro che non hanno fatto nulla si sono sottratti alle loro responsabilità, pensando solo a se stessi, alla salvezza delle loro anime.

Come ci ricorda Hannah Arendt, chi sceglie il male minore dimentica troppo in fretta che sta scegliendo il male. Weizman sottolinea come nella nostra post-utopica cultura politica contemporanea il termine «male minore» è diventato oggi un fatto quasi naturale, e viene invocato in contesti incredibilmente diversi tra loro: dalla morale individuale al diritto internazionale, dalle economie della violenza nel contesto della «guerra al terrore» agli attivisti umanitari dei cosiddetti «diritti umani», portati a destreggiarsi in mezzo ai paradossi dell’assistenza - parola che sembra aver preso il posto precedentemente riservato al termine bene.

Sono spesso proprio i totalitarismi a usare l’argomento del male minore, dice l’architetto israeliano, che cita un altro scritto della Arendt, Le uova alzano la voce, dove viene ricordato il detto di Stalin, il solo contributo originale del capo sovietico alla dottrina marxista: «Non puoi rompere le uova senza fare una frittata». Ovvero, che non si può edificare il regime della vera giustizia tra gli uomini senza grandi sacrifici di vite umane. Una convinzione che ha portato anche da noi, in Italia, negli anni Settanta, diversi miei coetanei ad accettare il principio dell’omicidio politico come strumento rivoluzionario – e a sostenerlo anche oggi come un portato inevitabile dell’epoca.

Mary McCarthy, la scrittrice amica della Arendt, ha smascherato la fallacia del male minore: «Se qualcuno ti punta addosso una pistola e ti dice “Uccidi il tuo amico o io uccido te”, ti sta semplicemente tentando». Quando nient’altro è possibile, scrive Weizman, «fare niente è l’ultima forma effettiva di resistenza, e le conseguenze pratiche del rifiuto, e perciò del caos, sono quasi sempre migliori, se abbastanza persone rifiutano».

Quando la filosofa tedesca aveva articolato questo tema, non era ancora operante la razionalità dei computer, la logica del calcolo, che ha portato alle estreme conseguenze la questione nel capitalismo finanziario: introdurre il modello economico nei giudizi etici. Il calcolo e la misurazione dei beni e dei mali considerati come algoritmi – trend statistici delle scienze sociali, o aspetti di un problema computazionale – riducono di fatto la responsabilità personale e di giudizio.

Weizman ci ricorda che quando le questioni vengono pensate in termini economici ed espresse in numeri, «esse possono essere cambiate e sviate infinitamente». L’architetto ripercorre nel suo saggio la storia del «male minore» nel pensiero occidentale, attraverso Agostino che rompe con l’assolutismo del manicheismo (meglio le prostitute dell’adulterio, meglio uccidere un aggressore prima che questi uccida un passante innocente). Il male minore come prevenzione è un concetto che ha fatto molta strada presso di noi passando anche per il marxismo e i suoi interrogativi: il cambiamento deve comportare la riduzione o l’intensificazione della sofferenza?

La politique du pire ha lastricato i sentieri di Utopia negli ultimi settant’anni, sino ad arrivare agli ex maoisti francesi passati alla causa dei Diritti Umani degli anni Novanta, o alla «guerra al terrore» di Guantanamo, tutti esempi in cui il calcolo costi e benefici si modella non in relazione al male che si produce ma a quello che si previene. Qual è dunque l’antidoto a questa politica della menzogna? La responsabilità, scrive la Arendt, che è sempre un fatto individuale e non collettivo. Qualcosa di assolutamente soggettivo che invece i regimi totalitari, e quelli che aspirano a diventarlo, cercano di negare annacquando tutto nel «collettivo» dei sondaggi e delle opinioni mutevoli. L’autenticità dell’atteggiamento soggettivo, dice la filosofa, «si può misurare solo dalla caparbietà nell’affrontare eventuali sofferenze».

Non ci sono dunque regole generali, ma a tutti verrà prima o poi chiesto, come a Eichmann: perché hai obbedito? Perché hai dato il tuo sostegno? Lì è il momento di verità di ciascuno, per quanto sarebbe sempre meglio non arrivarci. Per questo bisogna pur fare qualcosa affinché la logica del «male minore» non trionfi oggi, qui tra noi.

Marco Belpoliti, E liberaci dal male minore, La Stampa, 8 nov. 2009

11 novembre 2009

Vedo dal buio

Vedo dal buio
come dal più radioso dei balconi.

Antonella Anedda, Notti di pace occidentale, Donzelli, Roma, 1999


09 novembre 2009

Dialoghetto nascarese


– Di che parla il libro che stai leggendo?
È la storia di due amiche che si ritrovano improvvisamente imprigionate a Berlino est e non possono più frequentare il liceo, rimasto dall'altra parte della città…
– A che punto sei arrivata?
– Capitolo dodici, quando con un calcio lanciano dall'altra parte un pallone dove con un pennarello hanno scritto: "Un giorno tanti calci come quello che mi ha portato sin qua abbatteranno questo stupido muro".
– …
– A cosa pensi mà?

L'ascoltavo pensando al futuro, che almeno possa contare di più, per lei, avere più terra in tasca di quanta ne abbia sua madre, che nella sua ha solo un pezzo di cielo.

– La guerra è una cosa inutile e stupida. Tutte le guerre lo sono, tutte le separazioni, i muri, tutte le perdite, i veli, tutto il dolore…

Ho sussurrato, non ha sentito, già dorme. Buon segno.

Quando si diventa grandi "grandi" è solo nei sogni che i muri tornano a essere quelli conosciuti. Antichi muretti a secco, dove trovare lucertole che brillano al sole, more nerissime e dolci da mangiare, cicale felici che muoiono ebbre di luce.

08 novembre 2009

Il linguaggio è la casa dell'essere, o dell'esserino


QUEL MURO CHE CADDE SULLA SINISTRA
di
Barbara Spinelli

Il muro di Berlino cadde sulla testa della sinistra italiana come il giorno del Signore nella prima lettera di Paolo ai Tessalonicesi: «Voi sapete bene che il giorno del Signore arriverà come un ladro, di notte. Proprio quando la gente dirà “Pace e sicurezza”, improvvisa piomberà su di essi la rovina, allo stesso modo che arrivano alla donna incinta i dolori del parto. E non scamperanno». Per alcuni nel partito comunista italiano fu proprio così: Alessandro Natta, che fino all’88 aveva guidato il Pci, confidò a Claudio Petruccioli (era il 10 novembre, poche ore dopo la notte fatale) che «Hitler aveva vinto».

Fu in quei giorni che il suo successore, Achille Occhetto, cominciò a parlare, alla Bolognina, della Cosa: non riuscì ancora a darle un nome, ma sentì che per scampare bisognava subito inventarsi un partito nuovo e soprattutto un nome che facesse dimenticare il passato con i suoi tanti pensieri falsi, le sue doppie verità, le sue volontarie impotenze. Per molti militanti fu una scossa, perché il passato non lo dismetti in una notte alla maniera in cui Stalin dismetteva storie e compagni, cancellandone le tracce.

Perché il nuovo non puoi definirlo una Cosa, solo perché hai paura di usare parole tragicamente disonorate come progetto, ideologia, meta. Non solo: se i vertici cambiarono così prontamente strada, vuol dire che per decenni avevano nascosto alla base il vero: se avessero parlato prima, non avrebbero permesso che l’Italia restasse senza alternanza per quasi mezzo secolo.

Da allora sono passati vent’anni, e gli eredi del Pci ancora soffrono quel congedo precipitoso, quel vocabolario che d’un colpo si svuota. Ci sono parole che lasciano l’impronta anche se son nebbia, e un destino simile toccò alla Cosa. Al posto dell’idea del mondo, comparve questo sostantivo che è un annuncio, un guscio che si promette di riempire: «un nome generico - scrive il Devoto - che riceve determinazione solo dal contesto del discorso». Tutto da allora è stato futuro appeso a un contesto indeterminato: anche le primarie, cui si era chiamati a aderire senza saper bene a cosa si aderisse. Anche la speranza di coniugare le due forze fondatrici della repubblica: il socialismo e il cattolicesimo, dimenticando (lo storico Giuseppe Galasso l’ha ricordato il 30 agosto sul Corriere della Sera) il terzo incomodo che è la tradizione laica, liberale, radicale. Riesaminando l’ultimo ventennio, Arturo Parisi parla del controllo che le nomenclature dell’ex Pci hanno finito con l’acquisire sull’Ulivo, e del patto stretto da esse con i falsi innovatori dello stesso partito. I candidati segretari regionali provenienti dai Ds erano nelle ultime primarie il 75 per cento del totale, facendo «coincidere la geografia elettorale del Pd con i confini del voto comunista» e sconfiggendo l’Ulivo (intervista a Gianfranco Brunelli, Il Regno 16/2009).

Forza indispensabile della sinistra ma non bene identificata, l’ex Pci l’ingombra con il peso, non leggero, di una storia ripudiata. Sono anni che espia, fino all’eccesso, un passato di cui tuttavia non vuol parlare. Il centrismo, i toni bassi, la tregua fra i poli, la politica senza contrapposizioni: siamo in un paese dove il principale partito di sinistra, vergognandosi del passato, non fa vera opposizione per tema di somigliare a quel che era. Dallo spirito dell’89 ha appreso poco. Lo stato di diritto, l’onestà delle élite, la scoperta del conflitto sale della democrazia: la liberazione dell’89 ha preso da noi la forma di Mani Pulite, senza lambire la politica. Inutile prendersela con i magistrati, se l’ansia di rigenerazione hanno finito con l’esprimerla solo loro. Bersani ha preso atto, ieri, che dialogo è ormai una «parola malata e ambigua».

L’espugnazione dell’Ulivo e del Pd non crea identità. Anche il socialismo italiano fu espugnato così: usurpandolo, non integrandolo e cercando di capire l’altrui tracollo oltre che il proprio. Anche per il socialismo italiano la caduta del Muro spuntò infatti come un ladro notturno. Le metamorfosi del Pci sono una storia di crudele appropriazione, ma il socialismo è non meno colpevole di questo furto di vocaboli e identità. Non è mai riuscito a divenire dominante, come nel resto d’Europa. E quando con Craxi volle disputare la rappresentanza della sinistra al Pci non seppe trarne le conseguenze: continuò nei suoi doppi giochi, prospettò l’unità delle sinistre senza rinunciare a spartire potere, non si rinnovò moralmente ma degradò sino a divenire il simbolo della corruttela italiana.

In un lucido saggio sull’Italia, lo storico Perry Anderson descrive un partito socialista che ingenera il berlusconismo, spiegando come questi sia erede dell’ultimo Psi più che della Dc (London Review of Books, 21-3-02). La spregiudicatezza di Craxi è un tratto speciale e irripetibile della nostra cultura. Altrove lo spregiudicato è figura settecentesca che combatte pregiudizi, dogmi: non coincide con l’uomo senza scrupoli. Da noi i due tratti si confondono, e spregiudicatezza è encomiabile virtù di chi sprezza le regole, la legge, l’etica, nella certezza che il potere renda tutto lecito se non legale. L’intera classe dirigente ne è responsabile, e non stupisce che da decenni l’agenda della politica sia dettata da Berlusconi.

Occhetto sperava forse in una svolta autentica. Sperava in una carovana che viaggiando associasse forze diverse, e temeva la caserma anelata da Massimo D’Alema. Un timore che si rivelò giustificato, ma che non vede il solo D’Alema sul banco degli imputati. Questi fu almeno chiaro: l’Ulivo non gli piacque mai. Più colpevoli furono i falsi innovatori, che promettevano senza mantenere: che non hanno esitato, come Veltroni, a distruggere l’ultimo governo Prodi. Ciononostante è D’Alema la persona chiave del ventennio. In qualche modo è restato quel che era, senza più dogmi ma con inalterata volontà di potenza. Dei comunisti ha la stessa insofferenza verso il dissenso, lo stesso fastidio freddo verso la stampa indipendente. Sono sue e non di Berlusconi frasi come: «I giornali? È un segno di civiltà non leggerli. Bisogna lasciarli in edicola». La morte temporanea dell’Unità, nel 2000, lo testimonia. Michele Serra parlò di delitto perfetto su la Repubblica: «La fine dell’Unità, forse più ancora della Bolognina, illumina lo sconquasso identitario della sinistra italiana. Ne racconta le insicurezze, i complessi di inferiorità, l’incerto e poco lineare incedere verso una modernità spesso vissuta da praticoni».

Vivere la modernità da praticoni è l’abbandono dell’ideologia, in nome dell’antidogmatismo. Il fatto che le ideologie totalitarie siano perite, non significa che un partito possa solo vivere di volontà di potenza, e su essa fabbricare inciuci. Che possa continuare a ricevere il colore da discorsi effimeri. Dotarsi di un’ideologia vuol dire avere un sistema coerente di immagini, metafore, princìpi etici. Vuol dire pensare un diverso rapporto con gli stranieri, la natura, il lavoro che muta, l’immaginario. A differenza della politica quotidiana, l’ideologia ha una durata non breve ma media, e la durata non è imperfezione. È perché non aveva idee sull’informazione di massa e sulla società di immigrazione che la sinistra fu travolta da Berlusconi. Che non seppe adottare, subito, una legge sul conflitto d’interesse. Che giunse sino a chiamare la Lega una propria costola.

Perry Anderson ritiene che la nostra sinistra sia invertebrata. Una Cosa appunto, senza scheletro: un metamorfo, come nel film di Carpenter. Il suo sogno ricorrente è quello d’un paese normale: un’altra Cosa - imprecisa, mimetica - che dall’89 cattura gli spiriti. La sinistra invertebrata ha corteggiato Clinton, Blair, Schröder, tessendo elogi del moderatismo, del centrismo. Vita normale, per la sinistra, ha significato sin qui smobilitazione ideologica, conformismo: il nuovo ancora lo si aspetta.
(La Stampa.it, 8 novembre 2009)

Il disegno viene dalla copertina di
I Simpson e la filosofia, (a cura di) William Irwin, Mark T. Conard, Aeon J. Skoble; traduzione di Pietro Adamo, Elisabetta Nifosi, Isbn, 2005.

07 novembre 2009

Jolene

01 novembre 2009

Una domenica di novembre

... la bassa stagione, che pareva bassa,
bassa non era ancora, Ground Zero;
c'è da bruciarsi anche ad andare in giro...

Gianni D'Elia, Bassa stagione, Einaudi, 2003



Mai stata così bassa la stagione
qui, tra quattrini e superstizione…
si processa l'ideale dell'aldiqua,

confondendo il comunismo con la realtà
che più lo tradì, usurpandone il nome;
si ignora il cuore puro di milioni

di persone, per cui compagno vuole
e volle dire amore, aiuto, unione;
tutta una storia, ecco, in liquidazione,

per interessi di bieco potere,
che riunisce poteri e opposizione,
destre e sinistre, governi da bere;

ma storie, ideali, una concezione
del mondo, si possono forse buttar via,
con una ideologia e filosofia tale

del bene comune e perciò singolare?
Sarebbe come buttar via la religione,
per cui stringemmo giustizia e libertà

nel Novecento italiano ed europeo,
la lotta e l'intelligenza migliore
che col sangue partigiano diede età

a noi che ne viviamo il giubileo
della menzogna, in svendita e confusione,
con le folle ammassate al Colosseo

dell'aldilà, Spiritus e Televisione…

Bassa stagione, p. 41