13 febbraio 2017

Il poemetto di Tziu Predu Costanza

Ho conosciuto il poemetto quando ero bambina, trascritto da mio padre  che probabilmente lo conosceva a memoria in uno dei tanti e allora per me misteriosi quaderni con la copertina nera, che  riempiva con una calligrafia particolare, lievemente rovesciata. Il poemetto tramandato oralmente, appunto è di Tziu Predu Costanza, al secolo Pietro Zichi, di Francesco e Costanza Goddi, muratore, nato e vissuto a Orani tra 1832 e il 1914. Dai suoi versi traspare un poeta tanto visionario e ironico quanto arguto, perciò non c'è da stupirsi che non poche persone li ricordino ancora, tramandati di padre in figlio (non li ho mia sentiti da una donna), di bar in bar e forse, ancora, di camino in camino, come unu contu de ochìle. Così li hanno ricordati, oggi, alcuni amici: Frank (diretto discendente, anche lui poeta), Angelino (che sa sempre tutto!), Francesco e Luigi. Assemblo sinteticamente le informazioni che mi hanno dato, compreso il ritratto fotografico di Tziu Predu Costanza (ne esiste anche uno dipinto da Mario Delitala) e vado con il mitico "Su dilluviu universale".

1.
Sa die e seghi de Santu Gavini
Si viet su dilluviu avverare
Eo chin babbu vimus in Oddini
Abbadiande terras pro arare,
E Noè chi rettore it in Lodini
Preghiande e sichinde a preghiare,
Si sichit a ingrussare sa tempesta
Babbu rughet a manca e deo a destra.

2.
Essende in su dilluviu Noè
Vimus carrande vinu dae Durgale,
Battor imus a caddu e tres a pe'
Cand’est suzzessu su casu vatale.
Sende colande in sa vadde de su re
Vidimus unu carru andare male,
In tale vadde vatt’unu traghinu
E nde picat a nois chin su vinu.

3.
Sa die vintres de Capidanne
Chircavamus sa luche a lantiones
E comente andavamus accatande
Andavamus ponendel'a muntones
Comente vachet s’omine messande
Chi messat e nde vormat sos covones,
Custos muntones sun de luche vera
Che est cudda chi vidimus in s’aera.

4.
Zustu sa die trinta de su mese
E arveschende a sa die trintuna,
Riunidos non semus chimbe o sese
Pro nd’arzare su sole ei sa luna;
Mi' chi sa die est mortu Antoni Pese
Chi s’est aveschiu chin d'un oss'e pruna.
Su sole ei sa luna nd'est arzada
E nde l’amus in artu repiada.

5.
Tres dies prima de vacher su mundu
Imus carrande paza dae Dore,
Zustu in sa jacca de Vasili Brundu
Bi vit Lutero su preghiadore,
Nigheddu chi pariat unu bundu
Che ne nde jucher atteru colore,
Custu preghiadore maumetanu
Contrariu a su Pontefice Romanu.

6.
Geremia vit mastru de terraglia
De tianos de broccas e brocchittas,
Vatti sa terra dae Sinigaglia
Ca vit cava de terra iscuisita,
Samuele l’at dau sa medaglia
Atteru chei cussu si merìta,
Ca pro accher brocchittas e tianos
S’arte non lia leana dae manos.

7.
Tobia leat s’arte de pastore
Cumpanzos chin Giobele e chin Palmeri
Teniat custos tres a servidore
Los cumanda Franziscu Savieri,
Custos paschende in sos buscos de Dore
Vendiana su recottu a Onieri,
So de mente lizzeri e libertinu
Chi medas vortas vivet aba pro vinu.

8.
Como cantamus de astronomia
Chergio sos pianetas visitare
Chin duas dies de sa verrovia
Mi basta pro andare e pro torrare,
In domo de Saturnu in s’osteria
Chin Marte e Giove amus chenau impare,
E poi chi vinidu amus sa chena
Colana sos trojanos chi Elena.

9.
Si pilisat su re Assirianu
Contr'a sos fizos de Gerusalè
Gherrende chin su re Samaritanu
Rughet dentes a terra Giosuè;
A cheret ponne sa posta: Manzanu
Chi peso pius chitho de vostè ?
E si nono dimandet a fulanu
Chin paris chin su re in Campidanu.

Tziu Predu Costanza

1 febbraio 2017

La educación sentimental

La educación sentimental sólo tiene una divisa: no sufrir. 
Roberto Bolaño, Tres

24 gennaio 2017

Luminosa audace e ardente


Alessandra Pigliaru,"Clara, Mirina e altre storie", in Gli occhi di Blimunda, 22 gennaio 1917.

Luminosa audace e ardente, così Christa Wolf descrive l’amazzone Mirina, una delle protagoniste del suo romanzo Cassandra. Aveva però negli occhi anche una certa nostalgia. Di quelle acute, osserva Wolf. Così la strana creatura dalla fisionomia chiaroscurale che non credeva nelle predizioni, fedele compagna di Pentesilea, metteva a repentaglio il proprio corpo tutto nella lotta per la verità. Clara Gallini, scomparsa ieri all’età di 85 anni, aveva scelto proprio il nome Mirina per la gatta che da anni le faceva compagnia nella casa romana in via Sant’Antonio all’Esquilino. Una piccola viuzza, riparata dal frastuono del quartiere e tuttavia popolata da una moltitudine di storie. «Il romanzo di Christa Wolf mi era talmente piaciuto, il nome Mirina però l’ho scelto non per ricordarmi del suo carattere indomito ma per la dolcezza del suono». Schiva e pur sempre diretta, Clara Gallini non amava i convenevoli né le noiose formalità, sia dell’ambiente accademico che mondano. E in quel pomeriggio tiepido, si distingueva bene che di Mirina anche lei possedeva qualcosa di profondo. Nella sinuosità della figura, infine nel coraggio irriverente della sopravvivenza a una malattia che l’aveva ultimamente provata nel corpo, lasciandole tuttavia la cosa più importante, una mente dotata di un acume eccezionale. Ne dà prova nel suo ultimo libro, Incidenti di percorso, pubblicato con lungimiranza da Nottetempo quando, nell’incontro con l’allora direttrice Ginevra Bompiani, pensò di scrivere cosa le era accaduto. Ne viene fuori un resoconto che è diario di intensa auscultazione interna e osservazione partecipata di cui però, a differenza degli ambiti di cui si era fin lì occupata, il soggetto era lei stessa. Si era fatta campo di indagine e maestra di invenzione, ancora una volta. Era riuscita a intravvedere nella malattia e nella cura esperienze ineludibili, nel doppio passo della fragilità e della gaurigione.
Clara Gallini è stata per l’antropologia culturale italiana colei che ha dissestato di meraviglie il terreno arato lasciato da Ernesto De Martino. Conosciuto alla fine degli anni Cinquanta è grazie a lui che arriva in Sardegna la prima volta. A Cagliari comincia a insegnare al liceo Siotto Pintor e contemporaneamente fa da assistente volontaria alla cattedra di Etnologia e Storia delle religioni. Sono anni difficili per una giovane donna lontana da casa, lo sguardo però e il sorriso sono rimasti gli stessi di sempre. Lo testimonia una piccola e bellissima scultura, tenuta accanto a una scatoletta acquistata da un pastore di Dorgali negli anni Sessanta. Capelli corti e quel cenno nella bocca che racconta una ironia malinconica e saggia, l’amico architetto milanese che per diletto l’aveva scolpita aveva individuato di lei i tratti essenziali. Riconoscibili anche nelle introduzioni magnifiche che Gallini fa in video nel 1977 per due documentari Rai di Luigi di Gianni sui rituali nella possessione: «La festa – dice – è il momento grande e corale in cui le masse subalterne esprimono i loro bisogni, denunciano la loro miseria ma anche elaborano delle forme di riscatto culturale che danno loro dignità». Sono certo modi per ricordare la lezione di De Martino ma anche per proseguire nella vicinanza appassionata con la cultura popolare e la civiltà contadina da cui Gallini ha mostrato sempre di essere ispirata, marxista e gramsciana convinta come è stata.
È in Sardegna che comincia a fare le prime esperienze – rimaste poi cruciali anche dopo la sua partenza dall’isola alla fine degli anni Settanta alla volta prima di Napoli (all’Orientale) e poi a Roma (alla Sapienza). Compone le prime sue opere sulla scia demartiniana anche se, salda la misura dell’autore di Sud e magia, si discosta in modo originale, aprendo a nuovi sentieri interpretativi. È del 1966 I rituali dell’argia, poi Il consumo del sacro (1971) e Dono e malocchio (1973). Scomparso De Martino nel 1965, Clara Gallini ne assume la cattedra. Sono anni fulgenti, in cui alla produzione scientifica, al metodo rigoroso che non ha mai abbandonato, si aggiungono gli incontri sia universitari – basti pensare alla gloriosa scuola antropologica di Cagliari che si andava configurando – e le sue conoscenze nella Sardegna dell’interno, introdotta in parte da Raffaele Marchi e Giovanni Canu. Nel quadro di quest’ultimo che ritrae il rito del fuoco di Sant’Antonio a Mamoiada nel 1962 – e che anche oggi si trova nella casa romana dell’antropologa, al centro della sala dove amava sedersi per chiacchierare – c’è l’elemento che ha contraddistinto le sue ricerche in Sardegna: il mutamento e il passaggio alla modernità, una comunità, quella sarda in questo caso, che subisce la trasformazione del ricordo, immersa nel rosso è l’intensità tra elemento religioso e pagano.
È del 1981 la prima edizione di Intervista a Maria (poi la seconda nel 2002 per Ilisso con una bella introduzione di Bastiana Madau), un testo decisivo, spiazzante che restituisce un altro pezzo di quell’isola amata che l’ha accolta. Il colloquio, commissionatole inizialmente dalla terza rete Rai per la trasmissione radiofonica Noi, voi, loro, donna (che prevedeva 15 puntate) era avvenuto tra il 2 e il 
6 ottobre del 1979 a Tonara. «Maria aveva 70 anni e mi era stata presentata da amici comuni. Volevo capire a fondo la trasformazione della famiglia – racconta Gallini – e quindi provai a restare nel paese per un paio di settimane ma nessuna, oltre lei, mi concesse udienza. Ero forse percepita come l’estranea. Eppure con lei è stato uno scambio intenso e di reciproco affidamento, anche simbolico, tanto da desiderare il doppio nome come autrici del libro, il mio e il suo, che però l’editore non approvò. Nonostante Maria avesse concesso la sua voce per un programma nazionale, quando uscì il libro si rifiutò di parlarne in una sala di Tonara. Questo apre il problema di come l’appartenenza alla propria comunità ti renda più o meno vivibile il quotidiano».
I volumi che ha scritto sono numerosi, La sonnambula meravigliosa (1983), Il miracolo e la sua prova (1998) ma anche Cyberspiders (2004), Croce e delizia (2007) e tanti altri. Immaginario razzista, apocalissi culturali, forme di comunicazione fino al web e ai suoi strumenti. Al fondo di tutto c’era però una disposizione alla costante discussione critica, riconoscibile in una generazione che ha vissuto il Novecento e che ne è stata protagonista e osservatrice. Una disposizione, potremmo chiamarla anche attitudine, che non ha lasciato sola Clara Gallini fino agli ultimi giorni della sua lunga vita. Un essere nell’impegno del presente, immersi nella sua complessità, intravvedendo l’impossibilità di essere indifferenti. Questo punto per Gallini era ancora più palpabile perché si è sempre innervato in una quotidianità che ha scelto di vivere con riserbo, senza sbandierarla come spesso si impone nel consumo veloce e rimasticato contemporaneo. Ecco, è proprio qui, all’altezza di una intransigenza tutta del pensiero in movimento, nella danza ironica tra soggetto e oggetto che Clara Gallini ci consegna la sua lezione più importante. Tutta gramsciana nella movenza, e infine luminosa audace e ardente come il giuramento di un’amazzone.
Maria Lai, Donna al lavoro, 1958.

21 gennaio 2017

Bette zarra

Mi è sempre piaciuta la parola *zarra*, che significa *ghiaia*, ma assume un significato differente se usata in un contesto morale, diciamo, e quindi, ad es.: "est achende zarra" (sta facendo ghiaia), "agambandhela de acher zarra" (smettila di fare ghiaia), "bette zarra!" (che ghiaia!). Insomma, è usata anche nel senso di gazzarra (dall'arabo ghazāra ‘profusione’, sec. XIV), e quindi "chiasso", "confusione".
In questo senso *zarra* è un onomatopeico, no? Non è facile, infatti, camminare in un vialetto di ghiaia senza fare zarra.
Più o meno, con riserva di cantonate,
sempre per restare in tema edile... e anche perché codesto post è dedicato a una preda!

17 gennaio 2017

Lascia che fiocchi

Tziu Juva', es vrittu e vorzis viocat.
La legna ce l'ho, il capretto pure. Lascia che fiocchi.

Gasi navat su poveru Juvanne Mele.
Arribat su nive.
Apustis de un urdu nche lu vìene andandhe in campagna chi nd'una unichedda (sa cocca) a chircare carchi usticciu de ponnere in su ocu.
Mischìnu, no aviat abba in istèrgiu.*

Tziu Meleddhu, muratore, parlava in italiano; diceva "mi cocio un capretto". Il mio amico Italino dice: "Più che altro lo faceva per darsi un atteggiamento signorile, per vantare esperienza in campo edile. Non era sposato, abitava nel rione Gusei, era una persona mite, buona e ottimista, un bel personaggio: chi lo ricorda ne parla con affetto e simpatia."
A Orani, paese di artigiani, era famoso soprattutto per avere detto "maledetta precisione".

*- Zio Giovanni c'è freddo forse nevica.
 - La legna ce l'ho, il capretto ce l'ho. Lascia che fiocchi.
Così rispose il povero Juvanne Mele. Venne la neve. Dopo un po' lo videro andare per le   campagne con una funicella a cercare qualche sterpo da bruciare nel camino.
Poverino, non aveva acqua nella brocca.
Orani, 1958. Foto di Carlo Bavagnoli, inviato da Life in occasione di una mostra di sculture di Costantino Nivola allestita nelle vie del paese. Le persone ritratte c'entrano nulla con il personaggio dell'aneddoto; sono solo io che Tziu Juvanne Mele lo immagino come l'uomo che accarezza la scultura: "maledetta precisione" :-)