21 novembre 2011

Nel paese delle arance

Voi che sarete emersi dai gorghi
dove fummo travolti
pensate
quando parlate delle nostre debolezze
anche ai tempi bui
cui voi siete scampati.
Bertolt Brecht

Per me ieri, a Milis, nel convegno organizzato da Sardegna Democratica, è stato di conforto ascoltare una pluralità di voci serie, competenti, che – con dati alla mano – hanno analizzato diversi ambiti della nostra amata e martoriata isola, e in tempi in cui persino la comunicazione è spesso inficiata da incomprensibile (ai più) astio, la serietà dà sollievo. Ciò detto, nel merito della polemica Murgia-Soddu sollevata nel tavolo di Renato Soru, in epilogo alla due-giorni, ne ritengo inutile la semplice esistenza. Nessuno ci obbliga a stare da una parte o dall'altra tout-court, essendovi in mezzo, per così dire, non delle nuance ma una visione del mondo e anche modalità di comunicazione differenti dalla personalità sia dell'una (Michela Murgia) sia dell'altro (Pietrino Soddu) – senza per altro deleggittimare nessuno, ma appunto per questo non tollero il contrario –. Detto anche questo, spendo due parole (proprio due, perché il discorso è lungo e complesso, come si suol dire, e certo non è la prima volta che se ne parla, ma bisogna superare la noia, accettare le "provocazioni" e riattivare, tra le tradizioni perdute, una genealogia di saperi anche in questo senso) in merito alla "contesa" e dunque sull'industralizzazione, nelle sue varie forme. Voglio solo ricordare che, ad esempio, 40 anni fa, mentre in alcuni paesi del circondario ancora la gente moriva a grappoli per faida, i minatori di Orani, con le loro famiglie, lottavano insieme contro le gabbie salariali e per la "verticalizzazione" del talco (parola che metto tra virgolette per affetto: allora, ai più, risultava come un'idea tanto più affascinante quanto misteriosa e ad altri solo una parolaccia. Per me, allora bambina, era semplicemente impronunciabile.). Il passaggio dal lavoro solitario del pastore a quello collettivo, la costruzione della solidarietà politica, sono state l'eredità più preziosa, in tutti i luoghi del lavoro industriale nelle sue varie forme, ed è proprio dalla cultura operaia che derivano il ripensamento (arrivato troppo tardi) delle attività della campagna, le aziende, le cooperative, le lotte unitarie dei pastori… Della grande industrializzazione restano le piane inquinate, le fabbriche dismesse, un modello di sviluppo (non l'abbiamo detto noi e non è accaduto solo qui) che portava in sé il germe del fallimento. Ieri lo ha ammesso, a modo suo, anche uno dei padri del piano di Rinascita, ma lo ha colto solo chi era lì per ascoltare, non per attivare guerre intergenerazionali di cui credo che nessuno senta il bisogno. Ma quel che soprattutto resta – ed è un bagaglio pesante – è la nostra consapevolezza complessa, che dobbiamo far valere nella riprogettazione. Anche a Milis sono state tante le analisi e anche le proposte (alcune interessantissime, da approfondire) sui nuovi modelli di sviluppo locale, e ho visto, forse per la prima volta, una forma di coerenza interna agli interventi che mi piacerebbe vedere ripresa e approfondita in altre occasioni di produzione di senso. Sono convinta, ma non da oggi, che pensare ai paesi non sia affatto pensare in piccolo, ma esattamente il contrario.

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