17 giugno 2015

Per il pane della prossima volta

Nel 1985, durante la presentazione della raccolta di racconti di Giulio Angioni Sardonica all'Istituto Orientale di Napoli, Grazia Cherchi ebbe a dire che uno dei motivi d’interesse suscitati dalla lettura dell'opera dello scrittore e antropologo è il fatto che egli mai si occupa di «personalissimi, particolarissimi tormenti [...], dei suoi, per dirla con Vittorini, “astratti furori”, ma di “sondare il tempo”, e questo dovrebbe essere il compito della narrativa.
Sono d'accordo con l'indimenticabile scrittrice, giornalista e curatrice editoriale, che peraltro mette in luce una caratteristica che Angioni conserva sino al suo ultimo romanzo, Sulla faccia della terra, (Il Maestrale/Feltrinelli, 2015), in cui la storia si integra alla riflessione morale e civile, mai prescrittiva o “moralistica”, e in cui la memoria dei personaggi si intreccia al racconto di una umanità dolente, eppure non perduta, perché segnata dal desiderio della mitezza e da un'immane speranza. Il romanzo di Angioni recentemente dato alle stampe, a ben vedere, si sarebbe potuto intitolare anche “Sullo specchio dello Stagno”: è infatti la grande laguna a ovest di Cagliari, che circonda e riflette nelle sue acque le piccole isole, la grande protagonista in cui l'Autore raduna e fa vivere in comunione i dispersi della guerra che impazza in terra ferma, dove genovesi e pisani combattono con le loro truppe mercenarie per la supremazia, bruciando i borghi e le città. Corre l'anno 1258; in una notte di luglio, Mannai Murenu, diciasettenne garzone di vinaio, si ritrova sepolto tra i morti nella presa e distruzione da parte dei pisani di Santa Gia, fiorente capitale del giudicato di Cagliari, ed esordisce parlando dei momenti vissuti fingendosi morto. Settant’anni dopo racconta, appunto, di come scampò alla carneficina rifugiandosi con altri compagni e compagne di sventura in una delle isolette dello stagno, già lebbrosario disabitato, dacché i lebbrosi erano stati letteralmente catapultati a infettare la città assediata. Isola Nostra, così viene nominato il luogo della salvezza dai suoi nuovi abitanti. Chi sono? 
Si tratta di personaggi semplici e complessi insieme, mai stereotipati, essendo ciascuno il frammento unico di una storia che attraversa il tempo e lo spazio, dalla propria provenienza al proprio destino o destinazione (in spagnolo entrambi i concetti sono detti con uguale parola): Mannai Murenu, che conosce i sentieri segreti tra i canneti dello stagno – differenti a seconda del tempo e delle maree –, che pratica la respirazione appresa suonando le launeddas – utile a sopravvivere sott'acqua in caso di pericolo, con l'aiuto di una canna come boccaglio – e che sa interpretare il comportamento dei fenicotteri; due sediari nuoresi; Paulinu da Fraus, servo allo scriptorium di un monastero; la nobile ed enigmatica Vera da Turi; la giovanissima schiava persiana Akì; il vecchio saggio ebreo Baruch, bachicoltore e poliglotta, interprete e maestro delle lingue; tre soldati tedeschi di ventura; il burbero pescatore Tidoreddu, proprietario del “libro ascellare”, che in primis gli salvò la vita; il cane Dolceacqua, così chiamato perché sa scovare le polle di acqua potabile; il fabbro bizantino Teraponto; decine e decine di altri. Insieme prendono a vivere nell'Isola Nostra «in disordine e confusione» (secondo l'accusa del tribunale dell'Inquisizione, in epilogo al racconto, che bene non finisce...): cristiani, ebrei e musulmani, sani e lebbrosi, liberi e servi, nell'eguaglianza e nella solidarietà dettate non da prescrizioni, bensì dalla necessità. Così, al centro della narrazione, vi è lo sviluppo della vita comunitaria, protetta dal terrore che all'esterno ancora suscita la presenza nella piccola isola della presunta lebbra. Uomini e donne di diverse età, di molteplici nazioni e variegati talenti e competenze, portano ciascuno e tutti un contributo prezioso alla costruzione della nuova comunità; in sintonia, reciproco ascolto, comprensione, tolleranza e ragionevolezza. Ciò consente loro di salvarsi, crescere insieme, realizzare una convivenza collettiva non gerarchica («Siamo diventati in poco tempo sapienti in differenze, in provenienze, in riconoscimenti di altri modi di stare al mondo»). Tra usanze e saperi, storia locale e universale, realtà e utopia, abitato da persone distanti per un anno dalla costante violenza in terra ferma, da chi sta in basso e chi sta in alto, nel racconto si stagliano gli abitanti naturali dello stagno: i pesci, gli uccelli, le erbe di terra e di acqua. Ma ciò che maggiormente concorre a dare uno spaccato tangibile dell'operosa umanità dei rifugiati è la multiforme cultura materiale, in un esempio di sensata e affascinante vita comunitaria mediterranea, certo lontana anni luce dalla distopia costruita da William Golding con Il signore delle mosche. É il “materialismo”, infatti, la consolazione infinita e dignitosa dei rifugiati dell'Isola Nostra, ostinati a esistere: «E rinasce lo scopo. C'è da nutrirsi, vestire, abitare. E trovare un futuro con un senso. Un senso pratico. Un-così-dev'essere-e-può-farsi. Discutiamo il da fare. Lì ci si ritrova tutti quanti. Lo scampo eccolo lì, per gente come noi». Così ancora si esprime una delle donne protagoniste in un frammento del romanzo, che cito anche per portarne il ritmo, perché quest'ultimo, insieme ai ricchi contenuti, concorre a formare la cifra della scrittura di Giulio Angioni: «Quella notte […] ho subito riconosciuto in voi non dei pericoli, non dei nemici, non dei maschi qualunque predatori. Ma ho visto in voi ciò che eravamo noi: figli della sconfitta, fuggiaschi come noi, capaci di speranza come noi. Vera e io abbiamo preso un ago e un ditale un rocchetto di refe francese. Per rammendare i vostri vestiti logori, strappati, bruciacchiati. Per rammendare la vita di noi tutti. E un pezzo di pasta che stava fermentando nell'orcio di terracotta. Per il pane della prossima volta».
Un romanzo colmo di aforismi, reso assolutamente contemporaneo dalle metafore, puntellato di citazioni criptate nei curiosi nomi e toponimi, e in cui, soprattutto, ancora resiste l'idea che la salvezza è nel ricordo che diventa parola.  Bastiana Madau, Ancora Sulla faccia della terra, Il manifesto sardo, 16 giugno 2015.

7 giugno 2015

Piccola libreria antiquaria

Lisbona, Prazeres/Estrella 
Dove ho comprato un'antologia di poeti minori portoghesi intitolata Opras poéticas: A Cinzia das horas, Carnaval, Ritmo dissoluto, Libertinagem, Estrelha da Manhã, Lira dos Cinquant'anos (Editorial Minerva, Lisboa s.a.) e Perfil de Salazar di Luis Teixeira (Lisboa 1938), regalati entrambi.

3 giugno 2015

Costanti

Orgosolo, da sempre, è un paese che riesce a trasmettere un senso di amicizia agli artisti che passano nelle sue contrade. 
È in questo pecorso che ritroviamo anche la presenza affettuosa e lucidissima di Sebastiana Papa.
Giovane, curiosa, silenziosa, arrivò per la prima volta nel 1966, e alcune delle fotografie che scattò all'epoca hanno fatto il giro del mondo con un libro e una mostra intitolata Il femminile di Dio, con cui è tornata a Orgosolo nel 1998. Nel suo secondo soggiorno orgolese Sebastiana ha confermato e consolidato il rapporto d'affetto che la lega a persone e luoghi. 
È l'amore per tutte le persone incontrate come "prossimo" nei suoi due soggiorni orgolesi (1966, 1998), un mettersi in relazione autenticamente, laicamente che dà la spinta anche all'ultima narrazione di Sebastiana Papa, raccolta in questo libro. Relazione che sovverte i cliché della fissità mitografica su questi luoghi, cogliendo le costanti della vita in una quotidianità vissuta intensamente da uomini e donne che qui, e non altrove, per misteriosa fortuna, sono chiamati a lasciare un segno di cittadinanza sulla Terra.
Dalla postfazione di Bastiana Madau a: Sebastiana Papa, Orgosolo, Fahrenheit 451, Roma 2000.

 (Alcune immagini di Sebastiana Papa fotografate dal libro)

1 giugno 2015

Tutte significative

È appena uscito in libreria Le ragazze sono partite (CUEC, 2015) di Giacomo Mameli, in cui il giornalista e scrittore con continua a farci conoscere l'universo del lavoro femminile sardo, a cui anche in precedenti volumi ha prestato una grande attenzione, e in particolare in Donne Sarde (2005) dedicato alle imprenditrici e professioniste dell'isola di oggi. Per raccontare il mondo del lavoro nei suoi diversi aspetti, Mameli raccoglie storie di vita, mettendo in luce le esistenze concrete delle persone delle piccole comunità del territorio e mostrandoci una sezione della realtà tagliata attraverso il tempo, così da rendere presenti sia gli istanti del passato importanti – per meglio afferrare il nostro presente –, sia il futuro che ci aspetta, dipendentemente dall'interazione con i problemi della contemporaneità. L'idea che viene fuori da ogni suo libro è in Sardegna ci sono i segni di un mutamento che non ha mai smesso di compiersi. Come già anche in La ghianda è una ciliegia (2006) in Le ragazze sono partite l'autore elegge Perdasdefogu, suo paese natale, a ossevatorio di fenomeni che sono vastissimi: nel primo attraverso il racconto corale dell'enorme scotto pagato dalla povera gente in termini di perdita di vite umane e di estrema povertà durante la seconda grande guerra, nel secondo – attraverso una polifonia di voci di giovani donne – il fenomeno dell'emigrazione femminile, in special modo del dopoguerra. La postfazione del volume è affidata all’antropologa Martina Giuffrè, docente all'Orientale di Napoli e alla Sapienza di Roma, specialista di migrazioni, autrice di L’arcipelago migrante. Eoliani d’Australia e del saggio “Genere” contenuto in Antropologia e Migrazioni.

Le ragazze del libro sono emigrate verso Roma e Milano e nelle fabbriche della Svizzera e della Germania, e le tante storie sono tenute dal racconto di Pietrina, che tiene l'ordito delle narrazioni di Clelia, Evelina, Giovanna, Erminia, Bonaria, Silvana, Carrula, Elena, Delia, Eugenia, Odilia, Secondina di Lodine (la sola barbaricina del libro), Cichedda e tante altre. Partono perché ambiscono a poter guadagnare qualcosa che gli consenta di aiutare la famiglia, ma anche per sperimentare una vita diversa, conoscere altro che non sia il paese, le campane della chiesa, le capre, i maiali, il solito povero cibo. Ambiscono anche alla libertà dal rigido controllo paterno o dal controllo sociale tout-court; ambiscono a emanciparsi, andando a fare lavori domestici presso le famiglie benestanti delle città del Continente, ossia a fare le «seràccas». E quando gli dice bene, cioè quando sono trattate civilmente e non accolte subito con un «tu sei la mia serva», come accade a Pietrina, a fare le domestiche. Prestano servizio anche in case “importanti”: ad esempio Maretta – apripista dell'emigrazione femminile foghesina, nel 1917, a 14 anni – lavorò nella casa romana di Edda, moglie di Galeazzo Ciano; Delia, partita per Roma nel 1968, a 15 anni, fece la baby-sitter presso i Kezich-De Manzolin, ossia a casa del già affermato critico cinematografico Tullio Kezich, dove fu trattata bene, tanto da riuscire a intraprendere anche un persorso di crescita personale; Cecilia Melis, domestica a Cagliari dall'età di 12 anni, emigrò a Roma per lavorare in casa di De Quirico, ma naturalmente non sapeva chi fosse, e a chi le domandava dove prestava servizio rispondeva «a casa di un vecchio che dipinge». Peraltro Cecilia – affezionata all'anziano pittore, che le prestò a sua volta assistenza quando la ragazza, rimasta incinta di un tizio che non si sarebbe mai fatto vivo, andò in ospedale per partorire – continuò a vivere nella casa in piazza di Spagna insieme alla piccola Betrice, che poi si laureerà in Storia dell'arte all'Accademia di Brera.

Sono tante e tutte significative le storie delle ragazze che, per lo più nel dopoguerra, lasciano il paese e le famiglie poverissime, e di tutte Mameli dà anche l'esito della loro emigrazione, in un modo della narrazione straordinario, che cattura il lettore sin dalle prime pagine. Ancor più il libro è importante perché rinvia indirettamente a tematiche aperte, che vanno dal nuovo fenomeno migratorio che investe la Sardegna a quelle dell'immigrazione femminile, in particolare delle cosiddette “badanti”. Il successivo ingresso in massa delle donne nel mercato del lavoro, infatti, aprirà il problema dell'insostituito lavoro di cura, per cui il libro stimola anche alla riflessione sui problemi legati allo spostamento delle donne da ogni sud del mondo, che a loro volta lasciano i figli ancora piccoli e i propri anziani per assistere gli anziani del nostro occidente.
 
Bastiana Madau, Le ragazze sono partite, Il manifesto sardo, 1 giugno 2015.
Sono tante e tutte significative le storie delle ragazze che, per lo più nel dopoguerra, lasciano il paese e le famiglie poverissime, e di tutte Mameli dà anche l’esito della loro emigrazione, in un modo della narrazione straordinario, che cattura il lettore sin dalle prime pagine. Ancor più il libro è importante perché rinvia indirettamente a tematiche aperte, che vanno dal nuovo fenomeno migratorio che investe la Sardegna a quelle dell’immigrazione femminile, in particolare delle cosiddette “badanti”. Il successivo ingresso in massa delle donne nel mercato del lavoro, infatti, aprirà il problema dell’insostituito lavoro di cura, per cui il libro stimola anche alla riflessione sui problemi legati allo spostamento delle donne da ogni sud del mondo, che a loro volta lasciano i figli ancora piccoli e i propri anziani per assistere gli anziani del nostro occidente. - See more at: http://www.manifestosardo.org/le-ragazze-sono-partite/#sthash.4rsH7b8x.dpuf
Sono tante e tutte significative le storie delle ragazze che, per lo più nel dopoguerra, lasciano il paese e le famiglie poverissime, e di tutte Mameli dà anche l’esito della loro emigrazione, in un modo della narrazione straordinario, che cattura il lettore sin dalle prime pagine. Ancor più il libro è importante perché rinvia indirettamente a tematiche aperte, che vanno dal nuovo fenomeno migratorio che investe la Sardegna a quelle dell’immigrazione femminile, in particolare delle cosiddette “badanti”. Il successivo ingresso in massa delle donne nel mercato del lavoro, infatti, aprirà il problema dell’insostituito lavoro di cura, per cui il libro stimola anche alla riflessione sui problemi legati allo spostamento delle donne da ogni sud del mondo, che a loro volta lasciano i figli ancora piccoli e i propri anziani per assistere gli anziani del nostro occidente. - See more at: http://www.manifestosardo.org/le-ragazze-sono-partite/#sthash.4rsH7b8x.dpuf
Sono tante e tutte significative le storie delle ragazze che, per lo più nel dopoguerra, lasciano il paese e le famiglie poverissime, e di tutte Mameli dà anche l’esito della loro emigrazione, in un modo della narrazione straordinario, che cattura il lettore sin dalle prime pagine. Ancor più il libro è importante perché rinvia indirettamente a tematiche aperte, che vanno dal nuovo fenomeno migratorio che investe la Sardegna a quelle dell’immigrazione femminile, in particolare delle cosiddette “badanti”. Il successivo ingresso in massa delle donne nel mercato del lavoro, infatti, aprirà il problema dell’insostituito lavoro di cura, per cui il libro stimola anche alla riflessione sui problemi legati allo spostamento delle donne da ogni sud del mondo, che a loro volta lasciano i figli ancora piccoli e i propri anziani per assistere gli anziani del nostro occidente. - See more at: http://www.manifestosardo.org/le-ragazze-sono-partite/#sthash.4rsH7b8x.dpuf

30 maggio 2015

L'intellettuale di se stesso

"Ancor prima di essere una figura sociale, ispirata a una declinazione specifica del soggetto neo-liberale (imprenditore di se stesso, l’Io S.P.A.) l’intellettuale di se stesso è una forma di intuizione. È un atto rivolto verso il conoscente e non è orientato verso l’altro, un oggetto, il mondo. Nel suo caso il conoscere si incarna in una forma di intuizione spirituale il cui obiettivo è l’auto-riconoscimento in quanto soggetto agente dell’intuizione. Intuendo se stesso [...] fonda un’ontologia dell’essere presso di sé. Tale ontologia si forma nei dintorni di quel luogo oscuro, ma cogente e pienamente operante, del Soggetto. Un Soggetto che continua a essere il mistero del discorso pubblico e culturale, pur essendo stato pienamente decostruito dalla filosofia critica o dalla genealogia di Michel Foucault, dalla differenza di Jacques Derrida, dall’immanenza nel pensiero di Gilles Deleuze."
Da: Roberto Ciccarelli, L'emergenza delle nostre vite minuscole

18 maggio 2015

Usciamo?

Issimus?  Accurzeddu,  a nos piccare un azzicu 'e sole,  un azzicu 'e ventu. Pro abbarrare in tira,  chi sind'andet sa nue,  de sa solidade s'istrìa. Chi si nd'andet s'istrìa. 
(sms di Mag)

9 maggio 2015

Mi fermo su questa immagine

Mi fermo su questa immagine con tristezza e con il desiderio di poter confortare lo sgomento di ogni ragazza e ogni ragazzo ritratti nel silenzio carico di domande troppo più grandi di loro, di me, e ancora di noi... Come se già non bastasse il peso di un futuro che pare impossibile, in questa terra appiattita dall'assenza di prospettiva, come se non bastasse il fatto che sia già così difficile mantenere l'impegno nello studio, coltivare con la forza della sopravvivenza la tenacia e anche onorare il sacrificio dei propri genitori... Ma come si fa ad andare avanti?... Si va, nonostante tutto, perché nella domanda di futuro, insieme alla nostalgia che possa mai arrivare, c'è una speranza che nel solo fatto della propria giovinezza trova la sua giustifcazione, il naturale sapore di una promessa. E si va avanti, dunque, si continua, a volte con durezza, a volte con gioia, con incoscienza e con leggerezza... Ma di fronte al male che mi rifiuto di scrivere con la maiuscola, così come di considerare ineluttabile , a questo male nitido come una lama, gelido come una parete di ghiaccio che cade all'improvviso sulla strada del mattino, il male che falcia la vita di un giovane compagno, amico, fratello... cosa pensare, come continuare nell'impegno, nella gioia, nel coraggio...? Perché è accaduto? Com'è possibile che ancora, in questa terra già così provata, ci siano belve con fattezze umane che ancora osano minare la già così fragile incerta promessa di futuro?... Oggi per i ragazzi è il giorno del silenzio e del pianto, oggi si ha bisogno di un abbraccio e dobbiamo darglielo, rassicurarli con tutto l'amore e il dolore comune per non farli sentire soli: non sono soli, dobbiamo dirglielo con convinzione. Ma presto domani, subito che sia data loro, anche a loro, una risposta limpida di legalità e di giustizia, la sola che può consentire di riprendere il cammino con forza e con coraggio. Senza Gianluca, ma con lui, e anche per lui.