28 luglio 2015

Madrigale

Esistono case editrici dove sostanzialmente vige una cultura del lavoro, e dunque della dignità e del rispetto dell'altrui prestazione professionale, non dissimile da quella che governava le fabbrichette delle stringhe per le scarpe nell'Ottocento. Il lavoro intellettuale è molto sfruttato ma scarsamente retribuito, e spesso, niente affatto riconosciuto (per non essere riconoscibile e dunque pagato il giusto? per ignoranza? per sentimenti umani, troppo umani?). Ad esempio capita che anche la cura (o, come si dice tecnicamente nel settore: la curatela) resti senza paternità o maternità. Il nome di chi ha concretamente lavorato alla ricerca, all'editing, alla correzione e curatela complessiva di un testo, alla redazione di una quarta di copertina e di schede librarie destinate alla promozione mezzo stampa, alla distribuzione e quant'altro non compare nel frontespizio, o, al limite, nel colophon; non compare né comparirà mai da nessuna parte. Così quel titolo — a sua volta creatura che ha un padre o una madre — sembra il prodotto creativo e professionale di un uccellino che passava di là per caso.
Whitman, back cover of "The green book of birds of america", 1941

24 luglio 2015

Potatura

Un cartello alla fermata dell'autobus annuncia "da domani potatura degli alberi", e dunque mi accingo a salutare le belle fronde dalla terrazza di casa, ché tanto ormai sappiamo: questo genere di cura riservata agli aceri del viale a ogni morte di papa significa che stanno per decapitarli. 
Addio amici :( 
Yulia Kazban, Dream within a dream

18 luglio 2015

Ragazze sarde a Roma

Giacomo Mameli ha sempre dedicato un'attenzione fuori dal comune al mondo del lavoro femminile, con un stile giornalistico e letterario a un tempo. Nelle cronache e nei libri mette in luce le esistenze concrete, quasi che, sulle orme di Wittgenstein, voglia ricordarci che non bastano dati freddi per comprendere i processi sociali, economici e culturali: esistono atteggiamenti e valori determinanti che emergono solo attraverso storie di vita. Storie non sempre facili da individuare e comprendere, perciò, dato che si tratta di interpretarle, è necessario avere doti di semiologo per proporre quelle maggiormente "rappresentative" al fine di rivelare un mondo. Doti che l'autore possiede. Osservatore storico del territorio, ha sempre descritto con maestria paesaggi fisici e umani, arricchendoli di toponimi locali, nomi e soprannomi, non trascurando piante e animali, ma soprattutto ha raccontato i paesi, spesso poveri di cose ma ricchi di storia.
Dedicato alle professioniste dell'isola è Donne sarde (2005) e in La ghianda è una ciliegia (2006) c'è una parte importante sulla fatica quotidiana delle donne contro la fame durante la seconda guerra mondiale. Ricordo la cernitrice di carbone dello struggente racconto “Italia è morta”, che di quel lavoro morirà; o “Le donne del rosmarino”, in cui l'anziana testimone racconta cose terribili in modo esilarante. Nonostante la drammaticità, infatti, i racconti sono spesso venati di ironia, ossia di quella particolare leggerezza di cui sono capaci coloro che possiedono la virtù di spostare il proprio destino in una dimensione più abitabile, con le parole.
Con il volume da pochi giorni in libreria, Le ragazze sono partite (CUEC, 2015), Mameli elegge Perdasdefogu a ossevatorio dell'emigrazione femminile sarda del dopoguerra, caratterizzata dalla prestazione di lavori di cura. Il racconto è composto coralmente nell’arco di più generazioni; le voci appartengono a donne molto giovani, spesso quasi bambine, tanto forti quanto coraggiose: Pietrina, innanzittutto, che tiene l'ordito del racconto, poi Clelia, Giovanna, Erminia, Cecilia, Silvana, Carrula, Elena, Delia, Odilia, Secondina, Cichedda, Giuanna e tante altre. Scrive Mameli: «Nell'isola e altrove per il lavoro femminile non c'era posto. La Fiat a Torino l'avevano fatta per dare lavoro ai maschi», così la Pirelli, le acciaierie di Taranto e Terni, i cantieri navali di Monfalcone e La Spezia, le miniere della Francia e del Belgio. «Il lavoro è sostantivo maschile». Anche in Sardegna, in quegli anni del dopoguerra, «c'erano state le miniere, e anche quelle erano soprattutto per i maschi, che ci morivano di tumore nero [...] Cominciavano a sorgere anche le ciminiere della petrolchimica. A Portotorres tremila tute blu, nemmeno venti le ragazze. Idem a Ottana e a Machiareddu. Vicino a Foghesu sorgeva la cartiera di Arbatax. A Sarroch la raffineria per rifornire di benzina le macchine. Tutte quelle erano fabbriche per giovani e meno giovani che lasciavano il latte delle mammelle di pecore e capre per ungersi con i derivati del petrolio e della virgin nafta […] Per le ragazze la strada era un'altra e una sola: domestica. O serva». ... 

Ragazze sarde a Roma, di Bastiana Madau (stralcio della recensione pubblicata nel mensile Lo Straniero, n. 181, luglio 2015).

13 luglio 2015

Tutti i giorni

La guerra non viene più dichiarata,
ma proseguita. L’inaudito
è divenuto quotidiano. L’eroe
resta lontano dai combattimenti. Il debole
è trasferito nelle zone del fuoco.
La divisa di oggi è la pazienza,
medaglia la misera stella
della speranza, appuntata sul cuore.
Viene conferita
quando non accade più nulla,
quando il fuoco tambureggiante ammutolisce,
quando il nemico è divenuto invisibile
e l’ombra d’eterno riarmo
ricopre il cielo.
Viene conferita
per diserzione dalle bandiere,
per il valore di fronte all’amico,
per il tradimento di segreti obbrobriosi
e l’inosservanza
di tutti gli ordini.
 

Ingeborg Bachmann, Poesie, a cura di Maria Teresa Mandalari, Guanda, 1987.

10 luglio 2015

Inaugurazione (mettiamola così)

E niente, alle 18 e 30, puntualissima, percorrevo via della Pietà, che da casa porta giù in via Roma, che tagliando porta in piazza Sebastiano Satta, che attraversando porta nella via omonima, che percorrendo per 15 metri in discesa porta al museo. Il quale museo era la mia meta. Era. Mica sono arrivata, infatti: sono caduta due minuti prima, da due centimetri di sandali, come due pere cotte, all'altezza della chiesetta di Santa Croce (grazie, eh, Santa Cro'), sbucciandomi di brutto un avambraccio.
"Ma dove hai la testa, dove?". Refrain.
Ho fatto il percorso a ritroso, e se prima profumavo di shalimàr, ora puzzo di citrosìl. 
Mi scuseranno gli amici che aspettavano con l'idea di riempirci le tasche di vol-au-vent e andare a cincischiare al Tettamanzi, ben sapendo che Vivian Majer sarà più contenta quando l'andremo a trovare in una fresca mattina di settembre, a pipinara finit... ahi! che male, mannaggia.

17 giugno 2015

Per il pane della prossima volta

Nel 1985, durante la presentazione della raccolta di racconti di Giulio Angioni Sardonica all'Istituto Orientale di Napoli, Grazia Cherchi ebbe a dire che uno dei motivi d’interesse suscitati dalla lettura dell'opera dello scrittore e antropologo è il fatto che egli mai si occupa di «personalissimi, particolarissimi tormenti [...], dei suoi, per dirla con Vittorini, “astratti furori”, ma di “sondare il tempo”, e questo dovrebbe essere il compito della narrativa.
Sono d'accordo con l'indimenticabile scrittrice, giornalista e curatrice editoriale, che peraltro mette in luce una caratteristica che Angioni conserva sino al suo ultimo romanzo, Sulla faccia della terra, (Il Maestrale/Feltrinelli, 2015), in cui la storia si integra alla riflessione morale e civile, mai prescrittiva o “moralistica”, e in cui la memoria dei personaggi si intreccia al racconto di una umanità dolente, eppure non perduta, perché segnata dal desiderio della mitezza e da un'immane speranza. Il romanzo di Angioni recentemente dato alle stampe, a ben vedere, si sarebbe potuto intitolare anche “Sullo specchio dello Stagno”: è infatti la grande laguna a ovest di Cagliari, che circonda e riflette nelle sue acque le piccole isole, la grande protagonista in cui l'Autore raduna e fa vivere in comunione i dispersi della guerra che impazza in terra ferma, dove genovesi e pisani combattono con le loro truppe mercenarie per la supremazia, bruciando i borghi e le città. Corre l'anno 1258; in una notte di luglio, Mannai Murenu, diciasettenne garzone di vinaio, si ritrova sepolto tra i morti nella presa e distruzione da parte dei pisani di Santa Gia, fiorente capitale del giudicato di Cagliari, ed esordisce parlando dei momenti vissuti fingendosi morto. Settant’anni dopo racconta, appunto, di come scampò alla carneficina rifugiandosi con altri compagni e compagne di sventura in una delle isolette dello stagno, già lebbrosario disabitato, dacché i lebbrosi erano stati letteralmente catapultati a infettare la città assediata. Isola Nostra, così viene nominato il luogo della salvezza dai suoi nuovi abitanti. Chi sono? 
Si tratta di personaggi semplici e complessi insieme, mai stereotipati, essendo ciascuno il frammento unico di una storia che attraversa il tempo e lo spazio, dalla propria provenienza al proprio destino o destinazione (in spagnolo entrambi i concetti sono detti con uguale parola): Mannai Murenu, che conosce i sentieri segreti tra i canneti dello stagno – differenti a seconda del tempo e delle maree –, che pratica la respirazione appresa suonando le launeddas – utile a sopravvivere sott'acqua in caso di pericolo, con l'aiuto di una canna come boccaglio – e che sa interpretare il comportamento dei fenicotteri; due sediari nuoresi; Paulinu da Fraus, servo allo scriptorium di un monastero; la nobile ed enigmatica Vera da Turi; la giovanissima schiava persiana Akì; il vecchio saggio ebreo Baruch, bachicoltore e poliglotta, interprete e maestro delle lingue; tre soldati tedeschi di ventura; il burbero pescatore Tidoreddu, proprietario del “libro ascellare”, che in primis gli salvò la vita; il cane Dolceacqua, così chiamato perché sa scovare le polle di acqua potabile; il fabbro bizantino Teraponto; decine e decine di altri. Insieme prendono a vivere nell'Isola Nostra «in disordine e confusione» (secondo l'accusa del tribunale dell'Inquisizione, in epilogo al racconto, che bene non finisce...): cristiani, ebrei e musulmani, sani e lebbrosi, liberi e servi, nell'eguaglianza e nella solidarietà dettate non da prescrizioni, bensì dalla necessità. Così, al centro della narrazione, vi è lo sviluppo della vita comunitaria, protetta dal terrore che all'esterno ancora suscita la presenza nella piccola isola della presunta lebbra. Uomini e donne di diverse età, di molteplici nazioni e variegati talenti e competenze, portano ciascuno e tutti un contributo prezioso alla costruzione della nuova comunità; in sintonia, reciproco ascolto, comprensione, tolleranza e ragionevolezza. Ciò consente loro di salvarsi, crescere insieme, realizzare una convivenza collettiva non gerarchica («Siamo diventati in poco tempo sapienti in differenze, in provenienze, in riconoscimenti di altri modi di stare al mondo»). Tra usanze e saperi, storia locale e universale, realtà e utopia, abitato da persone distanti per un anno dalla costante violenza in terra ferma, da chi sta in basso e chi sta in alto, nel racconto si stagliano gli abitanti naturali dello stagno: i pesci, gli uccelli, le erbe di terra e di acqua. Ma ciò che maggiormente concorre a dare uno spaccato tangibile dell'operosa umanità dei rifugiati è la multiforme cultura materiale, in un esempio di sensata e affascinante vita comunitaria mediterranea, certo lontana anni luce dalla distopia costruita da William Golding con Il signore delle mosche. É il “materialismo”, infatti, la consolazione infinita e dignitosa dei rifugiati dell'Isola Nostra, ostinati a esistere: «E rinasce lo scopo. C'è da nutrirsi, vestire, abitare. E trovare un futuro con un senso. Un senso pratico. Un-così-dev'essere-e-può-farsi. Discutiamo il da fare. Lì ci si ritrova tutti quanti. Lo scampo eccolo lì, per gente come noi». Così ancora si esprime una delle donne protagoniste in un frammento del romanzo, che cito anche per portarne il ritmo, perché quest'ultimo, insieme ai ricchi contenuti, concorre a formare la cifra della scrittura di Giulio Angioni: «Quella notte […] ho subito riconosciuto in voi non dei pericoli, non dei nemici, non dei maschi qualunque predatori. Ma ho visto in voi ciò che eravamo noi: figli della sconfitta, fuggiaschi come noi, capaci di speranza come noi. Vera e io abbiamo preso un ago e un ditale un rocchetto di refe francese. Per rammendare i vostri vestiti logori, strappati, bruciacchiati. Per rammendare la vita di noi tutti. E un pezzo di pasta che stava fermentando nell'orcio di terracotta. Per il pane della prossima volta».
Un romanzo colmo di aforismi, reso assolutamente contemporaneo dalle metafore, puntellato di citazioni criptate nei curiosi nomi e toponimi, e in cui, soprattutto, ancora resiste l'idea che la salvezza è nel ricordo che diventa parola.  Bastiana Madau, Ancora Sulla faccia della terra, Il manifesto sardo, 16 giugno 2015.