4 febbraio 2016

In uno spazio non lirico e non retorico

Devo molto
a quelli che non amo.

Il sollievo con cui accetto
che siano più vicini a un altro.

La gioia di non essere io
il lupo dei loro agnelli.

Mi sento in pace con loro
e in libertà con loro,
e questo l'amore non può darlo,
né riesce a toglierlo.

Non li aspetto
dalla porta alla finestra.
Paziente
quasi come una meridiana,
capisco
ciò che l'amore non capisce,
perdono
ciò che l'amore mai perdonerebbe.

Da un incontro a una lettera
passa non un'eternità,
ma solo qualche giorno o settimana.

I viaggi con loro vanno sempre bene,
i concerti sono ascoltati fino in fondo,
le cattedrali visitate,
i paesaggi nitidi.

E quando ci separano
sette monti e fiumi,
sono monti e fiumi
che trovi sui ogni atlante.

È merito loro
se vivo in tre dimensioni,
in uno spazio non lirico e non retorico,
con un orizzonte vero, perché mobile.

Loro stessi non sanno
quanto portano nelle mani vuote.

"Non devo loro nulla" –
direbbe l'amore
sulla questione aperta.


— Wislawa Szymborska  
(trad. dal polacco di Pietro Marchesani)
 
Costantino Nivola, L'investigazione dello spazio

1 febbraio 2016

Aforismi inconsolabili

"Non si porta consolazione agli afflitti con le afflizioni di chi vive nella comodità".
Incredibile, ve'? Lo ha detto la povera Lady D, mica Antonio Gramsci, il quale, invece, in una delle Lettere dal carcere scriveva:
"Spesso chi vuole consolare, essere affettuoso ecc. è in realtà il più feroce dei tormentatori. Anche nell'affetto bisogna essere soprattutto intelligenti".
Insomma, Diana Spencer (pace all'anima sua) non era stupida nemmeno un po'. È Antonio Gramsci che ve lo dice.

31 gennaio 2016

Time

... la vita è una serie di equivoci che ci conducono alla verità finale, l’unica verità.
 Roberto Bolaño, Notturno cileno
Georgia O'Keeffe photographed on the roof of her Ghost Ranch home in New Mexico, 1967 (by John Loengard—The LIFE Picture Collection/Getty Images. (Fonte immagine e didascalia: Time)

23 gennaio 2016

Between the words

Bianconiglio: Uh, poffare poffarissimo! È tardi! È tardi! È tardi!
Alice: Questo sì che è buffo. Perché mai dovrebbe essere tardi per un coniglio? Mi scusi? Signore!
Bianconiglio: Macché! Macché! Non aspettano che me! In ritardo sono già! Non mi posso trattenere!
Alice: Dev’essere qualcosa di importante. Forse un ricevimento. Signor Bianconiglio! Aspetti!
Bianconiglio: Oh, no, no, no, no, no, no! È tardi! È tardi, sai? Io sono già in mezzo ai guai! Neppure posso dirti “ciao”: ho fretta! Ho fretta, sai?
Lewis Carroll, Alice nel Paese delle meraviglie

C'è chi dice di non leggere perché – classicamente non ha tempo. Così, in quest'ultimo periodo, a proposito di battaglie combattute per incrementare la lettura di libri, abbiamo assistito all'annoso dibattito sull'opportunità e l'efficacia della riduzione dei capolavori della letteratura mondiale e non solo (come attualmente sta facendo un editore nostrano, editando una serie che "distilla" alcuni fra i bestseller più venduti nell’ultimo decennio; un noir di Larsson, ad esempio, passa da 600 a 240 pagine). Ma così, ancora, non stiamo affrontando il problema alla radice, eh: nei famosi "tempi come questi" perché affidarsi ancora ai bignamini? Mettiamo tutto nelle mani di Nicholas Rougeux e non parliamone più.
Nicholas Rougeaux, Between the words

21 gennaio 2016

Solu sa luna, inoke, érema sorre

Inoke non b’at àppiu perunu Galilei
a imbentare kannokkialer d’istròlogo
pro unu tempus ki vorzis fit a bbènnere.
Né unu Newton ki s’essere’ ssapìu
dessa lezze ’e gravedade. Solu sa luna,
inoke, érema sorre, a bbortas, a ddistempus,
no(s)’ llassa’ ffalare karki gùttiu ’e abba.
E kusta zente moderna k’iski’ ttottu
e krede’ ggalu oye in die i’ ssos ispìritos
e kki unu de issos andet a ffùrriu
kurrende s’Europa, no iski’ kki kusta terra
est unu mundu d’un’àtteru univversu
e kki, inoke, solu dimònior guvèrnana
su trattare e ssu vaker dessa zente.
Inoke, un’idea diversa da’ ssustànzia
assu biver dess’òmine. E peri in sa malidade
dessa pèyur miseria, inoke, s’òmine
non perde’ ddinnidade; finzas si a bbortas
sa bida tendet assu lìmine estremu
okros assa morte. Tottu, inoke,
nos pode’ ggalu nòkere, e ttottu
galu podet esser fattu,
si kreska’kkada kosa assa misura ’ess’òmine.
Finzas so’ rreppartos prenor de kramore
inube s’irbòlikat andande a kkolobrinu
su gùtturu ’essas kadenar de montaggiu
ki ligan s’òmine
ki est amiku dessas kraridades soliànas.

* * *
 
Solo la luna, qui, erma sorella

Qui nessun Galilei inventò mai
cannocchiali d’astrologo
per un tempo che forse sarebbe venuto,
né alcun Newton qui s’accorse
della legge di gravitazione. Solo la luna
qui, erma sorella, a volte, fuori tempo,
ci fa cadere qualche goccia d’acqua.
E questa gente moderna, così sapiente,
e crede ancora agli spiriti
e che un d’essi s’aggiri
per l’Europa, non sa che questa terra
è un mondo d’un diverso universo,
che qui solo i demoni governano
le relazioni e il fare della gente.
Qui il senso delle cose dà sostanza
agli umani rapporti. E perfino nella disgrazia
della miseria nera qui l’uomo
non perde dignità; anche se a volte
la vita tende al limite estremo
verso la morte. Tutto, qui,
ancora ci può nuocere, e tutto
ancora può essere fatto, se cresca
ogni cosa all’altezza dell’uomo.
Anche i reparti pieni di clamori
là dove si dipana serpeggiando
la noria delle catene di montaggio
che lega l’uomo
che è amico delle chiarità solari.

Antonio Mura, dalla raccolta di poesie bilingui

19 gennaio 2016

Redivive

"Cinemino?"
"Cosa?"
"Iñárritu"
"?? Avevamo detto MAI PIÙ!"
"Ma noi non siamo cattive, VERO? Noi diamo sempre un'altra possibilità, VERO?"
"Ma piantala. Ammetti che con Di Caprio vedresti pure i filmini della cresima. E pure io. Ajò."

E SIAMO ANDATE...

Violenza, sangue e frattaglie a non finire, che si stagliano rosse-rosse sulla neve bianca-bianca, infinita-infinita, nei pazzeschi-pazzeschi paesaggi del Dakota, attraversati da un elemento, questo sì, di irresistibile fascino: il Missouri-Missouri.
Ripetizioni.
Sequenze proposte con un ritmo monotonamente identico lungo tutto il film, con pochi dialoghi e troppo "metraggio". Resiste lui, lo zombie, e resistiamo noi 1) perché Di Caprio si conferma un dio 2) perché a tratti puoi chiudere gli occhi (tanto non è che ti perdi molto: Iñárritu sta nuovamente citando Malick) e goderti la magnifica colonna sonora di Sakamoto.
Man Ray, L'étoile de mer , 1928.