19 aprile 2018

Sempre per sempre

Aspettando una persona cara, e cara tra le più care, penso che ritorna chi non è mai partito. La verità. E ancora con Eliot penso che soltanto al ritorno da un lungo errare si può conoscere per la prima volta il luogo da cui si è partiti. 
Ed è un invito a partire (sempre), uno a tornare (sempre), ripartire, tornare, ripartire, ritornare... (per sempre).

29 marzo 2018

Particolare

Grillo?, domandai, ma che mi sta dicendo? È così che si chiamano le figure senza tronco che Bosch dipingeva, disse il Copista, è un nome antico che è stato riscoperto dai critici moderni come Baltrušaitis, ma per la verità è un nome dell'antichità, fu Antifilo a inventarlo, perché lui dipingeva figure del genere, esseri senza tronco, solo la testa e le braccia. […] 
Così lei sa proprio lutto di questo quadro, dissi io. Conosco questo quadro come le mie tasche, disse lui, per esempio, vede quel che sto dipingendo adesso?, bene, fino ad ora i critici hanno detto che questo pesce è una cernia, ma questo pesce non è una cernia, permetta che glielo dica, questo pesce è una tinca. Una tinca?, chiesi, la tinca è un pesce d'acqua dolce, no? La tinca è un pesce d'acqua dolce, mi confermò, lui vive nei pantani e nei fossi, è un pesce che ama il fango, è il pesce più grasso che ho mai mangiato in vita mia. 
Da Requiem di Antonio Tabucchi, trad. Sergio Vecchio. Il frammento più lancinante dell'intero romanzo.

28 marzo 2018

Da Santi per A.

Rabbrividiscono le stelle in coro dorato
e sembrano fate ubriache
le montagne;
da quando manchi come buon grano
alla terra arcaica del mio sguardo,
o tenero fratello di sapienti
orizzonti sconfinati.

Il mondo è più povero
d’amore, d'umanità e d'arte.

Un virtuoso idillio
di fiumi e d'aranci
ci lega per sempre
ad un'alba vera e lucente
di campane anarchiche.

Come torcia accesa
sul ventre del mare più stravagante
risorge inconsumata tra isole e città
la tua inedita anima colma
di remota grazia.
Hai brillato qui come arcano faro originale
sul vuoto amorale d’una civiltà sempre più meccanica.

Ti conservo nelle mani come armonica alata
soffiata da un vento rivoluzionario.


Santi Geraci


25 marzo 2018

A ResPublica con Simone

Sono diversi mesi che vado in giro a presentare il mio saggio dedicato alla filosofa e scrittrice Simone de Beauvoir, e sin qui ho avuto sempre incontri belli e costruttivi. Ma l’appuntamento di quest’ultimo sabato ad Alghero, nell'ambito del festival FeminArts, è stato davvero speciale, perché speciale è il luogo che mi ha accolta, segnato com'è dall'inconfondibile cifra di un sentito impegno collettivo. Si chiama ResPublica, ed è una rete aperta di associazioni di promozione sociale e di servizi che opera nel magnifico edificio di un’antica caserma, nel cuore del centro storico, trasformata in un attivissimo e accogliente centro culturale, con una gestione degli spazi ispirata agli usi civici. Al suo interno c'è una biblioteca, attualmente impegnata anche nella costruzione di una raccolta dedicata ai più piccoli.
Sabato pomeriggio, nelle stanze che si affacciano in un labirintico corridoio dagli alti soffitti, intravedevo diversi gruppi di lavoro; in una di esse, dei ragazzi africani seduti in cerchio, erano concentrati nella conversazione. Arrivata in anticipo, non ho comunque voluto fotografare nelle stanze, per non disturbare, limitandomi a pochi spazi vuoti. E vorrei raccontare di più e meglio, ma lo scopo di questo post è soltanto quello di ringraziare con tutto il cuore chi mi ha inviata a presentare il libro in un luogo così bello e significativo.
In particolare, grazie a Enedina Sanna, anche per l'introduzione all'incontro, e grazie alla ricercatrice Rosanna Morace per la sua analisi puntuale e appassionata di "Simone, le Castor. La costruzione di una morale", che ha stimolato una discussione molto partecipata con le tante persone presenti. Grazie a tutte e a tutti, infine, per le riflessioni e le belle domande: sono andata via con il desiderio di poter ritornare. Lunga vita a ResPublica!

 
 

19 marzo 2018

Paesaggio

Il sole è tramontato, ma la pianura non si spegne. Ricopre la campagna un pulviscolo dorato, poi l’oro impallidisce, la notte si avvicina pian piano, accendendo le stelle. Più tardi sorgerà la luna, e i gufi si lanceranno i loro richiami. Il viaggiatore, davanti a quello che sta vedendo, ha voglia di piangere. Forse prova pena per se stesso, dispiacere di non essere capace di esprimere a parole che cosa sia questo paesaggio. E dice solo questo: è la notte in cui il mondo può cominciare.
José Saramago, da Viaggio in Portogallo


16 marzo 2018

Play it again

Aveva scritto i versi di Álvaro Mutis ("da Il Gabbiere", mi raccomando, era uno preciso) in una mia vecchia moleskine, che è bello ritrovare, dopo anni, perché è subito sera d'estate, un chiaccherare fitto di bella tristezza ridanciana, che sembra sempre sperare in qualcosa, ma piccola. Anche soltanto in una canzone. Le canzoni vanno benissimo, amiamo le canzoni e le cantiamo (tu suona...). Canteremo ancora?