23 settembre 2011

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"Prima che io perdessi me stessa, furono la mia lingua e la mia identità a perdersi, e con esse il mio nome e il mio indirizzo. In origine il mio nome era Zeinab Hamdan, poi, col tempo, divenne Zeina. Mio padre si chiamava Muhammad Hamdan, poi, col tempo, non rimasero né Muhammad né Hamdan. Era originario di Wadi al-Rihan, mentre io ero nata a Brooklyn. Così, Zeina sembrava essere una via di mezzo tra due estremi, tra due lingue, tra due predicati: Brooklyn e la Cisgiordania, mia nonna e mio padre. Ma, in fin dei conti, Zeina non era niente, né soggetto né predicato. Immagino che le canzoni di mio padre, quei versi, quelle litanie, avrebbero dovuto proteggermi. Ma è evidente che fu tutto inutile: io, semplicemente, non coglievo il senso di quelle parole e non ero in grado di assaporarne il gusto."
Sahar Khalifa, L’eredità, traduzione di Lorenza Raiola, Ilisso, Nuoro 2011, p. 35.

Sahar Khalifa, nata a Nablus, in Cisgiordania, nel 1941, è la maggiore rappresentante della letteratura dei Territori Occupati e tra le voci più importanti della narrativa araba contemporanea. Ha vissuto all’estero con il marito, tornando in patria dopo il divorzio e iniziando a scrivere all’indomani della Guerra dei Sei Giorni (1967) con l’idea di aiutare il suo popolo con l’unico strumento a sua disposizione: la penna. Successivamente, negli Stati Uniti, consegue un dottorato in Letteratura inglese e americana e prende a occuparsi della questione femminile. Al rientro a Nablus, fonda un Centro per le donne, con sede anche a Gaza City. Tra i suoi romanzi e racconti pubblicati in Italia: La svergognata (1989), La Porta della Piazza (1994), Terra di fichi d’India (1996), Una primavera di fuoco (2008). Nel 1996 è stata insignita del premio “Alberto Moravia”.


2 commenti:

Daniele Mattioli ha detto...

Grazie. Lo riprenderò, con il tuo permesso.

bianca ha detto...

Più grande è la generosità nel prendere che nel dare. Grazie a te.