La cosa migliore dei vernissage è addocchiare un* complice, riempirsi le tasche di tramezzini e scappare. (Prima di finire mangiucchiata anche tu).
16 maggio 2013
15 maggio 2013
16 aprile 2013
Ciao Maria
... E io ho conservato per tanti giorni ancora s'achisorgiu, la brocca di argilla colma di monetine, il piatto azzurro con i frutti del melograno, e ho chiesto a Ruth di lasciare il quadro sulla fucilazione dell'anarchico Michele Schirru. Mi piace guardarlo, nel centro della sala di lettura, appeso a una catenella fissata al soffitto, distante dalla parete come un altare buddista.
Momenti di bellezza nel mare delle inquietudini che attraversano le isole...
Ritorna, Maria.
Tornate tutti.
Tornate tutti.
Tanta buona vita a te, agli amici del borgo di Alassaiad, e saluta il mare.
09 aprile 2013
Le parole nuove
Era il giorno della festa di Santa Barbara, protettrice dei minatori, e per la prima volta mio nonno mi portò a una gara poetica, tediandomi ai limiti della vertigine. Le voci dal palco mi arrivavano come una nenia monotona e triste, e così, non appena nonno si distrasse incantato dal tenore e da Zizi e Pazzòla, gli lasciai la mano e corsi in piazza a vedere la bancarella dei giocattoli.
Lì davanti un gruppo di minatori discuteva animatamente intercalando al sardo parole inaudite, che alle mie orecchie sembravano oscene, insomma “parolacce” (proibite a casa mia). Intanto nonno, che già mi cercava, mi raggiunse, trovandomi imbronciata. “Sono maleducati questi signori”, gli dissi indicando il capannello e snocciolandogli le parolacce ascoltate: "verticalizzazione", "pinerolo", "gabbie salaliali", "scippo" e "scioppo". Ricordo che mi abbracciò ridendo sonoramente, poi mi riprese per mano e ci incaminammo verso casa. Lungo la strada mi parlò di un villaggio di raccoglitori di banane, di una compagnia battente bandiera americana che di tanto in tanto arrivava a portarsi via il raccolto, dando una paga da fame ai contadini poveri. E raccontando mi spiegò le parole nuove.
Lì davanti un gruppo di minatori discuteva animatamente intercalando al sardo parole inaudite, che alle mie orecchie sembravano oscene, insomma “parolacce” (proibite a casa mia). Intanto nonno, che già mi cercava, mi raggiunse, trovandomi imbronciata. “Sono maleducati questi signori”, gli dissi indicando il capannello e snocciolandogli le parolacce ascoltate: "verticalizzazione", "pinerolo", "gabbie salaliali", "scippo" e "scioppo". Ricordo che mi abbracciò ridendo sonoramente, poi mi riprese per mano e ci incaminammo verso casa. Lungo la strada mi parlò di un villaggio di raccoglitori di banane, di una compagnia battente bandiera americana che di tanto in tanto arrivava a portarsi via il raccolto, dando una paga da fame ai contadini poveri. E raccontando mi spiegò le parole nuove.
Etichette:
agape,
alberi,
Nascar revisited
Il nuovo nell'ignoto
«Dovessi individuare due
parole per descrivere questi anni io direi: “separazione” e “rimozione”. La separazione avviene per
mezzo della soddisfazione virtuale della socialità, i nervi sembrano appagati
nell’auto-intrattenimento del social network e la cognizione del dolore
è occultata. La rimozione è invece un processo di smaltimento di ciò che un
determinato sistema, neuronale o politico, considera come una minaccia o un
peso.
A essere rimossa, oggi, è
un’intera generazione, “un accumulo / di prole in disavanzo” per cui il
meccanismo storico non ha previsto
alcun presente. Il mito di Crono che mangia i suoi figli, e cioè l’epoca
in cui stiamo vivendo, rimuove a sua volta il proprio sistema culturale e
filosofico di riferimento. Come spiega il filosofo Mario Perniola ciò avviene come una forma di protezione da sensi di
colpa strutturali. L’organismo-società smarrisce la coscienza di sé esattamente
come l’omicida rimuove il proprio raptus o rovina nella nevrosi di fronte a una
contraddizione troppo grave.
Un poeta ha il “compito” di
scoprire nuove verità, cioè di trovare una differenza “sentimentale e perciò
filosofica” (Leopardi) in grado di stabilire un conflitto significativo con il
dato di fatto presente, con “l’immobilità delle cose che ci circondano” e che,
secondo Proust, “è imposta loro dalla nostra certezza che si tratta proprio di
quelle cose e non di altre, dall’immobilità del nostro pensiero nei loro
confronti”. Questa è la sua funzione, che è sempre una funzione di sabotaggio e
di eresia.
Ma dove sono, oggi, i
poeti? Come le falde acquifere scorrono e si incontrano nell’underground terrestre,
sotto la crosta secca della comunicazione ufficiale. I nuovi poemi “avvengono”
lì dove è necessario: in una fabbrica, in una scuola, in una stanza di qualche quartiere-dormitorio
di provincia, in un paese di montagna o in qualche interstizio della metropoli.
Ovunque ve ne sia necessità e dove tale esigenza trovi gli strumenti
necessari a esprimersi nelle forme del pensiero estetico. Forse non ce ne siamo
ancora accorti e il miracolo della sorgente poetica si è già verificato
all’interno di uno dei nostri campi nomadi o in un centro di identificazione e
espulsione. Forse non sarà più un nativo a comporre il poema della nuova
Europa. La storia non è finita, la ricerca è aperta e il fermento continua,
anche se non se ne parla. Ma perché non se ne parla?»
Lettera a un giovane
poeta in Italia, L’Unità, 8 aprile 2013.
![]() |
| Alighero Boetti, Tutto, 1994. |
Etichette:
Alighiero Boetti,
poesia civile,
reperti
17 marzo 2013
Parole da masticare (per orientare agende)
"Dovremo imparare a capire il mondo con lo sguardo aperto di chi arriva
da lontano, con l’intensità e lo stupore di un bambino, con la
ricchezza interiore inesplorata di un disabile."
Laura Boldrini
Etichette:
cronache italiane
15 marzo 2013
La cartolina del Papa
Una volta anch'io spedii da Roma una cartolina del Papa. Chissà quanto
costava all'epoca, in lire (oggi ho visto che quella del papa nuovissimo
costa 20 centesimi). Non lo ricordo proprio più, mentre ho ancora ben
presente il destinatario, anzi: i destinatari. La mandai ad Areso,
minuscolo villaggio ai piedi dei Pirenei, all'indirizzo della bambina che capeggiava il gruppetto che circondò la nostra R4 targata Roma,
quando vi arrivammo per caso: "Coche! Coche!"… Così scendemmo
dal "coche" e ci sedemmo a chiaccherare con loro. Salutandoci, infine,
mi fecero promettere che al ritorno gli avrei inviato una cartolina del
Papa, cosa che appunto feci. Sul frontespizio di una vecchia copia di
"Fiesta" di Emingway, che a vent'anni o poco più, durante quel viaggio,
usammo tipo guida del Touring Club, c'è sempre l'indirizzo della piccola
capa basca scritto in piazzetta ad Areso, villaggio di 16 case e 8
bambini.
Di quel viaggio ricordo tutto, e potrei riscrivere il romanzo con gli appunti sparsi tra le righe che Hemingway scrisse tra una "fiesta" e un'altra, da Lerida a Saragozza, da Pamplona (dove anche noi riuscimmo ad arrivare per la festa di san Fermín) - a Bilbao, da San Sebastian a Biarritz... Sino a quando buttammo il libro dentro il cofano per proseguire ridiscendendo a caso i Pirenei baschi e francesi, e trovando anche Areso, appunto, e i bambini della serie "Roma = Papa". "Neanche foste capitati in Burundi!", risero i miei amici continentali quando lo raccontai, ma a me sembrò normale, perché soprattutto quell'associazione, forse, avrei fatto anch'io, se una "coche" targata Roma (città dove allora mi trovavo per gli studi universitari) si fosse fermata in piazza 'e Cumbentu in my father village, poco meno di vent'anni prima...
Di quel viaggio ricordo tutto, e potrei riscrivere il romanzo con gli appunti sparsi tra le righe che Hemingway scrisse tra una "fiesta" e un'altra, da Lerida a Saragozza, da Pamplona (dove anche noi riuscimmo ad arrivare per la festa di san Fermín) - a Bilbao, da San Sebastian a Biarritz... Sino a quando buttammo il libro dentro il cofano per proseguire ridiscendendo a caso i Pirenei baschi e francesi, e trovando anche Areso, appunto, e i bambini della serie "Roma = Papa". "Neanche foste capitati in Burundi!", risero i miei amici continentali quando lo raccontai, ma a me sembrò normale, perché soprattutto quell'associazione, forse, avrei fatto anch'io, se una "coche" targata Roma (città dove allora mi trovavo per gli studi universitari) si fosse fermata in piazza 'e Cumbentu in my father village, poco meno di vent'anni prima...
Etichette:
Habemus papam,
noccioline
Iscriviti a:
Post (Atom)








