4 settembre 2017

Gates

... perché la vita non torna indietro, né può fermarsi a ieri. Voi siete l'arco dal quale, come frecce vive, i vostri figli...
Dirselo non sempre funziona, non subito, non automaticamente. Serve anche tutta la ragione, e anche la ragione è amore.

23 agosto 2017

Controvento

Non sempre è possibile portare a termine il ritorno. Anche per questa ragione Ulisse, che ne era consapevole più di ogni altro, dovette sentire una certa gratitudine per Omero, mentre quello gli apriva, parola dopo parola, ostinatamente e caparbiamente, la via che a molti viene negata. Quando si viene cacciati dalla terra in cui si è nati, quando si perdono affetti e amici, non per questo, però, non perché non ci sia alcun Omero a ordire la via che ci riavvicina a ciò che si è perduto e a cui siamo ancora legati, non perché non ci vengono concessi i viaggi decennali da intraprendere, canti delle sirene da cui difendersi o giganti da accecare, ci si può concedere di rinunciare a un altro viaggio, un nuovo viaggio che faccia in modo che la vita, nonostante tutto, torni ad accadere. 
Federico Pace, Controvento. Storie di viaggi che cambiano la vita, Einaudi, Torino 2017 [p. 65 non num.].
Corone di nebbia sopra le Cale di Luna e Sisine

2 agosto 2017

Inoke, un'idea diversa

Inoke, un’idea diversa da’ ssustànzia/ assu biver dess’òmine. E peri in sa malidade/ dessa pèyur miseria, inoke, s’òmine/ non perde’ ddinnidade; finzas si a bbortas/ sa bida tendet assu lìmine estremu/ okros assa morte. Tottu, inoke,/ nos pode’ ggalu nòkere, e ttottu/ galu podet esser fattu,/ si kreska’kkada kosa assa misura ’ess’òmine.
Qui il senso delle cose dà sostanza/ agli umani rapporti. E perfino nella disgrazia/ della miseria nera qui l’umanità /non perde dignità; anche se a volte/ la vita tende al limite estremo/ verso la morte. Tutto, qui,/ ancora ci può nuocere, e tutto/ ancora può essere fatto, se cresca/ ogni cosa all’altezza dell’uomo.

Sono alcuni dei tanti versi che Antonio Mura, figlio di Maria Antonia Bande Ticca e di Pietro, ramaio di Isili e poeta tra i più grandi del Novecento sardo, scrisse negli anni Sessanta, dunque in un arco di tempo segnato dalle grandi trasformazioni di quei luoghi del Sud Italia e della Sardegna (ma non solo) in cui, in effetti, troppe erano le cose mancanti; ma altrettante – come anticiparono diversi e inascoltati intellettuali dell'epoca – erano quelle inerenti la cosiddetta cultura popolare che rischiavano di essere perdute per sempre nel passaggio alla modernità, perciò considerato anche violento. E chissà se non sia stata la stessa intuizione contenuta nei versi di Mura a guidare Eugenio Barba e l'Odin Teatret nel Salento (a Carpignano, un piccolo paese sulla strada tra Lecce e Otranto) e in Sardegna. Il collettivo multiculturale dei teatranti «indifesi nella piazza della vita», fondato da Barba a Oslo nel 1964 e trasferitosi in Danimarca nel 1966, si spostò a più riprese anche a Orgosolo e a San Sperate con l'idea di portare l'arte «in luoghi senza teatro», a stretto contatto con gli abitanti dei piccoli centri della Barbagia e del Campidano.
Vincenzo Santoro – responsabile dell'Ufficio cultura dell'A.N.C.I., impegnato da anni nell'organizzazione di iniziative sulle musiche e culture popolari del Mezzogiorno – ricostruisce la straordinaria vicenda artistica e politica dell'avanguardia teatrale in un volume appena dato alle stampe dall'editore romano Squilibri, realizzato d'intesa con la Cineteca Sarda-Società Umanitaria di Cagliari, nelle librerie dal 1° settembre: Odino nelle terre del rimorso. Eugenio Barba e l’Odin Teatret in Salento e Sardegna (1973-1975). Il libro, che con la citazione del capolavoro di Ernesto De Martino nel titolo espone subito il tenore della ricerca antropologica oltre che estetica del collettivo danese, esce con sostanziosi apparati: la prefazione di Eugenio Barba, 53 foto in b/n e a colori di Tony D’Urso, gli scritti di Antonio D’Ostuni e Antonello Zanda e un DVD allegato, contenente il meraviglioso documentario di Ludovica Ripa Di Meana, In cerca di teatro, e il film di finzione di Torgeir Wethal, Vestita di bianco, entrambi girati nel corso dell’esperienza salentina dell’Odin.
Durante la residenza sarda la compagnia imposta per la prima volta un'autentica interazione con gli abitanti dei paesi ospitanti, ovvero un genere di relazione che più tardi andrà definendo come “baratto culturale”: a ogni sua performance, infatti, i locali – uomini, donne, bambine, bambini e persone anziane – presero a rispondere con un canto tradizionale, un ballo, una festa, aprendo agli attori le case e i cortili durante i lavori quotidiani (nel libro anche una tavola fotografica che ritrae alla stessa altezza un teatrante seduto con un tamburo tra le ginocchia nella cucina dove una donna, anche lei seduta, inforna il pane) o nel tempo del riposo. In tal senso è particolarmente significativo il racconto della vicenda orgolese, durante la quale Eugenio Barba ebbe l'insight: alla fine della prima rappresentazione («in una scuola protetta dai carabinieri» perché il numero consentito di partecipanti era di 60, ma vollero entrare tutti!) di Min Fars Hus (La casa del padre) così disse agli attori un anziano presente allo spettacolo: «Era molto interessante, non abbiamo capito, siamo pastori... Voi cantate bene, adesso vi facciamo sentire come cantiamo noi». Si realizzò in quel frangente il prototipo del cosiddetto “baratto” (portare qualcosa ma per ricevere qualcosa), una tecnica che prese a essere considerata dal gruppo come fonte primaria di nutrimento, generatrice di nuove iniziative, progetti e imprese il cui centro erano sempre le donne e gli uomini incontrati nel proprio cammino, sino a fare dell'incontro l'essenza stessa del lavoro teatrale. Tante e diverse sono le testimonianze che il libro di Santoro riporta attingendo a fonti dell'epoca e a documenti d'archivio, restituendo l'emozione di un'esperienza destinata a lasciare un segno profondo nei protagonisti che ebbero la fortuna di fruirla.
Bastiana Madau, Storia della residenza sarda e salentina dell'Odin Teatret, in Il manifesto sardo, 1 agosto 2017.
Una delle immagini di Toni D’Urso contenute nel libro.

27 luglio 2017

NO FLASH PLEASE! Mostra fotografica permanente di Gino Crisponi al Cala Gonone Jazz Festival

Ricordo bene Gino, scomparso all'improvviso il 2 settembre del 2004, ancora troppo giovane. Era un uomo intelligentissimo e buono. Ricordo il suo parlare pacato, i modi garbati, eleganti, le sue manifestazioni di amicizia. Era sempre un piacere incontrarlo e chiaccherare con lui di tante cose. Aveva interessi molteplici, una grande sensibilità artistica, molto amore per la musica (tutta la musica, ma in particolare il jazz) e un'enorme passione per la fotografia, che aveva coltivato abilmente, sino a diventare un bravissimo fotografo.
Al CGJF gli amici dell'Intermezzo lo ricordano ogni anno con una mostra dei suoi scatti ai musicisti che hanno calcato le scene del festival (uno dei primi e più raffinati dell'isola), a partire dal mitico palco dell'Arena Ticca, che io ricordo con il fondale perennemente mosso dal vento che arrivava dal mare, ed è un gran bel ricordo... E più gli anni passano più per me le foto di Gino sono emozionanti, perchè insieme all'amore per la musica, alla bellezza di certi indimenticabili concerti, restituiscono la memoria di estati mitiche, come lo diventano quelle di "quando eravamo molto giovani", o di quelle altrettanto belle di quando ai concerti ci portavamo anche i piccoli -- che al primo dleeeen di citar si addormentavano di colpo o che si scatenavano con le percusioni di Billy Cobham o ai suoni del Sun Ra Arkestra si incantavano... -- e poi... e poi... Dice bene Giuseppe Giordano, presidente dell'associazione L'Intermezzo: "Gino ci ha fatto un dono inestimabile, i suoi scatti sono depositari di una memoria storica del festival e difficilmente, un lavoro così certosino, meticoloso, pieno di entusiasmo e amore per la musica si potrà mai replicare. La sua amicizia, così come la sua straordinaria visione degli artisti e dei luoghi che li hanno accolti, Cala Gonone in primis, sono insostituibili. Per questo motivo ogni anno onoriamo il suo lavoro e la sua passione per la fotografia con la mostra permanente “No flash, please!” così che la sua opera non debba solamente essere celebrata dalla nostra associazione, ma che possa diventare patrimonio del festival e dei suoi ospiti."
Particolari di alcune foto di Gino Crisponi. Trattasi di foto (mie) di foto. Le originali in mostra sono molto, molto, molto meglio.

25 giugno 2017

Nelle terre del mito

Nelle terre del mito – conosciute più per le narrazioni che si sviluppano nel tempo che per la realtà quotidiana dei suoi abitanti – un fatto tragico può incidere in modo molto doloroso su intere comunità reali, anche quando mai si sono rassegnate al mito della cattiva stella, al complesso dei malfatati o ad altri poco dissimili luoghi comuni, e anzi sono da tempo immemore interamente e convintamente impegnate nella costruzione di un abitare civile e segnato dal benessere, in ogni senso.
Con lo sgomento per la morte violenta di una persona appartenente a una determinata comunità impegnata, la delusione (anche) che si vive in quei momenti, appresa la notizia, è feroce: il paesaggio comunitario reale, insieme ai progetti a cui si sta lavorando nel presente, sembra affondare. A governare la realtà sembra ritornare una forza sovrastante, che per un tempo non misurabile fa chinare la testa, interrompere la festa, vivere un'amarezza sorda e opaca. Vorrei dire “capisco”, mentre invece nemmeno io, come credo la gran parte di noi, l'ho mai potuta capire ed elaborare sino in fondo quella sensazione che sembra riportare per un attimo alla notte dei tempi, ma ciò perché diventa davvero difficile capire qualcosa che non si accetta dal profondo del cuore e della mente. Purtroppo la violenza (che puntualmente ritorna nelle nostre comunità e che troppo spesso resta impunita) ferisce tutti, anche quando è distante anni luce da noi, dai nostri amici, dai nostri cari, per fortuna. Perciò mi ritrovo a rifletterne, anche se non vorrei, anche senza dire nulla che già non sia stato detto. Non la capisco, la violenza, mi è intollerabile il pensiero che una parete di ghiaccio possa interrompere la strada a una vita umana, e profondamente la rifiuto, ma so anche una cosa, ed è la sola che conti davvero: anche se toglie tanta energia agli abitanti delle comunità che ne vengono colpite, la violenza non ha mai vinto, non vincerà; anche se fa chinare la testa, interrompere la festa, piangere e guardarsi smarriti... Abbraccio con grande affetto le amiche e gli amici fonnesi, la loro operosissima comunità, tutte le persone in gamba che ho la fortuna di conoscere e che mai si arrenderanno ai miti della cattiva stella.