13 luglio 2012

Ruth

"Cerco le tracce di quei suoni in un cassetto di casa, dove ho riposto appunti di passato che non riesco a buttare via. Lì ritrovo questo elenco che ora trascrivo fedelmente, forzando un po' il mio senso del pudore e dunque in corpo minore:
Anticoncezionali per non abortire, aborto libero per non morire.
La giunta è rossa, ma è rossa di vergogna. I consultori li ha messi nella fogna.
Non siamo macchine per la riproduzione, ma donne libere per la rivoluzione.
La liberazione non è un'utopia: donna, gridalo, io sono mia.
Subiamo violenza quotidianamente, lo stupro è solo la forma più evidente.
Compagno nella lotta, padrone nella vita, con questa storia facciamola finita.

Vi fanno un po' ridere? Anche a me, un pochino. E mi fanno anche piangere, nel senso che mi commuovono. Tuttavia sono esattamente queste le parole che affiorano da quel passato lontano. Le parole sono queste, lo so per certo, ma non dicono quello che dicono.
Perché per tutte e tre, la bambina della fotografia, la donna del film e io, quelle parole non sono che una marcetta che fa accedere a un'altra musica. Perché se anche quelle parole non sono più capaci di parlare, se gli zoccoli e le gonne a fiori sono finiti in cantina, le case occupate diventate condomini /…/ una cosa ha superato la prova del tempo ed è rimasta intatta: il fatto di non essere mai stata sfiorata dal pensiero di appartenere a un sesso debole.
Forte di una certezza che non ho mai sentito il bisogno di rinegoziare, ho vissuto, e viaggiato, senza mai pensare che ci fossero delle cose che in quanto donna non potevo fare, o non avrei dovuto fare. E non ho mai sentito neanche il bisogno di dimostrarlo: è stato semplicemente, naturalmente così."
Maria Perosino, Io viaggio da sola, Einaudi, Torino 2012, p.141.

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